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Le misure attive di Mosca, e le contromisure che l’Europa vuole attivare

14 October 2026 at 03:45

Il presidente russo Vladimir Putin visita le esercitazioni militari Center-2026 al poligono di Chebarkul (AP/LaPresse)

Il capo dell’intelligence estera estone, Kaupo Rosin, esclude un attacco militare russo contro l’Estonia nei prossimi dodici mesi, a condizione che Europa e Nato mantengano credibile la deterrenza. La minaccia più concreta resta il sabotaggio, anche attraverso operazioni sotto falsa bandiera progettate per attribuire all’Ucraina la responsabilità degli attacchi e indebolire il sostegno europeo a Kyjiv. In un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Holger Roonemaa, Rosin ha invitato i servizi europei a passare dalla raccolta di informazioni all’azione, anche con misure preventive non militari sul piano informativo, psicologico e tecnico, applicando a Mosca i suoi stessi metodi. Il Cremlino punta inoltre a rallentare il riarmo europeo attraverso operazioni clandestine e influenza politica. La guerra continua intanto a pesare sull’economia russa e il malcontento interno cresce, senza che questo renda imminente una rivolta contro Vladimir Putin.

È anche per restringere il margine di manovra di Mosca che i vertici dei servizi europei hanno intensificato le loro dichiarazioni pubbliche. Lunedì, alla Camera di Praga, Michal Koudelka, direttore del servizio di sicurezza interna ceco (Bis), ha spiegato che negli ultimi mesi la Russia ha perseguito una strategia di «escalation per la de-escalation», illustrando anche le ragioni di una maggiore esposizione pubblica dei suoi colleghi (arrivata dopo la visita a Mosca di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency americana). Una linea che, secondo Koudelka, serve a rendere più difficile per Mosca negare le proprie intenzioni e conquistare consensi nell’opinione pubblica internazionale. «Se un drone o un missile russo colpisce un deposito di armi in un Paese europeo e Mosca sostiene che si sia trattato di un errore o di un problema di navigazione, noi diciamo al mondo intero: sappiamo che è proprio questo il vostro piano», ha dichiarato. Lo stesso vale, ha aggiunto, se la Russia ammassasse truppe ai confini di un Paese baltico sostenendo di essere impegnata soltanto in un’esercitazione: «Non vi crediamo e siamo pronti a difenderci e a vincere». L’obiettivo è togliere al Cremlino la possibilità di sfruttare l’ambiguità per condizionare il dibattito internazionale.

Anche Ken McCallum, direttore generale del Security Service britannico (o MI5), è intervenuto nel dibattito. Martedì, nell’annuale discorso sulle minacce alla sicurezza nazionale, ha definito la Russia «il principale aggressore» e avvertito che il suo servizio dedica alle minacce degli Stati più risorse che durante la Guerra fredda. Nell’ultimo decennio, ha spiegato, le minacce riconducibili a potenze straniere sono quadruplicate, fino a portare le attività operative contro gli Stati a un livello paragonabile a quelle antiterrorismo. L’espulsione di quasi mille diplomatici e operativi russi dopo l’invasione dell’Ucraina ha inoltre spinto il Cremlino a ricorrere sempre più a intermediari criminali per organizzare attacchi e sabotaggi. Secondo McCallum, Mosca conduce una campagna ibrida cercando di evitare azioni che provochino una risposta collettiva della Nato.

La risposta europea, però, non riguarda soltanto la comunicazione e l’intelligence. Dopo il tentato sabotaggio all’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania, all’inizio di agosto, diversi media hanno indicato alcuni presunti responsabili e ipotizzato un coinvolgimento dell’intelligence militare russa (Gru), senza tuttavia fornire prove conclusive. The Insider ha identificato altri presunti operativi legati al piano, che sarebbero stati coinvolti in precedenti operazioni di sabotaggio in Polonia. Inoltre, sembra che Mosca sia pronta ad alzare la posta mettendo nel mirino anche i manager dell’industria della difesa.

Un’industria che si sta ponendo il problema della protezione delle infrastrutture. Knds, produttore franco-tedesco di armamenti i cui stabilimenti di Colleferro sono stati teatro di una sospetta esplosione ad agosto, chiede ai governi europei di autorizzare le aziende del settore ad abbattere o neutralizzare autonomamente i droni sospetti che sorvolano i loro impianti. In un’intervista a Politico, il vicepresidente Marcel Grisnigt ha sostenuto che gli attuali vincoli normativi impediscono alle imprese di reagire tempestivamente a minacce che comprendono sabotaggi, incendi e spionaggio, alcuni dei quali attribuiti dalle autorità europee alla Russia. La Francia ha già introdotto norme che consentono ai produttori di armamenti e ad altri operatori di infrastrutture critiche di impiegare sistemi antidroni; in Germania, invece, questa possibilità non è prevista. Knds intende portare la questione a Bruxelles, chiedendo che l’industria della difesa sia riconosciuta come infrastruttura critica, possa accedere alle informazioni d’intelligence e riceva finanziamenti europei per proteggere i propri impianti.

