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Un punto di vista diverso in Europa, quello di un popolo senza terra. Il racconto di Chiapello

17 October 2026 at 10:44

“Costruiamo un futuro diverso”: questo è stato il titolo del 34° convegno internazionale dell’AIZO Rom e Sinti, associazione fondata e presieduta dalla sociologa Carla Osella che da 55 anni si occupa di quella che la stessa Commissione Europea riconosce essere la più numerosa minoranza etnica in Europa considerando che la popolazione romanì è stimata tra gli 11 e i 12 milioni di persone con un po’ più di 6 milioni nell’Unione Europea, cittadini per lo più residenti nell’area balcanica.

In Italia si parla di 150/180 mila Rom, Sinti, Camminanti, di questi nei campi, destinati a chiusura per indicazione dell’Ue secondo i numeri dell’Unar, ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ne rimangono 12 mila, in forte calo dal 2015: si tratta di un popolo che nel complesso supererebbe numericamente altri popoli europei ma rimane il più colpito da pregiudizi che assumono la forma dell’antizingarismo.

All’importante convegno di Torino, del 2 ottobre, aperto con l’inno “Gelem Gelem” suonato dalla violinista, oltre che artista e operatrice sociale, Rebeca Devora Covaciu, centrali sono stati i problemi e le loro evoluzioni che Carla Osella dal 1971 affronta da quando andò a vivere con una famiglia di Sinti piemontesi ed iniziò un cammino, quello che durante l’intervista alla giornalista Maria Teresa Maetinengo è stato definito un sogno che diventa storia.

Nei saluti gli assessori del Comune Torinese, che ha patrocinato l’evento, Jacopo Rosatelli e Francesco Tresso, tra l’altro quest’ultimo obiettore AIZO in gioventù, hanno indicato parole utili sia per la popria esperienza personale che istituzionale, come “schierarsi” da parte dei vulnerabili, “diversità” da accogliere, “cittadinanza” i cui problemi diventano enormi, “ostacoli” da rimuovere a cui sono dedicati i servizi municipali contro marginalità ed emergenze.

Una delle grandi questioni l’ha toccata nel suo intervento la professoressa Marianna Filandri, sociologa, Università degli Studi di Torino, ossia il valore della casa: occorre focalizzare il fatto che la questione del “tetto” è legata al benessere generale e in realtà nessun Paese europeo l’ha risolta, emergendo i problemi legati al reddito e al sovraffolamento, cioè le case col calo demografico ci sarebbero ma ne è difficile l’accesso a quelle che siano adeguate e a prezzi sostenibili per cui diventa rilevante l’intervento pubblico per calmierare.

Tra le altre cose la professoressa ha sottolineato l’importanza della scelta politica, perché non è irrilevante l’approccio diverso secondo l’assessorato o il ministero sotto cui la casa viene messa, affari sociali o lavori pubblici, differenza che aiuta o meno a focalizzarsi su quelle disuguaglianze su cui l’AIZO ha lavorato, come affermato nella presentazione al convegno dal presidente della sezione trentina Gian Luca Magagni, anche per sostenere il successo personale di coloro a cui si è stati accanto come stile e metodo.

Il direttore UNAR Mattia Peradotto ha descritto il lavoro dell’ufficio nazionale tra progetti e piattafome rinnovati e nuovi, partendo dal collegamento con Agenda 2030 sulla sostenibilità, collegato alla riduzione della disuguaglianza, che non può prescindere dal dialogo con gli enti locali insito nella Strategia 2021/2030: ha sottolineato come l’antizingarismo sia un elemento molto trasversale con la percezione delle comunità dei Rom e Sinti così insufficiente da portare a dinamiche di esclusione nei diversi settori della vita comunitaria.

Lo sguardo deve essere complessivo non potendo essere utili dei microservizi, con gli enti che si occupano dei diversi aspetti, dal sanitario, allo scolastico, fino ai comuni che devono operare delle prese in carico che siano efficaci: su questo punto Osella ha parlato di necessario dialogo tra istituzioni e realtà come l’associazione nazionale che presiede che in anni passati fu anche protagonista nella redazione delle prime leggi regionali sui campi sosta per arrivare alle questioni di oggi come quella della apolidia, affrontata dal direttore che ha indicato l’impegno per superare tale tema con 2500 apolidi tracciati attraverso una iniziativa puntuale per avviare percorsi di inclusione che non possono prescindere dal lavoro e dal dialogo tra l’UNAR e le Regioni che hanno in capo le politiche lavorative.

