Cosa è e cosa rappresenta il quotidiano Repubblica. Non è un giornale.
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A cura di Redazione CDC – pubblicato in data 18 ottobre 2026 – 5 commenti – 42.123 visite

«Il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi divorare»
Di Pierre-Antoine Plaquevent, pierreantoineplaquevent.substack.com
Nell’ambito dell’approccio ieropolitico alle relazioni internazionali che sto attualmente sviluppando [1], analizzo i discorsi politici contemporanei che attingono a concezioni religiose o sacre per posizionarsi all’interno dello scontro contemporaneo tra potenze.
In questa prospettiva, traduco e pubblico qui un articolo che mi sembra fondamentale per chiarire le prospettive contemporanee della geopolitica sacra e dell’escatologia politica.
Questo testo, pubblicato in Russia nel marzo 2026, è purtroppo ancora di grande attualità, ma soprattutto, restituisce alla guerra che Israele e gli Stati Uniti stanno conducendo contro l’Iran la sua vera dimensione teopolitica. Al di là persino della geopolitica, questo articolo costituisce una vera e propria bussola spirituale in questi tempi turbolenti che stiamo vivendo, poiché riporta, in modo limpido, i principi evangelici al centro degli scontri in corso.
L’autore è Mikhail Yakushev, dottore in scienze storiche e ricercatore principale presso l’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze della Russia.
In questo saggio, egli analizza il simbolismo mitico e teologico impiegato e dispiegato da Israele e dagli Stati Uniti nella loro guerra di aggressione contro l’Iran.
Ma, soprattutto, ci ricorda i mezzi che il Signore e i suoi apostoli, con il loro sacrificio, ci hanno donato per resistere e tenere duro, in ogni epoca, di fronte ai tiranni e al loro signore, il «Principe di questo mondo»: fede, carità, speranza e vigilanza spirituale (nepsis – νῆψις).
Ciò che è significativo nell’ambito delle nostre ricerche è che non si tratta qui di un semplice articolo di opinione: questo testo è stato scritto da un eminente professore russo, rispettato e ascoltato per i suoi lavori in Russia, ma anche molto influente all’interno dei circoli conservatori ortodossi. Questo testo getta così luce sul nostro lavoro sulla ieropolitica e sul modo in cui i discorsi sulle fini ultime e sul sacro sono diventati imprescindibili nella geopolitica contemporanea. Ma soprattutto, questo testo ci ricorda come il cristiano e il musulmano possano e debbano resistere al «leone ruggente» contro il quale l’apostolo Pietro ci ha messo in guardia, fin dai tempi apostolici:
«Siate sobri, vegliate. Il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi divorare. Resistetegli con fede salda, sapendo che le stesse sofferenze sono inflitte ai vostri fratelli nel mondo.» (1 Pt 5, 8-9, trad. Louis Segond)
Il 28 febbraio 2026, Israele, di concerto con gli Stati Uniti, ha lanciato attacchi massicci contro l’Iran. Fin dal primo giorno, nella capitale sono stati uccisi la guida spirituale del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei, e la sua famiglia, oltre a 168 studentesse di età compresa tra gli 8 e i 12 anni e numerosi civili. Questi attacchi non provocati, riportati dai media israeliani, sono stati immediatamente definiti «preventivi» e «anticipatori» dai principali media internazionali, rivelando così il loro sostegno a una delle parti in questo conflitto regionale di lunga data. Oltre agli obiettivi iraniani, Israele ha attaccato le postazioni di Hezbollah, organizzazione sciita alleata dell’Iran, nel Libano meridionale e a Beirut, in preparazione di un’operazione terrestre. Sebbene questa aggressione militare fosse un’azione congiunta, Tel Aviv e Washington perseguivano ciascuna i propri obiettivi, come traspare chiaramente dalle denominazioni intimidatorie utilizzate per designare tali operazioni. Mentre Israele scatenava il suo «Ruggito del Leone», gli Stati Uniti lanciavano la loro «Furia Epica» contro l’Iran. Il nuovo nome dato da Israele al proprio piano segnava la seconda fase dell’operazione dell’estate precedente, battezzata «Leone in ascesa» (Lion Ascendant). Inoltre, secondo il primo ministro Netanyahu, «sognava questo attacco da quarant’anni», riferendosi all’attacco congiunto con gli Stati Uniti. Lo considerava un preludio alla fase finale dello storico scontro con l’Iran, una vendetta per la cattività babilonese e per le aspre critiche mosse dai leader iraniani nei confronti della politica provocatoria del regime sionista nella regione e nel mondo. Per giustificare la sua aggressione, il primo ministro israeliano ha riesumato l’ l’argomento, vecchio di diversi decenni, secondo cui Teheran sarebbe pronta a dotarsi a breve dell’arma nucleare e a usarla contro Israele. Oltre a questa affermazione trita e falsa, Netanyahu ha ritenuto con arroganza del tutto appropriato, dopo l’assassinio dell’ayatollah Ali Khamenei e delle studentesse, invitare il «coraggioso popolo iraniano» a ribellarsi contro il «regime terroristico sanguinario» degli ayatollah.
Questo appello testimonia la limitata «comprensione» che Netanyahu e la sua squadra hanno dei sentimenti che regnavano nelle strade iraniane dopo il primo giorno dell’operazione. Se, durante la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, gli Stati Uniti avevano battezzato la loro operazione «Midnight Hammer», questa volta il presidente Trump ha dovuto scegliere tra venti nomi che gli erano stati proposti. Il più altisonante e intimidatorio era «Epic Fury». Questo termine specifico si traduce facilmente e fedelmente in tutte le lingue straniere. L’Iran, vittima di un attacco non provocato, ha mantenuto la denominazione dell’anno precedente per la propria operazione, senza cercare di intimidire nessuno né di strumentalizzare la situazione. Il nome «Vera Promessa» dato dall’Iran indica chiaramente che la sua risposta agli aggressori rientra in un piano in più fasi, elaborato a partire dal 2024. Secondo tale piano, in risposta agli attacchi «decapitanti» contro i leader iraniani, l’Assemblea degli esperti deve nominare rapidamente nuovi leader per sostituire quelli caduti, nemici giurati di Israele e degli Stati Uniti. Teheran non nasconde di essersi inizialmente preparata a uno scontro di lunga durata e intensificherà i propri attacchi se l’aggressione israelo-americana dovesse proseguire. L’Iran non ha scatenato la guerra, ma secondo i funzionari iraniani sarà proprio l’Iran a determinarne l’esito. Per Teheran, un esito accettabile della guerra iniziata da Netanyahu non può essere altro che la caduta del suo governo e il crollo del sistema politico israeliano. Non è da escludere che la «vera promessa» dell’Iran diventi l’impegno finale e decisivo di Teheran a rispondere agli aggressori con tutta la sua forza, poiché la guerra attuale riveste un’importanza esistenziale, se non addirittura determinante per il destino dell’Iran. Si tratta di una questione di vita o di morte per la nazione. L’elezione da parte dell’Assemblea degli Esperti del figlio della guida spirituale assassinata, Mojtaba Khamenei, è stata una spiacevole sorpresa per gli Stati Uniti e per lo stesso Trump, che aveva pubblicamente dichiarato la necessità di eliminare fisicamente l’ayatollah Ali Khamenei. È stato uno schiaffo sonoro sferrato dall’Assemblea degli Esperti a Trump e Netanyahu! Fin dall’inizio delle ostilità, i media di tutto il mondo hanno concentrato la loro attenzione sugli attacchi e sui danni inflitti dalle parti belligeranti. La risposta inaspettata e potente di Teheran ha seminato confusione alla Casa Bianca riguardo agli scopi e agli obiettivi dell’operazione. È strano che in Occidente nessuno abbia condannato con fermezza le azioni aggressive di Israele e degli Stati Uniti, che, alla luce del diritto internazionale e di tutti gli altri criteri, rientrano nella categoria dei crimini di guerra. Inoltre, i paesi arabi, dopo una riunione notturna, hanno pubblicato una dichiarazione in cui condannavano le azioni dell’Iran, senza menzionare nemmeno una volta il ruolo degli Stati Uniti e di Israele come istigatori delle violenze. Ufficialmente, Washington giustifica la propria partecipazione con ragioni militari e con la protezione dei propri cittadini. Tuttavia, la forte coincidenza tra l’inizio dell’operazione e la pubblicazione degli scandalosi «Dossier Epstein» suggerisce che l’agenda politica interna statunitense abbia svolto un ruolo importante nella decisione del presidente Trump di unirsi al rischioso piano di Netanyahu. Il mondo ha assistito con orrore alla sanguinosa attuazione della volontà del «Principe di questo mondo» attraverso l’astuzia del suo intelletto diabolico (Giovanni 14:30). È lui che regna sovrano là dove il denaro, la dissolutezza e la sete di potere la fanno da padroni. Per quanto riguarda la giustificazione ideologica dell’operazione israelo-americana, basata sulla mitologia giudaico-biblica e greco-romana antica, il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, crociato convinto e sionista cristiano [1], decise di aggiungervi un appello cristiano invitando gli americani a «inginocchiarsi ogni giorno, in famiglia, nelle scuole, nei templi, e a pregare nel nome di Gesù Cristo» per la vittoria nell’operazione «Epic Fury» e per la sicurezza dei loro soldati.
Nel momento in cui gli eserciti americano e israeliano sganciavano migliaia di bombe su un Paese a maggioranza sciita, l’appello del segretario alla Guerra, lanciato durante il mese sacro del Ramadan e della Quaresima, non passò inosservato ai musulmani del Medio Oriente. Ecco perché l’amministrazione americana teme di andare troppo oltre nei confronti della umma islamica, osservando con apprensione come le bombe e i razzi distruggano i beni civili dei musulmani sciiti pacifici durante il loro digiuno diurno (Al-Sawm) e la loro preghiera notturna (Al-Iftar), trasformando potenzialmente questa lotta circoscritta in un conflitto mondiale tra cristiani e musulmani.
Le Furie scatenano la loro vendetta.
La domanda è: cosa ha spinto gli israeliani e gli americani a scegliere nomi così intimidatori per le loro operazioni?
Se si considera questa terminologia come una scelta stilistica, si possono tracciare diversi parallelismi letterari interessanti con il contenuto dell’epopea di Virgilio, «L’Eneide» . Questo confronto permette di constatare come la retorica militare moderna possa, in modo involontario, fare eco ai temi classici di un’opera epica incentrata sull’ira, sul destino e sull’instaurazione di un nuovo ordine.
Nel libro VII dell’Eneide, l’eroina principale del poema, la dea suprema Giunone (Era nella mitologia greca), invoca le forze malvagie degli Inferi (Ade), scatenando sui Troiani un potere malvagio sotto forma di Alecto, una delle tre Furie (dee della vendetta)
[3]. Giunone evoca la Furia Alecto per scatenare una guerra tra i Troiani di Enea e le tribù italiche. È Alecto ad alimentare la furia della regina Amata e del re Turno, provocando un conflitto sanguinoso.
