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Marcello Veneziani: Il coraggio di essere contro la guerra

No srop guerra Ucraina

No srop guerra Ucraina

È giunto il momento di dire chiaro e forte No alla guerra. Dirlo da pacifisti è facile quanto irrilevante e forse retorico; è una petizione morale e ideologica, una professione di buone intenzioni e nobili propositi, o semplicemente un modo per tirarsi fuori dalla realtà della vita, salvaguardando il proprio profilo di anime belle e cuori umanitari. Non è nemmeno l’appello alla pace, che nobilmente e vanamente rivolgono i papi, sempre accorati e sempre inascoltati, perché tacciano le armi. Ma il no alla guerra nasce da un realistico ripudio della guerra come male, come danno terribile, incapace di risolvere le situazioni: la guerra fa male a tutti, vincitori e vinti, popoli e stati. In tempi e modi diversi, ma l’effetto è inesorabile e totale. Oggi più di ieri, meno di domani.

I no alla guerra sono generali ma anche specifici. No alla guerra che l’Europa sta preparando col suo scellerato interventismo anti-russo, immaginando che la Russia abbia invaso l’Ucraina per attaccare poi l’Europa. Lo abbiamo stabilito noi che l’Ucraina sia Europa come non lo è mai stata (o se lo è stata, lo è stata come la Russia). Fino a considerare l’Unione Europea quasi un appendice dell’Ucraina, e Zelenskij il capo morale (!) di un’Europa che fronteggia la Russia e dichiara di fatto la sua ostilità a tutto l’immenso Oriente, dalla Cina all’India, alla Turchia e al sud est asiatico. No anche alla guerra scellerata che Trump ha dichiarato all’Iran, unilaterale e “pretestuosa”, caldeggiata da Netanyahu, e che sta perdendo con gravi danni economici per tutti: non a caso Trump dichiara ogni giorno di averla vinta, se fosse vero basterebbe la realtà dei fatti. No alla guerra che Israele ha avviato con i paesi limitrofi del Medio Oriente, preparando il terreno ad altri odii, azioni terroristiche, attacchi. Un’ostilità armata che serve a tenere in piedi Netanyahu al potere, scatenando nel mondo odio verso Israele e di riflesso verso tutto l’Occidente.

In tutti i casi si tratta di vere e proprie guerre preventive: per prevenire che la Russia attacchi l’Europa ci armiamo contro di lei e armiamo l’Ucraina e partecipiamo al conflitto. O per prevenire che l’Iran sganci la bomba atomica o faccia una guerra che non ha intenzione di fare contro Israele e l’Occidente. O per prevenire che i paesi limitrofi cancellino Israele. C’è chi sogna anche una bella guerra in forma di crociata contro l’Islam ma non c’è nessuno stato islamico che vuole attaccarci o dichiarare guerra all’Occidente; ci sono i flussi migratori, al cui interno crescono o si insinuano sacche di odio verso l’Occidente che possono sfociare nel terrorismo. Ma non si combatte il conflitto molecolare del terrorismo con la guerra ai popoli, agli stati e alle religioni; lo si combatte affrontandolo sul suo terreno.

La guerra preventiva non risolve le situazioni, non previene nulla, semmai suscita o alimenta intenzioni bellicose e genera danni superiori ai presunti vantaggi: danni immediati – perdite vistose, rovine fumanti – e danni a lunga scadenza che risalgono poi nel tempo. Ma coloro che fanno guerra sono tutti concentrati sul medio periodo quando i paesi vincitori traggono qualche profitto e qualche esercizio di potenza in più, ma dopo aver pagato un caro prezzo e dopo aver gettato le basi per altre guerre, altri disordini, altre tensioni nel lungo periodo.

Un grande eroe  e scrittore di guerra come Ernst Jünger, che ebbe le più alte onorificenze militari e descrisse con entusiasmo le tempeste d’acciaio della guerra, si ritirò poi disgustato dalle guerre di materiali, dalla prevalenza degli apparati, dei dispositivi, oggi diremmo della tecnica, dei droni e dell’Ai, sul valore umano. E descrisse lo squallore della guerra, per poi scrivere un saggio sorprendente su La Pace come prospettiva per l’avvenire. Jünger riteneva la pace l’obiettivo di un’Europa federata, protesa verso la rinascita spirituale e intesa come risposta al nichilismo; riteneva che la pace richiedesse un coraggio perfino superiore alla guerra. Era tutt’altro che un pacifista, veniva da una tradizione militare prussiana, condivideva il realismo eroico della cultura tradizionale, ma capì che la guerra ormai era una spaventosa catastrofe in cui la volontà di potenza si mette al servizio della Macchina. Ogni guerra diventa così guerra contro l’umano e l’umanità.

All’Europa toccherebbe una missione importante: scegliere la via della neutralità e in questo modo uscire dai conflitti, presentarsi come luogo di mediazione e baricentro di equilibrio mondiale, cercando di incoraggiare altri paesi a fare altrettanto. Abbiamo l’esperienza storica, la cultura, gli argomenti e i valori, oltre che la capacità di calcolare vantaggi e svantaggi per poterci presentare al mondo come neutralisti. È assurdo che stiamo lasciando questo ruolo di mediazione a Erdogan o addirittura a XIJinPing. I rischi che si corrono dichiarandosi neutrali non sono superiori a quelli che si corrono se si procede verso il riarmo, acuendo il clima di tensione internazionale; ma i vantaggi sono evidenti su troppi piani. Se riuscissimo a convertire gli investimenti sugli arsenali militari in investimenti per guidare la tecnologia e lo sviluppo sociale avremmo solo da guadagnare. Ma per far questo servono statisti, che hanno grande realismo e vedono lontano, non piccoli funzionari dell’apparato o piccoli piazzisti in cerca di voto e di galleggiare al potere (uso il maschile ma molti leader europei sono donne).

Per cominciare se l’Europa avesse un minimo di lucidità e di coraggio dovrebbe fermare questa escalation di ostilità con la Russia, che ha le sue gravi responsabilità ma non ha mai mostrato, né avrebbe alcun interesse, ad allargare il conflitto all’Europa. L’idea di un’Europa in conflitto con la Russia magari piace alle amministrazioni Usa, come era chiaro già ai tempi di Biden; ma nuoce all’Europa e ai singoli stati europei, a cominciare dalla Germania. L’Europa dovrebbe poi con maggiore fermezza deplorare gli scellerati conflitti del Medio Oriente e compattamente separare il proprio destino da quello dell’America trumpiana e dalla sua strategia tronfia e aggressiva, fondata su minacce e punizioni, come se il mondo fosse alle sue dipendenze.

Non possiamo farci intimidire da chi, davanti a questa sacrosanta battaglia per la neutralità ci accusa di essere al servizio della Russia, dell’Iran o addirittura di essere antisemita. Sappiamo che non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello essere al servizio di qualcuno, tantomeno di qualche autocrazia o di qualche fanatismo. Mai come in questo caso lo facciamo da italiani, da mediterranei, da europei che hanno a cuore il destino dell’umanità.

L’Europa non può essere l’appendice degli Usa e di Israele ma deve essere l’interlocutore di tutti i giganti mondiali e di tutte le potenze regionali significative, e con loro trattare, senza minacce e proclami di guerra. Finora l’abbiamo scampata: ma se davvero il mondo dovesse prendere sul serio questo ridicolo, improbabile bellicismo europeo sarebbero dolori, ma seri. Abbia l’Europa il coraggio di dire No alla guerra e di dare subito l’esempio, sfilandosi dai conflitti in corso e scegliendo il ruolo di potenza neutrale, garante di pace e di equilibrio tra est e ovest, sud e nord del pianeta. Prima che sia troppo tardi.

Marcello Veneziani

La Verità – 4 settembre 2026

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Tucker Carlson chiede le dimissioni di Trump in caso di attacco nucleare contro l’Iran

[07/08/2026 08:15] Maurizio Blondet: LA PORNODESTRA

i leader di qualsiasi Paese che proponga di usare per primo le armi nucleari perde il diritto di governare. Deve essere immediatamente rimosso.”

❤️ Seg

[07/09/2026 22:04] Maurizio Blondet: 🇺🇸T

“Ero contrario all’impeachment. Mi sono fermamente opposto a entrambi i tentativi di mettere Trump sotto impeachment. Tutto ciò era assurdo. Credo nella stabilità. Credo che i leader eletti debbano rimanere in carica fino alla fine del mandato. Non provo alcun odio personale per Trump.

Ma con tutto ciò, non appena un presidente inizia a prendere seriamente in considerazione l’idea di usare per primo le armi nucleari, quella persona deve essere immediatamente rimossa dall’incarico. Immediatamente. Perché questa deve essere una linea rossa.

La distruzione dell’intera umanità con un attacco nucleare… Cioè, perché allora nessuno sta cercando di rimuoverlo dall’incarico – immediatamente? Qualsiasi persona che sia semplicemente disposta a tollerare tali discorsi da parte dei propri subordinati o collaboratori è, per definizione, inadatta alla propria carica.