Tutto ciò basta? No, il contrasto all’antizingarismo può farsi solo se si recupera l’elemento del racconto e del raccordo delle comunità romanì nel contesto europeo, dunque centrale è quel tema culturale che Peradotto indica e i convegni internazionali AIZO rappresentano.

Quest’anno la dimensione europea è stata garantita dalla presenza spagnola, svedese e tedesca, che, presentando le rispettive esperienze, ponendole all’attenzione di un salone gremito ed attento composto di esperti, esponenti di associazioni e istituzioni, giovani Rom e Sinti, ha permesso paragoni, approfondimenti e quella visione complessiva che proprio AIZO ha fin dalle origini, con la sua adesione al World Roma Organization e all’I.R.U. International Romani Union, e che è fondamentale come banco di prova per quel processo democratico innescato ad Helsinky da Aldo Moro per la stessa Unione Europea: sono state ascoltate dunque le esponenti dell’Associazione Fakali della Spagna, Paese dove la cultura gitana ha influenzato ad esempio la musica, associazione che è partita riguardando la salute delle donne, che oggi esprime la vice presidente della realtà consultiva creata dal governo.

L’esperienza in Svezia l’ha portata Marcela Kovacsova che ha creato un’associazione per informare e insegnare e rivendicare diritti in un Paese dove l’integrazione è significativa ma non mancano diseguaglianze che portano ad avere, come Rom, successo fino ad un certo punto, mentre Jasna Kosanovic, dalla Germania, ha parlato in particolare della sua attività di scrittrice che fa memoria del genocidio dei Rom e Sinti nei campi di sterminio nazisti.

La presentazione, in dialogo con la consigliera regionale piemontese Gianna Pentenero, di un progetto di villaggio di 10 casette ripetibile, che prende atto del desiderio di molte famiglie allargate di voler vivere insieme, da parte dell’architetto Dario Guazzo, creato con AIZO, ha permesso di affrontare il tema della sicurezza fuori dalla mera emergenza e legandolo alla qualità della vita incrociando una sempre più necessaria solidarietà istituzionale orizzontale e verticale. In ultimo la lettura da parte di Naomi, giovane Rom di Torino, della lettera ai docenti “Guardatemi come tutti gli altri: la scuola che vorrei” con una esplicita richiesta di pari opportunità e la tavola rotonda “dalle esperienze alle prospettive: risultati conseguiti e sfide ancora aperte” che ha fatto confrontare dirigenti pubblici, esponenti associativi e mediatori culturali, non hanno chiuso il convegno ma idealmente rilanciato verso la dimensione quotidiana collaborazioni e azioni per il futuro.

L’onore di moderare questa intensa giornata mi porta ad una riflessione conclusiva: accanto alla conservazione dell’umanità grazie a Carla, che ha avuto, sostenuta dalla sua fede, come progetto di vita quello di “esserci” accanto al più escluso dei popoli per cui c’è da lottare ancora oggi per i diritti fondamentali come poter avere documenti in regola, si pone la sfida di far sventolare la bandiera romanì tra quelle europee soprattutto come simbolo non legato al solito pacifismo militante o all’esasperato e ottuso nazionalismo, che non è amor di Patria, bensì educante alla pace da parte di quelli che furono un tempo figli del vento, che non hanno mai fatto una guerra: come hanno cantato Tozzi e Raf  “i sogni sanno attraversare ogni confine…”.

L’illusione dell’accesso. Ecco le nuove recinzioni digitali

17 October 2026 at 10:29

Il 19 settembre scorso ho partecipato ad Assisi, nell’ambito del Cortile di Francesco, al convegno “Tecnologia e sviluppo. La persona al centro”, organizzato insieme a Polisophia del prof. Ruben Razzante, sotto la magistrale moderazione di Donatella Milani. Un titolo che pone una questione fondamentale: come garantire che il progresso tecnologico sia e rimanga uno strumento al servizio delle persone, anziché trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza. Nel mio intervento ho affrontato il tema dal punto di vista dei paesi in via di sviluppo, partendo da un paradosso. Nell’età dell’intelligenza artificiale (IA), la più insidiosa delle barriere potrebbe non avere l’aspetto di un muro, ma quello di una porta spalancata.

