❌

Normal view

La sovranità dei droni si decide nei materiali. L’analisi di Zuccalà

19 October 2026 at 15:50

Nel dibattito europeo sui droni si discute soprattutto di capacità produttiva, investimenti e rapidità di sviluppo. Molto meno di ciò che ne determina l’affidabilità operativa: i materiali. Un mezzo senza equipaggio che opera in mare, in montagna o nel deserto è esposto a condizioni capaci di comprometterne le prestazioni anche senza provocare danni strutturali. Una lente velata dalla salsedine, un contatto corroso o un pannello coperto di polvere sono sufficienti a interrompere una missione, con conseguenze sulla sicurezza e sui costi di gestione.

La Commissione europea stima per il 2030 un mercato continentale dei droni da 14,5 miliardi di euro, con 145.000 nuovi posti di lavoro. Per l’Italia, la questione non riguarda soltanto la partecipazione a questa crescita, ma il ruolo da occupare nella filiera: assemblare componenti sviluppati altrove oppure controllare tecnologie che determinano la durata, l’efficienza e l’autonomia delle piattaforme? La sovranità industriale in questo settore si misura nella seconda opzione, e passa anche da innovazioni poco visibili, come la protezione avanzata delle superfici.

La storia che vorrei raccontare comincia lontano dal cielo. All’inizio del 2024, sul sommergibile Gianfranco Gazzana Priaroggia della Marina Militare, è stata avviata una sperimentazione su un trattamento nanotecnologico applicato al periscopio d’attacco. L’obiettivo era risolvere un problema operativo concreto: impedire che acqua marina e depositi salini compromettessero la qualità delle immagini e rallentassero le operazioni, aumentando l’esposizione del battello.

Per circa quaranta giorni, tra prove in porto e in mare aperto, abbiamo osservato il comportamento del rivestimento. L’acqua scorreva più rapidamente sulla lente, la sedimentazione salina risultava minima e i depositi residui venivano rimossi dal movimento del periscopio durante l’immersione. La qualità delle immagini rimaneva inalterata o migliorava rispetto alla superficie non trattata. Osservazioni qualitative, ma sufficientemente incoraggianti da suggerire un’applicazione più ampia: trasferire quella protezione alle ottiche, ai sensori e alle strutture dei sistemi senza equipaggio.

Il passaggio successivo è stato affidato alla ricerca e alle verifiche di laboratorio, attraverso protocolli sviluppati anche con il contributo del mondo universitario, tra cui il Politecnico di Torino. Le prove hanno riguardato corrosione salina, abrasione, calore, umidità e radiazioni ultraviolette. Un trattamento per il vetro ha superato diecimila passaggi di spugna abrasiva; sui pannelli fotovoltaici sono stati registrati incrementi della produzione energetica fino al 3,99% in simulazione solare. Lo spessore misurato di uno dei rivestimenti, appena 76,7 nanometri, rende possibile una protezione senza aggravio significativo di peso, requisito essenziale per piattaforme nelle quali ogni variazione incide sull’autonomia.

Nel maggio 2026, a Bagnoli, sono stati presentati i primi droni dotati di finiture protettive nanotecnologiche sviluppate attraverso questo percorso. È stato il passaggio simbolico e industriale dagli abissi al cielo, con prospettive di applicazione anche ai sistemi terrestri e marini.

Sono convinta che quanto realizzato abbia oggi caratteristiche potenzialmente uniche nel panorama internazionale. Non conosco esperienze analoghe nelle quali una forza armata, la ricerca universitaria e un’impresa privata abbiano contribuito a sviluppare, partendo da un sommergibile operativo, una tecnologia di protezione successivamente trasferita ai droni e sottoposta a verifiche secondo standard internazionali. È un risultato che nasce dalla manifattura e dalla ricerca italiane e che potrebbe diventare un riferimento ben oltre i nostri confini. Le condizioni ambientali che abbiamo affrontato sono le stesse con cui devono confrontarsi operatori nel Mediterraneo, nei teatri desertici e in numerosi altri contesti operativi.

Per me questo percorso ha anche un significato personale. Il Polo Nazionale Droni, che presiedo, è una realtà italiana guidata da una donna, e questo suo primo progetto internazionale rappresenta un risultato concreto in un settore, quello della difesa e delle tecnologie unmanned, nel quale la presenza femminile ai vertici resta limitata. Ho imparato quanto sia importante costruire credibilità attraverso competenze, sperimentazione e risultati verificabili, soprattutto in ambienti tradizionalmente maschili. Credo che questa esperienza dimostri come l’imprenditoria femminile possa contribuire direttamente allo sviluppo di tecnologie strategiche, offrendo anche un esempio alle nuove generazioni di ricercatrici e imprenditrici italiane.

