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Tra Washington e Pechino l’Europa cerca la sua via ai semiconduttori

15 October 2026 at 15:40

Alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, Giorgia Meloni ha sottolineato come le tensioni geopolitiche stiano incidendo sulle catene di fornitura, sui costi energetici e sulla competitività industriale europea. Nelle comunicazioni al Senato, la premier ha richiamato la necessità di rafforzare la capacità dell’Europa di rispondere agli shock esterni, preservando la propria base produttiva. Il ragionamento sulle dipendenze strategiche, comprese le materie prime critiche e le terre rare, evidenzia l’importanza della diversificazione dei fornitori, delle partnership commerciali e della sicurezza delle filiere industriali.

Materie prime critiche e semiconduttori appartengono a settori differenti, ma condividono una vulnerabilità geopolitica: la concentrazione delle capacità produttive e il rischio che l’accesso a risorse e tecnologie essenziali diventi uno strumento di pressione politica. Non a caso, in questi due giorni il Consiglio Europeo affronta questioni legate alla competitività, al rilancio industriale, ai prezzi dell’energia e alla resilienza del mercato unico. Queste priorità assumono un significato particolare mentre la competizione tra Washington e Pechino condiziona sempre più l’accesso alle tecnologie avanzate, gli investimenti industriali e il controllo delle risorse strategiche.

L’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale italiano per l’innovazione e le nuove tecnologie, ha recentemente richiamato l’attenzione sui rischi di trasformare i semiconduttori in un ulteriore terreno di confronto globale. Intervenendo a margine di un incontro organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI), Varricchio ha messo in guardia dal rischio che l’industria dei chip diventi il campo di battaglia di un nuovo conflitto globale.

Nella sua riflessione, l’ambasciatore ha individuato tre principi fondamentali per affrontare la competizione tecnologica: tecnologia, interdipendenza e fiducia. Il ragionamento mette in discussione l’idea che l’autonomia strategica debba necessariamente coincidere con l’indipendenza tecnologica. Nessun Paese può mantenere da solo una posizione di leadership lungo l’intera filiera dei semiconduttori.

La posizione europea nell’industria dei chip evidenzia la portata della sfida industriale. L’Unione europea rappresenta circa l’8% della produzione mondiale di semiconduttori, a fronte di una quota del 18% della domanda finale. La carenza di semiconduttori è costata all’industria automobilistica europea oltre 100 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, mostrando le conseguenze economiche delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Entro il 2030, i componenti legati all’intelligenza artificiale potrebbero rappresentare oltre il 70% del mercato dei semiconduttori, rendendo le capacità di calcolo avanzato sempre più decisive per la competitività industriale.

Pierre Chastanet, responsabile dell’unità Microelettronica e Fotonica della DG Cnect della Commissione europea, ha sottolineato la necessità di accompagnare gli investimenti industriali con un rafforzamento delle partnership internazionali. Intervenendo nello stesso confronto alla John Cabot University, Chastanet ha evidenziato l’importanza di rendere l’Unione europea più attrattiva per gli investimenti esteri, consolidando contemporaneamente le proprie capacità produttive. Il suo ragionamento, riportato da Adnkronos, sottolinea come l’Europa debba creare condizioni favorevoli agli investimenti e sviluppare collaborazioni internazionali, andando oltre la sola dimensione degli accordi bilaterali.

La prospettiva del Chips Act 2.0 riflette questa impostazione: ampliare la strategia europea oltre la costruzione di impianti produttivi, includendo progettazione, packaging avanzato, ricerca, competenze e politiche industriali orientate alla domanda.

Il dibattito sui semiconduttori si inserisce nel più ampio tentativo europeo di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. La selezione da parte della Commissione di ulteriori 46 progetti strategici sulle materie prime critiche testimonia la volontà di diversificare le filiere essenziali. Parallelamente, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Stati Uniti rimane fondamentale per sostenere le capacità tecnologiche europee.

L’Europa deve ridurre le dipendenze eccessive senza compromettere le reti internazionali che rendono possibile la produzione tecnologica avanzata. La capacità industriale richiede energia affidabile, investimenti, competenze specializzate e accesso ai mercati globali. Le partnership diplomatiche devono quindi accompagnare le politiche industriali, soprattutto mentre le tensioni geopolitiche minacciano rotte marittime, forniture energetiche e reti manifatturiere.

