❌

Reading view

Prezzi e cyberattacchi, il doppio lato oscuro dell’AI secondo il Fmi

L’Intelligenza Artificiale dà, l’Intelligenza Artificiale prende. Le tecnologie di ultima generazione stanno già sostenendo la crescita dell’economia mondiale e cambiando il mondo del lavoro, su questo non c’è ombra di dubbio. Ma potrebbero cambiare anche il modo in cui si finanziano pensioni, sanità e servizi pubblici, se parte della ricchezza prodotta si sposterà dalle buste paga ai profitti delle imprese, con conseguenze per le entrate fiscali. A lanciare l’allarme, e non è la prima volta, è Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, intervenuta a Bangkok all’apertura degli incontri annuali con la Banca mondiale.

Partendo però, proprio nei giorni in cui Giorgia Meloni ha indicato una via italiana all’Intelligenza Artificiale, dalle indicazioni contenute nell’ultimo Global financial stability report. Indicazioni che per il Fondo monetario sono essenzialmente tre, per altrettanti fattori di rischio. E dunque Intelligenza artificiale, inflazione e conti pubblici, cyberattacchi: sono le tre criticità individuate dal Fmi nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. “Questi rischi di per sé non minacciano necessariamente la stabilità, ma potrebbero diventare un rischio sistemico se venissero amplificati dalle vulnerabilità finanziarie”, afferma l’istituzione nell’editoriale del Global Financial Stability Report. Rischi principali che sul breve termine “potrebbero fare da catalizzatore ad un brusco inasprimento delle condizioni finanziarie e a turbolenze dei mercati”.

“Il primo è quello che un indebolimento degli investimenti e della redditività sull’Intelligenza Artificiale potrebbe innescare una correzione dei prezzi legati al settore, esacerbata dal crescente utilizzo della leva finanziaria, dalla concentrazione delle esposizioni e dai meccanismi che si sono creati sui sistemi di finanziamento”. Ed è “probabile che le giurisdizioni più esposte alle ricadute negative di marcate correzioni dei mercati siano quelle più sensibili agli sviluppi dell’IA, così come quelle con consistenti esposizioni sui titoli”. Il secondo rischio è quello della ripresa dell’inflazione e delle preoccupazioni sulla tenuta dei conti pubblici: “potrebbero innescare marcati rialzi dei tassi sui titoli di Stato e provocare ampie turbolenze sui mercati, data l’importanza dei titoli pubblici. Gli elevati debiti pubblici e la necessità di provvedere al rinnovo dei titoli in scadenza restano questioni irrisolte”, scrive il Fmi.

Terzo, secondo il Fmi i cyber attacchi “costituiscono un crescente rischio sistemico mentre i servizi finanziari diventano sempre più digitali e interconnessi. Per parte loro i modelli più spinti di IA stanno emergendo sia come potenti facilitatori dei cyberattacchi, sia come strumenti chiave per la difesa dagli stessi”. Di qui l’avvertimento di Georgieva. “Due forze agiscono sull’economia: da un lato l’aumento dei prezzi dell’energia, che crea shock negativi nell’offerta alimentando l’inflazione, dall’altro gli investimenti, soprattutto nell’Intelligenza Artificiale, che generano uno shock della domanda”. Tuttavia, “mentre molte economie avanzate hanno beneficiato dell’aumento degli investimenti nelle tecnologie di Intelligenza Artificiale, i Paesi più poveri, che non traggono vantaggio da tale boom, si trovano di fronte a scelte difficili nel gestire i prezzi elevati dell’energia causati dalla guerra in Iran”.

  •  

Stop all’Ets e acquisti di energia centralizzati. La via europea per sopravvivere a Hormuz secondo Sommella

ROBERTO SOMMELLA GIORNALISTA

Quando si vive in uno spazio comune, è facile prendersi un raffreddore. E qualcuno, in Europa, il raffreddore ce l’ha: la Francia, un tempo invincibile e dispensatrice di buone politiche insieme alla Germania, oggi decisamente malconcia. Viene da chiedersi, dunque, se l’Italia alle prese con l’ultima manovra del governo Meloni e travolta, come del resto un po’ tutti nel Vecchio continente, rischi di beccarsi qualche bacillo. Formiche.net lo ha chiesto a Roberto Sommella, giornalista, saggista e direttore di MF-Milano Finanza. “L’incendio francese per ora è in piazza”, spiega Sommella, “per le proteste degli studenti. Sui mercati è cresciuto però il rischio Parigi che ci deve far ricordare una cosa: quando sei nell’euro nessuno è immune dal contagio e la crescita dello spread e degli interessi sul debito francese lo dimostra. Noi italiani dovremmo stare al riparo da questo virus, a patto di tagliare il debito e abbassare le tasse per la crescita”.