Al di là della dimensione personale, il valore del progetto risiede soprattutto nel modello che lo ha reso possibile. La Marina Militare ha contribuito con un banco di prova operativo e competenze specialistiche; il mondo universitario ha sviluppato protocolli scientifici; l’iniziativa privata ha formulato e prodotto i trattamenti. Il Polo Nazionale Droni può ora favorire il collegamento tra questa esperienza e una rete più ampia di costruttori, operatori e istituzioni. È una filiera interamente italiana, nella quale la collaborazione tra pubblico, ricerca e industria diventa uno strumento concreto di autonomia tecnologica.

Questo modello merita attenzione anche oltre il settore dei droni. L’Italia possiede competenze avanzate nella scienza dei materiali e nella manifattura specializzata, ma spesso fatica a trasformarle in vantaggi industriali duraturi. La competizione internazionale non si gioca esclusivamente sulla capacità di produrre piattaforme complete: riguarda anche il controllo delle tecnologie abilitanti, capaci di migliorarne le prestazioni e ridurne i costi lungo l’intero ciclo di vita. È anche in questi segmenti che il Made in Italy può costruire una posizione distintiva.

Il percorso, naturalmente, non è concluso. Sono ancora in corso le prove sull’adesione del ghiaccio, sulla protezione dei compositi e sulla resistenza alla nebbia salina. Mancano dati sistematici provenienti da droni impegnati in missioni reali. La prossima fase prevede test in volo su flotte di operatori partner, con misurazioni delle ore di fermo, dei guasti e dell’autonomia. Saranno questi risultati a stabilire ulteriormente portata industriale della tecnologia e la sua capacità di affermarsi sui mercati internazionali.

La sfida finale riguarda dunque la capacità di trasformare una sperimentazione promettente in uno standard industriale internale. Servono procedure di qualificazione, collaborazione con i costruttori e opportunità di verifica operativa, anche attraverso la committenza pubblica. Senza questi passaggi, il rischio è ripetere una debolezza ricorrente del sistema italiano: sviluppare innovazioni di qualità senza riuscire a portarle su scala globale.

Per questo il Polo Nazionale Droni intende coinvolgere operatori, imprese e centri di ricerca nella prossima fase di sperimentazione. L’obiettivo è dimostrare che una tecnologia sviluppata in Italia può contribuire a definire nuovi criteri di affidabilità per i sistemi senza equipaggio.

La sovranità tecnologica non si misura soltanto nel numero di droni che un Paese riesce a produrre. Si misura anche nella capacità di controllare ciò che permette loro di funzionare più a lungo, in condizioni più difficili e con maggiore efficienza. A volte, il vantaggio strategico può essere racchiuso in uno strato di materiale spesso pochi nanometri.

Droni e guerra ibrida, cosa rivela l’allarme Usa sulla sicurezza degli Stati. Scrive Preziosa

19 October 2026 at 10:45

L’avvertimento del contrammiraglio statunitense in congedo Mark Montgomery sulla non completa preparazione americana contro le minacce dei droni pone una questione che riguarda l’intero sistema internazionale. Se gli Stati Uniti, pur disponendo di capacità militari, tecnologiche e informative fra le più avanzate, presentano lacune nella protezione delle proprie installazioni e infrastrutture, quale preparazione possono presumere di avere gli altri Paesi esposti alla stessa minaccia?

Nell’intervento a The Capitol Show, ripreso dalla Foundation for defense of democracies il 16 ottobre 2026, Montgomery richiama le lezioni della guerra in Ucraina, la necessità di intercettori economicamente sostenibili e la protezione delle infrastrutture americane e degli alleati del Golfo. Il problema che emerge è lo scarto fra la rapidità con cui evolvono le minacce e il tempo necessario alle istituzioni per adeguare mezzi, organizzazione e modalità d’impiego.

L’allarme americano permette di osservare il fenomeno dal punto di vista degli Stati ossia: la diffusione di capacità offensive accessibili modifica le condizioni nelle quali una potenza può proteggere il proprio territorio e conservare libertà d’azione.

La questione geopolitica nasce dalla possibilità, per attori anche relativamente deboli, di incidere sulle attività di soggetti molto più forti. Per esercitare questa pressione può essere sufficiente interrompere un collegamento, minacciare un’infrastruttura o costringere un governo a redistribuire risorse per la difesa. La superiorità militare complessiva deve quindi confrontarsi con vulnerabilità locali attraverso le quali l’avversario può imporre costi economici, vincoli operativi e conseguenze politiche. La capacità di uno Stato di operare oltre i propri confini si fonda anche sulla sicurezza del territorio e delle infrastrutture che sostengono la sua azione. Il caso del pallone cinese abbattuto negli Stati Uniti mostra come questa sicurezza richieda di integrare capacità militari, valutazioni politiche e tutela della popolazione.