L’attenzione di Meloni alla sicurezza economica e le riflessioni di Varricchio e Chastanet convergono su una conclusione strategica: la sovranità tecnologica europea dipenderà dalla capacità di governare le interdipendenze. Mentre i leader europei discutono di competitività a Bruxelles, l’industria dei semiconduttori dimostra perché la resilienza strategica richieda più della produzione interna. Servono capacità industriali sostenute da partnership internazionali affidabili e da un contesto economico capace di alimentare l’innovazione.

Nft, la bolla che prometteva l’oro e consegnò Jpeg

15 October 2026 at 13:53

C’è stato un momento, nella primavera del 2021, in cui un’opera digitale dell’artista Beeple fu venduta per 69,3 milioni di dollari. Il messaggio sembrava inequivocabile: nasceva una nuova classe di beni, scarsi per costruzione, certificati dalla blockchain, destinati a rivalutarsi come l’arte, l’oro, gli immobili: gli Nft (non fungible token). Attorno a tali beni si costruì in pochi mesi un’intera cosmologia: la proprietà digitale, l’economia dei creatori, il metaverso come nuovo spazio sociale ed economico. Chi dubitava veniva liquidato come chi “non aveva capito”. Oggi la domanda da porsi non è più se gli Nft cambieranno il mondo, ma quanto sia costata, a chi ci ha creduto, quella convinzione.

Il punto di partenza è il volume degli scambi. Secondo i dati CryptoSlam riportati da IntelligentHQ, il volume mensile, che nei primi mesi del 2022 aveva sfiorato i 6 miliardi di dollari, a marzo 2026 era sceso a 106 milioni: un calo di circa il 98%. Sull’intero anno, il 2025 si è chiuso attorno ai 5,5 miliardi di dollari, il 37% in meno del 2024, mentre il prezzo medio di vendita degli Nft artistici è passato da 462 dollari nel 2021 a meno di 100 nel 2025. Nei primi cinque mesi del 2026, stando alle rilevazioni di Dune Analytics riprese da Nft Plazas, gli scambi sono scesi di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La fotografia più impietosa riguarda però la qualità di ciò che resta. Già nel 2023 lo studio dappGambl analizzò 73.257 collezioni e ne trovò 69.795, circa il 95%, con capitalizzazione pari a zero; i detentori coinvolti sarebbero stati oltre 23 milioni. Uno studio successivo, rilanciato nel 2024 da NFTevening su dati NftScan, ha stimato che circa il 95% delle collezioni fosse di fatto “morto”: nessuno scambio, nessuna attività sui social, meno di venti vendite in una settimana. Sono stime con metodologie discutibili e vanno lette come ordine di grandezza, ma convergono tutte nella stessa direzione.

Ed è un’infrastruttura intera a ritirarsi. Nifty Gateway, uno dei marketplace pionieri, ha chiuso il 23 febbraio 2026; Foundation ha annunciato lo stop ad aprile; l’edizione 2026 di NFT Paris è stata cancellata, con gli organizzatori che hanno ammesso apertamente di essere stati travolti dal crollo del mercato. Proprio in questi giorni, Blur, che nel 2023 controllava oltre il 70% degli scambi di Nft su Ethereum, ha annunciato la chiusura della propria interfaccia web il 12 novembre: i suoi volumi mensili sono passati da circa 1,43 miliardi di dollari nel marzo 2023 a meno di 7 milioni nel marzo 2026, con un calo superiore al 99,5%. Persino OpenSea, il marketplace più noto, ha spostato il proprio baricentro: oltre il 90% dei suoi volumi proviene ormai da token fungibili, non da collezionabili.

La parabola dei “grandi nomi” è istruttiva. Il noto cantante Justin Bieber acquistò nel gennaio 2022 uno Yacht Club Bored Ape per 500 ether, circa 1,3 milioni di dollari; il suo valore stimato è oggi attorno ai 12.000 dollari, un crollo del 99%. L’intera collezione Bored Ape, che nel 2022 aveva toccato un prezzo minimo d’ingresso di 128 ether (oltre 400 mila dollari), nel 2024 era già scesa del 90% e anche dopo il rimbalzo della primavera 2026, che l’ha portata attorno ai 25 mila dollari, resta ben oltre il 90% sotto il suo massimo. Il mercato, osservano gli analisti, è diventato “a K”: poche collezioni di marca concentrano la maggior parte del volume, mentre la mediana dei token ha perso gran parte del proprio valore. Dire che gli Nft siano tutti a zero sarebbe falso; dire che l’investitore medio abbia visto il proprio capitale preservato sarebbe altrettanto falso.