Si può qui tracciare un parallelo con l’operazione militare in corso: se si considera la «Furia epica» in questo contesto, il suo nome può essere interpretato metaforicamente non come una semplice «rabbia sfrenata», ma come lo scatenarsi deliberato di una forza distruttiva (simile ad Alecto) al fine di trasformare radicalmente l’ordine costituito (in un contesto moderno ambientato in Medio Oriente).
La trama dell’Eneide ruota attorno alla missione di Enea che, spinto dal destino, è destinato a fondare una nuova città (Roma) dopo la distruzione di Troia.
Si delinea un parallelo con la retorica americana: nelle sue dichiarazioni, il presidente americano Donald Trump ha definito l’operazione una «nobile missione» volta a «proteggere il popolo americano » ed eliminare la «minaccia di un regime brutale». Ciò fa eco al senso del dovere di Enea e all’inevitabilità dell’azione, in cui il leader si fa carico di un pesante fardello (le perdite militari) per il futuro («lo facciamo per il futuro»). Proprio come Enea lascia Troia in rovina per costruire Roma, la retorica americana mira a smantellare l’attuale regime per consentire al popolo iraniano di «prendere in mano il proprio destino» e di costruire una «Nuova Teheran» sulle rovine dell’antica capitale.
Il nome «Furia epica» può anche essere associato agli epiteti che accompagnano i protagonisti delle epopee antiche. Fin dall’inizio dell’Eneide, Virgilio espone il conflitto centrale del poema, evocando «l’indimenticabile ira della feroce Giunone» (saevae memorem Iunonis ob iram). L’ira degli dei o degli eroi in un’epopea è una forza che sconvolge il destino delle nazioni.
Sebbene gli ideatori dell’operazione «Furia epica» non stabiliscano alcun legame diretto con l’Eneide, questa operazione militare attiva involontariamente gli stessi codici culturali dell’antico poema epico romano: l’idea dell’inevitabilità del conflitto, dell’ira divina e della gravosa missione di instaurare un nuovo ordine mondiale attraverso la distruzione di quello vecchio. «Furia epica» colloca l’azione in un contesto simile: non si tratta di un’operazione di polizia, ma di un atto di rappresaglia o di un attacco preventivo, giustificato dalla sua potenza e dalla sua portata storica, se non altro per mettere in discussione la legittimità dell’esistenza di Israele come Stato. Ciò che è paradossale in questa denominazione data a una campagna militare contro l’Iran è che l’operazione si rivela paradossale se si esamina più da vicino il significato delle parole. Le Furie della leggenda incarnavano la vendetta, ma l’America ha forse un motivo per vendicarsi dei persiani di oggi? D’altra parte, si potrebbero trovare ben più motivi per vendicarsi di Israele, «alleato», soprattutto dopo che i collaboratori di Trump hanno rivelato l’identità dell’assassino di Kennedy. La grande storia di vendetta potrebbe benissimo mirare a un bersaglio esoterico, noto solo a chi scruta le profondità dell’anima.
Se il «Ruggito del Leone» è un’allusione biblica diretta (il Leone di Giuda), che sottolinea l’identità nazionale e religiosa di Israele, allora la «Furia Epica» rimanda alla tradizione classica occidentale (greco-romana). Questa giustapposizione mette in luce le prospettive culturali divergenti degli alleati: uno percepisce nel conflitto una narrazione biblica sacra, l’altro uno scontro immenso, quasi mitologico.
Tuttavia, questa operazione comporta i propri «svantaggi» per Israele e gli Stati Uniti dal punto di vista delle tre religioni monoteistiche abramitiche – l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, essendo queste ultime due religioni mondiali, cioè di portata internazionale. Queste tre confessioni sono state profanate lo stesso giorno della «parata dei pianeti », un importante fenomeno astronomico, il 28 febbraio, che coincideva con lo Shabbat ebraico, la Quaresima cristiana e il mese sacro musulmano del Ramadan.
Forse è proprio per questo, sotto molti aspetti, che le cose non sono andate come previsto: Trump non è riuscito a coinvolgere i suoi alleati regionali (i curdi e altri) nell’operazione, né a ottenere il sostegno dei suoi alleati della NATO. Di conseguenza, Trump è costretto a preparare da solo un’operazione terrestre, e a quanto pare anche senza Israele, il cui esercito è impantanato nel Libano meridionale.
Chiediamoci: il Nuovo Testamento della Bibbia offre delle risposte alla sfida lanciata all’umanità da un leone rabbioso e ruggente?
Sì, le offre: le troviamo nella Prima Lettera di Pietro (5, 8-9) [4], dove il leone non è presentato come la Voce di Dio per le nazioni, compreso Israele. Nel profeta Amos, l’immagine del leone ruggente serve a descrivere l’inevitabilità del giudizio divino. Mentre nella lettera di Pietro, il leone appare come il diavolo.
È qui che risiede il contrasto più sorprendente e paradossale. Nel versetto 8 del capitolo 5 della Prima Lettera generale dell’apostolo Pietro è scritto: «Siate sobri, vegliate; poiché il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi divorare. Resistetegli, saldi nella fede…» (1 Pietro 5,8-9). Questo monito di Pietro (5,8) è una delle immagini più suggestive e inquietanti del Nuovo Testamento.
Per comprenderla appieno, è opportuno esaminarla su tre livelli: storico-culturale (perché una simile immagine?), teologico (la natura della minaccia) e spirituale-pratico (come si applica ai cristiani di oggi?) .
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Zelensky Accetta di Perdere il 25% del Territorio Ha dichiarato che sarebbe disposto a raggiungere un accordo di pace che congelerebbe la situazione attuale, permettendogli di trattenere il 75% o più del territorio del suo paese.
“Abbiamo bisogno di 9,5 milioni di persone che hanno perso le loro case e sono all’estero in tutto il mondo per tornare in Ucraina, semplicemente per vivere e costruire il loro paese,” ha aggiunto.
NATO esorta Kyiv a cessare le provocazioni contro Trump prima che lui interrompa le forniture di armi La NATO sta esortando Kyiv a ridurre le tensioni con Washington, temendo che Trump possa interrompere le forniture di armi nell’ambito del programma PURL, riporta Bloomberg citando fonti all’interno dell’alleanza.
Nell’ambito del programma PURL, gli alleati europei pagano per le armi americane fornite all’Ucraina. Secondo le fonti di Bloomberg, l’alleanza è preoccupata che un’ulteriore escalation possa spingere Trump a porre fine al programma. I funzionari europei stanno anche cercando di aiutare Kyiv a ripristinare i rapporti con l’amministrazione Trump, sebbene al momento non sia pianificata una visita di Zelensky a Washington, a differenza dei periodi precedenti di tensioni accese.
Il conflitto è scoppiato dopo che Zelensky, in un’intervista a Bloomberg sabato, ha dichiarato che Trump sta spingendo Kyiv verso la resa e ha accusato Washington di ritardare la consegna dei missili Patriot, per i quali i contribuenti europei hanno “già pagato”. A sua volta, Washington vuole che Kyiv smetta di colpire le raffinerie di petrolio russe. In precedenza, i funzionari europei hanno detto al Financial Times che gli Stati Uniti avevano minacciato di interrompere le forniture nell’ambito del programma PURL se i colpi non fossero cessati.
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di Martino Mora – 19/10/2026

Fonte: Martino Mora
Guardo sconcertato le immagini dei maranza che, quasi indisturbati, si dedicano al saccheggio e alla distruzione nel centro di Milano.
La mia città.
Un moto di disgusto mi assale.
C’è qualcosa dell’assalto al forno manzoniano.
Ma i maranza non vogliono il pane, ce l’hanno già.
Vogliono le brioches.
Cioè vogliono vestiti e scarpe firmate.
E le vogliono gratis, saccheggiandole.
Sono viziati materialisti fino al midollo.
Come gli italiani.
Però loro non pagano.
Sfasciano e rapinano, nella quasi totale impunità.
Lo Stato liberale, il nostro come quello inglese o francese, è totalmente incapace di affrontare con la fermezza necessaria il fenomeno.
Lo Stato liberale sta fallendo, ha fallito, non meno del totalitarismi.
E per ragioni opposte, ma altrettanto serie.
E’ evidente che i maranza sono accecati dal risentimento, dal rancore, dall’odio.
Contro Milano, contro l’Italia, contro l’Europa.
Eppure i loro genitori sono stati accolti in questo Paese, spesso senza nemmeno avere il diritto di entrarvi.
I nostri politici dicevano fin dai primi anni Novanta, ricordo bene, che erano “una ricchezza”.
Caspita, che ricchezza.
Lo vediamo bene.
I maranza vogliono il benessere, il vero grande idolo di un Occidente americanista che è governato dal denaro.
Ma lo vogliono gratis.
Escono dai loro ghetti per razziare i simboli di questo benessere.
I loro riferimenti non sono gli imam, come certi idioti sostengono, ma i rapper e i trapper del sistema orgiastico-mercantile americanista.
Che dagli iphone, non dai minareti, dissemina ogni giorno tutto il suo veleno.
Lo stesso sistema capitalista che del resto ha fatto entrare i loro padri, anche per avere manodopera di riserva a basso costo a danno dei nostri operai.
Con il consenso esultante dei sindacati e di Confindustria.
I maranza non sono maomettani, se non sociologicamente, ma nichilisti e consumisti.
Come noi.
Ma godono dell’impunità vergognosa che noi stessi gli abbiamo concesso, in nome della stessa ideologia astratta dei diritti dell’uomo per la quale abbiamo permesso ai loro padri di entrare in massa.
Con la benedizione costante e ostinata del clero modernista cattolico, che occupa il vertice della Chiesa da sessant’anni.
Benessere materiale e diritti dell’uomo. Ovvero la “società aperta”, una dissocietà senza più legami, senza più autorità, senza più ordine, ove nulla precede l’individuo e l’unico potere supremo è quello impersonale del denaro, esaltata da liberali come Popper e Dahrendorf, oggi da George Soros.
O dal socialdemocratico Habermas, quello del ridicolo “patriottismo della Costituzione”.
I maranza dovrebbero riconoscersi “patrioti” della Costituzione, possibilmente quella che il giullare di corte Benigni definisce la “più bella del mondo”. Siamo alle comiche.
Sono gli intellettuali come Habermas, come diceva Costanzo Preve, ad essere, per la prima volta nella storia, molto più stupidi dell’uomo poco scolarizzato.
Il centro di Milano, la capitale economica e morale di questo Paese, è stato consegnato, per tre pomeriggi consecutivi, alle bande di maranza. Che hanno vandalizzato e saccheggiato impunemente.
Se fossimo in una realtà non distopica, il ministro dell’Interno Piantedosi dovrebbe dimettersi per manifesta incapacità.
Come Sala, l’orrido sindaco radical chic.
Purtroppo, invece, siamo in una plutodemocrazia liberale avanzata.
