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Nel 2022 il nostro paese pagava 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, su un totale di interessi pagato dai 27 di 270 miliardi. Nel 2026 l’Italia pagherà 104 miliardi di interessi su 380 miliardi pagati dall’Unione europea.

L’insostenibilità del capitalismo finanziario. Nel 2022 il nostro paese pagava 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico,nel 2026 l’Italia pagherà 104 miliardi di interessi su 380 miliardi pagati dall’Unione europea. 

Da Luigi il 2026-09-09 19:21

https://www.facebook.com/alessandro.volpi.5?locale=it_IT

 

L’insostenibilità del capitalismo finanziario.
Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353 mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370 mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del pil mondiale.
A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo.
Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80 mila miliardi di dollari.
La considerazione che sorge spontanea è semplice. Ma chi potrà mai restituire – tra Stati e privati – un debito così infinito, che matura circa 17 mila miliardi di interessi, pari al 16% del pil mondiale?
Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile?
E’ chiaro che questo modello è finito e la corsa ad Intelligenza artificiale e riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il pianeta in modo radicalmente tossico.
Per disintossicarci dobbiamo smontare, pezzo per pezzo, la costruzione finanziaria che sta governando le nostre vite.
C’è un dato che vorrei sottolineare che deriva dal combinato disposto della pessima politica UE, delle logiche perverse della BCE e dell’azione del governo Meloni.
Politiche monetarie restrittive, riarmo e volontà convinta di non tassare i ricchi hanno, nel caso italiano quasi raddoppiato la spesa per interessi sulle spalle dei contribuenti.
Non male. Continuiamo così.
C’è poco da celebrare.
Sul governo più longevo della storia repubblica si potrebbero fare molte considerazioni critiche. Io mi limito qui a due.
Mentre la narrazione governativa si è spesso arroccata dietro la tenuta dello spread come sintomo di una acquisita stabilità finanziaria, la realtà economica dell’era Meloni restituisce un bilancio molto pesante sul fronte del costo del denaro, trasformando il servizio del debito pubblico in una voragine che sottrae ossigeno vitale a sanità, scuola e investimenti produttivi.
Se nel 2022 l’Italia destinava circa 83 miliardi di euro al pagamento degli interessi, la soglia psicologica e finanziaria dei 100 miliardi è stata ampiamente superata nel corso del 2026, attestandosi su una cifra vicina ai 104 miliardi annui.
Si tratta di un incremento secco di oltre 20 miliardi di euro ogni dodici mesi che è destinato a crescere per il peso degli attuali rendimenti dei titoli di Stato, peraltro sempre più posseduti dai grandi fondi finanziari Usa.
Non aver affrontato la necessità di una tassazione sugli extra profitti, né quella di una eliminazione dei regimi fiscali di privilegio, che anzi sono aumentati, e tantomeno di una imposizione sulle grandi ricchezze, unite ad una proliferazione dei bonus, ha obbligato il governo Meloni ad un aumento del debito, ormai a 3200 miliardi di euro, su cui è necessario pagare interessi folli.
Parallelamente a questo dissanguamento pubblico, l’esecutivo ha assistito quasi inerme allo stritolamento del ceto medio attraverso l’esplosione dei costi dei mutui, ignorando il dramma di milioni di famiglie che hanno visto le rate mensili del tasso variabile passare da una media di 500 euro del 2022 agli oltre 850 euro registrati nell’agosto del 2026, con un aumento del carico finanziario che ha superato il 70%.
L’impatto non ha risparmiato nemmeno le nuove generazioni e chi cercava la sicurezza del tasso fisso, con le nuove stipule passate da un agevole 1,5% a punte vicine al 4%, rendendo l’acquisto della prima casa un privilegio proibitivo e di fatto paralizzando la mobilità sociale.
Anche questo è avvenuto mentre i profitti delle banche esplodevano e l’azione del governo più longevo si è limitata a chiedere alle banche stesse un timido anticipo delle imposte future.
Facciamo festa.