Si tratta della completa distruzione del mondo. Ribadisco: qualsiasi leader di qualsiasi Paese che proponga di usare per primo le armi nucleari perde il diritto di governare. Deve essere immediatamente rimosso.”

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Pentagono non ha più soldi per pagare i morti contro l’Iran

Pentagon refuses payout for soldiers who died in Iran conflict ‘because it isn’t a war’

Il Pentagono rifiuta di risarcire i soldati morti nel conflitto con l’Iran “perché non si tratta di una guerra”

JD Vance offre supporto dopo che la vedova ha espresso la sua frustrazione in un post virale online in seguito alla sua morte in un incidente aereo.

Le famiglie dei soldati statunitensi morti nella guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran stanno lottando per garantire che ricevano un adeguato risarcimento e benefici per i loro cari…

“

Il Pentagono si trova ad affrontare un’urgente carenza di liquidità, dovuta principalmente al costoso conflitto militare con l’Iran e al ritardo nell’approvazione da parte del Congresso dei finanziamenti di emergenza.

The Washington Post
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Come riportato da NBC News, le linee di finanziamento cruciali per la difesa si stanno esaurendo a fronte dell’aumento delle spese operative.

NBC News
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Il deficit di bilancio
I costi della guerra in Iran: il conflitto militare in Iran prosciuga miliardi di dollari dal Dipartimento della Difesa. Le operazioni costano centinaia di milioni di dollari al giorno.

Fondi esauriti: i vertici della difesa avvertono che la liquidità operativa di base e le specifiche linee di finanziamento si esauriranno entro poche settimane.

WSJ
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La richiesta di finanziamento
Richiesta della Casa Bianca: l’amministrazione ha chiesto al Congresso un pacchetto di spesa supplementare che include 67,1 miliardi di dollari per la difesa.

Breaking Defense
Stime più alte: funzionari della difesa, tra cui il vicesegretario alla Difesa Stephen Feinberg e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno comunicato ai legislatori che il fabbisogno totale si avvicina agli 80 miliardi di dollari per coprire i costi della guerra e altri debiti non pagati.

The Telegraph

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Perché il Congresso non ha ancora stanziato i fondi
Slittamento politico: i legislatori hanno ritardato l’approvazione dei fondi di emergenza.
Mancanza di autorizzazione: alcuni membri del Congresso si oppongono al finanziamento del conflitto con l’Iran senza un’esplicita autorizzazione congressuale.
Ritardi dovuti alla pausa estiva: il Congresso rimane in gran parte inattivo in vista delle prossime elezioni, lasciando il Pentagono alle prese con la gestione dei costi operativi quotidiani senza un sollievo immediato.

NBC News

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NBC News
Il Pentagono sta esaurendo i fondi – NBC News
7 luglio 2026 — Il Pentagono sta esaurendo i fondi. I funzionari della Difesa hanno richiesto oltre 67 miliardi di dollari in finanziamenti supplementari. Ma il Congresso non ha…

WSJ
Il Pentagono avverte i legislatori che ha bisogno di 80 miliardi di dollari per la guerra in Iran…
18 giugno 2026 — I vertici del Pentagono hanno avvertito che potrebbero rimanere senza fondi quest’estate, con la conseguente possibilità di dover tagliare l’addestramento a causa della guerra in Iran e del dispiegamento al confine…

The Washington Post
Il Pentagono, che sta investendo miliardi nella guerra in Iran, sta rapidamente esaurendo…
21 luglio 2026 — Il Pentagono si trova ad affrontare un’urgente carenza di bilancio causata in gran parte dalla guerra in Iran, con alcune linee di finanziamento critiche destinate a esaurirsi…

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L’ambiguità di fondo dell’AfD: è antistatalista

[ENI. La mitica azienda che fu guidata dall’indimenticabile patriota Enrico Mattei.

  • 35 miliardi di barili di riserve certificate nel sottosuolo;
  • dai 12 mila barili/giorno attuali si arriverà fino a 400 mila entro il 2030

Per l’Italia è un salto quantico sempre volto nel piano Mattei.

L’obiettivo dichiarato è fare dell’Italia il punto di snodo energetico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, sfruttando la posizione geografica del Paese nel Mediterraneo.

Altro che Finto Green.

Fateci largo: stiamo tornando.

ilgiornale.it

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[04/09/2026 12:35] Maurizio Blondet: 🇪🇺⚔️🇷🇺 LE SANZIONI CONTRO LA RUSSIA SI SONO TRASFORMATE IN UNO STRUMENTO DI AUTODISTRUZIONE PER L’EUROPA – FOCUS

Dall’inizio dell’operazione militare in Ucraina, l’Unione Europea ha adottato 21 pacchetti di sanzioni antirussa. Oggi bisogna ammettere che per 21 volte l’Europa ha colpito sempre nello stesso punto, ma finora senza lasciarne alcuna traccia, constata il periodico tedesco Focus.

«Il criceto occidentale continua a girare nella ruota, e ciò reca più danno a se stesso che alla ruota stessa. Le sanzioni producono sì un effetto, ma non quello previsto», dichiara la testata.

È certamente positivo che gli elettori della Sassonia-Anhalt abbiano nettamente respinto le disastrose politiche della CDU, il suo appello alle armi e la sua crociata antirussa, ma l’abbraccio all’Alternative für Deutschland (AfD) non è esattamente motivo di celebrazione.

Sebbene l’AfD attiri il voto di protesta, vale a dire quegli elettori le cui reali preoccupazioni vengono ignorate o minimizzate dalle forze politiche centriste, oggi il partito viene attivamente cooptato dalle stesse forze transnazionali che hanno portato al potere il movimento MAGA negli Stati Uniti. All’interno dell’AfD coesistono due visioni contrapposte della Germania, ma è sempre più chiaro quale fazione disponga delle tasche più profonde e possa avvalersi degli algoritmi che, in quest’epoca, sono necessari per gestire la narrazione.

Da un lato c’è il co-leader Tino Chrupalla, che sostiene una visione più tradizionale, nazionalista, “eurasiatica” e multipolare. Dall’altro c’è Alice Weidel che strizza l’occhiolino alla destra di Silicon Valley e al libertarismo capitalista. La visione di Weidel sta gradualmente eclissando l’ala nazionalista tradizionale.

Questa nuova visione è chiaramente esposta nell’agenda tecnologica ed energetica dell’AfD. Il partito chiede esplicitamente che la Germania raddoppi la capacità dei suoi data center e quadruplichi la potenza di calcolo dell’IA entro il 2030. Ma questa utopia digitale richiede un’enorme e ininterrotta fornitura di energia. Per raggiungere questo obiettivo, l’AfD chiede un immediato ritorno al nucleare e la revoca delle sanzioni contro la Russia per garantire “energia a basso costo”.

Cerchiamo di essere chiari su cosa significhi: il tanto decantato desiderio dell’AfD di “migliori relazioni” con Mosca è interamente transazionale. Non è guidato da un’affinità ideologica o da un genuino desiderio di un’architettura di sicurezza eurasiatica multipolare. È guidato dal freddo calcolo dell’industria tecnologica. La Russia è vista semplicemente come un fornitore di quel gas necessario per mantenere in funzione i server di una Germania iperdigitalizzata.

Elon Musk ha dichiarato apertamente che “solo l’AfD può salvare la Germania”, utilizzando la sua piattaforma X per ospitare chat in diretta con Weidel e amplificare i messaggi del partito. Anche Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e padrino della “Nuova Destra”, non nasconde il suo apprezzamento per AfD.

Questa alleanza punta verso una sintesi ideologica profondamente inquietante, spesso descritta dai critici come “tecnofascismo”. È un modello politico in cui una plutocrazia tecnocratica detta le regole della società, fondendo la logica algoritmica della Silicon Valley con gli impulsi nazionalisti dell’estrema destra.

Per l’AfD, questo si traduce in un’agenda paradossale: è ferocemente etno-nazionalista e anti-immigrazione quando si tratta di controllare le frontiere, ma anti-statalista e iper-globalista quando si tratta di capitale, tecnologia e degli oligarchi che controllano entrambi. @LauraRuHK

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Chi accede al suicidio assistito va all’inferno

Luigi Copertino il 2026-09-06 12:40

IL VANGELO SECONDO ZAIA:

L’affermazione di Luca Zaia, Presidente del Consiglio regionale veneto pro tempore, secondo cui «i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno» non è soltanto teologicamente infondata. È costruita sopra una caricatura della dottrina cattolica, che viene prima banalizzata e poi solennemente confutata come se la Chiesa avesse atteso l’illuminazione di un ex Presidente di Regione per comprendere il Vangelo.

La fede cattolica, infatti, non insegna affatto la puerile divisione dell’umanità in “buoni” e “cattivi” intesi come due categorie sociologiche definitivamente classificabili dagli uomini. Insegna qualcosa di infinitamente più serio: che l’uomo è libero, che i suoi atti hanno una reale consistenza morale, che esiste il peccato mortale, che esiste il giudizio di Dio e che la possibilità della dannazione eterna appartiene inequivocabilmente alla Rivelazione cristiana. Negare o dissolvere uno soltanto di questi elementi significa rendere incomprensibili tutti gli altri. Il punto, dunque, non è stabilire chi siano “i cattivi”.