Il destino degli Nft è inseparabile da quello del metaverso, di cui avrebbero dovuto essere la moneta corrente. Reality Labs, la divisione di Meta nata attorno a quella visione, ha accumulato perdite operative per circa 88 miliardi di dollari dalla fine del 2020, secondo i risultati del secondo trimestre 2026. Nel gennaio scorso l’azienda ha tagliato oltre mille posti e chiuso diversi studi di realtà virtuale, spostando risorse verso intelligenza artificiale e occhiali smart; la sua app sociale di punta, Horizon Worlds, è stata messa in modalità manutenzione. Quando persino chi ha cambiato nome all’azienda per inseguire un’idea ne ridimensiona il perimetro, il segnale per i piccoli risparmiatori dovrebbe essere eloquente.

Il confronto con l’oro è utile, a patto di essere onesti sui numeri. Il metallo giallo ha chiuso a un massimo storico di 5.318 dollari l’oncia il 29 gennaio 2026 e da allora ha corretto: i futures hanno chiuso il 5 ottobre a 4.157 dollari, circa il 22% sotto il record. Ma il quadro cambia se si allarga l’orizzonte: rispetto a un anno fa il prezzo è ancora più alto di circa il 6%, e nell’ottobre 2025 aveva appena superato per la prima volta quota 4.000 dopo un’annata da oltre il 50% di rialzo. Gli acquisti delle banche centrali continuano, con 51 tonnellate comprate a giugno secondo il World Gold Council. Un bene rifugio non è un bene che non scende mai: è un bene dotato di una domanda reale, di una storia e di un valore che non dipende da una piattaforma web. Un NFT, quando il marketplace chiude, rischia di essere un puntatore verso un file che nessuno vuole più.

Se gli Nft possono, almeno in parte, essere considerati un buon investimento per alcuni speculatori, è altrettanto vero che esistono al mondo altri strumenti di investimento ben più affidabili. Per chi cercava rendimento, le alternative non sono mancate. Al 5 ottobre 2026 l’indice azionario globale MSCI World segna un progresso di circa il 13% da inizio anno e l’S&P 500 di oltre il 14%; mille dollari investiti nell’MSCI World a gennaio 2016 varrebbero oggi circa 3.800 dollari con i dividendi reinvestiti, un rendimento annuo composto del 13,4%. Sul versante obbligazionario, il Btp decennale rendeva il 6 ottobre il 4,61%, e l’ultima emissione a dieci anni di fine agosto, con scadenza 2036, è stata collocata a un rendimento lordo del 4,1%, pari a circa il 3,58% netto. Anche questi strumenti hanno rischi, dalla volatilità dei mercati azionari ai tassi per i titoli di Stato, e i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri. Ma hanno una differenza decisiva: dietro ci sono imprese che producono utili, o Stati che pagano cedole. Dietro un NFT speculativo c’è, spesso, solo la speranza di trovare qualcuno disposto a pagare di più.

Sarebbe un errore, infine, trarre dalla vicenda una condanna della digitalizzazione. La tokenizzazione, i registri distribuiti, i beni digitali hanno applicazioni reali, dal gaming alla certificazione di documenti, e il mercato Nft sopravvive, ridimensionato, proprio dove c’è un uso e non solo una scommessa. Il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui la si è trasformata in promessa di arricchimento facile. Le bolle hanno una grammatica ricorrente: una narrazione affascinante, il timore di restare fuori, la convinzione che “stavolta è diverso”, prezzi che salgono perché salgono. Dal bulbo di tulipano alle dot-com, fino ai JPEG da milioni di dollari, l’impulsività è il carburante e la mancanza di conoscenza il combustibile. Il digitale è una frontiera affascinante e va esplorata, ma con tre accorgimenti elementari: capire che cosa si sta comprando e chi dovrebbe comprarlo da noi domani; non investire mai più di quanto ci si possa permettere di perdere; e diffidare di ogni promessa che sostituisca l’analisi con l’entusiasmo. L’innovazione non ha bisogno di bolle per affermarsi. A volte, anzi, ne esce più forte quando le bolle scoppiano, come quella delle dot.com insegna.

Ecco perché un museo cerca giovani per scrivere il futuro

15 October 2026 at 13:22

“Crescere è una necessità per il nostro Paese” ha ribadito il presidente Alvise Biffi in apertura del suo intervento all’assemblea annuale di Assolombarda. Nello stesso giorno Banca d’Italia ha alzato la stima per il 2026 all’1%, è vero. Ma per poi vedere la crescita rallentare allo 0,6% nel 2027 e allo 0,8% nel 2028. Qualche giorno prima l’economista Lucrezia Reichlin ha ricordato sul Corriere della Sera il peccato dell’Italia: restare piccoli. È stato fatto un buon lavoro sul debito ma dagli anni Novanta siamo fermi. “Non possiamo abituarci”, dice Biffi.