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L’UE fa fatica a rinunciare all’energia russa

Gli sforzi dell’Unione Europea intrapresi per rendersi indipendente dal petrolio e dal gas della Russia non sono sufficienti. Come riporta Reuters citando esperti, lungo questo percorso sono stati incontrati diversi ostacoli ed il blocco dei 27 Paesi si avvia verso l’inverno con riserve di gas insolitamente basse.

Nel rapporto della la Corte dei conti europea viene riportato che l’UE non sta investendo a sufficienza per raggiungere i propri obiettivi: sostituire completamente l’energia russa con fonti di combustibili fossili diversificate, implementare le energie rinnovabili e sviluppare le infrastrutture.

Il piano dell’UE per eliminare gradualmente l’energia russa sta “vacillando proprio mentre la sicurezza energetica dell’Europa deve affrontare nuove minacce derivanti dall’instabilità in Medio Oriente”. I livelli delle risorse di gas stoccato nell’UE si attestano appena al 67%, rispetto all’80% registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Gli analisti avvertono che ciò potrebbe portare a un forte aumento dei prezzi durante l’inverno, soprattutto considerando che l’UE ha in programma di vietare tutte le importazioni di GNL russo a partire dal 1° gennaio 2027.

La Commissione Europea aveva inizialmente stimato che l’attuazione del piano per porre fine alla dipendenza dall’energia russa avrebbe richiesto investimenti per 300 miliardi di euro, mentre finora i Paesi ne sono stati stanziati solo 54,3.

https://t.me/vn_rangeloni

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Da Magdeburgo uno Schiaffo ai guerrafondai EU

“Davvero entusiasmante! Un terremoto politico” sono state alcune delle espressioni usate da Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e leader dell’Istituto Schiller, all’indomani della “schiacciante sconfitta” del Cancelliere tedesco Friedrich Merz alle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt (vedi sotto).

Non è solo la Germania di Merz a uscirne con le ossa rotte, ma l’insieme dei “Big Three”, ossia anche la Francia, guidata dal minoritario Presidente Emmanuel Macron, e il Regno Unito, guidato da Andy Burnham, l’ultimo di una lunga serie di predecessori caduti come mosche. Questi leader hanno cospirato all’interno della cosiddetta Coalizione dei Volenterosi per continuare a finanziare e rifornire l’Ucraina come proxy contro la Russia, mentre minano le proprie economie nazionali e quella dell’intera Europa con una sfrenata corsa al riarmo e altre politiche distruttive.

L’AfD e il BSW hanno posizioni chiare sulla necessità di porre fine al conflitto in Ucraina e avviare relazioni diplomatiche ed economiche con la Russia e altri paesi. Chiedono la riattivazione dei gasdotti Nord Stream e il ripristino di altri elementi economici fondamentali. Sul resto, i loro programmi variano notevolmente, sia nei principi che nei particolari. Si potrebbe definirlo un “insieme eterogeneo”, ma il mandato è chiaro: il voto va nella direzione di un nuovo sistema di relazioni estere ed economiche, a condizione che vi sia un intervento politico capace di elevare la prospettiva delle popolazioni verso un livello più alto di coscienza, per dare vita a un nuovo sistema.

O fermiamo la guerra e costruiamo un nuovo sistema economico e di sicurezza nel mondo, con lo sviluppo come fondamento della pace, oppure ci avviamo sulla breve strada verso la Terza Guerra Mondiale, il che significa annientamento nucleare. Il voto della Sassonia-Anhalt contro Merz rappresenta un’opportunità per un cambiamento di rotta.

Le attuali zone di conflitto sono territori di orrore. La scorsa settimana due ministri del governo Netanyahu hanno lanciato un appello all’estinzione della popolazione di Gaza attraverso “l’emigrazione volontaria”, un eufemismo per indicare lo sterminio o l’espulsione dalla Striscia. Il 6 settembre, otto nazioni musulmane hanno pubblicato una dichiarazione congiunta, a nome dei rispettivi ministri degli esteri, condannando questa posizione: ribadendo un netto rifiuto e la condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a spostare con la forza il popolo palestinese.