Dalle terre comuni alla conoscenza

Se è vero, come è vero, che siamo figli del nostro passato, la storia meno recente ci dà una lezione per il nostro presente. Per secoli le recinzioni hanno delimitato risorse e stabilito chi potesse utilizzarle e appropriarsi del valore che producevano. Nell’Inghilterra delle enclosures, terre precedentemente destinate a usi comuni furono progressivamente sottratte all’accesso collettivo e assoggettate a diritti esclusivi. Un processo che trasformò l’economia agricola e i rapporti sociali.

Nel 2003 il giurista americano James Boyle, nel saggio The Second Enclosure Movement and the Construction of the Public Domain, riprese questa vicenda per descrivere una nuova forma di appropriazione: quella della conoscenza. L’espansione dei diritti di proprietà intellettuale rischiava, secondo Boyle, di sottrarre al patrimonio comune idee, informazioni e risorse culturali che costituiscono il presupposto della produzione di nuova conoscenza.

La sua non era una contestazione della proprietà intellettuale in quanto tale. Brevetti e diritti d’autore possono incentivare investimenti e innovazione. Il problema nasce quando l’estensione dei diritti esclusivi riduce lo spazio comune dal quale l’innovazione trae alimento, ostacolando proprio la creatività che dovrebbe promuovere.

Estendendo questa riflessione all’intelligenza artificiale, le nuove recinzioni riguardano anche le infrastrutture e le capacità necessarie per produrre conoscenza, elaborarla e trasformarla in valore economico. Non occorre impedire l’accesso a una tecnologia per controllarne i benefici. Può bastare stabilire le condizioni alle quali gli altri possono utilizzarla.

La lezione delle materie prime

Chi si occupa di sviluppo conosce bene questo meccanismo. Un Paese può possedere grandi riserve minerarie e restare ai margini delle catene globali del valore. Il minerale è estratto localmente, ma la raffinazione, la produzione dei componenti, la ricerca e ii brevetti sono concentrati o sviluppati altrove. Possedere una risorsa non significa controllarne la trasformazione.

Con l’intelligenza artificiale accade qualcosa di simile. La catena del valore comprende dati, competenze, semiconduttori, centri dati, potenza di calcolo, modelli e applicazioni. La questione si concentra su chi governi i passaggi attraverso i quali queste risorse acquistano valore.

Esiste però una differenza. Una miniera è legata a un territorio sul quale uno Stato può esercitare poteri regolatori. I sistemi digitali attraversano le frontiere e possono essere gestiti da infrastrutture collocate altrove. Questo rende più difficile esercitare un controllo effettivo, soprattutto per i paesi con minore capacità negoziale.

L’IA conserva, però, anche una dimensione materiale, spesso trascurata. Richiede energia, acqua per il raffreddamento, minerali, reti e infrastrutture fisiche. Anche i paesi che non sviluppano modelli avanzati possono disporre di risorse strategiche. Resta da capire se essi sappiano e siano in grado di utilizzarle per ottenere investimenti, trasferimento di competenze e una partecipazione più significativa alla filiera dell’intero processo.

La porta aperta che può diventare recinzione

Siamo soliti misurare il divario digitale contando le persone connesse a Internet. È un indicatore ancora importante, ma insufficiente.

Un Paese può avere milioni di cittadini che utilizzano quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale e dipendere da modelli sviluppati all’estero, addestrati su dati scarsamente rappresentativi delle sue lingue e culture, ospitati su infrastrutture controllate da altri.

L’accesso esiste, ma non comporta necessariamente autonomia. Quando imprese, università e amministrazioni costruiscono le proprie attività intorno a piattaforme proprietarie, cambiare fornitore può diventare tecnicamente complesso ed economicamente oneroso. La recinzione non impedisce più di entrare: rende difficile uscire.

Questa dipendenza riguarda anche l’Europa. Il controllo congiunto di infrastrutture cloud, potenza di calcolo e modelli avanzati pone questioni di concorrenza che il semplice ampliamento dell’accesso non risolve.

In diversi Paesi in via di sviluppo, inoltre, migliaia di lavoratori contribuiscono all’addestramento dei sistemi attraverso l’etichettatura dei dati e la moderazione dei contenuti, talvolta in condizioni particolarmente difficili. Partecipano già all’economia dell’IA, ma spesso nelle posizioni poco remunerative. Essere parte della produzione non garantisce una distribuzione equa dei benefici.

Quattro capacità e una sovranità da costruire

Il Global Digital Compact, adottato dalle Nazioni Unite nel 2024, individua quattro capacità da rafforzare, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: accedere all’intelligenza artificiale, svilupparla, utilizzarla e governarla.

