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Spertia e Buli: i due Spartani che andarono da Serse

di Matteo Forlani

Quando entrarono alla corte di Susa, Spertia e Buli non chiesero un’alleanza, denaro o la liberazione di qualche prigioniero. Chiesero di essere uccisi. Le guardie ordinarono loro di gettarsi a terra davanti a Serse, ma i due rimasero in piedi, pronti a subire con la forza l’umiliazione che si rifiutavano di compiere volontariamente. Erano arrivati da Sparta per consegnare le proprie vite al posto di due araldi persiani assassinati anni prima. Il re avrebbe potuto accettare quell’offerta e trasformarla in una vendetta esemplare. Scelse invece di rimandarli a casa.

La vicenda occupa poche pagine del settimo libro delle Storie di Erodoto, fra il passaggio dell’esercito di Serse in Macedonia e l’invasione della Grecia. È rimasta nell’ombra di avvenimenti più celebri, dalle Termopili a Salamina, eppure contiene una delle scene più sorprendenti delle guerre persiane. I due Spartani — indicati anche come Sperthias e Bulis nelle traslitterazioni moderne — sembrano uscire dallo stesso mondo che avrebbe reso celebri i guerrieri di Leonida. Il passaggio più inatteso appartiene però al loro nemico. Serse, il sovrano che si preparava a invadere la Grecia, rifiutò di violare una legge che Sparta aveva già calpestato.

Terra e acqua

Tutto era cominciato intorno al 491 a.C., quando Dario inviò messaggeri in diverse città greche per domandare «terra e acqua». Consegnare quei due elementi significava riconoscere la superiorità del Gran Re e accettare di entrare nel sistema politico dell’Impero achemenide. Gli obblighi concreti potevano essere stabiliti in seguito; il gesto iniziale dichiarava chi occupasse la posizione dominante. Il significato preciso del rituale è ancora discusso dagli studiosi, anche perché lo conosciamo soprattutto attraverso fonti greche, ma Erodoto non lascia dubbi su come venisse percepito dalle comunità alle quali era rivolto: era una richiesta di sottomissione.

Molti accolsero gli araldi e consegnarono ciò che Dario chiedeva. Atene e Sparta reagirono in modo diverso. Gli Ateniesi gettarono i messaggeri persiani nel barathron, la cavità nella quale venivano precipitati alcuni condannati a morte. Gli Spartani spinsero i loro in un pozzo, invitandoli a prendere da lì la terra e l’acqua da portare al re. La risposta aveva l’efficacia brutale di una battuta destinata a essere ricordata. Dei Persiani uccisi non ci sono rimasti neppure i nomi. Nella cultura greca, tuttavia, l’araldo godeva di una protezione che sopravviveva perfino allo stato di guerra. Poteva recare una minaccia, intimare la resa o parlare per conto di un nemico, ma colpirlo significava distruggere il canale attraverso il quale anche i combattimenti potevano essere sospesi, i morti recuperati e una pace negoziata.

Anni dopo, quando Serse rinnovò la richiesta di terra e acqua alle città greche, escluse deliberatamente Atene e Sparta. L’assenza degli araldi ricordava che con quelle due comunità la diplomazia era già fallita nel modo più irreparabile. Per gli Spartani il silenzio persiano non cancellava comunque l’offesa. Il problema non dipendeva soltanto dalla reazione del Gran Re: riguardava gli dèi, i rituali pubblici e la possibilità stessa di prendere decisioni con il loro consenso.

Dopo l’uccisione, racconta Erodoto, i sacrifici cessarono di offrire presagi favorevoli. Prima di una decisione pubblica o di una spedizione militare, le vittime sacrificali dovevano mostrare che gli dèi approvavano ciò che la città stava per compiere. Quando i segni continuavano a risultare negativi, l’intera comunità si trovava davanti a un ordine del mondo che sembrava essersi inceppato.

A provocare la sciagura sarebbe stata l’ira di Taltibio, l’araldo di Agamennone nell’Iliade. A Sparta l’eroe possedeva un santuario e i Taltibiadi, che si proclamavano suoi discendenti, conservavano il privilegio ereditario di svolgere le ambascerie della città. Non era quindi una figura remota confinata alla guerra di Troia. Il suo culto proteggeva una funzione ancora viva, indispensabile perfino a una società educata al combattimento. Uccidendo gli inviati di Dario, Sparta aveva offeso insieme una consuetudine condivisa e il custode divino di quella consuetudine.

La devozione sopravvisse a lungo. Nel II secolo d.C. il viaggiatore Pausania ricordò a Sparta un tumulo attribuito a Taltibio e scrisse che gli venivano ancora offerti sacrifici come a un eroe. La tradizione registrata da Erodoto non poggiava quindi sul nome occasionale di un personaggio omerico: richiamava un culto radicato nella memoria della città.