Gli scambi sporadici di attacchi tra Stati Uniti e Iran, dalla ripresa dell’offensiva statunitense il 30 agosto, proseguono. Nel frattempo, Israele continua a colpire il Libano e a seminare il terrore in Cisgiordania. I danni e le sofferenze immediate sono gravi e l’impatto economico internazionale è pesante, colpo dopo colpo.

Ma Trump prosegue con la sua “Operazione Emarginazione Economica” contro l’Iran, imponendo a tutte le nazioni del mondo di rompere ogni rapporto con Teheran. Ignora però il fatto che nessuno gli presta davvero ascolto, ad eccezione degli Emirati Arabi Uniti e, a suo dire, dell’Unione Europea.

Il 4 settembre, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato un nuovo obiettivo delle sanzioni statunitensi, la Golden Global Bank di Istanbul, incaricata di gestire i pagamenti commerciali tra Cina e Iran. Bessent ha ribadito il monito, già lanciato la settimana scorsa in North Carolina, contro chi intrattiene rapporti con l’Iran, avvertendo che tali soggetti verranno individuati e perseguiti.

Il danno provocato da Washington e Israele attraverso la destabilizzazione economica mondiale si manifesta ora dopo ora anche all’interno dell’economia statunitense stessa. Ad esempio, il nuovo anno scolastico è appena iniziato, e le autorità locali di tutti gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare un costo del carburante per i 490.000 scuolabus di tutto il Paese superiore del 45% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Gli agricoltori statunitensi hanno pagato circa 1,5 miliardi di dollari in più per il carburante durante la stagione di semina di quest’anno e ora si troveranno a spendere almeno altrettanto per il raccolto, oltre ai costi già sostenuti nello stesso periodo dello scorso anno. Una situazione non più sostenibile.

Siamo profondamente grati per la guida fornita da Lyndon LaRouche, economista, filosofo e statista – che l’8 settembre avrebbe compiuto 104 anni – al fine di uscire da questo drammatico processo di disastro epocale. Egli ha fornito la comprensione, il metodo, i programmi e, come amava spesso dire, il “divertimento” necessario per battersi per la giusta causa. Nel giorno del suo anniversario, una sua allieva, Diane Sare, candidata alla Presidenza degli Stati Uniti, impegnata nella campagna per politiche di emergenza immediate, è stata intervistata nella trasmissione condotta da Jack Stockwell – la stessa emittente su cui, 25 anni fa, Lyndon LaRouche fu intervistato in diretta proprio mentre si verificavano gli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle, al Pentagono e in Pennsylvania. Il settimanale EIR ripubblicherà questa settimana per intero la trascrizione di quell’intervista LaRouche-Stockwell, offrendo la profonda analisi di LaRouche su ciò che avevamo di fronte allora e quanto ci troviamo ad affrontare oggi.

Dieci giorni prima di quell’intervista del 2001, Lyndon LaRouche tenne un discorso in occasione della Festa del Lavoro. In quel discorso, LaRouche parlò del momento in cui, come accade talvolta, ci si trova di fronte alla responsabilità della leadership, una responsabilità che tocca in un modo o nell’altro tutti noi. Ogni medico la conosce, perché ogni paziente è una persona diversa, con una malattia diversa, indipendentemente dalla diagnosi. Il medico deve farsi carico di questa responsabilità. Un grande insegnante, di fronte alla propria classe, affronta la stessa sfida: quella di salvare quelle giovani menti, una responsabilità enorme, oggi più che mai, in queste condizioni. È una responsabilità grande e solenne.