Eppure, se non si ha proprio la memoria corta, ci si dovrebbe ricordare di quanto l’Italia sia stata massacrata da Bruxelles solo per l’aver sforato il deficit di qualche decimale. Mentre invece Parigi, che oggi viaggia abbondantemente sopra il 5%, è sempre stata trattata con un occhio di riguardo. Ed è lo stesso Sommella a spiegare questo paradosso. “È così, per un motivo molto semplice, le regole sul deficit al 3% le hanno fatte i francesi con la complicità dei tedeschi”. Fin qui il capitolo mercato.

L’altro focolaio è l’energia. Chi importa petrolio e gas, come l’Italia, oltre a rischiare di rimanere a secco di materia prima, sta sperimentando pericolosi aumenti in bolletta. E allora, che fare? “Lo shock energetico che va dall’Ucraina a Hormuz ha solo una possibile risposta che è quella europea: meno tasse sulle emissioni inquinanti, meno Ets, più acquisti centrali di energia ma a condizioni di mercato”, spiega Sommella, facendo sua la proposta dello stesso governo Meloni per un azzeramento, o qualcosa di molto simile, del meccanismo Ets che tassa il carbone.

La discussione si chiude poi sulla necessità per l’Europa di rimanere al passo di Cina e Stati Uniti, investendo decine di miliardi in tecnologia, transizione e Intelligenza Artificiale. In una parola, competitività. Ma come fare a generare quei denari utili alla causa? “Rilanciando l’industria europea. Con il New Green Deal abbiamo fatto regole con cui si vendono in Europa auto cinesi e non europee, ditemi se ha un senso”. E sulla manovra, dalla coperta ancora corta, nulla di nuovo sotto il sole. “Finché avremo 3 mila miliardi di debito e cento miliardi l’anno di evasione fiscale non avremo alternative, con nessun governo di qualsiasi colore politico”.

  •  

Il debito costa, la politica sia responsabile. L’appello di Giorgetti

Ancora prudenza, ancora pragmatismo. E un appello. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia alla sua ultima manovra, è tornato a ribadire la filosofia che guiderà la finanziaria in fase di stesura. A dieci giorni dall’approvazione del Documento programmatico di finanza pubblica, il titolare di Via XX settembre è intervenuto alla Camera, presso le commissioni riuniti Bilancio, rimarcando gli obiettivi del governo: ulteriore alleggerimento fiscale a mezzo taglio delle aliquote Irpef anche per i redditi fino a 60 mila euro ed ecobonus al 65% per l’efficientamento energetico. Consapevole che, nonostante la flessibilità concessa dall’Europa e accordata all’Italia che vale 28 miliardi da qui al 2028 da spendere per investimenti in energia e Difesa, non sarà possibile fare i salti mortali, visto il disavanzo ancora fermo al 3,1% e la procedura di infrazione ancora in essere. Naturalmente, gli osservati speciali rimangono l’inflazione, la crisi in Medio Oriente e i mercati, ancora piuttosto nervosi a causa della crisi francese.

Partendo proprio dai mercati, Giorgetti si è rivolto ai partiti, affinché abbiano a cuore la sostenibilità del debito italiano. “La credibilità finanziaria del Paese, ancora più in una fase come questa, è una risorsa che va assolutamente preservata con l’auspicabile più ampio consenso delle forze parlamentari. L’Italia ha dimostrato in questi anni di saper rispettare gli impegni assunti nell’ambito delle nuove regole europee di bilancio e di voler mantenere un percorso di finanza pubblica sostenibile senza rinunciare tuttavia a mettere in luce alcuni nodi irrisolti della nuova governance economica che solo con la sua concreta applicazione potevano emergere”.

Parlando poi della clausola Nec per la flessibilità concessa, “le maggiori risorse per la difesa e la sicurezza energetica saranno destinate in misura significativa per spese in conto capitale, stimolando gli investimenti e l’occupazione e di conseguenza i redditi disponibili reali e i consumi delle famiglie”, ha chiarito Giorgetti, blindando così la destinazione dei maggiori fondi sbloccati proprio grazie allo spazio di manovra concesso dall’Europa. Il responsabile di Via XX Settembre ha dunque concluso, chiarendo l’orizzonte dell’esecutivo.

“Il Documento programmatico arriva in un contesto particolarmente complesso, fare previsioni diventa sempre più complicato, ciononostante confermiamo in termini programmatici il sentiero di spesa così come era stato previsto”. E dunque, “la composizione della manovra sarà quindi definita alla luce del completamento della procedura europea che non è ancora conclusa, dovendosi attendere la formale approvazione del Consiglio: è in questo contesto e all’interno di tale procedura che deve essere letto il contenuto programmatico del Documento. La composizione della manovra  sarà quindi definita alla luce del completamento della procedura europea ed elementi saranno forniti nel Documento programmatico di bilancio che, a breve, il governo trasmetterà al Parlamento e alle autorità europee. Ma nel mentre ricordiamoci sempre che la credibilità costruita rappresenta una vera risorsa da preservare”.