Cioè in una distopia.
Restano al loro posto.
La maggioranza dei minori arrestati è già stata rilasciata, pochissimi anche tra i maggiorenni resteranno in carcere, ancora meno verranno condannati dalla nostra pessima magistratura.
Non siamo forse l’Europa dei diritti?
Liberté, egalité, fraternité, come insegnano i massoni e I Papi conciliari.
Abbiamo detronizzato Dio, per intronizzare al suo posto il benessere economico e i diritti degli individui astratti.
Di essi moriamo.
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@Rusia_HD
Lingua originale: inglese
RUSSIA INTERROMPE I CORRIDOI GLOBALI DI CONCIMI E ALIMENTARI! A
lto Comando Russo: “Con effetto immediato, tutte le esportazioni di grano, le spedizioni di concimi e le rotte commerciali agricole verso nazioni ostili sono sospese.”
Ministro dell’Agricoltura UE: “Si tratta di un ricatto alimentare catastrofico! State spingendo i prezzi globali del cibo verso una carestia senza precedenti!” Vladimir Putin: “Avete imposto migliaia di sanzioni finanziarie alla nostra nazione mentre vi aspettavate che noi nutrissimo le vostre popolazioni.
Perché dovremmo esportare il nostro raccolto verso coloro che cercano di isolarci?” Ministro dell’Agricoltura UE: “Bloccheremo le vostre navi mercantili e sanzioneremo le vostre riserve della banca centrale!”
Vladimir Putin: “Bloccate pure le nostre navi quanto volete. Non potete comunque nutrire un continente con banconote di euro stampate.”
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Marco Rizzo:
Marx ed Engels avevano visto giusto sul lumpenproletariat: “prodotto passivo della putrefazione degli strati più bassi della vecchia società, gettato qua e là nel movimento… più pronto a farsi comprare per manovre reazionarie”.
Aveva visto giusto anche Pasolini sul conformismo volgare di certi antifascisti che volevano solo il consumo. Solo che ora siamo più in basso. Non cercano pace – distruggono – né liberazione dal lavoro – non lavorano – né emancipazione femminile – sono in gran parte musulmani – né una scuola migliore – la disertano o aggrediscono i docenti. Vogliono solo sentirsi furbi senza cervello, ribelli senza coraggio, rubando Armani e Vuitton.
GUERRIGLIA A MILANO. MARCO RIZZO E LA PEDAGOGICA SAPIENZA DI UN “VECCHIO” COMUNISTA
Le forze dell’ordine, davanti a chi sfascia, saccheggia e lancia pietre, devono poter intervenire con tutta la fermezza necessaria, fino a gonfiare i teppisti come zampogne che suonano le arie di Natale e a far veder loro Gesù Bambino che scende dalle stelle, senza il timore di finire sotto processo per aver fatto il loro dovere, anche a colpi di manganello.
— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —
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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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Sabato 17 e domenica 18 ottobre il centro di Milano è stato messo a ferro e fuoco da centinaia di ragazzi a volto coperto, in larga parte minorenni, convocati su TikTok col pretesto di una manifestazione contro il caro vita, combattuto svaligiando il Foot Locker di corso Vittorio Emanuele, il Carrefour di via Torino e il Decathlon di piazza Castello.

Il bilancio: 271 persone accompagnate in questura, l’80% minorenni, il più piccolo di undici anni; agenti feriti; i fedeli usciti dalla Messa dell’Arcivescovo Mario Delpini fatti evacuare da un passaggio sotterraneo della Cattedrale metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria.
Davanti a tutto questo, la proposta più sensata non è venuta dai sociologi inclusivi da salotto televisivo né dagli psicologi del dialogo dell’età evolutiva, ma da un comunista a tutto tondo: Marco Rizzo, già deputato ed europarlamentare, per anni alla guida del Partito Comunista. Che cosa propone? Una norma semplice ed efficace: chi spacca viene fermato ed esce soltanto quando mamma e papà vanno col portafogli in mano a pagare la cauzione. E aggiunge così che il figliolo finalmente si prenderà anche i due schiaffi che già da tempo avrebbe dovuto prendere, imparando che le azioni hanno conseguenze e che le conseguenze hanno un prezzo che qualcuno deve pagare.
Il problema di fondo è la distruzione dell’autorità. Per decenni ci è stato spiegato che l’autorità è repressione, il limite è trauma, il «no» è violenza psicologica. Abbiamo così cresciuto una generazione di genitori-sindacalisti, pronti a contestare il voto dell’insegnante, a denunciare l’allenatore che ha lasciato il figlio in panchina, a vedere in ogni rimprovero un attentato all’autostima del pargolo. Il genitore iperprotettivo non è un genitore amorevole: è un genitore assente, che ha delegato all’impunità l’educazione del figlio. Il risultato sono dodicenni che non temono nulla e nessuno, perché nessuno ha mai insegnato loro a temere qualcosa.
Su questo vuoto educativo si innesta la sottocultura di una certa musica trap e drill che canta la rapina, il coltello, il disprezzo per la polizia, il denaro facile e il marchio griffato come unico segno di valore. Non è la causa unica, ma è la colonna sonora. E non è un caso che le vetrine prese d’assalto fossero quelle delle scarpe da ginnastica e dell’abbigliamento sportivo: si saccheggia ciò che si ostenta nei video.
C’è poi un nodo che nessuno vuole sciogliere: questi ragazzi sanno benissimo che non può accadere loro nulla, che il poliziotto, fermandoli, rischia più di loro. Se un agente, per bloccare un minore che sfonda la vetrina di un negozio per rubare capi griffati, lo colpisce con un manganello di gomma, a finire davanti a un giudice sarà lui, che non di rado ne uscirà condannato. E finché il poliziotto avrà più paura del giudice di quanta il teppista ne abbia del poliziotto, la delinquenza trionferà.
Certi soggetti, vedendo a distanza le forze dell’ordine, dovrebbero avvertire un brivido lungo la schiena: a esse è affidata la nostra sicurezza e, all’occorrenza, l’uso della forza legittima, protettiva e difensiva, di cui solo lo Stato detiene il monopolio. E le forze dell’ordine, davanti a chi sfascia, saccheggia e lancia pietre, devono poter intervenire con tutta la fermezza necessaria, fino a gonfiare i teppisti come zampogne che suonano le arie di Natale e a far veder loro Gesù Bambino che scende dalle stelle, senza il timore di finire sotto processo per aver fatto il loro dovere, anche a colpi di manganello. Non è un’apologia della violenza, ma la difesa dell’autorità dello Stato: è la richiesta che lo Stato smetta di lasciare soli i suoi agenti e di garantire, nei fatti, l’impunità a chi delinque.
Strano destino quello di noi presbiteri: per ascoltare un discorso educativo serio, abbiamo dovuto dare retta a un vecchio e lucido comunista, mentre la parodia della sinistra salottiera bivacca fuori dal reale tra i super attici dei Parioli e le ville di Capalbio.
Dall’Isola di Patmos, 20 ottobre 2026
L'articolo Marco Rizzo ha identificato i tredicenni ladri come “lumpen” proviene da Blondet & Friends.

Devastazione nel cuore di Parigi
Nel fine settimana la Francia è stata colpita dalla peggiore ondata di vandalismo e saccheggio dall’inizio della pandemia, in relazione alle proteste a livello nazionale. A Parigi, numerosi commercianti hanno assistito impotenti al grave danneggiamento dei propri negozi.

Un’auto bruciata presso il monumento di Porte Saint-Denis a Parigi il 18 ottobre 2026, un giorno dopo le violente proteste e le diffuse distruzioni nella capitale francese.
Foto: Etienne Fauchaire/Epoch Times
Tempo di lettura : 7 minuti.
«Ci aspettavamo qualcosa di simile e abbiamo fatto tutto il possibile per proteggere il negozio. Ma qui non c’era niente da rubare, solo cose da distruggere», ha detto.
“Questo ha paralizzato la mia piccola impresa per molto tempo.”
“Abbiamo ricevuto messaggi d’odio e siamo stati minacciati con gesti che facevano pensare che ci avrebbero tagliato la gola”, ha riferito.

Il monumento in Place de la République a Parigi è stato imbrattato il 18 ottobre con slogan come “Morte ai fascisti” e “Antifa”.
Foto: Etienne Fauchaire/Epoch Times

Il 18 ottobre 2026, i resti delle barricate giacciono davanti a un McDonald’s devastato a Parigi, un giorno dopo le violente proteste dell’estrema sinistra.
Foto: Etienne Fauchaire/Epoch Times
“Si è trattato di un incendio doloso. Un tentato omicidio dei rappresentanti eletti della Repubblica”, ha dichiarato Guérin.
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Guerriglia dei ragazzini a Milano, Crosetto evoca la mano estera: “E’ la guerra ibrida che passa dai social”. Zelensky: “In Ue cittadini manipolati dalla Russia”
Il ministro della Difesa: “Il caso di questi giorni sono una cosa diversa da ciò che abbiamo vissuto in passato, l’Occidente deve reagire”. Ieri era stata Quartapelle (Pd) a citare le “potenze straniere” che “amplificano” le manifestazioni

Ci pensa nelle stesse ore il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “La Russia conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe”.
Ieri la prima ad evocare le ombre russe era stata la parlamentare del Pd Lia Quartapelle: “Abbiamo già visto in diverse città europee manifestazioni convocate attraverso i social, eventualmente amplificate anche da potenze straniere, con effetti devastanti sui contesti urbani. Bisogna capire che cosa è successo e chi c’è dietro queste manifestazioni”, ha aggiunto, sottolineando anche la necessità di approfondire come mai le forze dell’ordine siano sembrate impreparate a gestire la piazza, soprattutto domenica. A ribadire il concetto anche la capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi: “Non occorre inseguire teorie del complotto né immaginare registi occulti per capire che qualcosa non torna – dichiara -. Chi vuole indebolire le democrazie europee sa che oggi è possibile condizionare governi e opinioni pubbliche alimentando il disagio, amplificando ogni tensione attraverso una disinformazione sapientemente orchestrata, fomentando le rivolte nelle piazze oppure insinuando nelle famiglie paura e sfiducia verso le istituzioni. Sono le dinamiche della guerra ibrida: strumenti diversi, obiettivi convergenti. Del resto, l’intelligence francese ha già descritto e documentato questi metodi, mettendoli nero su bianco. Per questo non possiamo lasciare campo libero a chi soffia sul fuoco delle nostre fragilità e sfrutta problemi reali, spesso determinati da fattori che travalicano i confini nazionali, per dividerci e renderci più deboli”.
Le idee all’interno del governo non sono granché univoche o comunque non lo erano fino al weekend di guerriglia di piazza Duomo: “Mi preoccupa l’invasione islamica, non la guerra ibrida – aveva detto il vicepremier Matteo Salvini -. Non ho paura dei russi, ho paura degli estremisti islamici“.
