Ucraina, crateri enormi sulle strade dopo bombardamenti russi: 2 morti e 34 feriti nella notte
Da molti mesi, il Cockroach Janta Party dell’India, conosciuto come il Movimento degli Scarafaggi, in riferimento agli esclusi, chiede profondi cambiamenti nel sistema politico indiano. L’ultima protesta, dove hanno partecipato principalmente giovani, esigeva le dimissioni del ministro dell’Istruzione indiano, Dharmendra Pradhan. La manifestazione è diventata violenta, con feriti e detenuti.
Gli “scarafaggi” chiedono anche le dimissioni del commissario elettorale, Gyanesh Kumar. Lo accusano di avere annullato il diritto al voto di circa 130 elettori. Ma tra le richieste ci sono anche più diritti, protezione e autonomia per le donne, dopo il caso di stupro di gruppo di una ragazza di 17 anni a New Delhi alla fine di settembre del 2026, diventato simbolo dello stato precario della sicurezza nel Paese.
Una delle portavoce di questa causa è la giovane attivista Gurmehar Kaur. Nata a Jalandhar nel 1996, si è laureata al Lady Shri Ram College e ha un master all’Università di Oxford. È ambasciatrice dell’organizzazione benefica inglese “Postcards for Peace”, che si dedica a combattere ogni forma di discriminazione. Nel 2017 la rivista Time l’ha definita una “paladina della libertà di parola”, e l’ha considerata uno dei “10 leader della prossima generazione”. Ha scritto un libro autobiografico intitolato “Small Acts of Freedom” e “The Young and the Restless: Youth and Politics in India”.
Il suo attivismo l’ha portata a numerosi arresti. Il prezzo da pagare per le giovani donne che si battono per un cambiamento è molto più alto rispetto agli uomini. Kaur racconta che, mentre i colleghi maschi festeggiano la visibilità nei media, le donne si preparano a minacce di morte, stupro, umiliazioni e altri abusi in rete. Su internet si trovano immagini sessualizzate delle manifestanti create con intelligenza artificiale, inserite tra quelle delle proteste.
In un’intervista all’emittente tedesca Deutsche Welle, Kaur ha spiegato che per lei “la resistenza non può essere un evento isolato. Un giorno e il seguente tornare alla vita quotidiana […] La resistenza è essere presenti e mettere il corpo in prima linea”. Per questo ha deciso di entrare a fare parte del gruppo giovanile del Congresso Nazionale, il primo partito dell’opposizione dell’India.
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Vladimir Putin ha annunciato di essere disposta a riprendere i negoziati con Ucraina e Stati Uniti per cercare di mettere fine alla guerra, dopo un incontro di circa tre ore con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, ieri a San Pietroburgo. I colloqui potrebbero svolgersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma per il momento non sono stati concordati né una data definitiva, né un programma negoziale. L’apertura del Cremlino è arrivata mentre il presidente americano Donald Trump sostiene che un accordo sia sempre più vicino, nonostante le persistenti divergenze tra Mosca e Kyjiv e il proseguimento degli attacchi russi contro le città ucraine.
Poche ore dopo l’annuncio, nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi missili russi hanno colpito la capitale ucraina, danneggiando edifici residenziali e provocando sei feriti, secondo il sindaco Vitaliy Klitschko. Gli attacchi si sono aggiunti ai bombardamenti delle ore precedenti, che avevano causato tre morti e dodici feriti a Kyjiv e altre due vittime nella regione di Kharkiv. La prosecuzione delle operazioni militari mostra la distanza tra la disponibilità a tornare al tavolo negoziale e la possibilità di ottenere una sospensione effettiva dei combattimenti.
