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Gli Houthi colpiscono il Ministero della Difesa saudita con un attacco diretto

 

Il movimento Houthi ha rivendicato un'ampia offensiva contro diversi obiettivi strategici in Arabia Saudita, colpendo la sede del Ministero della Difesa a Riyadh, due aeroporti internazionali e alcuni impianti petroliferi della compagnia Aramco.

L'annuncio è giunto tramite il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, che ha presentato le azioni come una ritorsione diretta per i recenti cento giorni di campagna militare condotta dalle forze saudite nello Yemen, accusate di aver causato centinaia di vittime tra i civili attraverso oltre duemila e novecento attacchi aerei e missilistici.

L'operazione, condotta nell'arco di quarantotto ore mediante l'impiego coordinato di droni e missili balistici, si è articolata in quattro attacchi principali. Oltre al raid contro il quartier generale della Difesa nella capitale, le forze Houthi sostengono di aver colpito l'aeroporto internazionale King Fahd a Dammam, provocando il blocco del traffico aereo, e lo scalo di Abha nel sud-ovest del Paese.

Un ulteriore raid ha interessato il complesso energetico di Aramco a Yanbu, sulla costa occidentale, dove l'impatto avrebbe innescato un incendio.

Oltre a confermare la prosecuzione delle azioni militari in territorio saudita, i vertici del gruppo ribelle hanno lanciato un fermo avvertimento a Riyadh contro eventuali ritorsioni rivolte alle tribù yemenite, prospettando conseguenze di vasta portata per la stabilità dell'intera regione. La leadership Houthi ha ribadito la volontà di mantenere una linea di massima pressione fino al completo arresto delle operazioni ostili e alla rimozione del blocco imposto allo Yemen.

 

Una «nuova Yalta». Il Cremlino: Putin, Xi e Trump potrebbero tenere un “vertice storico”

 

Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbero tenere un incontro trilaterale “storico” in occasione del vertice APEC in Cina. Lo ha affermato il consigliere del Cremlino Yury Ushakov.

Il vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) è in programma a Shenzhen, in Cina, il 18 e 19 novembre. Intervistato mercoledì dal canale russo Vesti, Ushakov ha affermato che Pechino ha già avviato i preparativi per i potenziali colloqui. «Tutti sono pronti per questo, ma molto, se non tutto, dipende dai padroni di casa cinesi del vertice», ha detto. La possibilità di colloqui trilaterali è stata discussa anche durante l’incontro di Putin con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo mercoledì, secondo quanto riferito dal Cremlino.

Ushakov ha descritto l’incontro proposto come potenzialmente «storico», sottolineando che si tratterebbe del primo incontro dei tre leader in questa configurazione. Putin e Trump si sono incontrati di persona l’ultima volta in occasione di un vertice ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025, e sono rimasti in contatto telefonico, l’ultima volta il 9 ottobre.

Alla domanda se i colloqui potrebbero contribuire anche agli sforzi di pace nel conflitto ucraino, Ushakov ha affermato che un singolo incontro non sarebbe sufficiente. «Anche se l’incontro durasse una, due o cinque ore, non sarebbe comunque possibile risolvere tutti i problemi», ha detto. Commentando la possibilità che il vertice possa equivalere a una «nuova Yalta», Ushakov ha dichiarato: «Penso che, se l’incontro avrà luogo, ci sarà una valanga di commenti e valutazioni».

La Conferenza di Yalta del 1945 riunì il leader sovietico Joseph Stalin, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill per discutere delle fasi finali della Seconda guerra mondiale e dell’ordine internazionale del dopoguerra.

Trump sull'Iran: "Non credo che stiamo negoziando; qualcosa accadrà molto presto"

 

Il 21 ottobre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il confronto con Teheran troverà presto una soluzione "in un modo o nell'altro", senza tuttavia fornire dettagli sullo stato delle trattative.