Per alcuni di noi, quella stessa responsabilità si presenta in forme diverse, a ciascuno a modo proprio. Ma per tutti vale una cosa in comune: quando il destino ti affida una vocazione e hai una missione, specialmente quando sei l’unico a poter svolgere un ruolo chiave per realizzarla, è meglio accettarla, e portarla a compimento.

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I lavoratori USA temono di essere sostituiti dalla AI

mala Ai è stata creata  fin da pr9ncipio per tagliare  i salari qualificati

la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme l’obsolescenza nell’era dell’IA; gli esperti affermano che l’adattamento va oltre la tecnprincipioologia

Mercoledì 9 settembre 2026 – 03:45
Articolo di Mary Prenon via The Epoch Times

Proprio come l’episodio “L’uomo obsoleto” (trasmesso nel 1961) raffigurava una società futura in cui la tecnologia aveva reso superate alcune professioni, un recente sondaggio ha rivelato che, mentre l’IA rimodella il mondo del lavoro, la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme di diventare obsoleta nella futura forza lavoro e ritiene che sviluppare nuove competenze sia essenziale per la sicurezza del posto di lavoro.

Sebbene molti lavoratori abbiano attribuito la loro paura dell’obsolescenza a una mancanza di competenza nelle tecnologie più recenti, alcuni esperti di selezione del personale e gestione della forza lavoro hanno affermato che sviluppare abilità interpersonali è sempre più cruciale, soprattutto in un’epoca in cui molti giovani vivono in un mondo digitale.

ETS, un’organizzazione globale no-profit che si occupa di test e valutazioni in ambito educativo, ha riferito che il 54% dei lavoratori statunitensi si sente impreparato per la prossima generazione di lavori del prossimo decennio, rispetto al 49% a livello globale. Nel frattempo, il 75% ha dichiarato di non avere un’idea chiara di cosa comporteranno tali lavori nel 2035.

Questa incertezza si accompagna, a sua volta, al timore dell’obsolescenza: il 58% degli intervistati afferma di temere di diventare obsoleto nella futura forza lavoro. La percentuale sale al 74% tra i lavoratori del settore tecnologico e al 73% tra quelli dei servizi finanziari.

“Le motivazioni addotte dai lavoratori sono coerenti tra i vari mercati: mancano di esperienza con tecnologie emergenti come l’IA, l’automazione o gli strumenti di analisi dei dati. Molti segnalano inoltre una limitata esperienza pratica con sistemi innovativi che stanno diventando centrali nel lavoro moderno”, ha dichiarato ETS.

Alcuni lavoratori temono anche che le competenze appena acquisite possano diventare obsolete quasi con la stessa rapidità con cui vengono apprese, secondo quanto riportato nel documento.

Ciononostante, il 78% dei lavoratori statunitensi ha affermato che non vi sarà sicurezza lavorativa senza un costante adattamento, mentre l’85% ha dichiarato che lo sviluppo di nuove competenze sarà necessario.

Secondo un rapporto di marzo del Fondo Monetario Internazionale, la domanda di competenze nuove e digitali è in aumento: un annuncio di lavoro su dieci nelle economie avanzate e uno su venti nei mercati emergenti richiedono almeno una nuova competenza. Irlanda, Finlandia e Danimarca si sono classificate ai primi tre posti nello “Skill Readiness Index” (Indice di preparazione alle competenze) dell’organizzazione, grazie a un’elevata percentuale di laureati in discipline tecnologiche unita a solidi sistemi di alfabetizzazione e riqualificazione professionale per gli adulti. Gli Stati Uniti si sono piazzati al nono posto tra i 23 paesi analizzati.

Ostacoli
Tuttavia, secondo ETS, numerosi ostacoli — tra cui fattori di tempo, costi, accessibilità e sostegno da parte dei datori di lavoro — limitano la capacità dei lavoratori di adattarsi ai cambiamenti.

Il rapporto ha evidenziato che il 71% degli intervistati stava sviluppando nuove competenze in modo proattivo, una percentuale inferiore alla media globale del 77%.