A comunicare la posizione russa è stato Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, che ha partecipato all’incontro con Witkoff. Secondo Ushakov, il presidente russo ha accettato in linea di principio la proposta americana di riprendere i negoziati trilaterali a partire dal 10 novembre. I colloqui dovrebbero svolgersi inizialmente a livello tecnico, con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti, e concentrarsi sulle future garanzie di sicurezza per Mosca e Kyjiv. Abu Dhabi è stata indicata come possibile sede. Durante l’incontro, Witkoff ha inoltre presentato a Putin le proposte discusse il giorno precedente con l’Ucraina e i governi europei, tra cui nuove garanzie di sicurezza e una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Ushakov le ha giudicate poco utili per arrivare a una soluzione del conflitto, pur riconoscendo successivamente alcuni segnali di progresso diplomatico.
Witkoff ha definito costruttivo l’incontro con Putin, il nono tra i due dall’inizio dei contatti diplomatici promossi dall’amministrazione Trump, e ha confermato che le discussioni proseguiranno in un formato trilaterale. Ha però riconosciuto che rimane ancora molto lavoro da fare per arrivare a un accordo. Secondo Reuters, l’inviato americano ha consegnato a Putin alcuni documenti contenenti nuove idee per una possibile intesa.
La riunione di San Pietroburgo è stata preceduta da una serie di incontri a Oslo, dove martedì Witkoff aveva discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con rappresentanti europei, tra cui il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Ai colloqui avevano partecipato anche rappresentanti della NATO. Durante gli incontri in Norvegia era stata avanzata anche la possibilità di organizzare un vertice direttamente tra Trump, Putin e Zelensky. Il Cremlino non ha assunto alcun impegno in questo senso, limitandosi ad accettare la ripresa delle discussioni tra funzionari. Mosca ha ribadito che un eventuale incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe essere preceduto da un’attenta preparazione diplomatica.
Parlando con i giornalisti durante il ritorno dalla Norvegia, Volodymir Zelensky ha spiegato di avere ricevuto dagli Stati Uniti la conferma della disponibilità di Mosca e di sostenere la proposta americana di convocare rapidamente le delegazioni, preferibilmente entro i primi giorni di novembre. Ha aggiunto che Kyjiv è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa che possa portare a un cessate il fuoco, compresa una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, oltre a misure umanitarie. Zelensky ha comunque ricordato che la Russia aveva già manifestato in passato la volontà di partecipare ai negoziati, salvo poi rinviarli o interromperli.
Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio del 2022, si sono susseguite diverse iniziative negoziali senza che fosse raggiunta un’intesa per fermare la guerra. Nei primi mesi del 2026, rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti si erano incontrati ad Abu Dhabi e successivamente a Ginevra, ottenendo progressi limitati soprattutto agli scambi di prigionieri. I colloqui si erano poi interrotti a febbraio, in coincidenza con l’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il principale ostacolo a un accordo resta la distanza tra le condizioni poste dai due paesi. Ieri Zelensky ha ribadito di essere disposto ad accettare un cessate il fuoco che congeli le posizioni militari lungo l’attuale linea del fronte, rinviando a successive trattative la definizione delle garanzie di sicurezza. Una soluzione del genere non comporterebbe necessariamente il riconoscimento giuridico dei territori occupati dalla Russia, ma permetterebbe di interrompere i combattimenti senza attendere un accordo politico complessivo.
Mosca continua invece a rivendicare il controllo dell’intera regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, comprese le aree che le sue forze non sono riuscite a conquistare. Il Cremlino mantiene inoltre la propria opposizione a un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e insiste sulla necessità di raggiungere un accordo complessivo, anziché limitarsi a una tregua temporanea. Attualmente la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, compresa la Crimea, annessa illegalmente nel 2014. Putin ha ripetuto durante l’incontro con Witkoff che le sue truppe manterrebbero l’iniziativa strategica lungo il fronte, una valutazione contestata da Kyjiv e dai suoi alleati europei, che descrivono una situazione militare sostanzialmente bloccata.
