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L’ultimo dei Crow: La vera storia di Plenty Coups

Il sole sta calando sulle vette dei monti Pryor come una ferita aperta che sanguina sul Montana. È un paesaggio che sembra un quadro, ma è un inganno: sotto questa selce grigia  giace una storia di violenza, fango e calcoli a freddo.

Se volete capire come si è chiuso il West, dimenticatevi le favolette di Hollywood. Qui si parla di sopravvivenza cruda, di gente che ha dovuto masticare ferro e sputare pallottole per non farsi cancellare dalla mappa.

Al centro di questo conflitto c’è Plenty Coups. Nato attorno al 1848 nella tribù degli Absarokee — i Crow, per chi mastica solo l’inglese —, gli appioppano alla nascita un nome che suona come “Bisonte che affronta il vento”. Ma da queste parti le parole valevano meno del fango sotto gli stivali se non eri pronto a tirare fuori i denti.

La svolta arriva quando ha nove anni. Gli ammazzano il fratello maggiore in una scaramuccia da quattro soldi. Un colpo secco, di quelli che ti fanno cortocircuitare il cervello. Il ragazzino prende e se ne va da solo tra i dirupi selvaggi dei Pryor, posti duri, pieni di selce scura e affilata come bisturi. Si mette a digiunare per giorni, masticando rabbia e svenendo sulla roccia dura.

Lì, tra la selce e la polvere, la fame gli regala una visione che sembra un film di terrore: una tempesta bestiale si abbatte sulla foresta e sradica i pini secolari, tirandoli giù come birilli spazzati via dal fango. Tutti gli alberi crollano, piallati. Ne resta in piedi uno solo. Su quel ramo sopravvissuto c’è una cinciallegra. Subito dopo, vede le mandrie di bisonti svanire nel nulla, rimpiazzate da una marea di buoi maculati che occupano ogni centimetro di terra.

Gli anziani del villaggio non ci misero molto a capire l’antifona, senza troppi fronzoli:

L’uomo bianco sta arrivando e farà tabula rasa. Se non vogliamo dare le dimissioni dalla storia, dobbiamo fare come quel piccolo uccello bastardo: ascoltare, capire come muove le carte il nemico e adattarci prima che ci schiacci.

Ma Plenty Coups non era un agnellino. Prima di mettersi la giacca e la cravatta, quel tipo era un guerriero spietato. Un coup per loro era il massimo del coraggio: toccare un nemico in battaglia a mani nude o con un bastone mentre quello cercava di piantarti un proiettile in pancia.

Bisognava avere i nervi di selce. Plenty ne collezionò a decine, umiliando Lakota e Sioux prima ancora di compiere trent’anni.

Si infilava la pelle di un lupo grigio sulla schiena e strisciava nel campo avversario rapido come una lama che ti taglia la gola in silenzio.

Poi arrivò il punto di non ritorno. Mentre altri capi leggendari sceglievano la guerra totale contro l’esercito americano — una scelta eroica ma destinata a finire in un bagno di sangue e nella resa incondizionata —, Plenty applicò la lezione della cinciallegra con un calcolo politico spietato. Capì che affrontare i fucili a ripetizione e i treni a vapore era un suicidio pulito.

Così fece la sua mossa: alleò i Crow con Washington, fornendo esploratori all’esercito contro i nemici storici della sua tribù. Un tradimento? No, puro cinismo da sopravvivenza.                                    I Crow non volevano finire deportati in qualche buco arido a centinaia di miglia da casa. E il piano funzionò: quando la polvere si posò, i Crow furono tra i pochissimi a tenere le proprie terre ancestrali nella valle del Little Bighorn.

Nel 1890, diventato Capo Supremo, Plenty capì che la battaglia non si faceva più con i cavalli, ma negli uffici. Salì su quei mostri di ferro a vapore e andò dritto a Washington a trattare con i presidenti americani, schivando i tranelli di senatori corrotti e speculatori minerari con la stessa cattiveria con cui un tempo schivava le frecce.

Agli anziani che volevano ancora impugnare l’ascia, sputava in faccia la realtà:

L’istruzione è la vostra arma più potente. Con quella siete pari al bianco; senza, siete soltanto le sue prossime vittime.

Nel 1921 lo chiamarono perfino ad Arlington per la sepoltura del Milite Ignoto. Unico nativo presente in mezzo a una manica di politici che puzzavano di ipocrisia. Stette lì, solenne, e depose sulla tomba il suo copricapo di piume e il suo bastone da guerra. Tirò giù la serranda sulla sua carriera da guerriero davanti al mondo intero.

Morì nel 1932, a 84 anni suonati. Niente figli, ma una terra salvata dal disastro e la sua casa regalata allo Stato perché bianchi e nativi imparassero a non scannarsi come bestie.

La storia di Plenty Coups non è una storiella da eroi romantici: è la vicenda di un leader che ha preferito affilare il cervello invece di farsi massacrare per un briciolo di orgoglio.

Fonti consultate e citate:

  • Wikipedia (voce di riferimento): https://en.wikipedia.org/wiki/Plenty_Coups
  • Autobiografia e fonti storiche: Frank B. Linderman, Plenty-Coups: Chief of the Crows, University of Nebraska Press, 2002.
  • Archivi storici: Library of Congress (Dedicazione del Tomb of the Unknown Soldier, Arlington 1921).

 

L'articolo L’ultimo dei Crow: La vera storia di Plenty Coups su Vanilla Magazine scritto da Elian Dar

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