  •  

Governance e investimenti, la via italiana per l’AI secondo Meloni

L’Italia potrà avere una sua Intelligenza Artificiale fatta in casa? Con Cina e Stati Uniti impegnati in un corpo a corpo a colpi di applicazioni per garantirsi la supremazia tecnologica globale, all’Europa, e dunque anche all’Italia, non resta che trovare una propria strada che impedisca di rimanere schiacciati nella pressa di Occidente e Oriente. Tanto Roma, quanto Bruxelles sanno che il Vecchio continente non può e non deve rimanere tagliato fuori dalla corsa all’Intelligenza Artificiale. Per questo, Giorgia Meloni, parlando dinnanzi alla platea dell’Assolombarda, ha tracciato una rotta. Una rotta che porta dritti a un’infrastruttura AI made in Italy.

“Io sono convinta che l’Italia possa dire la sua, non inseguendo gli altri sul loro terreno, ma portando l’Intelligenza Artificiale dentro quello che noi sappiamo fare meglio. È questa la via italiana all’Intelligenza Artificiale, un’Intelligenza Artificiale che nasce dalla manifattura, lavora con le persone e non al loro posto. Che rende più competitive le nostre imprese, anche le più piccole, e più qualificato il lavoro. E non è un’ipotesi astratta, perché questa via in parte voi la state già tracciando”. Un esempio? “La zona di innovazione e sviluppo dedicata all’Intelligenza Artificiale a Milano, il polo per la Physical AI al MIND, il ponte con la Silicon Valley di Officina Italia: sono la prova che il tessuto produttivo italiano è pronto a passare da utilizzatore a produttore”.

Va bene, però al netto dei proclami e della volontà politica, bisogna andare nel concreto. E due cose servono se si vuole davvero creare un’infrastruttura AI tricolore: investimenti e governance. Quest’ultima, per Meloni “è urgente ma va affrontata a livello globale. L’Italia ha messo il tema al centro della sua presidenza del G7, chiamando a parlarne Papa Francesco, e guardiamo con interesse a tutte le iniziative che vanno in questa direzione”. E gli investimenti? Qui il premier ha lanciato una proposta. “Considero di buon senso trovare il modo per promuovere anche gli investimenti in software utilizzati tramite i contratti di cloud: voglio annunciare che col ministro Giorgetti stiamo lavorando per introdurre nella legge di Bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti in questa tipologia di beni”.

Insomma, l’orizzonte indicato “è quello della physical AI, l’Intelligenza Artificiale che esce dagli schermi, come veniva detto, entra nelle macchine, nei robot, nelle linee di produzione. Una sfida tanto più impegnativa perché, parliamoci chiaro, noi come Europa non partiamo in vantaggio. Stati Uniti e Cina hanno su questo investito risorse enormi e sui grandi modelli generalisti la partita per ora si gioca altrove. Però la physical AI è un terreno diverso perché qui gli algoritmi non bastano, qui servono le macchine, servono i sensori, serve la meccatronica e serve la conoscenza profonda dei processi produttivi, quella che si accumula in decenni di fabbrica, ed è esattamente quella che l’Italia ha. Noi siamo tra i principali produttori al mondo di macchine e automazione industriale, abbiamo filiere che presidiano ogni fase della produzione, un patrimonio di competenze che in pochi possono vantare”.

  •  

La Cina glissa sulla sicurezza nell’AI. E chiama a raccolta mille cervelloni

A qualcuno potrebbe venire in mente il celebre capolavoro del Caravaggio, I bari. Perché sì, sull’Intelligenza Artificiale, la Cina bara un po’. Che Pechino abbia ormai ingaggiato una gara con gli Stati Uniti è vero, così come è altrettanto vero che la tecnologia americana sia di qualità superiore a quella cinese, la quale costa meno di quella occidentale. Eppure, qualcosa non torna. Per esempio, il fatto che alcune delle principali aziende cinesi attive nell’Intelligenza Artificiale, hanno reso noto i loro test sulla sicurezza e l’affidabilità relativamente a una minuscola percentuale delle applicazioni lanciate sul mercato. Per la precisione, solo il 3,6%. Questo significa che intorno al grosso dei prodotti cinesi legati all’AI, c’è sostanzialmente nebbia fitta.

SemiAnalysis, società di ricerca tecnologica con sede in California, ha in tal senso analizzato 857 modelli rilasciati tra il 2021 e il 15 settembre dell’anno corrente, da parte di aziende cinesi leader nel settore dell’Intelligenza Artificiale: Alibaba, ByteDance, Tencent, Baidu, DeepSeek, Moonshot, Z.AI, MiniMax e StepFun. Ebbene, lo studio ha rilevato che solo 31 lanci di applicazioni, pari al 3,6%, presentavano un risultato di valutazione della sicurezza pubblicato che poteva essere associato a uno specifico modello. Solo nove, ovvero l’1,1%, avevano tali risultati disponibili al momento del lancio o prima di esso, mentre i ricercatori non hanno trovato alcuna informazione sulla sicurezza per prodotti lanciati sul mercato.