Due vite per due araldi

Le assemblee si susseguirono senza trovare una soluzione. Alla fine fu fatto proclamare un appello: esisteva un Lacedemone disposto a morire per la città? Si offrirono Spertia, figlio di Aneristo, e Buli, figlio di Nicolao. Erodoto ricorda che appartenevano a famiglie nobili ed erano fra gli uomini più ricchi di Sparta. Non è un particolare ornamentale. A offrirsi non furono due uomini senza peso, scelti perché più facili da perdere, ma due membri della ristretta comunità degli Spartiati. Avevano prestigio, ricchezze e figli che sarebbero riapparsi molti anni dopo nella stessa storia.

La loro missione aveva una logica che oggi può apparire estranea. Non partivano come colpevoli materiali dell’assassinio e neppure come negoziatori incaricati di ottenere il perdono. Rappresentavano Sparta anche con il proprio corpo: due morti persiani sarebbero state compensate da due morti spartane. Nel mondo raccontato da Erodoto, la responsabilità poteva oltrepassare l’individuo, aderire a una famiglia o ricadere su una comunità intera. L’offerta di Spertia e Buli cercava di ricomporre un equilibrio, non di dimostrare che la città non aveva sbagliato.

La destinazione era Susa, nell’attuale Iran sud-occidentale, una delle capitali nelle quali il sovrano achemenide riceveva funzionari e delegazioni provenienti dall’impero. Durante il viaggio i due furono accolti da Idarne, un alto comandante persiano responsabile delle coste dell’Asia Minore. Li fece sedere alla propria tavola e provò a mostrare loro i vantaggi del servizio imperiale. Il Gran Re sapeva riconoscere gli uomini valorosi; se gli Spartani avessero accettato la sua amicizia, avrebbero potuto ricevere onori e il governo di terre greche. Idarne poteva fare una simile offerta: apparteneva all’élite di un impero abituato a premiare la lealtà e a servirsi delle aristocrazie locali.

Spertia e Buli gli risposero che il consiglio nasceva da un’esperienza incompleta. Idarne conosceva bene il servizio al re, ma non aveva mai assaggiato la libertà; se l’avesse conosciuta, avrebbe combattuto per difenderla «non soltanto con le lance, ma anche con le scuri». La frase è diventata la parte più famosa dell’episodio. Erodoto scriveva molti decenni dopo, perciò non sappiamo se quelle parole siano state davvero pronunciate a tavola. I discorsi delle Storie servono anche a mostrare il carattere dei protagonisti e le idee che attraversano l’opera. Chiamare Idarne “schiavo”, d’altra parte, non descrive la sua condizione giuridica: era un dignitario potente. La risposta spartana trasforma la dipendenza da un sovrano nel contrario della libertà politica e anticipa il modo in cui i Greci vincitori avrebbero ricordato lo scontro con la Persia.

Il re che rifiutò la vendetta

Idarne li aveva accolti come ospiti e aveva offerto loro una via d’uscita. Alla corte di Susa fu Serse a spostare ancora una volta il significato dell’incontro. Le guardie pretesero la proskynesis, il gesto di deferenza previsto dal cerimoniale achemenide. La sua forma variava secondo il rango e poteva comprendere un inchino o una prosternazione. Per i Persiani esprimeva la gerarchia della corte; agli occhi di molti Greci assomigliava invece a un atto riservato agli dèi. Spertia e Buli rifiutarono di compierlo davanti a un uomo, pur sapendo che quella resistenza poteva anticipare la loro esecuzione di pochi istanti.

Quando furono ammessi alla presenza di Serse, spiegarono la ragione del viaggio. Sparta li aveva inviati affinché pagassero la pena dovuta per gli araldi di Dario. Gli Spartani, rispose il re, avevano infranto una legge riconosciuta da tutti uccidendo dei messaggeri. Lui non avrebbe imitato la condotta che condannava e, mettendo a morte i due volontari, non avrebbe liberato la loro città dalla colpa. Spertia e Buli avevano offerto la propria vita; Serse rifiutò che fossero loro a stabilire il prezzo.

Il rifiuto poteva servire anche alla politica regale. Risparmiare due aristocratici nemici consentiva a Serse di presentarsi come un sovrano capace di dominare la propria ira e di rispettare una norma universale. Nel racconto di Erodoto, però, il valore del gesto non viene ridotto a calcolo. Lo storico parla apertamente di magnanimità. È un dettaglio importante, perché incrina l’immagine di un’opera costruita soltanto per celebrare la superiorità morale dei Greci. Proprio mentre Spertia e Buli pronunciano una fiera difesa della libertà, il Gran Re mostra una forma di autocontrollo che Sparta non aveva saputo esercitare.