Il 4 febbraio 2023, un F-22 americano abbatté al largo della Carolina del Sud un pallone ad alta quota che Washington identificava come piattaforma di sorveglianza, mentre Pechino ne dichiarava la finalità civile e meteorologica. Gli Stati Uniti possedevano i mezzi per intervenire, ma dovevano contemperare protezione delle informazioni, sicurezza delle persone, tutela della sovranità e conseguenze diplomatiche. Un singolo mezzo aveva coinvolto intelligence, difesa aerea, autorità politiche e relazioni fra due grandi potenze. Pur essendo tecnicamente diverso dai piccoli droni, il pallone mostrava come la protezione del territorio richiedesse una valutazione più ampia della sola possibilità di neutralizzare un oggetto. Anche un’attività di osservazione può assumere rilievo strategico e richiedere una risposta nella quale capacità militari e responsabilità politiche risultano strettamente collegate.

Il caso di Lipsia introduce una dimensione direttamente legata alla sicurezza europea. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 2026, nell’area cargo dell’aeroporto di Lipsia/Halle fu rinvenuto un drone dotato di ordigno esplosivo. La Procura generale di Dresda e la polizia criminale della Sassonia confermarono la rimozione dell’innesco e la temporanea interruzione delle operazioni aeroportuali. Il governo tedesco ha successivamente attribuito alla Russia il tentato attentato, distinguendo questa attribuzione politica dagli accertamenti penali ancora in corso. La rilevanza di Lipsia deriva dalla funzione dell’infrastruttura. Lo scalo partecipa alle attività di trasporto strategico del programma Salis, attraverso il quale Paesi alleati accedono a capacità di trasporto aereo per carichi di grandi dimensioni. Un aeroporto civile è quindi anche un nodo della capacità logistica e della mobilità militare europea. Un Paese può trovarsi lontano dai combattimenti e contribuire comunque al sostegno di uno Stato coinvolto nel conflitto. Attraverso i suoi aeroporti, porti e collegamenti ferroviari possono transitare rifornimenti e materiali, mentre le sue imprese possono fornire mezzi e servizi. Queste attività lo espongono alla possibilità di azioni ostili contro le infrastrutture che rendono concreto quel sostegno. Minacciarle o interromperne il funzionamento può perseguire due obiettivi collegati: ostacolare gli aiuti e far ricadere sul Paese che li fornisce costi economici, disagi e timori per la sicurezza.

La pressione può così estendersi alle decisioni del governo, cercando di indebolire la volontà politica di continuare a sostenere il partner. Questi scenari trovano spazio nelle zone grigie della conflittualità contemporanea, nelle quali azioni ostili possono svilupparsi mantenendo incerti la loro origine, la portata e il rapporto con una strategia più ampia. Gli attori possono sfruttare questa ambiguità combinando strumenti militari e non militari, iniziative manifeste e operazioni clandestine. È in tale combinazione che si esprimono le modalità della guerra ibrida: sabotaggio, attacchi informatici, disinformazione, pressione economica e impiego di intermediari possono concorrere a condizionare le decisioni della controparte.

Queste azioni possono avere anche una funzione di comunicazione strategica ossia mostrare una capacità d’intervento, mettere alla prova le difese o segnalare i costi del proseguimento di una determinata politica. Il messaggio può accompagnarsi a conseguenze materiali, come l’interruzione di un servizio o il danneggiamento di un’infrastruttura. Chi agisce cerca così di esercitare una pressione riconoscibile, conservando margini per negare il proprio coinvolgimento e complicare la risposta. Il confronto può svilupparsi senza sfociare in una guerra aperta oppure accompagnare un conflitto già in corso, estendendone gli effetti a territori e attività lontani dai combattimenti.

I droni possono essere impiegati sia nel combattimento convenzionale sia nell’ambito di campagne ibride. Il carattere ibrido dipende dalla strategia nella quale vengono inseriti: osservazione, sabotaggio e intimidazione possono combinarsi con altri strumenti per condizionare le decisioni della controparte. Nel caso di Lipsia, il governo tedesco ha qualificato l’episodio come attacco ibrido, collegando la risposta alla protezione delle infrastrutture, al sostegno all’Ucraina e al coordinamento con Nato e Unione europea. L’allarme americano evidenzia che la preparazione alla guerra convenzionale non assicura, da sola, un’analoga capacità di affrontare le minacce ibride. Uno Stato può disporre di forze armate efficienti e incontrare difficoltà nel riconoscere e contrastare una campagna che combina sabotaggi, attacchi informatici e pressioni sulle infrastrutture civili, coinvolgendo competenze distribuite fra più istituzioni. Le analisi della Nato individuano nell’ambiguità delle azioni ibride un ostacolo alla comprensione della situazione e alla rapidità delle decisioni. La vulnerabilità può quindi manifestarsi prima dell’intervento difensivo. Una presenza sospetta può essere trattata come questione aeroportuale, un’interruzione digitale come incidente informatico, un danneggiamento come episodio criminale. Se le informazioni raccolte dai diversi apparati restano separate, può diventare difficile riconoscere eventuali collegamenti fra gli episodi e valutarne il significato strategico.