Nessun cattolico possiede il registro anagrafico dei dannati. Il punto è riconoscere che Cristo stesso parla del giudizio, della separazione definitiva e della perdizione eterna. Se l’inferno fosse soltanto un relitto dell’immaginario medievale, bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di spiegare perché il Vangelo vi faccia riferimento con una gravità che non consente di ridurlo a metafora pedagogica innocua. Ancora più singolare è quel paternalistico «i cattolici devono capire». Devono capire che cosa, esattamente? Che duemila anni di cristianesimo hanno frainteso il rapporto fra libertà, peccato, giudizio e salvezza, mentre la corretta ermeneutica sarebbe finalmente offerta da Luca Zaia? Qui il problema diventa quasi epistemologico prima ancora che teologico. Si pretende di correggere dall’esterno una dottrina senza assumerne né le fonti, né le categorie, né la logica interna. La misericordia cristiana, del resto, non consiste nell’abolizione del giudizio. Una misericordia che rendesse irrilevante la libertà dell’uomo cesserebbe precisamente di essere misericordia, perché trasformerebbe la salvezza in un automatismo metafisico. Se nessuna scelta può avere conseguenze definitive, allora neppure il rifiuto definitivo di Dio è realmente possibile. Ma in tal caso la libertà umana viene proclamata a parole e negata nella sua conseguenza ultima. È precisamente qui che emerge la matrice liberal-modernista di questa impostazione. Il cristianesimo viene preventivamente sottoposto al tribunale della sensibilità contemporanea e conservato soltanto nella misura in cui coincide con le categorie oggi socialmente accettabili. Dio può essere misericordioso, purché non giudichi. L’uomo può essere libero, purché le sue scelte non abbiano conseguenze ultime. Il peccato può essere nominato, purché non separi realmente da Dio. Cristo può salvare, purché sia escluso in partenza che qualcuno possa rifiutare quella salvezza. Ora, questo non è uno sviluppo della dottrina cristiana. È la sua neutralizzazione. Si può certamente sperare nella salvezza di ogni uomo. Si deve pregare per la salvezza di ogni uomo. Si deve perfino guardarsi con estrema cautela dal pretendere di conoscere la sorte eterna di una persona determinata. Tutto questo appartiene pienamente alla fede cattolica. Ma da tali proposizioni non segue affatto che l’inferno sia vuoto, né tantomeno che la dannazione sia impossibile. Fra la speranza universale della salvezza e l’affermazione della salvezza universale necessaria corre una distanza teologica enorme. La posizione di Zaia cancella proprio quella distanza. E così, nel tentativo di presentarsi come più misericordiosa della tradizione cristiana, finisce per rendere insignificante la stessa misericordia, perché non vi è più nulla da perdonare realmente, nulla da cui essere salvati definitivamente e nessuna libertà capace di dire a Dio un autentico e terribile no. Non è il cattolicesimo che deve “capire”, caro Presidente, questa nuova dottrina. È chi formula simili affermazioni che dovrebbe anzitutto comprendere quale dottrina sta pretendendo di correggere.

Daniele Trabucco

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… e alla Fraternità, la scomunica

CONQUISTATI: Il Vaticano di Papa Leone ha collocato un tappeto da preghiera musulmano all’interno della Biblioteca Apostolica e l’ha chiamato ospitalità.

Madre Miriam l’ha messo in piazza apertamente: «Il Papa ha concesso ai musulmani una sala per la preghiera nella biblioteca vaticana. Perché permettereste a SATANA di entrare nella biblioteca vaticana?! È FOLLE!»

Nell’ottobre 2025, il vice prefetto della biblioteca, padre Giacomo Cardinali, ha rivelato il retroscena a La Repubblica.

«Alcuni studiosi musulmani ci hanno chiesto una stanza con un tappeto per pregare e noi gliel’abbiamo concessa.» L’ha avvolto in discorsi di «biblioteca universale» perché gli scaffali contengono antichi Corani.

Catholic News Agency ha confermato che i ricercatori musulmani in visita hanno il permesso di usare una stanza sul posto.

Dopo lo scandalo, Roma ha cercato di ridimensionarlo a una sala di lettura usata un paio di volte. Hanno comunque detto sì. Hanno comunque creato spazio per la preghiera islamica all’interno della casa dei libri del papa stesso.

Leone XIV ha passato il suo pontificato tra ricevimenti interreligiosi e «fraternità umana», mentre i cristiani vengono cacciati dal Nigeria al Medio Oriente e mentre La Mecca vieta ancora a un cattolico di camminarci dentro.

Il Primo Comandamento non ha ricevuto un lasciapassare da visitatore. Cristo non è un tappeto di cortesia. Se l’uomo sulla sedia di Pietro non sa difenderlo entro le mura vaticane, la resa è già avvenuta.

#Vatican #Pope

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Un barchino di migranti tenta lo sbarco a Santa Margherita di Pula, messo in fuga dai bagnanti

Scoppia il centro di accoglienza di Monastir: altri 86 clandestini arrivati sulle coste del sud Sardegna

Intanto altre trenta persone sono sbarcate oggi a Porto Pino

di Sara Panarelli

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Scoppia il centro di accoglienza di Monastir: altri 86 clandestini arrivati sulle coste del sud Sardegna

Un barchino con otto migranti a bordo avrebbe tentato di raggiungere la riva a forte velocità davanti allo stabilimento El Tiburon Beach, a Santa Margherita di Pula, nel Cagliaritano. L’episodio è avvenuto intorno alle 15 e, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, si è concluso con una rapida inversione di rotta dell’imbarcazione dopo la reazione dei bagnanti.
Il conducente, mentre il natante si avvicinava alla battigia, avrebbe poi puntato nuovamente verso il largo dirigendosi a tutta velocità in direzione di Cagliari. La scena ha suscitato preoccupazione tra le persone presenti in spiaggia, anche alla luce del precedente incidente avvenuto a Tuerredda lo scorso 16 agosto, quando una turista era stata travolta da un’imbarcazione con a bordo migranti mentre faceva il bagno. Nell’occasione la donna aveva riportato gravi ferite ed era stata soccorsa dopo aver rischiato di annegare. Per quell’episodio era stato arrestato uno scafista algerino di 28 anni.
“Si è rischiata l’ennesima tragedia sulle coste di Santa Margherita”, denuncia Massimo Vargiu, segretario provinciale del Siulp. “Siamo sconcertati che imbarcazioni a motore riescano ad arrivare fino a riva con il motore acceso. Evidentemente sulle nostre coste non c’è nessun controllo. I cittadini in vacanza o al mare devono sentirsi sicuri e tutelati”.
Secondo i dati citati dal sindacato, nella sola giornata di oggi sono stati registrati una trentina di sbarchi nel Sulcis e nel Sud Sardegna, in particolare nella zona di Porto Pino.

 

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lle banche globali si riuniscono per emanare una moneta privata mondiale

Ventuno delle più grandi banche e istituzioni finanziarie del mondo, tra cui Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup, Deutsche Bank, UBS e Wells Fargo, stanno formando una nuova società per emettere una stablecoin agganciata al dollaro USA, con il lancio previsto per la prima metà del 2027.

La moneta opererà in conformità con il GENIUS Act, che richiede una riserva uno-a-uno e la piena aderenza alle normative USA in materia di antiriciclaggio e sanzioni. Da una prospettiva, questo potrebbe essere visto come uno sviluppo positivo. Una stablecoin emessa privatamente potrebbe consentire pagamenti più rapidi e meno costosi, apparendo al contempo come un spostamento della creazione di valuta digitale lontano dalla Federal Reserve verso un sistema più decentralizzato e guidato dal mercato. Tuttavia, dobbiamo chiederci: chi sono queste istituzioni “private”? Sono gli stessi interessi bancari radicati nel sistema della Federal Reserve e nell’architettura finanziaria più ampia che ha controllato l’emissione e il movimento del denaro per generazioni.

Sebbene la Federal Reserve possa essere chiamata “federale”, non è semplicemente un’agenzia governativa ordinaria, e spostare la valuta digitale dalla Fed a un consorzio di banche globali non sposta necessariamente il potere lontano dalle stesse istituzioni finanziarie. Tecnicamente, questa non è una valuta digitale della banca centrale (CBDC), ma potrebbe creare una porzione significativa dell’infrastruttura necessaria per una: denaro digitale tracciabile, verifica dell’identità, controlli sulle sanzioni e la capacità di bloccare o congelare transazioni. Potrebbe offrire miglioramenti reali al sistema finanziario, costruendo simultaneamente l’architettura per un controllo programmabile.

È questa una liberazione finanziaria, o un altro passo verso una distopia tecnocratica? Forse, per ora, la risposta scomoda è che potrebbe essere entrambe le cose.

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Guerra civile in Ucraina?