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[20/10/2026 16:35] Maurizio Blondet
1. 🇬🇧 Regno Unito: +7,1 milioni
2. 🇪🇸 Spagna: +6,8 milioni
3. 🇩🇪 Germania +6,4 milioni
4. 🇹🇷 Turchia: +5,8 milioni
5. 🇮🇹 Italia: +4,4 milioni
6. 🇫🇷 Francia: +3,0 milioni
7. 🇦🇹 Austria: +1,4 milioni
8. 🇳🇱 Paesi Bassi: +1,4 milioni
9. 🇨🇭 Svizzera: +1,3 milioni
10. 🇧🇪 Belgio: +1,3 milioni
11. 🇸🇪 Svezia: +1,3 milioni
12. 🇵🇱 Polonia: +917.000
13. 🇮🇪 Irlanda: +840.000
14. 🇳🇴 Norvegia: +720.000
15. 🇷🇴 Romania: +521K
16. 🇵🇹Portogallo: +476K
17. 🇩🇰 Danimarca: +475.000
18. 🇭🇺 Ungheria: +393.000
19. 🇨🇿 Repubblica Ceca: +386.000
20. Finlandia: +378.000
La popolazione migrante europea è cresciuta di 40,8 milioni tra il 2000 e il 2024, con un aumento del 67%. Regno Unito, Spagna e Germania insieme rappresentano quasi la metà di tale aumento.
L'articolo : Paesi europei con il maggior afflusso di migranti (2000-2024) proviene da Blondet & Friends.

L’ipotesi di un’iniziativa diplomatica europea nasce dalla crescente insofferenza nei confronti della gestione dei negoziati da parte degli Stati Uniti. Diversi leader dell’Unione europea non sembrano più disposti a lasciare esclusivamente a Washington il compito di trattare con il presidente russo, anche alla luce delle divergenze sull’approccio adottato da Donald Trump per arrivare alla fine delle ostilità
di Redazione
20 Ottobre 2026

Ursula von der Leyen e Vladimir Putin (fonte: Wikipedia)
L’ipotesi di un’iniziativa diplomatica europea nasce dalla crescente insofferenza nei confronti della gestione dei negoziati da parte degli Stati Uniti. Diversi leader dell’Unione europea non sembrano più disposti a lasciare esclusivamente a Washington il compito di trattare con il presidente russo, anche alla luce delle divergenze sull’approccio adottato da Donald Trump per arrivare alla fine delle ostilità.
Le due proposte delineano percorsi differenti per cercare di chiudere il conflitto, con un compromesso che coinvolgerebbe direttamente il futuro territoriale dell’Ucraina e le sue prospettive di integrazione nell’architettura di sicurezza occidentale. Entrambe, tuttavia, comporterebbero concessioni rilevanti e aprirebbero interrogativi sulla possibilità di raggiungere un’intesa accettabile per tutte le parti coinvolte.
Nel primo scenario, la guerra verrebbe congelata lungo le attuali posizioni militari. La linea del fronte diventerebbe quindi il punto di riferimento per fermare i combattimenti, mentre Kiev dovrebbe rinunciare all’ingresso nella Nato. Una soluzione di questo tipo consentirebbe di interrompere le operazioni militari senza necessariamente risolvere in modo definitivo tutte le controversie territoriali, ma imporrebbe all’Ucraina di abbandonare una delle principali opzioni strategiche perseguite dall’inizio del conflitto.
Il secondo scenario prevederebbe invece la cessione alla Russia del territorio del Donbass ancora conteso, in cambio dell’adesione ucraina alla Nato. In questo caso, il prezzo territoriale sarebbe più esplicito, mentre Kiev otterrebbe la prospettiva di entrare nell’Alleanza atlantica, con conseguenze significative per gli equilibri di sicurezza europei e per i rapporti con Mosca.
La scelta tra le due ipotesi metterebbe dunque al centro il rapporto tra integrità territoriale e garanzie di sicurezza. Da una parte, il congelamento del fronte richiederebbe la rinuncia alla Nato; dall’altra, la cessione di ulteriori territori alla Russia sarebbe accompagnata dalla possibilità per l’Ucraina di entrare nell’Alleanza. Si tratta di alternative che evidenziano quanto resti complesso individuare un compromesso capace di conciliare le richieste russe, le ambizioni di Kiev e le preoccupazioni dei Paesi europei.
Intanto, la crescente frustrazione europea verso l’approccio di Trump rafforza l’ipotesi di un coinvolgimento diplomatico più diretto dell’Unione. I governi europei temono infatti di restare ai margini di un eventuale accordo destinato a incidere in modo decisivo sulla sicurezza del continente. Un confronto diretto con Putin permetterebbe loro di provare a influenzare i termini di una possibile intesa, anziché affidare interamente agli Stati Uniti la conduzione dei negoziati.
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IMPORTANTE LA DURA RISPOSTA DI RIYAD
“Provate a congelare un solo dollaro e ritiriamo i nostri fondi in 24 ore!”… Riyadh rompe i rapporti finanziari con Bruxelles e risponde duramente! L’avvertimento europeo cieco: Bruxelles richiede una riduzione della produzione petrolifera e minaccia di imporre multe e regolamentazioni severe sui fondi sovrani del Regno nelle banche europee.
La risposta saudita devastante: Riyadh taglia i ponti e lo dice senza esitazione: “Provate a congelare un solo dollaro dei nostri fondi sovrani, e ritireremo ogni centesimo di investimento saudita dalle vostre banche in esattamente 24 ore!” Crisi di liquidità europea: Il principe Mohammed bin Salman decide: “Volete isolarci? Provateci.. mentre le vostre banche affronteranno una carestia di liquidità immediata, il Fondo per gli Investimenti Pubblici procederà per la sua strada alle sue condizioni assol
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I tumulti giovanili di questi giorni non hanno parole d’ordine, non prevedono sbocchi né
hanno un programma oltre l’elenco di generiche, benché fondate, doglianze. Limitiamoci
all’Italia, giacché il caso francese in fase acuta è assai diverso, per la saldatura tra forze
politiche organizzate, La France Insoumise e l’ultrasinistra di Olivier Besancenot, e
settori islamisti di una generazione per lo più figlia dell’immigrazione selvaggia, insensata,
sostitutiva, folle, avviata da Mitterrand negli anni Ottanta. La vena insurrezionale è
alimentata dall’odio furioso dei manifestanti verso la République e dall’incapacità (o
assenza di volontà?) delle istituzioni di sedare la rivolta, probabilmente per colpire
preventivamente Marine Le Pen nell’imminenza delle elezioni presidenziali, e tentare un
ennesimo rattoppo di sistema. Due secoli di democrazia si pagano (Charles Maurras).
Concentriamoci sugli imitatori di casa nostra, fomentati dai centri sociali, i mazzieri non
troppo occulti della sinistra politica, dal nuovo antagonismo della Cgil – sin qui silente o
complice dello strame dei diritti sociali dei lavoratori di oggi e di domani- nonché dal
grottesco compiacimento di rivoluzionari da salotto e dall’inazione di borghesi radicali
come il sindaco milanese Sala. Assistiamo alla verifica delle potenzialità di una sommossa
di maranza, topi e gretini, uno sciame umano unito dall’ignoranza, dal nichilismo e dalla
soggezione al consumismo più rivoltante. Altro sono gli ispiratori e i dirigenti, giacché le
manifestazioni non nascono dal basso, né da bisogni profondi. E’ una mini rivoluzione di
generazioni sazie e, si ripete, annoiate. Una noia esistenziale figlia del vuoto interiore,
morale, spirituale i cui colpevoli non sono i giovani, ma le generazioni che dirigono la
società. Pensiamo ai ragazzotti borghesi romani che scacciavano la noia investendo
malcapitati con la minicar. Presi, si dichiarano dispiaciuti, poveri cari. Sono liberi e non
pagheranno il conto, se non con ridicoli servizi sociali e “spiegoni” di moralismo
istituzionale, quelli sì noiosissimi.
Sempre per noia, migliaia di minorenni d’ambo i sessi, convocati al fischio dei social
media, si vestono come soldatini ( l’ uniforme è la felpa nera con cappuccio) e scendono in
piazza urlando slogan appresi al momento ai quali sono sovranamente indifferenti. Forse i
meno peggio sono i “maranza” di origine immigrata, che una cosa la sanno: odiano la
società in cui sono stati catapultati. Gli altri sono topolini riuniti da pifferai organizzati,
vecchi arnesi dei centri sociali, allevati, coccolati, pagati, dalle cosiddette istituzioni .
Specie di sinistra, ma a destra non battono un colpo. Niente sgomberi, bollette a carico dei
contribuenti, nessun controllo, tolleranza di mille illegalità. E’ tutto gratis, ma non esistono
pasti gratuiti. Il conto sono città a soqquadro, saccheggi non per bisogno ma per rubare
capi di abbigliamento, accessori e ogni altro prodotto della società dei consumi, quartieri
sottratti alla pur blanda legge dello Stato.
Dicono che occorre ascoltare, che il disagio- reale- non va criminalizzato. Vero, ma per
trattare serve uno straccio di proposta, un progetto, un’alternativa da confrontare. Non è
così e non può esserlo: casinisti e facinorosi sono i figli legittimi dei padri che hanno
sfigurato la realtà per adeguarla al Dio Mercato, alla mitologia dei diritti- quasi tutti
all’altezza del basso ventre- all’adorazione del consumo e dei desideri. Coltivano l’ignoranza soddisfatta chini sullo smartphone, plasmati dalle mode, dal conformismo,
dall’indifferenza. A Torino è stata assaltata la libreria Feltrinelli. Non per procurarsi gratis
tomi ponderosi o classici della letteratura, ma per distruggere, gettare a terra ciò che era
ordinato negli scaffali. Legge del contrappasso: proprio quello che sognava, prima di
morire mentre collocava un ordigno, il capostipite della dinastia , Giangiacomo Feltrinelli,
ricco, annoiato e rivoluzionario, di cui i teppistelli nulla sanno.
Eppure ripetono che bisogna comprendere, carezzare questa generazione, nostra o
immigrata. Hanno ragione. Sono i nostri figli e nipoti, sono come noi li abbiamo (dis)fatti.
E’ come auscultare, psicanalizzare noi stessi, stesi sul lettino dello psicoterapeuta che
osserva l’ orologio per dirci il fatidico “ il nostro tempo è finito”, incassare la parcella e
prescrivere farmaci placebo. Oltre mezzo secolo di pessimi maestri, di capovolgimento di
ogni valore e principio portano a spaccare vetrine per il gusto di farlo e per noia, investire
passanti con la minicar o strafarsi nei rave party , simbolo postumo del Sessantotto che
ignorano: le tre rivoluzioni, chimica, musicale e sessuale. Oppure, come è accaduto a un
quindicenne, morire sotto un trattore in un gioco da mostrare online, variante
contemporanea di “correre a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile
morire. Tu chiamale, se vuoi, emozioni”.