Rispondendo alla corrispondente di NewsNation, Libbey Dean, che gli chiedeva se il dialogo con l'Iran fosse ancora aperto, Trump ha inizialmente risposto che c'era "un po'" di dialogo, aggiungendo che si vedrà cosa succederà. Quando però gli è stato domandato di nuovo se ritenesse ormai conclusi i colloqui, ha precisato di non credere che ci siano negoziati in corso e che qualcosa accadrà molto presto. Ha poi aggiunto che molti pensano che ciò avverrà dopo le elezioni, ma che si vedrà.

Nel corso delle sue dichiarazioni, ha descritto la tensione con la Repubblica islamica come un "piccolo conflitto", affermando che gli Stati Uniti stanno ottenendo "ottimi risultati sia sul piano militare che finanziario" e definendo "incredibile" ciò che è stato fatto nei confronti dell'Iran. Il presidente ha rilasciato queste battute sulla pista della base aerea di Andrews, nel Maryland, di ritorno da un evento elettorale in Carolina del Sud.

USA e Israele riprendono i piani di attacco contro l'Iran in attesa di una data chiave

 

Secondo quanto riportato dal New York Times, funzionari statunitensi e fonti informate confermano che gli Stati Uniti e Israele hanno elaborato piani specifici per riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni americane di metà mandato.

Mentre prende sempre più piede l'ipotesi di un'operazione rapida ma intensa, le forze armate di entrambi i paesi hanno intensificato le esercitazioni e condotto sorvoli sull'Iraq per simulare manovre d'attacco. A conferma del passaggio della pianificazione alla fase operativa, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha incontrato questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di nuove opzioni offensive.

La testata ha tuttavia evidenziato diversi motivi di scetticismo sulla riuscita di un nuovo conflitto rispetto alla prima fase dell'aggressione israelo-americana tra febbraio e aprile, la quale aveva già causato il rialzo dei prezzi dell'energia e dell'inflazione globale, compromesso la stabilità regionale e messo a dura prova le difese aeree del Pentagono. Inoltre, il giornale sottolinea come l'approvazione finale da parte del presidente Donald Trump non sia affatto scontata. Trump ha infatti posto ripetutamente il veto su vari piani di attacco su larga scala, compreso quello di questo mese, stoppando le operazioni quando gli eserciti erano ormai pronti all'azione.

 

L'Iran a Rubio: i diktat degli USA e la mancata osservanza degli accordi ostacolano un'intesa

 

L'Iran ha sottolineato come il mancato rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti e i loro continui tentativi di imporre diktat unilaterali rappresentino il principale ostacolo alla diplomazia e al raggiungimento di un intesa duratura.

Rispondendo alle recenti affermazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio — che aveva indicato nelle convinzioni religiose degli iraniani la causa dello stallo nei negoziati —, il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baqai, ha dichiarato che non si possono pretendere concessioni rifiutando la reciprocità o imponendo condizioni senza considerare i legittimi interessi dell'altra parte.

Nel suo intervento, Baqai ha contestato apertamente la ricostruzione americana, chiedendosi cosa c'entrino il mancato rispetto degli impegni diplomatici e il ricorso alla forza da parte di Washington con la fede degli iraniani. Ha poi osservato come la religione non escluda affatto la razionalità, così come il secolarismo non sia di per sé garanzia di saggezza, ribadendo che a rendere impossibili le trattative non sono le credenze religiose dell'Iran, bensì l'atteggiamento degli Stati Uniti, incline all'imposizione anziché al vero confronto diplomatico.

In un momento storico particolarmente delicato per il paese, impegnato in uno dei passaggi diplomatici più complessi dai tempi dell'accordo sul nucleare del 2015, Teheran ribadisce dunque che il dialogo resta inutile a fronte di continue sanzioni e minacce. Rivolgendosi direttamente a Rubio e ai vertici americani, il portavoce iraniano ha infine sollecitato le autorità statunitensi ad abbandonare i pregiudizi ideologici per iniziare a comprendere le reali esigenze di sicurezza dell'Iran, assumendosi la piena responsabilità delle promesse finora disattese.

 

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