 

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La stretta europea sulla tecnologia cinese mette l’Italia tra i Paesi più esposti

14 October 2026 at 03:45

L’Europa vuole ridurre la dipendenza dalle tecnologie cinesi nelle infrastrutture digitali più sensibili. Ma sostituire gli apparati già installati ha un costo, e non tutti i Paesi sono esposti allo stesso modo. Secondo un’analisi di Strand Consult, Germania, Italia e Spagna concentrano oltre il 55 per cento delle apparecchiature che dovranno essere sostituite nei prossimi cinque anni. In Italia, i principali operatori coinvolti sono Vodafone e Wind Tre.

Il nodo è la proposta di revisione del Cybersecurity Act europeo, nota come Cybersecurity Act 2 (Csa2), presentata dalla Commissione europea a inizio anno per rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologiche in 18 settori critici. Il provvedimento punta a limitare la presenza dei fornitori considerati ad alto rischio, tra cui Huawei, nelle infrastrutture strategiche. La società cinese ha sempre respinto le accuse secondo cui le sue tecnologie rappresenterebbero un rischio per la sicurezza.

Il 29 settembre Reuters ha riferito che i governi europei vogliono però rendere meno rigida la transizione. Una bozza negoziale elimina la scadenza fissa di 36 mesi prevista dalla Commissione per dismettere gli apparati interessati. I tempi dovrebbero invece dipendere dal livello di rischio, dal ciclo di vita delle infrastrutture, dalle esigenze di interoperabilità e dalla disponibilità di alternative adeguate. La proposta dovrà essere negoziata con il Parlamento europeo prima di diventare legge.

Il problema economico resta. La valutazione d’impatto della Commissione stima che la sostituzione degli apparati ad alto rischio costerebbe tra 3,4 e 4,3 miliardi di euro all’anno per tre anni, tenendo conto anche dei normali cicli di rinnovo delle reti. Le aziende del settore prospettano una cifra molto più alta: in una lettera congiunta di settembre, il ceo di Deutsche Telekom Timotheus Höttges e altri sedici dirigenti hanno avvertito che il conto potrebbe arrivare a 40 miliardi di euro, sottraendo risorse agli investimenti in fibra, 5G e 6G.

Le due cifre non sono direttamente sovrapponibili: la prima è una stima della Commissione, la seconda è la valutazione massima indicata dagli operatori. Il confronto riflette anche una diversa lettura del problema. Per Strand Consult, l’esposizione residua è concentrata in un numero limitato di reti e deriva dalle scelte di operatori che hanno continuato a usare fornitori ad alto rischio anche dopo gli avvertimenti europei e il 5G Toolbox del 2019. È una valutazione di parte, che contesta le stime dell’industria; ma mette in evidenza quanto il costo della transizione possa essere distribuito in modo diseguale tra Paesi e aziende.

La questione, però, non riguarda soltanto gli apparati da rimuovere. Bruxelles sta lavorando anche a un sistema europeo per le comunicazioni critiche, destinato a polizia, soccorritori, protezione delle frontiere e altri servizi pubblici. La proposta per l’EU Critical Communication System (Euccs) prevede di rendere interoperabili le reti nazionali, così che possano comunicare tra loro anche oltre i confini, mantenendo il controllo dei singoli Stati.

L’idea non è costruire una rete parallela riservata alle emergenze, ma utilizzare le infrastrutture commerciali già esistenti. Gli operatori potrebbero così ricavare nuove opportunità di business dagli investimenti effettuati per il 5G. In cambio, dovrebbero garantire requisiti più stringenti di sicurezza, resilienza e prestazioni, compresa la priorità del traffico critico nei momenti di congestione. Il piano prevede l’avvio del dispiegamento nel 2030 e la piena interconnessione entro il 2036.

È qui che i due dossier si incontrano. La proposta sull’Euccs prevede di escludere i fornitori ad alto rischio non soltanto dal nucleo delle comunicazioni critiche, ma anche da «qualsiasi altra risorsa ICT chiave». Una formulazione ampia, il cui perimetro dipenderà anche dall’esito dei negoziati sul Cybersecurity Act 2. Le restrizioni potrebbero riguardare componenti ulteriori rispetto alle apparecchiature di rete, fino a coinvolgere software, servizi cloud e altri elementi tecnologici necessari al funzionamento delle comunicazioni.

Anche questo progetto ha un conto da presentare. Secondo l’analisi di Strand Consult, la Commissione stima 3,571 miliardi di euro di costi diretti per l’Euccs e altri 12,667 miliardi per la più ampia transizione nazionale verso comunicazioni critiche a banda larga nell’arco di sette anni. Sono cifre riferite a un programma distinto dalla sostituzione degli apparati ad alto rischio: non vanno sommate alle stime sui costi del Csa2 come se riguardassero lo stesso intervento.

Resta soprattutto una domanda: chi pagherà per rendere le reti commerciali abbastanza sicure e robuste da sostenere anche le comunicazioni delle istituzioni? La proposta europea richiama una remunerazione degli operatori a condizioni «eque e ragionevoli», senza definire nel dettaglio come calcolarla. Tra nuovi obblighi, apparati da sostituire e investimenti da finanziare, il modo in cui Bruxelles risolverà questa questione sarà decisivo per il settore. L’obiettivo europeo è ridurre le dipendenze tecnologiche e rendere le infrastrutture più resilienti; la sfida sarà farlo senza frenare gli investimenti da cui dipende la prossima generazione di reti.

 

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