Se un medico ci dicesse che nostro figlio ha problemi di crescita, certamente ci preoccuperemmo per il suo futuro, per cosa lo aspetta e per quello che rischia di diventare. Lo stiamo facendo per il nostro Paese? E soprattutto, abbiamo individuato gli anticorpi necessari per curare il rachitismo che affligge il nostro sistema economico? Il principale si chiama “giovani”. Se la Reichlin individua nella emigrazione giovanile uno dei segnali della malattia, Biffi lo ha detto chiaramente: “Senza giovani non c’è industria”.

Per crescere, però, serve un’idea di futuro. Una strategia per la crescita non è solo un elenco di misure. Presuppone di sapere dove si vuole andare, di avere un’immagine del Paese che si vuole diventare. Ed è proprio questa immagine che sembra mancare. Il Censis, nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, ha misurato questa mancanza di prospettiva. Il 63% degli italiani è convinto che “si sia spento ogni sogno collettivo”. Il 55% pensa che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita. È il ritratto di un Paese che guarda soprattutto indietro, a ciò che ha perso, e fatica a immaginare che cosa potrebbe guadagnare.

I giovani scesi in piazza nelle scorse settimane in Francia, Spagna, Belgio vogliono scuole migliori. Chiedono case economicamente accessibili. Non stanno facendo la rivoluzione, pretendono solo un futuro migliore. Sono i protagonisti del tempo che verrà ma nessuno li interpella, nessuno sembra voler approfittare della loro energia, della loro naturale voglia di immaginare e di fare per ritagliarsi lo spazio che meritano nella storia. Li stiamo prendendo sul serio? Il presidente del Cnel Renato Brunetta, ha sintetizzato così i risultati del rapporto Giovani expat. Come farli tornare: “Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo”. E meritarselo, il talento, significa pagarlo meglio, certo. Ma anche dargli spazio, permettere ai giovani di contribuire a scrivere quel futuro che sono destinati ad abitare.

Per questo è interessante l’invito che arriva da un luogo che per definizione custodisce il passato. Il Vittoriale degli Italiani, la casa-museo di Gabriele d’Annunzio a Gardone Riviera, una delle più visitate d’Italia, ha lanciato Vittoriale Lab – L’officina del possibile, un concorso nazionale di idee per chi ha meno di 25 anni. Non ci sono premi in denaro. Ai partecipanti si chiede di presentare entro il 30 ottobre un’idea su una delle tre sfide proposte: la sostenibilità, il nuovo senso di comunità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’identità tra spazio fisico e virtuale. Dieci ragazzi e ragazze saranno selezionati e a fine gennaio si ritroveranno al Vittoriale in un weekend di “co-creazione” affiancati da un team di abilitatori: un esperto di Intelligenza Artificiale per usare con consapevolezza la potenza degli algoritmi, un giovane poeta per aiutarli a esprimere la loro creatività, un autore e regista teatrale per preparare la performance che porterà sul palco il Manifesto del Futuro che avranno scritto insieme.

Il luogo non è casuale. D’Annunzio fu tante cose, alcune discutibili, ma certamente un uomo che trasformava i luoghi in laboratori di idee e di linguaggi. Il presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, Giordano Bruno Guerri, parla dell’iniziativa come una ricerca del genio italiano tra i talenti ancora inespressi. Un manifesto scritto da dieci ventenni non alzerà il Pil di un decimale. Ma indica un metodo che manca al dibattito pubblico sulla crescita italiana: chiedere a chi ha meno di 25 anni non perché se ne va, ma che Paese vorrebbe costruire. “Questi sono i fatti, la storia deve ancora cominciare”, dice Digger nel’omonimo e cupo film di Innaritu. Quale storia vogliamo raccontare? E con quali protagonisti?

La risposta pubblica, finora, si è concentrata sugli incentivi: sgravi fiscali per chi rientra, bonus, agevolazioni. Strumenti utili, ma che partono da un presupposto discutibile, cioè che basti rendere più conveniente restare. Manca qualcosa che nessun incentivo può comprare: la sensazione di poter partecipare a costruire il Paese in cui si vive. Gli imprenditori chiedono più crescita, gli economisti una strategia, le ricerche un sogno. Tutte le richieste partono dalla stessa premessa: serve un’idea di futuro. Non possiamo continuare a cercarla guardando indietro. Se davvero si è spento ogni sogno collettivo, qualcuno dovrà pur ricominciare a scriverne uno. Meritarsi il talento significa anche questo: dargli la penna.

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