L’attore ostile può sfruttare questa frammentazione per ritardare l’attribuzione delle responsabilità e rendere più difficile una decisione politica sulla risposta. La capacità di ricomporre le informazioni diventa, perciò, parte integrante della difesa. Oggi è più che mai necessario coniugare difesa e sicurezza nella valutazione delle minacce e nella preparazione nazionale, mantenendo competenze e responsabilità definite. I domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico sono collegati dalle funzioni che consentono di osservare, comunicare, muoversi e decidere. La protezione del singolo mezzo o impianto deve essere valutata insieme alla continuità del sistema nel quale opera. La condizione degli altri Paesi va letta attraverso queste relazioni. Un bilancio militare elevato non misura, da solo, la preparazione contro minacce distribuite. Le lacune statunitensi non dimostrano che ogni altro Stato sia necessariamente meno preparato, ma mostrano che una grande superiorità tecnologica può convivere con problemi di protezione.  L’Ucraina evidenzia il valore dell’esperienza. La pressione della guerra ha imposto un apprendimento continuo nell’impiego dei droni e delle contromisure, che Montgomery richiama come patrimonio utile alla preparazione americana. Per i Paesi europei, assume particolare rilievo il rapporto fra infrastrutture interconnesse e protezioni organizzate prevalentemente su base nazionale. L’interruzione di un nodo logistico o energetico può trasferire conseguenze oltre confine. Le differenze nella preparazione diventano pertanto un problema collettivo: la sicurezza dell’Alleanza dipende anche dalla continuità delle reti attraverso le quali i suoi membri possono sostenersi.

Nei Paesi del Golfo, la concentrazione di funzioni energetiche e logistiche di interesse mondiale amplia la portata delle vulnerabilità locali. Gli attacchi del settembre 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais mostrarono come il danneggiamento di pochi siti potesse interrompere una quota rilevante della produzione petrolifera e produrre effetti sui mercati internazionali. La protezione di queste infrastrutture riguarda contemporaneamente la sicurezza dei produttori, gli interessi dei partner e la stabilità degli approvvigionamenti esterni. Il richiamo di Montgomery alla cooperazione con gli alleati del Golfo non è casuale. Le garanzie politiche e militari devono tradursi in strumenti effettivamente disponibili dove la minaccia si manifesta. Se anche il principale garante presenta lacune, i partner devono valutare quanto dipendano dalla sua protezione e quali capacità proprie debbano sviluppare. La sostenibilità economica attraversa tutte queste condizioni. Impiegare un intercettore costoso può essere giustificato dal valore delle vite e delle infrastrutture protette. La difficoltà emerge quando la difesa deve essere mantenuta contro azioni ripetute: diventano determinanti scorte, capacità produttiva, manutenzione e disponibilità di risposte differenti.

L’attore ostile può cercare di consumare risorse difensive e imporre una pressione prolungata anche senza ottenere ogni volta un danno materiale. L’aumento della spesa deve quindi accompagnarsi a scelte coerenti con la minaccia. Occorre valutare quali capacità vengano acquistate, quanto rapidamente possano essere aggiornate e come siano collegate all’organizzazione nazionale. L’esperienza operativa deve raggiungere industria, ricerca e decisori con tempi compatibili con l’evoluzione dei mezzi e delle modalità d’impiego. La velocità dell’adattamento diventa una componente della potenza, insieme alla quantità e alla qualità delle risorse disponibili. Per tutti gli Stati, l’allarme americano impone quindi di verificare la preparazione dell’intero sistema nazionale. Le capacità militari devono accompagnarsi alla condivisione delle informazioni, alla chiarezza delle responsabilità e alla possibilità di intervenire tempestivamente sulle vulnerabilità individuate. Quando l’avversario nasconde il proprio ruolo e distribuisce la pressione fra ambiti civili e militari, riconoscere il disegno che collega le sue azioni diventa essenziale per contrastarlo. Da questa capacità dipende anche la libertà dello Stato di perseguire i propri interessi senza che sabotaggi, interruzioni e intimidazioni ne condizionino le decisioni.

❌