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La guerra in Yemen sta coinvolgendo il più grande esercito del mondo arabo

 

Il conflitto tra Ansar Allah (il movimento Houthi), le forze governative yemenite e l'Arabia Saudita si sta intensificando, allargandosi ben oltre i confini dello Yemen. Mentre Turchia e Pakistan hanno già garantito il proprio sostegno per difendere il Regno, ora anche l'Egitto — che ha diretti motivi di attrito con gli Houthi — sta valutando un intervento. Il Cairo precisa che agirà soltanto su richiesta formale di Riad, ma ha già mosso i primi passi in questa direzione.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, alla guida dell'esercito più numeroso del mondo arabo, ha dichiarato che il Paese è pronto ad aiutare l'Arabia Saudita a difendersi dagli attacchi degli Houthi. Pur sottolineando che l'Egitto non mira ad assumere un ruolo attivo nei conflitti regionali, al-Sisi ha definito inconcepibile un atteggiamento passivo di fronte alle minacce alla sicurezza e alla stabilità saudite. Ha inoltre spiegato che un eventuale invio di forze richiederebbe l'avallo del parlamento, auspicando una convocazione straordinaria delle camere.

La sessione parlamentare si è tenuta domenica, seguita dalla riunione del Consiglio di Difesa Nazionale, che ha confermato la disponibilità del Cairo a fornire a Riad tutto il supporto necessario e possibile.

Gli esperti concordano sul fatto che l'impegno egiziano si limiterà con ogni probabilità alla protezione delle infrastrutture saudite. L'analista militare e di difesa Alexandru Hudisteanu ritiene verosimile, in caso di via libera, il dispiegamento di sistemi anti-drone e di difesa missilistica, sottolineando come la priorità immediata risieda nel consolidamento delle difese di Riad.

Di parere analogo è Thomas Bonnie James, esperto di studi sul Golfo Persico, che esclude l'invio di truppe al fronte: la lezione storica dell'intervento egiziano in Yemen negli anni '60 suggerisce di difendere il Regno senza farsi trascinare nel conflitto sul campo. Secondo il Telegraph, un simile passo segnerebbe comunque uno scostamento dalla tradizionale politica estera conservatrice dell'Egitto, storicamente orientata alla sola tutela della propria sicurezza nazionale.

A spingere Il Cairo sono anche ragioni economiche e strategiche dirette.

Le azioni degli Houthi nello stretto di Bab el-Mandeb minacciano il traffico verso il Canale di Suez, che secondo il ministero degli Esteri egiziano ha subito perdite per circa 11 miliardi di dollari dall'inizio degli attacchi nel 2023.

Inoltre, in Arabia Saudita risiedono e lavorano milioni di cittadini egiziani, la cui attività rappresenta la principale fonte di rimesse per il Paese. La cooperazione si intreccia poi con la stabilità finanziaria: a metà settembre, durante la visita di Mohammed bin Salman al Cairo, le parti hanno concordato nuovi investimenti sauditi per oltre 10 miliardi di dollari e il rinnovo di un deposito da 5,3 miliardi presso la Banca Centrale egiziana, in scadenza a inizio ottobre.

A ciò si aggiunge una valutazione d'immagine: Il Cairo non intende apparire defilato mentre altri attori regionali, come Turchia e Pakistan, hanno già stretto accordi di difesa con Riad a seguito del patto della Mecca siglato ad agosto.

Già a metà agosto l'Egitto è entrato a far parte di una coalizione navale a guida saudita nata per contrastare il blocco annunciato dagli Houthi contro i mercantili diretti verso il Regno. Un'analisi del quotidiano The National rileva tuttavia che un coinvolgimento più profondo potrebbe incrinare i rapporti tra Il Cairo e Teheran.

Da parte loro, le autorità di Sana'a hanno già inviato un chiaro avvertimento: Yahya al-Rai, presidente del parlamento controllato dagli Houthi, ha invitato l'Egitto a non farsi trascinare al fianco delle forze saudite e israeliane, sostenendo che una simile scelta rappresenterebbe una grave minaccia per la stessa sicurezza nazionale egiziana e sollecitando Il Cairo a mantenere una posizione indipendente.

 

"Non era mai stato così prima": Araghchi sottolinea l'armonia tra Iran e Russia

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha elogiato il livello senza precedenti raggiunto dalle relazioni tra Teheran e Mosca, a seguito dell'incontro del 19 ottobre con l'omologo russo Sergey Lavrov, giunto nella capitale iraniana per una visita di lavoro.

Araghchi ha sottolineato la portata dello storico avvicinamento tra i due Paesi, affermando che mai prima d'ora Iran e Russia avevano collaborato in maniera così stretta. Illustrando i dettagli dei colloqui, il capo della diplomazia iraniana ha spiegato che l'agenda ha abbracciato un'ampia gamma di questioni internazionali e bilaterali, spaziando dall'Europa all'Asia occidentale — con un focus su Libano, Palestina, Ucraina e Yemen — fino all'ampliamento della cooperazione economica e nel settore nucleare.

Da parte sua, Sergey Lavrov ha confermato la prontezza di Mosca a contribuire a una soluzione della crisi regionale, da lui definita il risultato dell'aggressione non provocata di Stati Uniti e Israele ai danni dell'Iran. Il ministro russo ha espresso apprezzamento per la determinazione di Teheran a percorrere la via diplomatica per garantire una pace duratura e ha ribadito l'importanza di ripristinare la stabilità antecedente alla crisi nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz.

 

L'Iran ha abbattuto il 59° drone USA MQ-9 nello Stretto di Hormuz

 

Le forze aerospaziali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) hanno abbattuto un altro drone militare statunitense MQ-9 nello Stretto di Hormuz.

In una nota diffusa martedì, l'ufficio stampa dei Pasdaran ha riferito che il cinquantanovesimo velivolo non pilotato MQ-9 è stato intercettato e distrutto nelle prime ore del mattino. L'operazione è stata condotta dai moderni sistemi di difesa dell'IRGC, operanti all'interno della rete integrata di difesa aerea nazionale.

Nel corso dei 40 giorni di guerra d'aggressione israelo-statunitense contro l'Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, decine di velivoli militari americani sono stati abbattuti o danneggiati, con la maggior parte delle perdite concentrata proprio sulla flotta di droni MQ-9.

Con un valore unitario stimato tra i 30 e i 50 milioni di dollari a seconda dell'allestimento, la distruzione di questi velivoli comporta un danno economico di svariati miliardi di dollari legato a un unico sistema d'arma. Gli analisti evidenziano come i missili, i droni e i sistemi di intercettazione sviluppati dall'industria bellica iraniana si siano rivelati determinanti nel garantire a Teheran un solido potenziale di deterrenza nei confronti degli Stati Uniti e di Israele.

 

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