La differenza è che le generazioni odierne sono già morte dentro. Colpevoli ? Solo di
plumbeo conformismo. Il resto, la riduzione a topi in gabbia che azionano la leva delle
emozioni, del consumo, della dissipazione di sé, è colpa nostra. Ecco perché non sappiamo
compiere il primo gesto di salvazione, reprimere il male ( che abbiamo rinunciato a
definire tale ) per poi curarlo. Dinanzi a un’emorragia, non si pensa a discutere, si cerca di
fermare il sangue. Dopo verranno diagnosi, prognosi, terapia. Il problema è che
l’emorragia – l’assenza di principi, valori, identità, giudizi su bene e male, – è innanzitutto
nostra. Perciò non la riconosciamo. Ogni rivolta conosce saccheggio e distruzione.
Anormale è rubare abiti non per coprirsi, ma capi firmati da sfoggiare, colonizzati dal
sistema di consumo ! Né è normale ignorare di essere in uniforme: un anti esercito in felpa
nera. Ignari sanculotti postmoderni che urlano a squarciagola “tutti odiano la polizia”,
come se nell’arcadia ideale che immaginano nei rari momenti di lucidità si possa fare a
meno di un ordine . I signorini annoiati non attaccano i veri santuari del potere: non lo
vogliono i mandanti – di cui la stragrande maggioranza non sospetta l’esistenza- il cui
scopo è diventare gestori dell’ esistente, non modificarlo, tanto meno abbatterlo.
Alcuni usano slogan mutuati dalla stagione di Greta Thunberg, ricomparsa per tacciare di
fascismo il governo italiano. Non serve risposta: non sanno, non capiscono, maranza, topi
e gretini. Con la G e con la C, una generazione devastata da chi è al potere, resa incapace di
comprendere che la sua mobilitazione è lo strumento di giochi sporchi: inconsapevoli,
sciamannati fantaccini incappucciati. Il rischio è doppio. Da un lato rafforzare chi invoca
solo repressione e getta allo sbaraglio altri giovani, quelli in uniforme ufficiale, per
conseguire tornaconti politici presso l’ opinione pubblica disorientata in una società
decomposta, ingiusta, i cui scoppi d’ ira sono febbri naturali. Dall’altro i burattinai di
maranza, topolini e gretini potrebbero vincere la loro partita, consistente, di fatto,
nell’aggravare il malessere: più immigrati, più disordine, più precarietà esistenziale e
sociale, più falsi “diritti”, senza toccare minimamente l’oligarchia al comando, finanza,
tecnologia, fondi, multinazionali, più ceti di servizio nella politica, nelle organizzazioni
transnazionali, nella sedicente cultura, nell’intrattenimento.
Panem et circenses, la formula romana per controllare le generazioni è sempre valida,
rafforzata dal soft power – il potere fintamente dolce che ci fa fare ciò che vuole – e dai
nudges, le spintarelle “gentili” dal medesimo scopo. Tutto teorizzato e poi realizzato.
Maranza, topi, gretini ( e non solo) ci cascano sempre. Altri chiedono legge e ordine
affinché tutto continui come prima. Triste baccanale degli “ultimi uomini” : “di tanto in
tanto un po' di veleno: ciò procura sogni piacevoli. E molto veleno alla fine, per morire
piacevolmente. Si lavora ancora, perché il lavoro è un intrattenimento. Ma si guarda bene
che l'intrattenimento non sia faticoso. Un'ideuzza per il giorno e un'ideuzza per la notte.
Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano. “ Figuranti di una
rappresentazione, personaggi che non sanno di avere un autore.
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Marx ed Engels avevano visto giusto sul lumpenproletariat: “prodotto passivo della putrefazione degli strati più bassi della vecchia società, gettato qua e là nel movimento… più pronto a farsi comprare per manovre reazionarie”.
Aveva visto giusto anche Pasolini sul conformismo volgare di certi antifascisti che volevano solo il consumo. Solo che ora siamo più in basso. Non cercano pace – distruggono – né liberazione dal lavoro – non lavorano – né emancipazione femminile – sono in gran parte musulmani – né una scuola migliore – la disertano o aggrediscono i docenti. Vogliono solo sentirsi furbi senza cervello, ribelli senza coraggio, rubando Armani e Vuitton.
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Diritti d’autore Slovakia’s Premier Robert Fico attends a joint press conference with his Polish, Czech and Hungarian counterpart to conclude the one-day the summit of the Visegrad Group (V4) countries, June 2026.
Pubblicato il
Slovacchia e Ungheria hanno chiesto lunedì a Bruxelles una maggiore flessibilità nel graduale abbandono del gas russo, sostenendo che la loro posizione senza sbocco sul mare e la dipendenza dalle attuali vie di approvvigionamento rendono la diversificazione più complessa e costosa.
Bratislava ha ricordato di essere stata storicamente un punto di ingresso per il petrolio e il gas russi, ma ora rischia di diventare, insieme all’Ungheria, un capolinea, dato che le forniture energetiche russe all’Europa centrale dovrebbero cessare nel 2027, in base al piano dell’Ue per eliminare le importazioni da Mosca.
“Vorremmo discutere con la Commissione europea in che modo il prossimo periodo di programmazione e la disponibilità dei fondi Ue possano soddisfare le nostre esigenze, in particolare per quanto riguarda l’ampliamento delle infrastrutture per petrolio e gas nella regione del Gruppo di Visegrad”, ha dichiarato la vicepremier slovacca Denisa Saková a margine di una conferenza stampa a Bratislava, alla quale ha partecipato il commissario all’Energia Dan Jørgensen.
I ministri dell’Europa centrale chiedono che Bruxelles riconosca le loro specificità e tenga conto delle esigenze regionali nell’assegnazione dei fondi Ue alle nuove infrastrutture per petrolio e gas e nella preparazione del prossimo periodo di bilancio dell’Unione, un altro motivo di scontro tra gli Stati membri emerso all’ultimo vertice del Consiglio europeo.
L’appello arriva dopo le pressioni del gruppo di Visegrad — Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia — sui leader dell’Ue, durante il vertice del 15-16 ottobre, affinché riconsiderino le misure per ridurre le bollette elettriche nella regione.
Tra le loro richieste figurano una maggiore flessibilità nell’attuale revisione del mercato del carbonio dell’Unione, il sistema di scambio delle emissioni (ETS), e il rinvio della sua seconda fase, l’ETS2, fino al 2030.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ha riconosciuto la “serietà” della situazione che le popolazioni dell’Europa centrale si trovano ad affrontare e ha ribadito la necessità di “misure mirate e temporanee” che non compromettano l’obiettivo dell’Unione di ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.
“In passato eravamo dipendenti dalla Russia. Ora ci stiamo allontanando da questa dipendenza. Questo è positivo. Ma l’attuale situazione dimostra che siamo ora legati al mercato globale e che gli eventi in Medio Oriente possono avere effetti sui cittadini qui a Bratislava”, ha affermato Jørgensen.
I quattro Paesi Ue, tradizionalmente più dipendenti dai combustibili fossili, sostengono che gli elevati prezzi dell’energia rendono difficile per le loro industrie impegnarsi in investimenti nell’elettrificazione. I prezzi sono stati spinti verso l’alto dalla guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
I consumatori dell’Europa centrale devono far fronte a un onere finanziario nettamente più pesante: secondo il think tank energetico Ember, i futures dell’elettricità all’ingrosso sono oltre il 60 per cento sopra i livelli precedenti alla crisi.
L’abbandono dell’energia russa suscita preoccupazioni economiche in entrambi i Paesi.
Bratislava e Budapest sostengono di dover affrontare sfide specifiche per rispettare i requisiti di diversificazione dell’Ue e chiedono finanziamenti per ampliare le infrastrutture petrolifere e del gas nella regione.
Il gruppo di Visegrad ha accesso a diverse fonti energetiche alternative e a rotte di approvvigionamento che bypassano la Russia, seppure a costo più elevato, con livelli di integrazione differenti tra i quattro Paesi.
“Dal 2027 non potremo più importare gas dalla Russia e vorremmo firmare nuovi contratti di diversificazione. Diversificazione e sicurezza energetica significano che dobbiamo avere regole già pronte per le forniture di petrolio e gas alla regione V4”, ha aggiunto Saková.
Sotto l’ex primo ministro Viktor Orbán, l’Ungheria ha impugnato il piano dell’Ue per la graduale eliminazione delle importazioni di energia russa, portando il caso davanti a un tribunale dell’Unione.
La Slovacchia ha sostenuto il ricorso di Budapest, sostenendo che l’uscita dall’energia russa metterebbe la sua competitività industriale in un netto svantaggio rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell’Ue. Una prima sentenza è attesa tra alcuni mesi.
L'articolo Ungheria, Slovacchia, Cechia e Polonia chiedono all’Ue di rallentare l’abbandono all’energia russa proviene da Blondet & Friends.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riconosciuto che la maggioranza degli italiani è contraria al proseguimento degli aiuti all’Ucraina. In un’intervista alla BBC, il ministro ha tuttavia ribadito che il governo Meloni continuerà a sostenere Kiev, anche contro l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica.
“Non possiamo cedere all’opinione pubblica quando riteniamo che l’opinione pubblica abbia torto”, ha dichiarato Crosetto, attribuendo parte della contrarietà agli aiuti anche a presunte campagne di disinformazione russe. Il ministro ha riconosciuto le difficoltà nel giustificare il sostegno militare all’Ucraina davanti ai cittadini che affrontano l’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti.
Secondo Crosetto, l’Italia ha già approvato dodici pacchetti di assistenza all’Ucraina e potrebbe vararne un tredicesimo entro la fine del 2026. Il ministro ha assicurato che il sostegno militare proseguirà finché l’attuale governo resterà in carica, pur ammettendo che ottenere nuove autorizzazioni parlamentari potrebbe diventare più difficile con l’avvicinarsi delle elezioni.
Crosetto ha inoltre criticato duramente la decisione dell’amministrazione Trump di limitare il sostegno tecnologico e militare a Kiev, sostenendo che un indebolimento dell’Ucraina rischierebbe di allontanare la prospettiva di un accordo di pace con la Russia.
L'articolo Crosetto: «La maggioranza degli italiani è contraria agli aiuti all’Ucraina» proviene da Blondet & Friends.
Come sapete, nel 2022 non ho votato Georgia Meloni perchè era già chiaro che fosse un bluff sostenuto dalla CIA, la Massoneria internazionale ed agenti finanziari stranieri. Quando si è seduta a Palazzo Chigi quindi ero certa che sarebbe stata una grande delusione.
Eppure, credevo che non avrebbe potuto far rimpiangere Draghi. L’avevo sopravvalutata: la sua vittoria era conseguenza della “opposizione” al governo Draghi, ma dietro le quinte Draghi governava e governa coi suoi prestanome nell’attuale esecutivo quantomeno i settori dell’economia/finanza/bilancio, della difesa, della politica estera.
Se questo sembra il bilancio del governo Meloni dopo soli 4 anni, immaginate se il cdx dovesse rivincere le elezioni politiche!