La distinzione è essenziale. Si può utilizzare un modello senza poterlo adattare ai propri bisogni; accedere a una piattaforma senza incidere sulle condizioni del suo funzionamento; scrivere regole senza avere le competenze per farle rispettare. Ridurre il divario significa rendere possibili tutte e quattro queste capacità.

È qui che assume significato la sovranità digitale. Non richiede che ogni Stato costruisca un proprio sistema nazionale di IA o che si isoli dalle reti internazionali. Significa disporre di alternative, comprendere le tecnologie utilizzate, negoziare condizioni contrattuali paritetiche e partecipare alla definizione delle regole.

La sovranità non può, però, diventare un alibi per il controllo dei cittadini. Un governo che usa la tecnologia per limitare la libertà di espressione o rafforzare la sorveglianza può sostituire una dipendenza privata con un controllo pubblico. Governare l’IA deve servire a proteggere le persone, attraverso diritti fondamentali, istituzioni responsabili e controllo democratico.

Quali risorse devono rimanere comuni

Definire l’intelligenza artificiale un bene comune sarebbe una risposta troppo semplice. I modelli sono anche il risultato di investimenti, ricerca, lavoro e rischio imprenditoriale. È giusto ritenere che non tutto possa o debba essere liberamente disponibile.

La domanda suggerita dalla riflessione di Boyle è diversa: quali condizioni devono essere preservate affinché il controllo di alcune risorse non impedisca agli altri di innovare.

Penso ai diritti, che non possono dipendere dalla forza economica di uno Stato; alla conoscenza scientifica, agli standard aperti, all’interoperabilità e alle infrastrutture digitali pubbliche; alla formazione e alle capacità tecnologiche.

Fornire gratuitamente un modello a un’università africana non significa renderla autonoma. Occorrono ricercatori, dati rappresentativi delle realtà locali, energia affidabile e potenza di calcolo. Consorzi regionali e infrastrutture condivise possono offrire soluzioni concrete.

In questa direzione, si pone la proposta di un fondo globale per le capacità nell’IA, avanzata nel 2024 dall’organo consultivo di alto livello del Segretario generale delle Nazioni Unite nel rapporto Governing AI for Humanity. Il Compact ne richiama le raccomandazioni e chiede di sviluppare opzioni di finanziamento volontario. È una proposta da sostenere, purché produca competenze e autonomia anziché nuove dipendenze (e metta a disposizione risorse sufficienti, considerazione non peregrina considerando l’ingente importo degli investimenti in essere e di quelli richiesti).

Partecipare, non soltanto accedere

La diffusione dell’intelligenza artificiale può dare l’impressione che le disuguaglianze si stiano riducendo, mentre il potere economico e decisionale continua a concentrarsi. Purtroppo, però,  anche sedere al tavolo delle regole serve a poco se mancano gli strumenti per incidere.

La sfida consiste nell’impedire che il controllo dei passaggi essenziali della filiera escluda intere società dalla possibilità di contribuire alla sua evoluzione.

Ad Assisi, mettere la persona al centro significava anche questo: ricordare che lo sviluppo si misura dalle scelte che siamo realmente liberi di compiere. Le nuove recinzioni digitali si superano quando l’accesso diventa capacità, la capacità diventa partecipazione e la sovranità torna a significare libertà di scelta.

 

 

L’Iran attaccherà i cavi sottomarini? Il potere di una minaccia invisibile

17 October 2026 at 09:13

Mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz continuano ad alimentare l’incertezza sui mercati energetici e gli scontri nello Yemen riportano l’attenzione sulla sicurezza del Mar Rosso, con il rischio di quella che viene definita una “October escalation”, una domanda comincia a farsi strada tra gli osservatori della crisi mediorientale: perché l’Iran e i suoi prolungamenti operativi regionali non hanno ancora deliberatamente attaccato i cavi sottomarini che sostengono una parte essenziale delle comunicazioni globali?

La questione ha assunto una rilevanza immediata dopo le dichiarazioni di Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, che la scorsa settimana ha minacciato di colpire proprio cavi sottomarini, data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale qualora il conflitto con gli Stati Uniti dovesse riprendere su larga scala. L’avvertimento è arrivato mentre Teheran giudicava insufficiente la risposta americana alle condizioni proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz e i combattimenti intorno a Bab el-Mandeb accrescevano i timori per la sicurezza della connettività tra Europa e Asia.