Non è tutto. La scorsa settimana Reuters ha riportato come molte applicazioni di AI cinesi abbiano dimostrato la capacità di ingannare gli utenti, eludere le restrizioni e nascondere i fallimenti nei test. E questo nonostante la stessa normativa cinese per la governance della sicurezza dell’IA individui rischi quali l’acquisizione non autorizzata di permessi di sistema, l’inganno dei valutatori, l’occultamento delle capacità e l’elusione dei controlli di sicurezza. Pur, e questo è il paradosso, non imponendo al contempo obblighi vincolanti legati alle capacità dei modelli. Insomma, il Dragone da una parte vuole vendere al mondo la sua tecnologia, dall’altra però ne nasconde le potenzialità, anche dannose.

E pensare che Pechino è davvero convinta della bontà della sua tecnologia. Lo dimostra un altro fatto. In questi giorni principali matematici cinesi hanno creato l’Alleanza del Laboratorio di Scienze Matematiche e Intelligenza Artificiale. L’iniziativa è guidata dal vincitore della Medaglia Fields Shing-Tung Yau, direttore del Centro di Scienze Matematiche Yau presso l’Università Tsinghua. Un’alleanza da mille e oltre cervelli che lavoreranno su modelli di Intelligenza Artificiale specializzati per la matematica, sull’utilizzo dell’IA per generare ipotesi matematiche e formalizzare dimostrazioni, nonché su sistemi la cui logica di ragionamento sarà più facile da interpretare. Ma la sicurezza delle applicazioni, quella no.

  •  

Stabilità e prezzi, gli studi premiati con il Nobel all’Economia

Un premio alla stabilità, concetto sempre più astratto in questi tempi così magmatici. Il Nobel 2026 all’Economia è stato insignito agli statunitensi Robert Hall e Michael Woodford, per i loro studi sulle fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica. “L’economia”, ha spiegato Woodford intervistato in diretta all’evento, “è danneggiata da molti tipi di eventi, che spesso non sono economici nella loro natura ma hanno avuto forti effetti sull’economia. Un esempio ora è la guerra in Medioriente: ha chiaramente danneggiato i mercati dell’energia e ci sono forti cambiamenti sui prezzi dell’energia, che hanno molte ricadute su vari aspetti dell’economia in molte zone del mondo. Ovviamente non è una questione di imprese o forze economiche che ha fatto esplodere la guerra”, né sono questi fattori a determinare quanto durerà, “ma eventi di questo tipo hanno effetti molto rilevanti sull’economia globale”, ha concluso.

Ma chi sono i due vincitori del Nobel all’Economia? Hall è nato nel 1943 a Palo Alto, in California, h ricoperto la carica di presidente dell’American economic association nel 2010. Ed è membro della National academy of sciences, Distinguished fellow dell’Aea e Fellow dell’American academy of arts and sciences, dell’econometric Society e della society of labor economists. Insieme ad Alvin Rabushka ha sviluppato un framework per una tassazione sui consumi equa ed efficiente. Il loro articolo pubblicato sul Wall Street Journal nel dicembre 1981 ha segnato il punto di partenza per un’ondata di interesse verso la tassazione sui consumi. I due sono stati inseriti nella Hall of Fame della rivista Money per il loro contributo all’innovazione finanziaria. Hall è stato inoltre direttore del programma di ricerca sulle fluttuazioni e la crescita economica del National Bureau of Economic Research dal 1978 al 2013.

Woodford è invece nato nel 1955 a Chicopee, nel Massachusetts, e divide il premio con Hall con la stessa motivazione. Woodford è John Bates Clark Professor of Political Economy alla Columbia University ed è stato MacArthur Fellow e Guggenheim Fellow e ora è Fellow dell’American academy of arts and sciences. Ricopre inoltre l’incarico di research associate per il National bureau of economic research, di Research fellow presso il Centre for economic policy research (Londra) e di Fellow del CESifo Research network (Monaco di Baviera). Già vincitore di diversi premi internazionali, la sua opera più importante è il trattato Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy, vincitore nel 2003 dell’Association of american publishers award come miglior libro accademico o professionale in ambito economico. Le sue attuali ricerche si concentrano sulle implicazioni della razionalità limitata nell’analisi economica, attingendo alle scoperte della psicologia cognitiva e delle neuroscienze, con particolare attenzione alle conseguenze delle decisioni basate su rappresentazioni mentali imprecise.

  •  
❌