🚀💥 I media ucraini riportano che il drone che ha colpito l’edificio della sede centrale della SBU in via Vladimirskaya a Kiev (coordinate 50.45058, 30.51552), sarebbe stato lanciato dal territorio ucraino. 1/10

Tutto indica una continuazione del feroce confronto armato – letteralmente – tra l’Agenzia della sicurezza ucraina SBU e la Direzione Principale dell’Intelligence militare GUR.

Citazione
Lukyluke31
@Lukyluke311

2 set
❗️Sparatoria nella notte al numero 10 di via Yuri Shuma a Kiev tra agenti dei servizi segreti SBU e dell’intelligence militare GUR.  — interessante: tra loro discutevano in russo. 1/3

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Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

L’Adige

4 Set 2026 | Editoriali & commenti

Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

(Alessandro Rancani) Tra le parole che da sempre più mi affascinano c’è “Civiltà”. Al di là della sua origine etimologica, questo termine racchiude un significato profondo. In una sola parola troviamo il connubio di aspetti culturali, sociali e spirituali che caratterizzano una comunità. A differenza di una semplice società, una civiltà si definisce tale perché i suoi membri condividono regole e prospettive che nascono dal passato e fanno da guida per il futuro. La Civiltà è un percorso, una conquista, il vero progresso.

Il suo opposto è l’inciviltà: la dissoluzione della comunità in singoli egoismi, l’interruzione di un cammino comune, il caos. L’era dei disvalori e l’autoestinzione. Le civiltà si estinguono per annientamento da parte di un invasore o per autoestinzione. Nell’era moderna, il miraggio dell’appagamento materiale ed effimero ha sostituito l’eternità della bellezza artistica e architettonica, specchio di una visione condivisa. Oggi l’educazione e il rispetto vengono sopraffatti dall’insolenza, mentre l’etica cede il passo ai disvalori.

L’ultimo baluardo di una civiltà è la difesa dei membri della sua stessa comunità, elemento essenziale per sopravvivere e prosperare.

La nostra cultura, dopo essere stata un faro per millenni, negli ultimi decenni ha subito attacchi pesanti. Il progressismo, le dinamiche migratorie e l’abiura dei valori spirituali hanno ridotto l’Italia e l’Europa a un malato terminale.

Il voto in Veneto sul suicidio assistito e il “requiem” della politica

È proprio la stretta attualità a offrirmi lo stimolo per l’ennesima riflessione sulla strada che abbiamo intrapreso, una strada che porta dritta alla tomba. Ieri il Consiglio regionale del Veneto ha approvato a larga maggioranza la legge sul suicidio assistito, prima tra le regioni a guida di centro-destra. Non mi sorprende — poiché ormai da tempo non faccio distinzioni tra schieramenti — che i rappresentanti di facciata di un mondo che dovrebbe difendere la sacralità della vita abbraccino disvalori opposti al mandato ricevuto dagli elettori in buona fede.

A guidare la recita del requiem della nostra civiltà troviamo quasi tutti i consiglieri della Lega, apparsi decisamente più determinati nell’approvazione del “fine vita” che nell’attuazione dell’autonomia, votata dalla quasi totalità dei veneti. La peggiore delle inciviltà. La riflessione porta a una sola conclusione. Una civiltà che anziché assistere i propri cittadini nei momenti di massima fragilità li agevola a rinunciare alla vita, ha cessato di esistere. Una comunità che legalizza l’interruzione della vita dei suoi membri, dal concepimento alla morte naturale, è peggiore di un esercito invasore. Rappresenta il tradimento definitivo dei propri valori e l’incapacità di garantire un futuro ai propri cittadini. In una parola: la peggiore delle inciviltà.

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Bengalesi d’oro: tanti, ricchi e alla conquista dell’Italia. Dalla colletta per la moschea al business dei mini-market

Cronaca – di Leo Malaspina – 3 Settembre 2026 alle 16:57

Poveri, poverissimi, praticamente milionari. Alla faccia degli stereotipi sugli immigrati che vengono in Italia per sopravvivere, le cifre sulla comunità del Bangladesh, i bangladini o bengalesi, come vengono definiti, parlano di un business imponente, con un “fatturato” record tra le varie popolazioni di stanza qui da noi. Secondo alcune ricostruzioni, per la costruzione della contestata moschea a Mestre sarebbero stati raccolti fino a 15 milioni di euro, una cifra enorme, con donazioni anche di 30mila euro a persona. Per non parlare del business dei mini-market, che da qualche giorno si segnalano per la triste vicenda dello stupratore bengalese che si è approfittato di una bambina ed è stato liberato da un giudice molto “generoso”. Le cifre della Banca d’Italia, pubblicate oggi dal “Messaggero“, illuminano soprattutto il fenomeno del nordest d’Italia, nella provincia di Venezia.

I numeri dei bengalesi in Italia

Nel 2025 le rimesse inviate a Dacca dalla provincia veneziana hanno raggiunto la cifra record di 107,9 milioni di euro. Per fare un confronto, la seconda comunità per volume di invii (le Filippine) si attesta a 6,7 milioni. Nel 2005, con circa duemila residenti bangladesi, il flusso era inferiore a 400 mila euro. Dal 2006 è iniziato un incremento costante e imponente. L’aumento è legato alla crescita della popolazione bangladese sul territorio, all’abbattimento dei costi di trasferimento grazie alle tecnologie digitali e all’aumento dei redditi e delle imprese gestite da cittadini bengalesi (passate da venti a oltre mille).L’elevato ammontare dei fondi inviati all’estero contrasta con i bassi livelli di ISEE dichiarati in Italia, che consentono a molte famiglie di accedere al sistema di welfare locale e statale.

I dati su tutta Italia sono ancora più illuminanti. Nel 2024 dall’Italia sono stati inviati in Bangladesh 1,397 miliardi di euro, il 16,9% di tutte le rimesse in uscita dall’Italia. Nel 2025 il Bangladesh è rimasto al primo posto e la quota è salita addirittura al 19,6%. Considerando 8,6 miliardi complessivi di rimesse nel 2025, significa circa 1,69 miliardi di euro diretti in Bangladesh in un solo anno.

C’è poi una presenza imprenditoriale significativa. Al 31 dicembre 2024 in Italia risultavano 392.751 titolari di imprese individuali nati in Paesi extra-UE; i bangladesi rappresentavano una quota prossima o superiore al 5%, quindi nell’ordine di oltre 20 mila imprenditori individuali.

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Quel che la Meloni avrebbe potuto fare

SE NON TRADIVA LA SUA CULTURA POLITICA – E NON HA FATTO. LE OCCASIONI MANCATE DELLA SOVRANISTA DELLA GARBATELLA (e non si trovi giustificazioni nella cosiddetta “realpolitik” perché questa è soltanto un momentaneo compromesso  in circostanze date, mentre qui stiamo parlando di trasformismo ovvero di ripudio della “destra sociale” per abbracciare il conservatorismo liberale: né più ne meno di ciò che a suo tempo fece Gianfranco Fini). L.C.

Travaglio non è simpaticissimo, ma quando ha (sostanzialmente) ragione, ha ragione (Massimo Maraviglia):

Quattro anni fa Giorgia Meloni aveva una grande occasione: spogliarsi degli abiti di capofazione per indossare quelli di rappresentante di tutti e conquistare consensi fuori dal suo recinto, senza recidere le radici del suo passato. Che non è il fascismo del Duce, come troppi superficialmente dicono, ma la destra sociale, legalitaria, multipolare, eurocritica e antiamericana: quella che, oltre a tanti brutti ceffi e fenomeni da baraccone, affascinava anche Paolo Borsellino e tuttora vanta intellettuali irregolari come Cardini, Tarchi, Veneziani, Buttafuoco, Foa.

La Meloni avrebbe potuto scegliersi un ministro della Giustizia borselliniano, anziché il berlusconiano Nordio. Mettere agli Esteri e alla Difesa due uomini del dialogo col Sud e l’Est del mondo, anziché i pappagalli Nato Tajani e Crosetto. Piazzare all’Economia e al Lavoro esponenti della destra sociale anziché il rigorista Giorgetti e l’imbarazzante Calderone. Difendere e magari affinare il reddito di cittadinanza, anziché gettare sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Tassare i profitti extra di banche, assicurazioni, Big Pharma, Big Tech e Big Oil e combattere l’evasione, rastrellando risorse per politiche espansive su investimenti, salari, caro-energia, sanità e lotta all’immigrazione irregolare. Far funzionare la giustizia anziché sfasciarla e perder tempo (e schiantarsi) sulla separazione delle carriere. Infilarsi nelle spaccature di un’Ue sfarinata per fare alleanze pragmatiche con chiunque, a destra (Orbán) e a sinistra (Sánchez), mettesse in dubbio gli euro-dogmi dell’austerità, del bellicismo, del riarmo, della russofobia e della sudditanza a Kiev e a Tel Aviv. Aiutare gli ucraini e i russi, gli israeliani e i palestinesi con l’unica opzione utile: i negoziati, candidando Roma come campo neutro per ospitarli. Sfruttare l’amicizia con Trump per dirgli Sì quando ci conveniva – cioè sulla fine della guerra ucraina e dello sterminio a Gaza – e No sui dazi, il 5% di Pil alla Nato, il suo Gnl al quadruplo del prezzo russo, gli acquisti di armi da regalare a Zelensky, le aggressioni al Venezuela e all’Iran: invece gli ha detto No quando doveva dire Sì e viceversa.