“I lavoratori statunitensi stanno facendo il punto della situazione e attendono indicazioni più chiare, in particolare da governi, datori di lavoro e istituzioni formative”, si legge nel rapporto.

Una ricerca del Blu Ivy Group — società canadese specializzata in *employer branding* e marketing per il reclutamento, con sedi anche in Michigan — indica che nel 2025 le aziende statunitensi hanno speso 102,8 miliardi di dollari per la formazione dei dipendenti; tuttavia, molte non hanno previsto tempo aggiuntivo per tali attività, secondo Stacy Parker, co-fondatrice e amministratrice delegata dell’azienda.

“Il problema principale che riscontriamo è che, in molti casi, ci si aspetta che i dipendenti partecipino alla formazione la sera o nei fine settimana”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. “Sono talmente impegnati in vari progetti lavorativi che non viene concesso loro alcun tempo durante la giornata per completare la formazione”.

Parker ha osservato che, in altri paesi, la formazione dei dipendenti è integrata nella giornata lavorativa.

“Mentre le aziende nordamericane tendono a considerare la formazione come un’iniziativa delle risorse umane (HR), altre nazioni la vedono come parte della propria strategia di competitività”, ha affermato. “I manager devono assumersi la responsabilità di sviluppare le persone parallelamente alla tecnologia”.

Nel frattempo, Devin Hornick — co-fondatore e partner di KORE1, società attiva a livello nazionale nella gestione del personale e della forza lavoro con sede a Irvine, in California — ha affermato che un altro motivo per cui i lavoratori statunitensi sono in ritardo rispetto alle loro controparti globali è la mancata discussione delle aspettative lavorative con i propri manager.

“Negli Stati Uniti non è chiaro il legame tra lo sviluppo delle competenze sul posto di lavoro e l’avanzamento di carriera o l’aumento del reddito; di conseguenza, i dipendenti danno priorità alla semplice sopravvivenza durante la settimana lavorativa”, ha dichiarato a *The Epoch Times*.

Hornick ha aggiunto che, a meno che il datore di lavoro non chiarisca tale relazione attraverso un percorso di carriera e sviluppo specifico, i dipendenti non troveranno il tempo per investire nell’acquisizione di nuove competenze. La questione può complicarsi, ha affermato, quando un’azienda non concede ai dipendenti permessi retribuiti per partecipare alla formazione. Altre aziende non coprono i costi della formazione e alcune non la offrono affatto, ha aggiunto Hornick.

“La maggior parte dei professionisti che colloco non ha la disponibilità di tempo ed energie per assumersi ulteriori responsabilità e acquisire nuove competenze”, ha detto.

“Se non è previsto un budget per la crescita professionale dei dipendenti, ciò significa che c’è ben poco, o addirittura nulla

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I lavoratori USA temono di essere sostituiti dalla AI

La maggior parte dei lavoratori statunitensi teme l’obsolescenza nell’era dell’IA; gli esperti affermano che l’adattamento va oltre la tecnologia

Foto di Tyler Durden di Tyler Durden Mercoledì 9 settembre 2026 – 03:45 Articolo di Mary Prenon via The Epoch Times

Proprio come l’episodio “L’uomo obsoleto” (trasmesso nel 1961) raffigurava una società futura in cui la tecnologia aveva reso superate alcune professioni, un recente sondaggio ha rivelato che, mentre l’IA rimodella il mondo del lavoro, la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme di diventare obsoleta nella futura forza lavoro e ritiene che sviluppare nuove competenze sia essenziale per la sicurezza del posto di lavoro.

Sebbene molti lavoratori abbiano attribuito la loro paura dell’obsolescenza a una mancanza di competenza nelle tecnologie più recenti, alcuni esperti di selezione del personale e gestione della forza lavoro hanno affermato che sviluppare abilità interpersonali è sempre più cruciale, soprattutto in un’epoca in cui molti giovani vivono in un mondo digitale.