Coi decreti flussi e gli accordi con l’India il governo Meloni ha agevolato la sostituzione etnica persino più dei governi tecnici e di centro-sinistra. Il confronto tra i dati degli ingressi nel periodo anteriore 2014-2022 e nel periodo del governo Meloni (2022-2026) è impressionante, in quattro anni il governo Meloni ha fatto entrare il doppio di immigrati degli anni precedenti. Senza questa politica disastrosa, Futuro Nazionale e Vannacci non sarebbero mai nati.
Il confronto numerico e normativo tra il periodo 2014-2022 (caratterizzato da governi di centro-sinistra, coalizione e tecnici) e il periodo del governo Meloni (dal 2022) evidenzia un netto mutamento nella pianificazione delle quote d’ingresso regolari per motivi di lavoro, guidato da crescenti necessità del tessuto economico nazionale.
Il confronto dei dati sulle quote dei Decreti Flussi
La differenza principale risiede nel volume complessivo delle autorizzazioni programmatiche all’ingresso:
A livello puramente statistico, la programmazione triennale del governo Meloni stabilisce una media di circa 150.000-165.000 ingressi regolari all’anno, un valore che supera nettamente la media annua del decennio precedente.
——-
Sono anni che avevo predetto che la Francia sarebbe stata balcanizzata…e siamo solo all’inizio.
Primo viaggio nel 2003, e feci 2 mesi in Normandia a fare uno stage di Avvocato. Rouen era divisa in due da un ponte: i bianchi nel centro storico, e gli afroislamici dall’altra parte del ponte.
E poi sula collina le No Go Zone. Un collega mi disse:”vedi quei palazzi? La polizia la, non va”.
La mattina vedevo file lunghissime di persone marroni, davanti all’Istituto di sicurezza sociale. Pensai:”non puo’ durare a lungo”.
Ancora 3 anni, e a causa della demografia che premia gli extraeuropei, ci saranno le prime secessioni torritoriali serie.
Il discorso in Francia nasce nel 1960, con la Sinistra anticolonialista e colpevolista. Da noi nei primi anni ’80, quando il PCI strategicamente, inizio’ la propaganda antirazzista, in previsione della futura invasione, propagandando il veleno colpevolista anti europeo tramite i propri insegnanti.
L’Italia e’una Francia indietro di 15 anni
La brutta notizia e’ che non e’ risolvibile.
Perche’ lo Stato Francese per reggere,non puo’ non cercare di mediare tra le masse afroislamiche e i bianchi.
Inoltre, FFOO e Magistrature, sono ideologizzate e non arretreranno mai ne’ sposeranno mai – MAI- la narrazione identitaria pro bianchi.
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Per Von Der Layen, Macron, Elites pedo di Bruxelles, Merz, se le chiese antiche e la storia europea viene cancellata per mano delle scimmie importate, e’ un fatto neutro o anche positivo: sono li per cancellare e resettare cio’ che i Nasoni chiamano Regno di Edom: ossia l’Europa.
Per i rabbini se Edom non cade, il Massiah non viene. E poiché i nasoni vivono in funzione della venuta del Massiah, faranno di tutto per questo
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Il presidente Trump ha scritto questa mattina presto su Truth Social: “La Francia sta bruciando!”, mentre si consuma quello che appare come il crollo del Paese. Travolta da un “terzomondismo” che ne sta decretando la fine – frutto di un decennio di immigrazione di massa incontrollata e di un virulento movimento di estrema sinistra – la nazione ha intrapreso una traiettoria preoccupante, in cui il collasso del sistema di welfare si scontra con un disastro finanziario.
“L’immigrazione di persone provenienti da un mondo completamente diverso, individui che nutrono odio nel cuore, ha mandato in frantumi quello che un tempo era un grande Paese. Chiudete le frontiere e riprendete il controllo, prima che sia troppo tardi!”, ha aggiunto Trump.
Il vicepresidente JD Vance, commentando su X l’escalation di violenza dell’estrema sinistra, ha dichiarato: “I liberali occidentali hanno importato il ‘terzo mondo’ in Francia e in altri Paesi in nome della diversità e della compassione. Hanno ignorato questioni fondamentali come l’assimilazione e la compatibilità. Erano stati avvertiti che si sarebbe arrivati a questo, ma non hanno voluto ascoltare”.
Euronews, descrivendo gli effetti delle rivolte notturne, ha riferito che “le strade sono disseminate di vetri infranti e rifiuti”. Secondo i media locali, i rivoltosi hanno saccheggiato 1.500 negozi in diverse grandi città.
“Il mio pensiero va anche ai 1.500 punti vendita appartenenti ad altre catene commerciali e a tutti i negozianti che hanno subito la stessa, inaccettabile violenza”, ha dichiarato all’emittente Alexandre Bompard, presidente e CEO del gruppo Carrefour.
Bompard ha sottolineato che i disordini sociali avranno “conseguenze umane ed economiche considerevoli”.
Il ministro dell’Interno francese, Laurent Nuñez, ha reso noto oggi che le rivolte del fine settimana hanno causato il ferimento di oltre 600 tra agenti di polizia, gendarmi e vigili del fuoco. Ha inoltre riferito che le autorità hanno arrestato più di 2.000 rivoltosi.
Il destino della Francia sembra ormai segnato: il generoso sistema di welfare non è più in grado di sostenere l’afflusso di migranti, mentre i servizi pubblici continuano a deteriorarsi. Guarda:
“Sostituire l’Europa”: un’inchiesta sotto copertura segue il flusso di denaro che finanzia, tramite i contribuenti, il meccanismo di migrazione di massa in Europa. Il Paese non registra un bilancio in pareggio dai primi anni ’70 e, in un contesto di tassi di interesse elevati, gli spread sui credit default swap (CDS) del debito sovrano sono in aumento. La traiettoria attuale, come descritto dalla candidata presidenziale di destra Marine Le Pen, porterebbe il Paese verso una crisi del debito sovrano.
Nelle ultime settimane, Le Pen ha già fornito alcune anticipazioni sul “bilancio ombra” che adotterebbe in caso di vittoria alle elezioni presidenziali del prossimo anno. Il piano prevede una riduzione del deficit al 3,7% del PIL per il prossimo anno – ben al di sotto dell’obiettivo del 5% fissato dal governo – per poi scendere al 2,2% entro il 2032.
Secondo Polymarket, le probabilità di vittoria di Le Pen alle elezioni del 18 aprile si attestano vicino al 48%, una cifra in forte crescita nelle ultime settimane, proprio mentre divampavano le rivolte.
I media di orientamento progressista continuano a offrire copertura ai rivoltosi di estrema sinistra e ai migranti che stanno incendiando diverse zone del Paese. L’emittente CBS è stata costretta, in una situazione piuttosto imbarazzante, a cancellare un tweet in cui definiva le rivolte come semplici “scontri”.
Abbiamo già spiegato come l’attuale contesto di tassi elevati abbia reso insostenibili le promesse socialiste di sussidi sempre più numerosi: i mercati obbligazionari, infatti, si rifiutano di finanziare deficit enormi destinati a sistemi di welfare improduttivi, che non fanno altro che generare ulteriori distorsioni economiche.
I fallimenti del socialismo si accumulano in tutto l’Occidente. Il Sud America sta virando verso destra, e un’eventuale vittoria di Bolsonaro al ballottaggio in Brasile, previsto per la fine di questo mese, consoliderebbe tale tendenza.
L'articolo La Francia raggiunge il “punto di non ritorno” tra rivolte e caos dilagante proviene da Blondet & Friends.
[19/10/2026 07:39] Maurizio Blondet: [ Video ]
⚡️🇺🇦 Escalation NATO- Russia
Attaccato San Pietroburgo da centinaia di droni. L’attacco è arrivato da Lettonia ed Estonia paesi NATO.
In base alle regole internazionali la Russia potrebbe rispondere immediatamente con un attacco speculare.
A San Pietroburgo è stato colpito praticamente di tutto: data center, terminal petroliferi, sottostazioni elettriche, infrastrutture portuali e depositi di carburanti.
La seconda città della Russia assiste dalle finestre attonita e indifesa.
Ma questa è la guerra, il fatto gravissimo è che l’attacco è passato attraverso paesi NATO in spregio al diritto internazionale
🧭 Vietato Parlare – Spunti per una visione oltre le apparenze
😎 TUTTI I PARTICOLARI: https://www.vietatoparlare.it/slug-attacco-droni-san-pietroburgo-faglia-baltica-meta/
[19/10/2026 07:47] Maurizio Blondet: France Enters “Point Of No Return” As Riots And Chaos Spread | ZeroHedge
https://www.zerohedge.com/political/france-enters-point-no-return-riots-and-chaos-spread
L'articolo La Lettonia ha attaccato Pietroburgo proviene da Blondet & Friends.


Luigi Copertino. Fascismo socialista. Percorsi di superamento delle categorie destra-sinistra, Edizioni Imprimere
Il fascismo è uno dei capitoli più controversi della storia italiana e richiede, per essere compreso, di essere analizzato senza apologie né demonizzazioni. Il libro dello studioso cattolico Luigi Copertino ne indaga le radici nel socialismo eterodosso, nel vitalismo, nel pensiero di Sorel e Nietzsche e nell’anarco-sindacalismo, mostrando il tentativo originario di fondere socialismo e idea nazionale, oltre la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra.
Dall’impossibilità di egemonizzare la sinistra nacque il progressivo avvicinamento al nazionalismo e alle forze conservatrici, fino al compromesso del fascismo-regime. L’analisi ne evidenzia le contraddizioni, la componente sociale e rivoluzionaria e l’eredità dello Stato sociale e imprenditore.
Una rilettura del fascismo nella sua complessità storica, lontana tanto dalla nostalgia quanto dalle semplificazioni ideologiche.
Abbiamo intervistato l’Autore.
Anni fa, uscì un volume di uno degli intellettuali di Destra più interessanti dell’ultimo Novecento, Giano Accame. Il libro si intitolava “Fascismo immenso e rosso”, e riprendeva una definizione dello scrittore francese Robert Brasillach. È una definizione che ho ritrovato nel suo volume …
Il libro di Accame è stato un meritevole tentativo – il mio “Fascismo socialista” si pone sul medesimo sentiero – di sdoganare per il più vasto pubblico le conclusioni cui la ormai immensa letteratura storiografica in tema di fascismo è incontrovertibilmente giunta (le poche resistenze in sede storiografica sono soltanto espressioni tardive e residuali di una vecchia, infondata e superata, storiografia marxista viziata da un approccio ideologico) ovvero che il fascismo è stato un ramo del rigoglioso albero socialista. Un ramo peculiare perché caratterizzato dalla fusione del socialismo – inteso più largamente come tendenza alla giustizia sociale, piuttosto che come dottrinarismo marxista con le sue infondate pretese di scientificità – con la nazione, con la patria. Un motivo, questo, che ritroviamo in tutti gli autentici fascismi storici, non solo quello italiano, e da qui il titolo del testo di Accame ripreso dal francese Robert Brasillach, poeta martire assassinato dalla apparente giustizia dei cosiddetti “liberatori”.