Ha preferito tirare a campare rinnegando il sovranismo degli interessi d

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La corsa a portar via l’oro dagli Stati Uniti

Ieri è stato riportato che i Paesi Bassi hanno appena trasferito circa 86 tonnellate delle loro riserve auree da New York e Ottawa a Londra, citando esplicitamente “la crescente instabilità geopolitica” e la necessità di prepararsi a gravi crisi.

La banca centrale olandese afferma che l’oro custodito a Londra può essere prelevato e scambiato più rapidamente in caso di emergenza rispetto all’oro conservato a New York o in Canada.

Un linguaggio meravigliosamente edulcorato da parte di una banca centrale per veicolare un messaggio che, a mio avviso, sembra essere: “la fiducia negli Stati Uniti come detentori dell’oro mondiale… e probabilmente come pilastro dell’economia globale… sta diminuendo”.

In entrambi i casi, ciò significa che i Paesi Bassi hanno di fatto deciso che, in caso di crisi globale, preferirebbero che una quota significativamente minore delle loro riserve auree di ultima istanza si trovasse in Nord America.

Prima di questa operazione, il 31,3% dell’oro olandese si trovava a New York, il 19,7% a Ottawa e il 18,1% a Londra. Ora New York e Ottawa detengono ciascuna il 18,5%, mentre Londra è balzata al 32,1%. I Paesi Bassi possiedono complessivamente 612,4 tonnellate d’oro.

Tecnicamente, non tutte le 86 tonnellate sono state caricate su aerei e trasportate attraverso l’Atlantico. La Banca Nazionale Olandese (DNB) ha venduto circa 59 tonnellate a New York e ha acquistato una quantità equivalente di oro a prezzi di mercato a Londra. Oltre 27 tonnellate sono state fisicamente trasferite dagli Stati Uniti e dal Canada ai Paesi Bassi, mentre una quantità simile è stata spostata dai Paesi Bassi a Londra.

La distinzione è rilevante dal punto di vista operativo. Economico, non tanto. Il risultato è una minore quantità di riserve olandesi a New York e una quantità considerevolmente maggiore a Londra.

E abbiamo già visto situazioni simili in passato. Nel 2014, i Paesi Bassi hanno fisicamente riportato a casa 122,5 tonnellate d’oro da New York. Successivamente, la Germania ha completato il trasferimento di 300 tonnellate da New York a Francoforte. E tra luglio 2025 e gennaio 2026, la Francia ha eliminato le sue rimanenti riserve auree a New York, sostituendo le 129 tonnellate lì detenute con lingotti standard ora custoditi a Parigi. La Francia afferma che tale decisione è stata dettata da ragioni di efficienza commerciale, non politiche, il che è comprensibile. Ciononostante, i lingotti sono finiti a Parigi anziché a New York.

Anche l’India ha ridotto drasticamente la quota del suo oro detenuta all’estero, sebbene la maggior parte di tale rimpatrio abbia riguardato oro custodito a Londra piuttosto che negli Stati Uniti.

Questa mi sembra una tendenza molto evidente verso un maggiore controllo da parte delle banche centrali sull’unico asset di riserva che non rappresenta un debito per nessun altro.

L’oro non richiede a Washington di rimborsarti. È curioso come questa caratteristica diventi attraente quando Washington ha un debito di oltre 40 trilioni di dollari.

Come ho ripetuto per un decennio, l’intero sistema finanziario moderno è in definitiva tenuto insieme dalla fiducia e dalla moneta fiat. Il dollaro funziona perché tutti credono che tutti gli altri continueranno ad accettarlo. I titoli del Tesoro funzionano perché il mondo crede che gli Stati Uniti onoreranno i propri debiti senza distruggere il potere d’acquisto della valuta utilizzata per ripagarli.

È la fiducia, non la matematica o l’economia di base, che spinge persone come Paul Krugman ad affermare cose come “il debito è denaro che dobbiamo a noi stessi”.

È ciò che permette a Stephanie Kelton di scrivere un libro intitolato “Il mito del deficit”.

Per decenni, questa fiducia ha permesso all’America di godere del più grande sistema di finanziamento immaginabile: accumulare debiti senza preoccuparsi di ripagarli, mentre ci trasformiamo in codardi viziati e presuntuosi riguardo ai mercati azionari perché crediamo che la Fed possa, e sempre lo farà, salvarci al primo segno di difficoltà.

Ma stanno emergendo piccole crepe ovunque.

Il dollaro domina ancora le riserve globali, quindi le affermazioni sulla sua imminente scomparsa sono prive di fondamento. Nel primo trimestre del 2026, l’oro rappresentava il 57,13% delle riserve valutarie dichiarate. Si tratta però di un calo sostanziale rispetto ai livelli superiori al 70% registrati all’inizio del secolo.

Nel frattempo, le banche centrali sembrano non averne mai abbastanza di questa “barbara reliquia”.

Nel 2025 hanno acquistato 863 tonnellate d’oro, dopo tre anni consecutivi di acquisti superiori alle 1.000 tonnellate. L’indagine del World Gold Council del 2026 ha rilevato che l’89% dei gestori delle riserve prevede un aumento delle riserve auree delle banche centrali globali nel corso dell’anno successivo, mentre un record del 45% si aspetta che la propria istituzione acquisti di più.

A quanto pare, nessuno ha detto ai banchieri centrali di tutto il mondo che l’oro è solo una pietra luccicante. Inoltre, come ho ripetutamente sottolineato qui con il mio amico Andy Schectman, qualcosa di insolito è accaduto anche al COMEX.

I dati di DBS mostrano circa 289.000 avvisi di consegna dell’oro durante i primi nove mesi del 2025, contro circa 119.000 nello stesso periodo del 2024… circa 2,4 volte di più. Un avviso di consegna trasferisce la proprietà del metallo consegnabile; non significa necessariamente che qualcuno faccia immediatamente scalo con un furgone blindato Brinks al magazzino. Ma è un’ulteriore indicazione dell’aumento della domanda di regolamento fisico.

L’oro si muove. Le banche centrali lo stanno acquistando. I paesi lo stanno riposizionando. E sempre più spesso, vogliono sapere esattamente dove si trova

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Il Ministro giapponese rivela…

Alex Jones intervista l’ex ministro delle Finanze giapponese. Sottotitoli in italiano 🇮🇹 Ex Ministro giapponese confessa: Abbiamo consegnato il sistema finanziario perché ci hanno minacciato con la macchina dei terremoti. Quando è stato interrogato Heizo Takenaka (ex ministro delle Finanze giapponese) riguardo alla consegna del controllo sul sistema finanziario giapponese a un gruppo di oligarchi americani ed europei. Ha detto che Takenaka e il suo emissario gli hanno riferito che il motivo era la minaccia al Giappone con una «macchina dei terremoti».

Inizialmente non ha creduto alla storia. Ma dopo che ha iniziato a rivelare alcune delle cose che questi fanno, la polizia di sicurezza giapponese gli ha detto che la città di Niigata sarebbe stata colpita da un terremoto a causa di ciò che ha detto su siti come rense.com.

Due giorni dopo si sono verificati due terremoti di magnitudo 6.8, con epicentro vicino al più grande reattore nucleare del Giappone. Ha considerato ciò una coincidenza eccessiva, così ha indagato sul programma HAARP, e ha detto che dirigono onde a microonde con potenza di un miliardo di watt verso l’ionosfera per sollevarla e poi rimbalza, e che il suo rimbalzo può causare terremoti se la frequenza è calibrata sulle rocce sotto il sito target (lo paragona al canto di una cantante d’opera che rompe il vetro o al suono delle unghie sulla lavagna).

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Il Jerusalem Post ha perso la ragione

@SprinterPress

La pubblicazione israeliana “Jerusalem Post” ha pubblicato un articolo editoriale su come gli Stati Uniti potrebbero fornire personale per un’invasione terrestre dell’Iran. I calcoli della pubblicazione mostrano che affrontare il sistema di difesa dell’Iran richiederebbe tra 750.000 e 1,5 milioni di effettivi, mentre il numero attuale di militari americani in servizio attivo è di circa 452.000. La soluzione proposta non è una leva, ma la cancellazione del debito. L’americano medio tra i 18 e i 34 anni ha debiti non ipotecari superiori a 40.000 dollari. La proposta prevede la cancellazione completa di questo debito dopo 24-36 mesi di servizio, simile al programma GI Bill e alle esenzioni dalla leva in vigore durante la guerra del Vietnam, per attirare i giovani americani a servire in una guerra che Washington non può vendere all’opinione pubblica. La pubblicazione è fiduciosa che, in questo caso, gli Stati Uniti sarebbero in grado di assemblare una forza sufficiente per un’invasione terrestre dell’Iran al fine di garantire la vittoria di Israele.