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Il Partito Democratico entra nella fase finale della campagna elettorale per le elezioni di midterm con un vantaggio di 10 punti percentuali sui Repubblicani a livello nazionale. Lo dicono i risultati dell’ultimo sondaggio della Cnn, secondo cui più di tre quarti degli elettori vedono in queste elezioni l’opportunità di un cambiamento. La popolarità del presidente Usa, Donald Trump, è scesa al 32%, nuovo minimo storico: gli elettori esprimono una diffusa insoddisfazione sia per l’economia che per lo stato del Paese.
Sentimenti negativi penalizzano il Partito Repubblicano nel suo tentativo di mantenere il controllo del Congresso, anche se alcuni elettori esprimono scetticismo sul fatto che una vittoria democratica possa portare a miglioramenti significativi. Il vantaggio dei Democratici (49% contro 39%) è il più ampio registrato nei sondaggi della Cnn da poco prima delle elezioni del 2020, e si basa su ampi margini tra i tradizionali pilastri che sostengono il partito, come gli elettori afroamericani, gli ispanici, le donne e i giovani adulti.
“Chi è il tizio che ha sferrato il pugno, mi è piaciuto molto“. Lo ha detto il presidente Usa, Donald Trump, dopo che un manifestante in South Carolina è stato colpito da un pugno da un suo sostenitore. Durante un comizio del presidente all’Università di Clemson, è salita la tensione e diversi contestatori sono stati allontanati. A quanto pare, riferisce il Guardian, un manifestante è stato colpito con un pugno da un partecipante al comizio e Trump non ha nascosto la sua soddisfazione.
“È stato fantastico, amico. Wow. Mi è piaciuto tantissimo“, ha detto il presidente. “Chi è quello che ha tirato il pugno?”, ha aggiunto. “Mi hai ricordato Evander. Il vero Holyfield”, ha detto riferendosi all’ex campione dei pesi massimi. Bisogna dar loro atto del loro merito. Ci vuole coraggio per farlo”. Sui social sono stati diffusi video che mostrano un altro presunto sostenitore del presidente mentre colpisce alla nuca un altro manifestante, che è stato poi scortato fuori dalla polizia.
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Missili balistici lanciati dalle forze russe hanno colpito diverse località di Kiev, ferendo sei persone e causando esplosioni che hanno scosso la città. Lo riferiscono i media ucraini. Intorno alle 2 del mattino (ora locale) nel quartiere di Dniprovsky sono stati colpiti due edifici residenziali e “potrebbero esserci persone intrappolate sotto le macerie”, secondo quanto dichiarato dal sindaco, Vitali Klitschko, citato dal Kyiv Independent. Un’ora più tardi missili balistici hanno nuovamente preso di mira la capitale: almeno 13 esplosioni hanno scosso la città in meno di otto minuti. Una terza ondata di esplosioni è stata avvertita intorno alle 3:35.
Un edificio adibito a struttura medica è stato danneggiato nel quartiere di Pecherskyi, mentre nel quartiere di Sviatoshynskyi, a seguito di un attacco nemico, è scoppiato un incendio all’interno di un ristorante”, ha riferito l’Amministrazione militare della città. Massiccio attacco di droni ucraini verso Mosca. Secondo quanto riferito dal sindaco della capitale russa, Sergei Sobyanin, tra le 20.30 di ieri e le 4 di oggi, 650 velivoli senza pilota hanno sorvolato la zona, la gran parte dei quali sono stati abbattuti.
Le forze ucraine hanno colpito con un attacco di droni la città russa di Lipetsk, importante centro industriale e capoluogo dell’omonima provincia, a 335 chilometri a est del confine ucraino. Secondo quanto riportato dal Kyiv Independent, nell’attacco è stato colpito un edificio di diversi piani e sono state udite esplosioni in città. Testimoni oculari hanno diffuso video che sembrano mostrare droni ucraini che sorvolano la città a bassa quota e fiamme che illuminano il cielo notturno. Lipetsk ha una popolazione di circa 500.000 abitanti e ospita l’acciaieria di Novolipetsk, un imponente impianto che assicura il 20% della produzione totale di acciaio grezzo della Russia ed è il più grande stabilimento siderurgico del paese.