Cosa è stato il fascismo?
Il fascismo è stato profondamente rosso nella sua essenza ed origine. In tal senso alla categoria del “fascismo immenso e rosso”, come dico nel mio libro, il cui titolo è il rovesciamento di quello, “Socialismo fascista”, dell’altro grande scrittore francese Pierre Drieu La Rochelle, possono ricondursi anche esperienze e regimi politici ritenuti in genere distanti dal fascismo come il castrismo cubano. Lo slogan castrista “Patria o muerte” dovrebbe far riflettere i sostenitori di sinistra di Castro. O come il guevarismo. Che Guevara non si spiega senza la sua iniziale adesione militante al Peronismo argentino, che è stata la forma forse più marcatamente socialista – in particolare nell’ala che si rifaceva ad Evita – di fascismo non italiano.
Lei è molto chiaro nel dimostrare che il Fascismo non è ascrivibile alla Destra, e cioè al mondo conservatore …
Senza dubbio. Come dice sin dal sotto titolo il mio libro, il fascismo è stato un modo per andare oltre le categorie di destra e sinistra. Che di per sé non sono atemporali e pertanto immobili. Anzi, esse sono storicamente variabili. Basti pensare che la nazione nasce a sinistra con la Rivoluzione francese e poi si disperde in parte verso destra, con il nazionalismo tardo ottocentesco, e in parte ancora a sinistra, con i vari movimenti di liberazione popolare. Ad esempio, il nasserismo egiziano che, non a caso, rappresenta – e non da solo, perché bisognerebbe aggiungere anche il baathismo irakeno e siriano o il gheddafismo libico – è una tipica forma di socialismo nazionale adattata al contesto storico di matrice mussulmana.
Il conservatorismo. Poi, bisognerebbe distinguere cosa si intende per “conservatorismo”. Oggi, in genere, conservatorismo è sinonimo di liberal-conservatorismo, il polo di destra del pensiero unico liberale essendo quello di sinistra il liberal-progressismo, ma in realtà il conservatorismo prende le sue mosse dalla critica all’epoca di destra, ossia controrivoluzionaria, alla modernità illuminista impostasi con la Rivoluzione francese. Autori come De Maistre, Burke, De Bonald, von Haller avevano puntato il dito soprattutto contro l’individualismo rivoluzionario e difeso l’antico comunitarismo premoderno. In questo senso, si può dire che qualcosa di quella critica ritornò nel fascismo, ma vi ritornò mediata dalle trasformazioni che il conservatorismo subì nel XIX secolo, perlomeno in quelle sue componenti che non accettarono di trasmodare nel liberal-conservatorismo. L’esempio tipico è l’Action Française di Charles Maurras che, benché non fosse un movimento fascista, ma appunto conservatore e tuttavia nazionalista in senso già moderno e “laico” (Maurras era un ateo positivista), avrebbe dato origine a una sua corrente di sinistra – cui appartenne Robert Brasillach – che si sarebbe incontrata con il socialismo proudhoniano elaborando una interessante forma di sindacalismo nazionale a forte matrice operaia.
Qualcosa di simile si riscontra anche nell’Italia primonovecentesca nell’ambito dell’Associazione Nazionalista Italiana dove personaggi come Enrico Corradini elaborano una piattaforma socialista per il nazionalismo, entrando in corrispondenza con Filippo Corridoni, leader del sindacalismo rivoluzionario del primo anteguerra. Ma abbiamo fenomeni simili anche in Spagna, dove la figura “mitica” di José Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore Miguel, da un iniziale tradizionalismo cattolico si sposta verso il nazional-sindacalismo, incontrando esponenti del nazionalismo cattolico contadino e castigliano come Onesimo Redondo e nicciani volontaristi e socialisti come Ledesma Ramos. L’esito di questo incontro fu il falangismo, ovvero, la “Falange Spagnola delle giunte di offensiva nazional-sindacalista” che all’origine non ha nulla a che spartire con il franchismo. Quest’ultimo è stato soltanto un regime nazional-conservatore che, nonostante la coreografia da esso mutuata, invero snaturò, depotenziandone la carica rivoluzionaria, il falangismo, praticando politiche conservatrici e più tardi di liberismo tecnocratico marcato Opus Dei. Insomma, se il fascismo, nella sua origine storica sorge certamente a sinistra, non fu immune dall’accogliere quelle tendenze di destra, destra non liberale, che aspiravano a un nuovo organicismo, un nuovo comunitarismo, la cui possibilità proprio la modernizzazione industriale – si pensi all’emergere dei sindacati – stava rioffrendo contro le illusioni individualiste e contrattualiste dell’illuminismo borghese.
Qualcuno ha parlato del fascismo come della convergenza tra l’eresia socialista del nazionalismo e l’eresia nazionalista del socialismo.
Vero. Ma a condizione di tener presente che l’anima più autentica del fascismo è di sinistra e che proprio le difficoltà di fondere quelle due eresie – si trattava di stabilire se a prevalere dovesse essere il nazionalismo o il socialismo e in che misura l’uno e l’altro dovessero essere miscelati – ha dato vita a un fascismo di destra e a un fascismo di sinistra.
Come mai la componente sociale del Fascismo è stata sconfitta, e come mai il Socialismo è a sua volta tramontato in Italia alla fine del secolo scorso, lasciando posto alla sinistra radical-chic?
Per quanto riguarda il caso italiano, il fascismo socialista sansepolcrista, quello originario, dovette fare i conti con la chiusura del PSI, che sognava la rivoluzione bolscevica e non capì la portata rivoluzionaria della piccola borghesia socialista-nazionale di ritorno dalle trincee e organizzatasi nel fascismo. Chiusura che sbarrò al nascente fascismo la strada a sinistra e contribuì, insieme ad altri fattori come il machiavellismo tattico e realistico di Mussolini, a farlo scivolare verso la destra nazionalista. Tuttavia si trattò di un compromesso, durato vent’anni, accettato, dallo stesso Mussolini che in fondo è sempre rimasto un socialista, in attesa di circostanze migliori per la “seconda ondata della rivoluzione”. Che sembrarono darsi soprattutto negli anni trenta, dopo che nella prima fase del regime esso scontò la necessità – dettata dalle contingenti situazioni dell’economia postbellica e dal patto con i fiancheggiatori di destra che aveva permesso a Mussolini di conquistare il potere – di politiche liberiste, deflazioniste, con una serie di “errori” come lo sbloccamento dell’unica Confederazione dei Sindacati Fascisti, che faceva capo a Edmondo Rossoni, vecchio sindacalista rivoluzionario, in sei diverse Confederazioni indebolendo, a tutto vantaggio della Confindustria, la parte sindacale dell’architettura corporativista che si stava edificando. Ma negli anni trenta, anche per il contraccolpo della crisi del 1929, ma non solo per tale contraccolpo in quanto la crisi fu soltanto l’occasione che si attendeva per aggirare gli ostacoli conservatori, i settori più di sinistra del fascismo – presenti soprattutto nelle organizzazioni giovanili di massa ad iniziare dai GUF (Giovani Universitari Fascisti) e nei sindacati del regime – sperarono nel finalmente sopraggiunto momento di completamento della rivoluzione. La creazione dell’Iri, ovvero l’avvio del dirigismo economico, affidata da Mussolini al tecnico socialista Alberto Beneduce, da lui stimato sin dal 1919, che segnò l’intervento dello Stato in economia (l’Iri entrò in possesso del 44% del capitale azionario italiano, soprattutto nei settori strategici), la Legge bancaria del 1936, elaborata da Domenico Menichella collaboratore di fiducia di Beneduce, che in pratica nazionalizzò la Banca d’Italia e il sistema di credito nazionale, la creazione dell’Agip, per garantire l’indipendenza energetica al Paese, che nel dopoguerra fu salvata dalla liquidazione grazie a Enrico Mattei e poi ampliata in ENI, furono tutti passi verso un nuovo modello economico il quale non aveva più nulla di liberistico. Un modello che sopravvisse al fascismo e fu ereditato dalla Repubblica postfascista, fino a quando le privatizzazioni di Mario Draghi e Romano Prodi, negli anni 90, ci hanno gettato nelle braccia del capitale anglo-americano e della globalizzazione finanziaria. Il cambiamento in senso dirigistico dell’economia italiana rappresentò per la sinistra fascista l’occasione per spingere verso un esito socializzatore il corporativismo del regime. E se è vero che le riforme dirigistiche avvennero per decisioni dall’alto, ossia in parte senza coinvolgimento delle strutture sindacali e corporative del regime, dette riforme tuttavia consentirono alla sinistra fascista di riprendere quota dopo il primo decennio caratterizzato da politiche economiche di destra, ossia più pro capitale che pro lavoro, fino a prospettare la possibilità di una “democrazia sociale del lavoro” – possibilità travolta dal sopraggiungere della guerra – che più tardi sarebbe stata delineata nei suoi tratti principali e puntualizzata nel Manifesto dei 18 Punti di Verona, base politica della Repubblica Sociale Italiana. Detto Manifesto riprendeva da vicino il programma del fascismo sansepolcrista del 1919, chiaramente di sinistra. Un ponte di vent’anni lega i due documenti fascisti mentre sotto quel ponte sono passate le acque del compromesso mussoliniano con i fiancheggiatori conservatori. La Repubblica postfascista non si limitò a ereditare le strutture dello Stato imprenditore implementato dal fascismo ma nella sua Costituzione ripropose le linee di un modello sindacale corporativista sebbene democratizzato. Ciò in particolare in articoli chiave come il 39, il 46 e il 99. Non è un caso se alla elaborazione di questi articoli costituzionali un grande contributo lo diedero quei padri costituenti di matrice cattolica che avevano vissuto il travaglio dottrinale e giuridico che aveva portato alle soluzioni, come l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi di lavoro, introdotte dal corporativismo fascista e anche apprezzato, sebbene criticamente, il tentativo del regime di dare finalmente attuazione a quella che sin dal XIX secolo era stata la piattaforma cui aspirava il cattolicesimo sociale. Penso, in particolare, ad Amintore Fanfani e Aldo Moro, ma non solo a loro. Per quanto infine riguarda il tramonto del socialismo, nella sua versione non organicista, alla fine del secolo scorso, sostituito dalla sinistra radical chic e “arcobaleno”, la questione andrebbe inquadrata tenendo conto delle basi individualiste del socialismo di tipo contrattualista, inteso come emancipazione del singolo dalla comunità. Basi filosofiche individualiste molto evidenti nel pensiero marxiano. Marx era un grande liberale, non era statualista né comunitarista, ma aveva per obiettivo l’auto-emancipazione non del lavoratore dallo sfruttamento bensì dell’uomo dal lavoro e dai limiti della sua condizione umana per farlo assurgere a una dimensione di totipotenza che l’“alienazione religiosa”, a suo giudizio, gli impedisce di attuare. Se queste erano le premesse filosofiche non può meravigliare che nella postmodernità la sinistra abbia abbandonato ciò che di “mistico” poteva sussistere o apparire nel socialismo per riposizionarsi sul liberal-laburismo e, peggio, sull’individualismo sotteso a fenomeni di degenerazione antropologica come il trans-genderismo. All’emancipazione sociale è oggi preferita l’emancipazione sessuale, nella via aperta dal francofortismo marx-freudiano sessantottino. L’unificazione del mondo, del resto, non è stata realizzata dal proletariato, come auspicava Marx, perché il proletario in quanto uomo ha sempre una appartenenza e una identità nazionale e culturale, ma dal capitale che per sua natura è apolide e cosmopolita. Il marxismo, con il suo internazionalismo, ha aiutato, lavorando per il nemico, la dinamica di questa unificazione capitalista del mondo. Augusto Del Noce giustamente inquadra il socialismo marxista nell’alveo di quelle grandi “religioni politiche”, insieme d’altro canto al fascismo, che hanno dominato la fase “sacrale” della secolarizzazione per poi cedere alla fase “profana” del raffreddamento ideologico che coincide con la società liquida ovvero “aperta” del mondo post-ideologico, neoliberale. Oggi anch’esso in crisi.