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Avanza l’analfabetismo funzionale

La polemica tra Stefano Bonaccini e Giorgia Meloni in merito all’asserita ignoranza dell’elettore medio di destra mi ha fatto perdere qualche amico permaloso, perché ho riconosciuto la verità della riflessione dell’esponente ex comunista.

L’elettore di destra è oggi “maggioritariamente chi ha poco studiato, vive nelle aree interne, nelle periferie delle città e chi sta peggio economicamente”.

Lo conferma ogni analisi sociologica.

Bonaccini avrebbe dovuto aggiungere, per completare l’identikit, che la destra prevale tra gli uomini ed è minoritaria tra le donne.

Lungi dal suscitare un serio dibattito sui motivi di tale cambiamento antropologico – impensabile venti o trent’anni fa – la reazione a destra è stata iraconda.

Nulla di strano: a nessuno piace ascoltare l’elenco dei propri limiti sulla bocca degli avversari. Tanto più se la boria, la presunzione intellettuale, il sarcasmo, il disprezzo per l’altro, il neo classismo sono l’immagine insopportabile della sinistra 2.0 lontana dal popolo.

Il punto, tuttavia, è che non solo non si valuta seriamente la mole di cambiamenti intervenuta nella composizione della popolazione, nella diversità degli interessi rispetto al passato, nelle dinamiche di consenso e dissenso, ma ci si attarda in baruffe simili a quella tra i capponi di Renzo, che si beccavano a vicenda ma erano destinati tutti a finire nella pentola dell’avvocato Azzeccagarbugli.

Non possiamo aspirare a un popolo di dotti, ma la realtà, aggravata dall’affidamento cieco alla Rete, all’Intelligenza Artificiale, in generale alla tecnologia, cioè ai suoi padroni, è che il potere sta plasmando generazioni di ignoranti, analfabeti di ritorno indipendentemente da diplomi, lauree e master.

È in atto una lotta per impadronirsi della mente umana, un’ampia operazione volta al controllo della coscienza. Controllando ciò che pensano, si gestiscono i popoli e si organizza il futuro.

Geopolitica della mente: è la formula di Fabrizio Fratus, sociologo e intellettuale comunitarista.

Si estende l’analfabetismo funzionale, la condizione di chi è incapace di comprendere, valutare, utilizzare testi scritti.

Un risultato della società dell’immagine e dell’immediato?

Certamente, ma vi è di più.

L’analfabeta di ritorno ha difficoltà a comprendere testi semplici, eseguire calcoli matematici, non ha conoscenza dei fenomeni storici e il suo pensiero non sa essere critico. Il tutto anche se il soggetto ha ricevuto un’educazione scolastica e un titolo di studio.

L’analfabeta funzionale non sa di esserlo.

Il numero è altissimo in Italia: un’indagine dell’OCSE stima che si tratti del 27 per cento della popolazione adulta, la più elevata in Europa.

Il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi molto brevi, mentre il 22,2% capisce testi digitali o cartacei solo se brevi: oltre quindici milioni persone.

Il fenomeno colpisce diverse fasce demografiche, di cui tre milioni sono giovani. Quasi tutti hanno un lavoro, spesso manuale o ripetitivo.

Un connazionale su cinque si informa unicamente attraverso la televisione: non legge libri e giornali, non va a teatro, al cinema, non ascolta musica. Non ha particolari interessi, non riceve stimoli cognitivi.

È, tuttavia ,assai attivo sulle reti sociali, analizza le situazioni prendendo in considerazione unicamente la propria vita e il proprio microcosmo, sola realtà a cui ha accesso. È l’uomo della moderna caverna di Platone.

Secondo Fratus “oltre il settanta per cento delle persone non sono in grado di comprendere quanto dicono e ripetono come pappagalli”.

Leggono, ascoltano, guardano ma non capiscono.

Ogni giorno parliamo di politica, lavoro, sport, religione e di qualsiasi altro argomento ripetendo quanto il cervello ha immagazzinato senza avere elaborato i concetti.

In uno scambio di battute spesso non siamo capaci di spiegare quanto appena ascoltato e ricostruire il ragionamento sottostante.

Non siamo coscienti della complessità della realtà oggettiva; percepiamo esclusivamente i passaggi più semplici, elaborati senza capacità logica, razionale e riflessiva.

Da civiltà della ragione siamo divenuti una società delle emozioni, dell’immediato, come teorizzò Zygmunt Bauman.

L’evoluzione tecnologica, niente affatto neutra, guidata dai suoi padroni, ha semplificato al massimo azioni e pensieri, diminuendo le nostre capacità logiche.

L’analfabetismo funzionale non è una condizione prodotta solo dalla scarsa istruzione.

Un esempio proposto da Fratus è illuminante: cento persone accendono la TV per guardare I Promessi Sposi. Nella sala a fianco, altrettante leggono il libro. La differenza è immensa. La visione porta via meno tempo, ma nel nostro cervello avvengono fenomeni del tutto diversi.

Chi ha guardato il film, lo racconterà più o meno allo stesso modo: colori, figure, percezioni. Chi si è immerso nella lettura, farà commenti così diversi da credere che abbiano letto libri differenti.

Dinanzi allo schermo il cervello non lavora. Guardiamo, ascoltiamo, ma restiamo passivi, non creiamo connessioni, ossia sinapsi. Leggere un libro rende attivi: il cervello si accende, produce immagini e personaggi diversi configurati in base alle nostre esperienze.

Passiamo ore dinanzi agli schermi televisivi e allo smartphone. Non ascoltiamo – tanto meno seguiamo – argomentazioni complesse, per cui ci abituiamo a ragionamenti semplici che spengono progressivamente il cervello.

Diminuiscono intuizione, analisi, collegamento tra conoscenze, testi, temi diversi: la cultura, alla fine.

Uguale è il risultato dell’uso del navigatore GPS. Come facevamo senza? Eppure era normale consultare una cartina o chiedere informazioni. Il resto riguardava la memoria, l’orientamento, il buon senso.

Con il navigatore seguiamo la voce elettronica e l’immagine, obbedienti, senza ragionare, senza capire. Anche i cartelli di divieto vengono ignorati se la voce del tecnopadrone ordina di proseguire.

Il titolo di un vecchio film prendeva di mira il turismo organizzato di masse inconsapevoli: Se è giovedì, deve essere il Belgio. E non avevamo ancora il magico smartphone, la propaggine del padrone insinuata dentro di noi.

Portiamo in tasca un apparecchio che riduce progressivamente la nostra capacità intellettiva in quanto immagine: una piccola televisione che illude mentre guida e agisce nel nostro cervello rendendoci schiavi delle immagini, assuefatti ad una realtà che ci rilassa mentre ci spegne.

Il cervello si plasma su frammenti che scorrono veloci, predefinite; gli algoritmi propongono i contenuti che ci piacciono e ci trattengono sull’applicazione.

Google stima la durata della concentrazione media in otto secondi. Inevitabilmente sfuma la capacità di comprensione del mondo esterno. Lenti, passivi, ottusi, ci abituiamo a ripetere quanto riceviamo da altri senza rielaborarlo, senza argomentare.

Ci accapigliamo sui flussi elettorali legati ai titoli accademici, intanto l’ignoranza avanza, il pensiero svanisce – decrescita felice, per molti – il conformismo dilaga e si alimenta della reiterazione degli stessi messaggi.

Diventiamo incapaci di fare autonomi collegamenti. Prediligiamo la banalità, il facile accesso. Perfino fatti indiscutibili per migliaia di anni vengono revocati in dubbio e gettati nel baule del vecchiume perché non in linea con oggi.

E domani?

Chi ci dirige facendoci credere nella libertà delle nostre scelte sa che il cervello è un organo plastico che può essere modellato. La neuroplasticità può determinare cambiamenti nella sua struttura fisica.

Ciò include “la formazione di nuove sinapsi, la crescita di dendriti (le estensioni dei neuroni) e la creazione di nuovi neuroni attraverso un processo chiamato neurogenesi”. (F. Fratus).

Tutto induce a pensare (il verbo verrà presto abbandonato?) che l’Intelligenza Artificiale moltiplicherà l’analfabetismo funzionale, con effetti enormi su chi già non è capace di comprendere.

Esempi di Intelligenza Artificiale semplice sono gli assistenti digitali che rispondono alle domande, forniscono suggerimenti, organizzano la giornata. Grazie alla plasticità del cervello diventano insostituibili.

È solo l’inizio: le grandi potenze e l’apparato tecnologico lavorano a trasformare tutti gli aspetti della vita.

Quattro milioni di italiani rischiano il lavoro nei prossimi anni, nella vaga speranza che possano riconvertirsi nei servizi. Metà degli impieghi sono automatizzabili. Non è questione di ignoranza o cultura.

Riusciamo a comprendere che il gatto si morde la coda, ossia che sostituire gli esseri umani richiederà la diminuzione drastica della popolazione e, intanto, produce povertà?