Per Fabrizio Bozzato, senior research fellow alla Sasakawa Peace Foundation e diplomatico del Sovrano Militare Ordine di Malta, la domanda merita di essere affrontata da una prospettiva diversa: prima di interrogarsi sulle capacità iraniane di sabotare le infrastrutture digitali, occorrerebbe chiedersi quale vantaggio strategico Teheran potrebbe effettivamente ricavare da un attacco. “Essere in grado di danneggiare qualcosa non significa necessariamente che farlo sia una scelta particolarmente intelligente”, osserva Bozzato. Una distinzione apparentemente semplice, ma decisiva per comprendere la logica della coercizione iraniana e i limiti entro i quali essa potrebbe continuare a operare.

Lo Stretto di Hormuz viene abitualmente considerato attraverso la lente della sicurezza energetica. Il transito delle petroliere, le esportazioni di gas naturale liquefatto e la presenza militare americana dominano il dibattito internazionale. Eppure, il Golfo è anche uno spazio cruciale per la connettività digitale, attraversato da infrastrutture sottomarine dalle quali dipendono servizi finanziari, attività logistiche, comunicazioni e una quota crescente degli investimenti tecnologici regionali.

La loro importanza è destinata ad aumentare con l’espansione dei data center e dei progetti legati all’AI, soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, dove le collettività chiedono di essere protagoniste degli sviluppi tecnologici della loro epoca – parte del nuovo patto sociale siglato con le leadership emergenti. In questo contesto, la vulnerabilità delle reti digitali rappresenta una leva di pressione che Teheran può sfruttare anche senza ricorrere alla forza.

“Una minaccia credibile può creare incertezza, influenzare le decisioni di investimento, complicare i calcoli assicurativi e incoraggiare i governi regionali a riconsiderare le possibili conseguenze di uno scontro militare”, spiega Bozzato. “Tutto questo può accadere senza che venga tagliato un solo cavo”.

È qui che emerge il paradosso strategico secondo l’esperto dell’istituzione nipponica. La possibilità di interrompere infrastrutture essenziali può produrre un effetto deterrente superiore a quello di un attacco effettivo, soprattutto quando l’obiettivo consiste nell’aumentare il costo politico ed economico di un’eventuale escalation americana. La minaccia iraniana parla dunque anche alle capitali del Golfo, chiamate a valutare quanto la propria prosperità economica e le ambizioni tecnologiche possano essere esposte alle conseguenze di un nuovo conflitto. La distruzione di un cavo, al contrario, introdurrebbe variabili molto più difficili da governare.

Le reti sottomarine non rispettano le divisioni geopolitiche. Collegano Paesi rivali, partner commerciali, istituzioni finanziarie e operatori tecnologici attraverso sistemi interdipendenti. Un’operazione concepita per danneggiare gli interessi americani potrebbe compromettere le comunicazioni di Stati che Teheran preferirebbe mantenere neutrali, oppure colpire economie con le quali l’Iran conserva relazioni diplomatiche e commerciali. “Una volta provocato il danno, Teheran avrebbe molto meno controllo su ciò che accadrebbe successivamente”, sottolinea Bozzato.

La considerazione assume particolare peso nel Golfo, dove rivalità strategiche e interdipendenza economica convivono da decenni. L’Iran ha interesse a imporre costi ai propri avversari, ma deve anche valutare le conseguenze di un deterioramento dei rapporti con i vicini e il rischio di provocare una risposta militare più ampia. La scelta di non colpire deliberatamente queste infrastrutture potrebbe quindi riflettere un calcolo razionale, senza necessariamente indicare moderazione politica o incapacità operativa.

Questo equilibrio, naturalmente, dipende dalle circostanze. Se la leadership iraniana dovesse percepire una minaccia alla propria sopravvivenza, oppure concludere che gli attuali strumenti di deterrenza non siano più efficaci, la valutazione dei costi e dei benefici potrebbe cambiare rapidamente. Bozzato invita perciò a prendere sul serio gli avvertimenti iraniani, evitando però di interpretarli automaticamente come annunci di operazioni imminenti. Il segnale politico e l’intenzione operativa rimangono due dimensioni distinte, anche quando una crisi tende a renderne meno riconoscibili i confini.