Il debito passa ai figli

Spertia e Buli tornarono vivi. Erodoto osserva che l’ira di Taltibio cessò comunque per qualche tempo: il viaggio non aveva prodotto le due morti previste, ma aveva mostrato che Sparta riconosceva la gravità dell’offesa. Lo storico, tuttavia, non chiude qui la storia. Compie un salto di circa mezzo secolo e segue il debito fino alla generazione successiva.

Nel 430 a.C., all’inizio della guerra del Peloponneso, Nicolao figlio di Buli e Aneristo figlio di Spertia partirono a loro volta come ambasciatori. Sparta cercava l’appoggio e il denaro della Persia contro Atene. La delegazione fu intercettata in Tracia, consegnata agli Ateniesi e condotta in città. Tucidide racconta che gli uomini vennero uccisi nello stesso giorno, senza processo, e che i loro corpi furono gettati in una fossa. Per Atene si trattava di impedire a emissari pericolosi di raggiungere il Gran Re e di rispondere alle esecuzioni compiute dagli Spartani ai danni di mercanti e marinai. Erodoto guardò allo stesso avvenimento con occhi diversi: la collera di Taltibio, scrisse, aveva infine raggiunto i figli di coloro che avevano tentato di placarla.

Al di fuori delle Storie non possediamo un racconto indipendente dell’incontro con Serse. Le parole scambiate con Idarne e con il re appartengono alla forma letteraria scelta da Erodoto; anche il legame fra il sacrilegio dei padri e la morte dei figli rivela il suo bisogno di riconoscere un ordine negli avvenimenti. È proprio questo intreccio a rendere la vicenda più interessante di una semplice curiosità sul coraggio spartano. Vi convivono la memoria di un delitto diplomatico, il bisogno collettivo di espiazione, due concezioni della libertà e una riflessione sul limite del potere.

Spertia e Buli erano partiti convinti che Sparta potesse liberarsi dalla colpa soltanto attraverso la loro morte. Serse rifiutò di trasformare due innocenti nella moneta con cui saldare il sangue versato. Quando, molti anni dopo, i loro figli ripresero la strada della Persia e furono uccisi prima di raggiungerla, Erodoto riconobbe nella coincidenza il ritorno di un debito mai estinto. Era il modo antico di chiudere una storia che la clemenza del re aveva lasciato in sospeso.

L'articolo Spertia e Buli: i due Spartani che andarono da Serse su Vanilla Magazine scritto da Matteo Forlani

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La Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione: un diritto fondamentale per costruire il futuro

Ogni anno, l’otto settembre si celebra la Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione, istituita dall’UNESCO nel 1966 con l’obiettivo di sensibilizzare governi, istituzioni educative e cittadini sull’importanza dell’alfabetizzazione quale diritto umano fondamentale e presupposto per uno sviluppo equo e sostenibile. La ricorrenza invita a riflettere non solo sull’accesso all’istruzione, ma anche sulla qualità dei processi educativi e sul ruolo dell’apprendimento permanente nella costruzione di società inclusive e democratiche (UNESCO, 2023).

L’alfabetizzazione non si limita alla capacità di leggere e scrivere, ma comprende l’insieme delle competenze che consentono agli individui di comprendere, interpretare e utilizzare informazioni in maniera critica e consapevole. Secondo la definizione proposta dall’UNESCO, una persona alfabetizzata è in grado di utilizzare le proprie competenze linguistiche per partecipare pienamente alla vita sociale, culturale, economica e politica della comunità di appartenenza.

Negli ultimi decenni, il concetto di alfabetizzazione si è progressivamente ampliato, includendo nuove dimensioni quali l’alfabetizzazione digitale, mediatica, informativa, scientifica e finanziaria. In una società caratterizzata dalla diffusione delle tecnologie digitali e dalla crescente quantità di informazioni disponibili, diventa essenziale sviluppare competenze critiche che permettano di selezionare fonti affidabili, interpretare dati complessi e partecipare responsabilmente alla cittadinanza digitale (Organisation for Economic Co-operation and Development [OECD], 2021).

Dal punto di vista pedagogico, l’alfabetizzazione rappresenta il fondamento di ogni processo di apprendimento. Le competenze linguistiche costituiscono, infatti, la base per lo sviluppo delle capacità cognitive superiori, della riflessione metacognitiva e del pensiero critico. Come sottolinea Lev Vygotskij (1978), il linguaggio svolge una funzione centrale nello sviluppo delle funzioni cognitive, poiché favorisce la costruzione della conoscenza attraverso l’interazione sociale. L’apprendimento non avviene in modo isolato, ma si sviluppa all’interno della cosiddetta “zona di sviluppo prossimale”, nella quale il supporto dell’adulto o dei pari rende possibile l’acquisizione di nuove competenze.
Anche Jerome Bruner (1996) evidenzia come l’educazione sia un processo culturale fondato sulla costruzione condivisa dei significati. La lettura e la narrazione non rappresentano semplicemente abilità tecniche, ma strumenti attraverso cui gli individui interpretano la realtà, sviluppano il pensiero narrativo e costruiscono la propria identità personale e sociale.