Quanto c’è nella sua opera della ricerca di Augusto Del Noce?
Non tanto in questo mio “Fascismo socialista” ma in un’altra mia opera anch’essa edita quest’anno e dedicata ai rapporti tra Chiesa, fascismo e massoneria. Per rispondere, tuttavia, alla domanda va dato atto al filosofo torinese di essere stato, in ambito cattolico, l’unico a capire quali furono le speranze nutrite dall’intellighenzia cattolica, negli anni trenta, in un regime che sembrava, con la Conciliazione, essersi avviato verso una riformulazione del socialismo nazionale secondo modalità compatibili con la Dottrina Sociale della Chiesa – all’epoca ben espressa dalla “Quadragesimo Anno” (1931) di Pio XI – a condizione di apportare al corporativismo fascista alcuni basilari correttivi come, principalmente, l’autonomia sussidiaria dei corpi intermedi sindacali che invece il corporativismo gentiliano ed hegeliano del fascismo risolveva, fagocitandoli, nello Stato. Benché, va pur detto, non si trattava di una fagocitazione assoluta – i sindacati di regime erano senza dubbio enti pubblici e sebbene inquadrati e controllati nelle strutture corporative rimanevano distinti dallo Stato – e questo dava adito alla speranza di apportare modifiche di tipo cattolico, più autonomia e sussidiarietà, al sistema così come costruito dal regime. Fondamentali, in proposito, furono le riflessioni di Amintore Fanfani, giovane professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che dedicò alcuni testi di esame critico e di apprezzamento al corporativismo fascista, come anche quelle di padre Agostino Gemelli, fondatore e preside della richiamata università, che si riconnetteva al pensiero cattolico-corporativista di Giuseppe Toniolo, come infine quelle dello stesso Pio XI magistralmente espresse nella enciclica del 1931 sopra citata. Stiamo parlando, in sostanza, della intellettualità cattolica del tempo, non di ingenui o sprovveduti. Augusto Del Noce ha ricostruito il clima culturale che portava detta intellettualità a sperare e lavorare per il “battesimo” del regime. Tutto partiva dalla visione propria del cattolicesimo preconciliare della dinamica storica dei secoli successivi alla Cristianità medioevale. Una visione per la quale la modernità post-medioevale era stata un lungo itinerario di allontanamento dal Cattolicesimo verso il nichilismo nel quale la società occidentale si stava gettando a capofitto. In tale visione i fascismi apparvero come movimenti che nascevano nella fase terminale della degenerazione moderna. Per questo loro carattere terminale della crisi di civiltà europea essi erano portatori di una cultura irrazionalista e volontarista, di stampo anarchico, che contestava la civiltà illuminista ormai alla frutta. Una contestazione però, secondo la visuale cattolica del tempo, soltanto in negativo e senza alcun apporto in positivo, costruttivo o ricostruttivo della civiltà europea. Sicché, queste erano la conclusione e la speranza dell’intellettualità cattolica degli anni tra le due guerre mondiali, i fascismi, avendo gli stessi nemici del Cattolicesimo, ossia liberalismo e bolscevismo, per passare dalla pura negazione al momento positivo della ricostruzione non potevano non accostarsi, fino ad assimilarsi, alla visuale cattolica del mondo e così tendere alla “restaurazione” cristiana. Da qui la speranza del “battesimo” che Augusto Del Noce, nelle circostanze degli anni trenta, successive alla Conciliazione, non reputa affatto peregrina benché egli riconosce che affinché quella speranza potesse concretizzarsi sarebbe stata necessaria una mutazione ideologica del fascismo che non sopraggiunse perché l’ideologia del regime affondava le sue radici nell’immanentismo filosofico che lo accomunava, sotto tale profilo, alle altre ideologie partorite dalla modernità. Il fascismo, nonostante tutto, restava una “religione politica”, quella che Emilio Gentile ha chiamato “culto del littorio”, in precaria convivenza con la religione tradizionale degli italiani.
I Socialismi nazionali realizzati sono pochi, e spesso con esiti inquietanti. Il Sionismo può essere ascritto a questa ideologia?
Ritengo di sì. Non solo nella versione cosiddetta “revisionista” che ha costituito l’ala nazionalista del sionismo, con tanto di organizzazione terroristica dell’Irgun, e che faceva capo a Jabotinsky, il cui segretario era il padre dell’attuale leader israeliano, quel criminale di Netanyahu, ma anche in quella socialista, o laburista, di Ben Gurion. Di questa affinità si accorsero esimi intellettuali neofascisti come il citato Giano Accame che fu un sostenitore di Israele proprio perché nel sionismo riconosceva una forma di fascismo ebraico, con caratteri, al netto della peculiarità giudaica, simili al mazzinianesimo che è stata una delle fonti ideologiche della sinistra fascista. D’altro canto non va dimenticato che, nell’ambito della sua politica intesa a imporre l’egemonia italiana nel Mediterraneo, cacciandone quella inglese, Mussolini si presentò sia alle popolazioni mussulmane – allorché in Libia brandì la “spada dell’Islam” – sia ai sionisti, impegnati in azioni terroristiche contro il protettorato britannico in Palestina, come un alleato nella loro lotta anticoloniale. Mussolini concesse a Jabotinsky l’uso del porto navale di Civitavecchia per insediarvi la base del Bethar ovvero la milizia politica paramilitare del sionismo revisionista che costituì il nucleo originario della futura marina militare israeliana. Del resto il fascismo, fino al 1938, nei suoi ranghi, anche di alto livello, contava migliaia di italiani ebrei, tra i quali Paolo Orano uno dei più noti intellettuali fascisti. Nel mio libro dedico un capitolo al controverso tema del presunto antisemitismo fascista per smascherare la costruzione ideologica imbastita sul problema. Tratto, ad esempio, della diatriba su Il Popolo d’Italia tra Mussolini che, nel 1919, aveva scritto un editoriale allarmante sulla presenza ebraica negli avvenimenti rivoluzionari russi e ungheresi ma anche nella finanza occidentale, e uno dei lettori fascista ma ebreo del quotidiano da lui diretto, tal Bachi, che in una lettera replicò difendendo, con ampi argomenti, la causa ebraica e distinguendola da quella bolscevica e da quella del gotha finanziario capitalista mondiale. Alla fine Mussolini, pubblicando la lettera di protesta del suo lettore ebreo, gli diede ragione facendo ammenda del suo precedente editoriale. Le leggi razziali furono il tragico prezzo che il regime pagò a un ingombrante alleato nelle braccia del quale era stato spinto dalla cecità e dal fanatismo antitedesco di Londra e Parigi che avevano osteggiato l’impresa coloniale in Etiopia ergendosi ipocritamente – esse che erano padrone coloniali del mondo – a tutori dei “diritti dei popoli”. Mussolini non nutrì mai sentimenti antisemiti a iniziare dalla sua vita privata giacché una delle sue prime amanti, la colta intellettuale Margherita Sarfatti, era ebrea. Sempre in questo capitolo del libro, dedicato al rapporto tra fascismo ed ebraismo, viene ricostruita la vicenda del fascista Ferdinando Natoni che, mentre i partigiani responsabili dell’attentato di via Rasella se ne stavano al sicuro, scese in strada, con la camicia nera della milizia, a difendere gli ebrei romani del ghetto dalla razzia nazista del 16 ottobre 1943, rischiando personalmente la vita e salvando quella di due ragazze ebree che egli fece passare per sue figlie. Natoni, quando fu insignito di un premio dal rabbino capo di Roma Elio Toaff, ebbe a dichiarare pubblicamente all’uditorio ebraico che egli era stato e si riteneva ancora un fascista e che quel che aveva fatto lo aveva fatto proprio in ossequio al suo credo fascista.
Lei, come cattolico militante, cosa salverebbe del Fascismo e del Socialismo?
La tensione verso la giustizia sociale e la visione comunitaria della vita depurandola tuttavia da qualsiasi deviazione idolatrica. La giustizia sociale e la comunità nazionale non possono assurgere a miti politici, a idoli, a religioni immanenti, ma devono essere fondate su una visione aperta alla Trascendenza che, appunto, al fascismo e al socialismo – perlomeno nelle loro forme più note (il discorso è diverso se si prendono il caso spagnolo o rumeno oppure le biografie di alcuni protagonisti della loro storia) – manca. Ed è qui, a mio giudizio, che va cercata la causa principale della loro sconfitta. Che però non nobilita ne rende moralmente legittima l’ideologia liberista. Non può esserci giustizia sociale e neanche comunità dove vengono se non negati quantomeno emarginati l’Amore dall’Alto, la Caritas, la Metanoia del cuore. Un cattolico come Chesterton ebbe simpatie per il fascismo italiano nel quale intravvedeva alcune propensioni sociali distributiste, ma non nascondeva che per altri versi c’erano nel fascismo aspetti statolatrici poco conciliabili con il comunitarismo propugnato da tante intelligenze impegnate, allora come oggi, nella ricerca di una alternativa tanto al capitalismo quanto al comunismo.

Paolo Gulisano è medico specialista in Igiene, Epidemiologia e Medicina Preventiva, nonché cultore di Storia della Medicina. e scrittore per passione. È autore di oltre 40 saggi dedicati a temi apologetici, storici e letterari e di tre romanzi del genere fantastico. È considerato uno dei maggiori esperti di Letteratura Fantasy: ha scritto libri su Tolkien, su Lewis, Chesterton, sui miti celtici, su Re Artù, su Stevenson, Conan Doyl
L'articolo INTERVISTA A LUIGI COPERTINO SU “FASCISMO SOCIALISTA” proviene da Blondet & Friends.