Silvia Ciucciovino, docente di diritto del lavoro, scrive: “l’adozione dell’IA impatta sull’esercizio delle libertà economiche e sul ruolo gerarchico dell’imprenditore. È suscettibile di accrescere l’intensità dei tipici poteri datoriali e del committente e, più in generale, le prerogative manageriali e organizzative e, con esse, anche l’asimmetria informativa che connota il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. Si tratta di libertà, poteri, prerogative che non possono essere annullati o compressi oltremisura, ma devono trovare un giusto bilanciamento con la protezione dei diritti delle persone che lavorano“.

Nessuno ce lo sta dicendo, perché l’informazione è proprietà privata dei soliti noti e anche le scelte elettorali sono orientate – anzi, direttamente determinate – dal vertice della piramide.

L’uso di algoritmi di IA è sfruttato per la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la diffusione mirata di informazione o disinformazione.

La dipendenza da sistemi automatizzati riduce la capacità di svolgere compiti manuali e prendere decisioni indipendenti.

Le libere scelte non esistono più; se aggiungiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende che siamo manovrati in ogni momento.

Cancellare la capacità di elaborazione, di memoria, l’analisi di quanto avviene attorno a noi, consente di controllare le persone. In una società individualista e materialista, creare soggetti non in grado di pensare e capire rende facilissimo soggiogarli.

Tra popolazioni rese incapaci di riflessione, regredite all’ignoranza, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale rende immenso il potere di chi la possiede, orienta, programma, controlla.

Tecnototalitarismo in cui saremo incapaci di valutare e distinguere la realtà, inconsapevoli strumenti di chi detiene la tecnologia.

Queste le sono le poste in gioco, non le futili schermaglie a uso delle opposte tifoserie della politica, il più debole dei poteri, fungibile, intercambiabile, eterodiretto.

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Venezuela: la nostra ENI si accaparra il giacimento

Dopo l’operazione lampo americana in Venezuela, volta a rimuovere l’uomo della City Maduro, il petrolio è sotto controllo sovranista. Con gli accordi in essere, adesso a guadagnarci è anche il popolo venezuelano che può finalmente avere un futuro di benessere e prosperità. Italia sempre più Hub energetico mediterraneo

L’ad di ENI Descalzi:

«Il Venezuela può così imboccare un percorso di sviluppo energetico e crescita economica che potrà portare grande beneficio alla popolazione locale e alla disponibilità energetica globale»

Dopo 16 anni e un furioso calcio nel deretano della City di Londra da parte di Trump, il Venezuela firma l’accordo storico con la nostra ENI. La mitica azienda che fu guidata dall’indimenticabile patriota Enrico Mattei.

  • 35 miliardi di barili di riserve certificate nel sottosuolo;
  • dai 12 mila barili/giorno attuali si arriverà fino a 400 mila entro il 2030

Per l’Italia è un salto quantico sempre volto nel piano Mattei.

L’obiettivo dichiarato è fare dell’Italia il punto di snodo energetico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, sfruttando la posizione geografica del Paese nel Mediterraneo.

Altro che Finto Green.
Fateci largo: stiamo tornando.

ilgiornale.it

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Caso della bambina morta per difterite.La bambina sarebbe deceduta – scrive il Corriere – per un errore medico. Causa la somministrazione del vaccino in corso di malattia da parte dei medici 

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Da Luigi il 2026-09-01 23:41
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Quindi ecco le novità.
1) La famiglia della bambina morta a Palermo NON era “novax” (gli altri quattro figli sono stati tutti vaccinati).
2) La bambina sarebbe deceduta – scrive il Corriere – per un errore medico.
La causa o concausa del decesso sarebbe la somministrazione del vaccino in corso di malattia da parte dei medici che per sbaglio (gravissimo) o per un azzardo (non era disponibile l’antitossina in quel momento, mi chiedo io) hanno somministrato invece dell’antitossina l’anatossina.
Qui va spiegato un passaggio: la vaccinazione con l’infezione in corso è un errore “da manuale”.
 È altamente probabile una reazione da immunocomplessi. L’anatossina è un antigene. Se viene somministrata durante una fase in cui l’organismo ha già anticorpi contro quell’antigene, e si somma al già presente antigene batterico, il numero di immunocomplessi circolante può aumentare drammaticamente, precipitando e causando varie complicazioni locali, incluso danno d’organo ai reni e in altre sedi. Non il massimo per un soggetto già malato.
Aggiungo che, anche in assenza di reazione avversa la pratica non avrebbe senso per contrastare l’infezione in corso perché l’immunizzazione richiede un tempo tecnico per svilupparsi.
Se quanto riporta il Corriere è vero, la bambina potrebbe essere morta a causa di una vaccinazione, somministrata peraltro in condizioni in cui ogni medico dovrebbe sapere che non si deve praticare.
Insomma un caso in cui si sono mescolate le carte, vi è stata una comunicazione assai poco trasparente e si è montata una campagna moralistica contro i novax scambiando completamente il focus del problema.
Faccio anche notare che l’articolo, uscito con ampio ritardo, si guarda bene dal chiamare vaccino l’anatossina difterica, usando il più vago (per il popolo) termine “anatossina” appunto, perché sappiamo che esiste un movimento no vax ma certamente non un movimento no anatox, ed è meglio non dire che la figlia dei genitori novax (che molto probabilmente non erano nemmeno tali) è morta in conseguenza o per causa di una vaccinazione.
Atteso che anche questa ricostruzione potrà essere corroborata o smentita dalle future indagini (che speriamo si svolgano senza interferenze o pressioni), le istituzioni sanitarie ne escono ancora una volta coperte di merda e da ogni altro genere di escrementi.
La richiesta poi di correre a fare una vaccinazione di massa antidifterica in extremis per genitori renitenti o smemorati, atteso che ci sia mai stata negli ultimi giorni a Palermo questa corsa a mettersi in regola, è la ciliegina sulla torta da parte delle autorità sanitarie e del giornalismo locale.
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Salta fuori la verità su Anna Rosa, la bambina morta di difterite. Altro che no-vax: il decesso è stato causato dai suoi “medici” incompetenti
Da quel momento i medici tentano di tutto
Prima non avevano saputo diagnosticare la curabile malattia, poi quando ci sono arrivati, sono entrati in modalità panico.
Anziché curare la piccola con antibiotici e antitossina, l’hanno vaccinata con infiammazione in corso, intensificando i sintomi (ADE).
Il tutto confermato anche dall’autopsia successiva: “sottoposta a cure particolarmente invasive”.
A quel punto scattano i relativi protocolli, con isolamento e richiamo del vaccino per il personale sanitario. Anna Rosa, invece, viene intubata e trasferita all’Ospedale dei Bambini Di Cristina. Da quel momento i medici tentano di tutto: dalla somministrazione del vaccino, all’emodialisi per ripulire il sangue. Viene anche attaccata all’Ecmo, la macchina per la circolazione extracorporea. Poi il trasferimento in terapia intensiva all’Ospedale Civico, dove muore alle 2.30 del 20 agosto per collasso multiorgano dovuto al batterio della difterite.
Come già scritto, questi signori non solo non devono più lavorare.
Devono pagare per i drammatici errori causati dalla loro ignoranza e scontare la giusta pena in carcere.
Un abbraccio fortissimo ai genitori di Anna Rosa.
corriere.it
L’ANTITOSSINA DI WIKIPEDIA 🌺🌺🌺
Nella tragica vicenda della bimba palermitana morta per difterite, l’aspetto di maggiore criticità riguarda la mancata somministrazione del siero antidfterico, ovvero dell’antidoto a base di immunoglobuline neutralizzanti, che con ottima probabilità le avrebbe salvato la vita.
E’ dunque alquanto curioso scoprire oggi che Wikipedia nella pagina in lingua italiana dedicata alla difterite incredibilmente non fa alcun cenno al siero come terapia, menzionando invece ampiamente il vaccino, che non c’entra nulla. Al contrario la medesima pagina ad esempio in lingua inglese divide opportunamente la prevenzione dalla terapia e in quest’ultima sezione tratta come primo presidio il siero, sottolineando come la sua somministrazione debba essere tempestiva.
“Italians not always do it better”
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Batterie agli ioni di sodio: l’opportunità per l’Europa di una maggiore indipendenza dalle materie prime.

La transizione verde richiede grandi quantità di minerali importati per la produzione di batterie. Attualmente si stanno sviluppando batterie a base di sale da cucina, che potrebbero ridurre la dipendenza dalle materie prime e rendere l’Europa più indipendente.

immagine principale dell'articolo

Presto le auto elettriche saranno alimentate da batterie agli ioni di sodio ad alte prestazioni.

Foto: Hendrik Schmidt/dpa

Tempo di lettura : 8 minuti.

In breve:

  • Le batterie agli ioni di sodio, basate sul sale da cucina, sono sul punto di entrare in produzione di massa.
  • Il sodio si trova in grandi quantità anche in Germania e in altri paesi dell’UE.
  • L’estrazione del sale è considerata meno dannosa per l’ambiente .
  • La Cina prevede di lanciare sul mercato un’auto con batteria agli ioni di sodio entro la fine dell’anno.