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La Russia può trasformare una casa di villeggiatura in un avamposto per operazioni ostili. E il Nord Europa sta cominciando a prenderne atto. È il quadro che emerge da un’inchiesta del Telegraph, secondo cui le autorità di Svezia, Lituania e Norvegia stanno intervenendo su centinaia di immobili collegati a cittadini russi, acquistati nei pressi di basi militari e infrastrutture strategiche.
Il caso più delicato riguarda Muskö, in Svezia, dove una proprietà di sette camere da letto, riconducibile alla moglie di un oligarca russo vicino a Vladimir Putin, si trova all’ingresso di una base navale. Il ministro della Difesa svedese Pål Jonson ha annunciato l’intenzione di acquisire l’immobile, giudicato una minaccia per la sicurezza della struttura. Secondo le autorità, la proprietà rappresenta una falla nella protezione della base, anche di fronte alla crescente minaccia dei droni.
In Lituania, immobili legati a cittadini russi sono stati individuati nei pressi di aeroporti, basi aeree e aree di addestramento militare. In Norvegia, alcune baite di proprietà russa si trovano vicino alla base di Bardufoss, che ospita caccia F-35. Secondo gli esperti citati dal quotidiano britannico, queste proprietà potrebbero essere utilizzate per osservare i movimenti militari, conservare attrezzature, preparare sabotaggi o lanciare droni.
Il punto, però, è più ampio della singola operazione. La proprietà immobiliare può diventare uno strumento di accesso a luoghi sensibili, soprattutto quando la sorveglianza si concentra sull’acquisto in sé e trascura il contesto in cui avviene.Non è necessario dimostrare che ogni compravendita nasconda un piano ostile: basta riconoscere che un immobile collocato in una posizione strategica può creare una vulnerabilità da sfruttare durante una crisi.
È una logica che si inserisce nel repertorio delle operazioni coperte attribuite a Mosca. La raccolta di informazioni, la sorveglianza e la preparazione di azioni di disturbo non richiedono necessariamente agenti sotto copertura o infrastrutture clandestine. A volte possono beneficiare di una presenza apparentemente ordinaria, resa possibile da un acquisto regolare. Il Telegraph richiama anche altri casi svedesi, tra cui una chiesa ortodossa russa vicina a un aeroporto strategico, sulla quale le autorità hanno sollevato sospetti di attività di spionaggio.
Le reazioni dei lettori alzano un ulteriore punto: il problema non è esclusivamente europeo. Negli Stati Uniti sono state sollevate preoccupazioni analoghe per immobili acquistati da soggetti cinesi vicino a installazioni militari. Il confronto invita a evitare allarmismi selettivi: il criterio dovrebbe essere la vulnerabilità strategica, indipendentemente dalla nazionalità dell’acquirente, e la capacità delle autorità di verificare i rischi.
La notizia relativamente positiva, sottolineata anche nei commenti all’inchiesta, è che questa volta il problema è emerso e alcuni governi stanno agendo. La Svezia ha rafforzato i poteri di controllo sugli immobili sensibili e la Lituania ha introdotto restrizioni agli acquisti russi vicino a siti strategici.
Resta da capire quanto questi interventi saranno efficaci e quanto rapidamente potranno essere applicati. Servono controlli preventivi, verifiche sui beneficiari effettivi delle proprietà e un coordinamento più stretto tra autorità centrali, amministrazioni locali e responsabili della sicurezza. Perché individuare una vulnerabilità dopo che è diventata pubblica è importante; impedire che venga sfruttata è il vero obiettivo.
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A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.
Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?
Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.
Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.
Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.
Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.
Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.
Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.
Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.
Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.
Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».
Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».
Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.
La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.
Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.

A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».
Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.
Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.
Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.
Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.
Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.
Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.
Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».
Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.
«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.
«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.
Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.

Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.
Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.
Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.
Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.
E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?
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