Parallelamente, Maria Montessori (1952) riconosce nell’ambiente educativo un elemento determinante per l’apprendimento della lingua scritta. Secondo la pedagogista italiana, il bambino sviluppa spontaneamente interesse verso la lettura e la scrittura quando viene inserito in un contesto ricco di stimoli, materiali strutturati e opportunità di esplorazione autonoma. L’educatore assume il ruolo di guida discreta, favorendo l’autonomia e rispettando i tempi di sviluppo individuali, mentre Paulo Freire (1970) ha proposto una concezione dell’alfabetizzazione come pratica di emancipazione. Secondo il pedagogista brasiliano, imparare a leggere significa anche imparare a “leggere il mondo”, sviluppando coscienza critica e capacità di partecipazione democratica. L’educazione, in questa prospettiva, non consiste nella semplice trasmissione di conoscenze, ma nella costruzione di soggetti consapevoli, capaci di trasformare la realtà attraverso il dialogo e la riflessione.

Alla luce delle riflessioni sopra riportate, ne consegue che la scuola contemporanea è chiamata a promuovere percorsi educativi inclusivi che valorizzino la diversità degli studenti e garantiscano pari opportunità di apprendimento. Strategie quali la didattica laboratoriale, il cooperative learning, la lettura condivisa e l’utilizzo consapevole delle tecnologie digitali favoriscono lo sviluppo delle competenze alfabetiche in un’ottica partecipativa e collaborativa (Calvani, 2020). L’alfabetizzazione diviene, così, il presupposto per l’apprendimento permanente (lifelong learning), principio riconosciuto come fondamentale dalle principali organizzazioni internazionali.
Non possiamo dimenticare, inoltre, che anche la famiglia riveste un ruolo essenziale nella promozione delle competenze linguistiche. La lettura ad alta voce fin dalla prima infanzia, il dialogo quotidiano, la disponibilità di libri e la frequentazione delle biblioteche contribuiscono significativamente allo sviluppo del linguaggio, del vocabolario e della comprensione del testo. Numerose ricerche dimostrano come un ambiente familiare ricco di stimoli linguistici favorisca il successo scolastico e la motivazione all’apprendimento.

Purtroppo, nonostante gli importanti progressi registrati a livello mondiale, persistono profonde disuguaglianze nell’accesso all’istruzione. Conflitti, povertà, discriminazioni di genere, migrazioni forzate ed emergenze climatiche continuano a limitare il diritto all’educazione di milioni di bambini, giovani e adulti. Per questo motivo, la Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione rappresenta non soltanto una ricorrenza celebrativa, ma un’occasione per riaffermare l’impegno collettivo verso il raggiungimento dell’Obiettivo 4 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, dedicato a un’istruzione inclusiva, equa e di qualità.

In conclusione, l’alfabetizzazione costituisce uno dei principali strumenti di crescita personale, inclusione sociale e sviluppo democratico. Essa consente agli individui di comprendere il mondo, esercitare i propri diritti, partecipare alla vita della comunità e affrontare con spirito critico le sfide della contemporaneità. Investire nell’alfabetizzazione significa investire nel capitale umano, nella coesione sociale e nel futuro delle nuove generazioni. La celebrazione della Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione richiama, pertanto, la responsabilità condivisa di istituzioni, scuole, famiglie e società civile nel garantire il diritto universale alla conoscenza.

Riferimenti bibliografici
Bruner, J. (1996). La cultura dell’educazione. Milano: Feltrinelli.

Calvani, A. (2020). Manuale di tecnologie dell’educazione. Pisa: Edizioni ETS.

Freire, P. (1970). Pedagogia degli oppressi. Torino: EGA (ed. italiana).

Montessori, M. (1952). La mente del bambino. Mente assorbente. Milano: Garzanti.

OECD. (2021). 21st-Century Readers: Developing Literacy Skills in a Digital World. Paris: OECD Publishing.

UNESCO. (2023). International Literacy Day: Promoting literacy for a world in transition. Paris: UNESCO.

Vygotskij, L. S. (1978). Mind in Society: The Development of Higher Psychological Processes. Cambridge, MA: Harvard University Press.

L'articolo La Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione: un diritto fondamentale per costruire il futuro su Vanilla Magazine scritto da Haidi Segrada

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