A complicare ulteriormente il quadro interviene il problema dell’attribuzione. I cavi sottomarini possono essere danneggiati da ancore, attrezzature da pesca, eventi geologici e incidenti marittimi. Stabilire se un’interruzione sia accidentale o deliberata può richiedere indagini complesse, soprattutto in aree attraversate da operazioni militari. Questa incertezza offre opportunità a chi intenda esercitare pressione attraverso operazioni difficilmente attribuibili, ma può anche trasformarsi in un fattore di escalation incontrollata. Come osserva Bozzato, “in un contesto regionale altamente teso, persino un guasto accidentale potrebbe generare sospetti di sabotaggio”. Un’operazione deliberatamente ambigua, aggiunge, potrebbe provocare una risposta fondata su valutazioni politiche prima ancora che su prove tecniche conclusive. Il rischio, dunque, riguarda tanto l’eventualità di un attacco quanto la possibilità che un incidente venga interpretato come tale.

La dimensione geografica amplia ulteriormente la portata del problema. Hormuz, il Mar Arabico, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Mediterraneo costituiscono un sistema strategico interconnesso, nel quale flussi energetici, traffici commerciali e comunicazioni digitali si sovrappongono. Il Mar Rosso rappresenta uno dei principali corridoi delle telecomunicazioni tra Europa e Asia. Le tensioni lungo le coste yemenite e la presenza degli Houthi accrescono l’esposizione delle infrastrutture sottomarine, mentre eventuali interruzioni potrebbero propagare i propri effetti ben oltre il teatro regionale.

“Il Golfo non può essere esaminato isolatamente”, sostiene Bozzato, richiamando la continuità strategica tra Hormuz, il Mar Arabico, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Una perturbazione in uno di questi passaggi, osserva, può produrre conseguenze molto lontane dal luogo in cui si verifica. È una lettura che colloca la sicurezza delle infrastrutture digitali nella più ampia geografia dell’Indo-Mediterraneo, lo spazio di interconnessione economica e strategica che unisce Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. Per Paesi come Italia e Giappone, fortemente dipendenti dalla continuità dei commerci internazionali e dall’affidabilità delle comunicazioni, la vulnerabilità dei cavi sottomarini rappresenta una questione di sicurezza economica e nazionale.

La risposta, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente agli strumenti militari. Sorveglianza navale, monitoraggio delle attività sospette e capacità di intervento rimangono indispensabili, ma la vastità delle reti rende impraticabile una protezione fisica permanente. “Nessuna marina militare, per quanto capace, può sorvegliare permanentemente ogni chilometro di cavo posato sui fondali”, ricorda il ricercatore, che sta dedicando parte dei suoi studi all’analisi di rischi e minacce attorno a certe infrastrutture.

Per Bozzato, diventa quindi centrale il concetto di resilienza: diversificazione dei percorsi, ridondanza delle connessioni, capacità di riparazione, cooperazione tra governi e operatori privati, condivisione tempestiva delle informazioni. A questi strumenti deve accompagnarsi una capacità diplomatica di gestione degli incidenti, indispensabile per impedire che un guasto tecnico o un episodio dall’attribuzione incerta si trasformino in una crisi internazionale.

La sicurezza dei cavi sottomarini rivela così una delle contraddizioni della competizione geopolitica contemporanea. Le infrastrutture digitali sono diventate asset strategici essenziali, ma la loro natura transnazionale rende difficile colpire selettivamente un avversario senza provocare conseguenze su un sistema economico molto più ampio. Per Teheran, questa interdipendenza costituisce al tempo stesso un’opportunità di coercizione e un limite all’impiego della forza. La minaccia di interrompere le comunicazioni può rafforzare il potere negoziale iraniano; la sua esecuzione rischierebbe invece di compromettere gli stessi equilibri regionali che la leadership cerca di influenzare.

La conclusione di Bozzato è che la mancata distruzione dei cavi potrebbe dipendere dall’intersezione tra calcolo strategico, interdipendenza economica e timore delle conseguenze impreviste. Nessuno di questi fattori, tuttavia, garantisce che la moderazione continui a prevalere. La domanda decisiva, allora, non riguarda soltanto le ragioni per cui l’Iran non abbia ancora colpito. Riguarda la preparazione delle economie e dei governi a uno scenario nel quale Teheran, o uno dei suoi alleati regionali, decida che i benefici di un attacco superano finalmente i rischi. “Comprendere perché qualcosa non sia accaduto è utile”, conclude Bozzato. “Assicurarsi di essere in grado di affrontarne le conseguenze, qualora accadesse, è considerevolmente più importante”.

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