Per diversi anni, lo sviluppo delle auto elettriche si è concentrato sulla disponibilità di litio per la produzione di batterie efficienti. Tuttavia, è attualmente in corso uno sviluppo tecnologico che potrebbe cambiare sia il mercato sia le tese dinamiche di potere che si sono create nella corsa a questo minerale.

Un’opportunità per l’Europa nella competizione globale

Secondo uno studio del Fraunhofer Institute for Battery Cell Research and Production (FFB), le batterie agli ioni di sodio basate sul sale da cucina sono prossime alla produzione industriale di massa. Questa potrebbe essere un’opportunità per l’Europa di migliorare la propria posizione nella competizione globale per le batterie e le materie prime chiave.
“Le batterie agli ioni di sodio sono già in produzione e offrono prestazioni discrete”, afferma Rickard Arvidsson, docente di analisi dei sistemi ambientali presso l’Università di Tecnologia Chalmers di Göteborg, in Svezia.
Sono attualmente in corso diversi progetti di ricerca che potrebbero contribuire a rendere l’Europa meno dipendente dai minerali necessari per le batterie del futuro. Ciò sarebbe possibile grazie alla presenza di grandi quantità di sodio in diverse località del continente. Tra i siti minerari si annoverano Zechstein (Germania), Kłodawa (Polonia), Twente (Paesi Bassi) e Cheshire nel Regno Unito.
“In generale, ha senso basare la produzione di massa su risorse abbondanti nelle immediate vicinanze, in modo da poter raggiungere, nella migliore delle ipotesi, l’autosufficienza, cosa che potrebbe essere possibile anche in questo caso”, ha affermato Arvidsson.
Il vantaggio strategico decisivo della tecnologia agli ioni di sodio non risiede nella maggiore densità energetica – in questo ambito la tecnologia è ancora indietro – bensì nella semplificazione della materia prima. Il sodio è il settimo elemento più abbondante nella crosta terrestre ed è presente quasi ovunque sulla Terra in quantità praticamente illimitate, principalmente come componente del comune sale da cucina. La materia prima è ampiamente diffusa e può essere estratta con relativa facilità.

Burocrazia e inerzia: le aziende europee sono in ritardo.

Nelle batterie agli ioni di sodio, gli ioni di sodio svolgono la stessa funzione degli ioni di litio nelle batterie agli ioni di litio. Tuttavia, il materiale dell’anodo, il carbonio duro, può essere prodotto anche all’interno dell’UE. Secondo Arvidsson, queste batterie sono più economiche da produrre e offrono una migliore resistenza al freddo. Inoltre, l’alluminio può essere utilizzato come collettore di corrente. Ciò comporta ulteriori vantaggi in termini di costi, poiché le celle al litio richiedono rame, un materiale più costoso.
I ricercatori dell’Università RWTH di Aquisgrana hanno confrontato le batterie agli ioni di sodio con le batterie agli ioni di litio di Tesla. I risultati hanno suscitato interesse nel settore, poiché molti sono convinti che le prestazioni e la qualità produttiva delle batterie agli ioni di sodio siano già piuttosto competitive rispetto alle consolidate batterie agli ioni di litio.
Uwe Sauer, uno dei principali ricercatori tedeschi nel campo della tecnologia delle batterie e dell’accumulo elettrochimico di energia, lavora presso l’Università RWTH di Aquisgrana. Spiega che la Cina occupa una posizione di rilievo in questo settore, essendosi affermata precocemente nella catena del valore delle batterie agli ioni di litio. Al contrario, le aziende europee sono rimaste indietro a causa della burocrazia, dell’inerzia e di una strategia errata. “La Cina è stata abbastanza astuta da concludere rapidamente accordi in tutto il mondo per ottenere il controllo delle catene del valore”, ha dichiarato Sauer all’Epoch Times.
La produzione di litio è concentrata in pochi paesi: Australia, Cile e Cina. Quasi tutta la produzione australiana viene spedita in Cina per ulteriori lavorazioni. Ciò conferisce alla Cina un’influenza strutturale sulla catena del valore globale delle batterie.

Il mercato globale delle batterie è cresciuto del 20%.

La Commissione europea considera il predominio della Cina su alcune parti della filiera delle materie prime e delle batterie un problema strategico. La Cina produce attualmente circa l’85% delle batterie agli ioni di litio a livello mondiale, una tecnologia chiave per l’elettrificazione del settore dei trasporti in Europa. Il mercato globale delle batterie è cresciuto del 20% lo scorso anno, raggiungendo i 150 miliardi di dollari, aumentando ulteriormente l’importanza della Cina per la transizione ecologica.
Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2022, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che la Cina controlla l’industria globale della lavorazione dei metalli. “Quasi il 90% delle terre rare e il 60% del litio vengono lavorati in Cina”, ha dichiarato all’epoca.
Nel suo discorso, ha anche annunciato un regolamento UE sulle materie prime critiche (European Critical Raw Materials Act). L’obiettivo è quello di creare una catena del valore europea che vada dall’estrazione e lavorazione al riciclo. La Commissione europea e l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) sottolineano l’importanza del riciclo e del riutilizzo delle soluzioni per batterie e minerali come mezzo per ridurre la dipendenza dell’Europa e rafforzarne la competitività. L’obiettivo è che almeno il 25% del fabbisogno annuo dell’UE di materie prime critiche sia soddisfatto tramite il riciclo entro il 2030.
Come ulteriore possibilità per ridurre la dipendenza, la Commissione indica anche le risorse minerarie della Svezia. La Svezia è uno dei paesi minerari più importanti dell’UE e possiede cobalto, grafite e vari elementi delle terre rare. Un aumento dell’attività mineraria potrebbe generare sia entrate che posti di lavoro, soprattutto nelle aree scarsamente popolate.

I Verdi svedesi sono favorevoli all’espansione dell’attività mineraria.

Anche il Partito dei Verdi ora sostiene l’espansione dell’attività mineraria in Svezia. La loro argomentazione principale è che ciò sia necessario non solo per ridurre la dipendenza dalle materie prime, ma anche per la transizione climatica. In un’intervista ad “Affärsvärlden”, la portavoce per le politiche economiche del Partito dei Verdi, Janine Alm Ericson, ha affermato che “probabilmente” sarà necessario aprire più miniere. Tuttavia, queste dovranno sempre essere sottoposte a una valutazione di impatto ambientale.
L’estrazione del sale è considerata meno dannosa per l’ambiente rispetto all’estrazione di rame, litio o carbone. Nella cosiddetta estrazione per dissoluzione, l’acqua viene pompata nel giacimento di sale, dove il minerale si dissolve. La salamoia concentrata viene quindi pompata in superficie. Se la salamoia fuoriesce, i livelli di cloruro nelle acque sotterranee, superficiali e nei terreni agricoli possono aumentare bruscamente.
Rickard Arvidsson intravede un grande potenziale nella tecnologia agli ioni di sodio. Ritiene che i responsabili politici e l’industria debbano ora prendere decisioni rapide per sfruttare i vantaggi sopra menzionati, soprattutto considerando che anche la Cina ha iniziato a investire in questa tecnologia. Lo sviluppo è guidato principalmente da produttori come CATL e BYD. Lo scorso febbraio, CATL e Changan Automobile hanno presentato un’autovettura descritta come il primo veicolo elettrico prodotto in serie al mondo con una batteria agli ioni di sodio. La batteria ha una capacità di circa 45 kilowattora e, secondo i test cinesi del CLTC, dovrebbe offrire un’autonomia fino a 400 chilometri.
Le batterie raggiungono una densità di 175 wattora per chilogrammo (Wh/kg). Questo valore si colloca nella fascia inferiore delle prestazioni delle moderne batterie agli ioni di litio di tipo LFP. Si dice che il modello Changan Nevo A06 sia basato sulla batteria Naxtra di CATL e che verrà lanciato sul mercato entro la fine dell’anno.
Questo articolo è apparso originariamente su epochtimes.se con il titolo “ Nya batterier kan minska Europas beroende av råvaror ” (adattamento tedesco: os)

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Addio VOLKSWAGEN – Chiuse 4 fabbriche

VW voleva essere il più grande produttore di auto al mondo. Quel sogno è finito. VW sta chiudendo 4 fabbriche. Non una o due, ma QUATTRO!

CFO: “A causa di significative differenze di costo rispetto ad altri stabilimenti europei, al momento non vediamo alcuna produzione successiva economicamente sostenibile per quattro siti tedeschi una volta che i prodotti attuali saranno eliminati all’inizio degli anni ’30.”

Le tradizionali aziende tedesche dicono che NON È SOSTENIBILE produrre in Germania. È finita per l’industria tedesca. È concluso.

Alti costi energetici, cattivi design per le EV e la concorrenza cinese, che ottiene l’energia economica che la Germania usava avere, stanno uccidendo la Germania.

Interessante, il governo tedesco è impassibile e continua semplice

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