ETS, un’organizzazione globale no-profit che si occupa di test e valutazioni in ambito educativo, ha riferito che il 54% dei lavoratori statunitensi si sente impreparato per la prossima generazione di lavori del prossimo decennio, rispetto al 49% a livello globale.

Nel frattempo, il 75% ha dichiarato di non avere un’idea chiara di cosa comporteranno tali lavori nel 2035. Questa incertezza si accompagna, a sua volta, al timore dell’obsolescenza: il 58% degli intervistati afferma di temere di diventare obsoleto nella futura forza lavoro. La percentuale sale al 74% tra i lavoratori del settore tecnologico e al 73% tra quelli dei servizi finanziari. “Le motivazioni addotte dai lavoratori sono coerenti tra i vari mercati: mancano di esperienza con tecnologie emergenti come l’IA, l’automazione o gli strumenti di analisi dei dati. Molti segnalano inoltre una limitata esperienza pratica con sistemi innovativi che stanno diventando centrali nel lavoro moderno”, ha dichiarato ETS. Alcuni lavoratori temono anche che le competenze appena acquisite possano diventare obsolete quasi con la stessa rapidità con cui vengono apprese, secondo quanto riportato nel documento. Ciononostante, il 78% dei lavoratori statunitensi ha affermato che non vi sarà sicurezza lavorativa senza un costante adattamento, mentre l’85% ha dichiarato che lo sviluppo di nuove competenze sarà necessario. Secondo un rapporto di marzo del Fondo Monetario Internazionale, la domanda di competenze nuove e digitali è in aumento: un annuncio di lavoro su dieci nelle economie avanzate e uno su venti nei mercati emergenti richiedono almeno una nuova competenza. Irlanda, Finlandia e Danimarca si sono classificate ai primi tre posti nello “Skill Readiness Index” (Indice di preparazione alle competenze) dell’organizzazione, grazie a un’elevata percentuale di laureati in discipline tecnologiche unita a solidi sistemi di alfabetizzazione e riqualificazione professionale per gli adulti. Gli Stati Uniti si sono piazzati al nono posto tra i 23 paesi analizzati. Ostacoli Tuttavia, secondo ETS, numerosi ostacoli — tra cui fattori di tempo, costi, accessibilità e sostegno da parte dei datori di lavoro — limitano la capacità dei lavoratori di adattarsi ai cambiamenti. Il rapporto ha evidenziato che il 71% degli intervistati stava sviluppando nuove competenze in modo proattivo, una percentuale inferiore alla media globale del 77%. “I lavoratori statunitensi stanno facendo il punto della situazione e attendono indicazioni più chiare, in particolare da governi, datori di lavoro e istituzioni formative”, si legge nel rapporto. Una ricerca del Blu Ivy Group — società canadese specializzata in *employer branding* e marketing per il reclutamento, con sedi anche in Michigan — indica che nel 2025 le aziende statunitensi hanno speso 102,8 miliardi di dollari per la formazione dei dipendenti; tuttavia, molte non hanno previsto tempo aggiuntivo per tali attività, secondo Stacy Parker, co-fondatrice e amministratrice delegata dell’azienda. “Il problema principale che riscontriamo è che, in molti casi, ci si aspetta che i dipendenti partecipino alla formazione la sera o nei fine settimana”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. “Sono talmente impegnati in vari progetti lavorativi che non viene concesso loro alcun tempo durante la giornata per completare la formazione”. Parker ha osservato che, in altri paesi, la formazione dei dipendenti è integrata nella giornata lavorativa. “Mentre le aziende nordamericane tendono a considerare la formazione come un’iniziativa delle risorse umane (HR), altre nazioni la vedono come parte della propria strategia di competitività”, ha affermato. “I manager devono assumersi la responsabilità di sviluppare le persone parallelamente alla tecnologia”. Nel frattempo, Devin Hornick — co-fondatore e partner di KORE1, società attiva a livello nazionale nella gestione del personale e della forza lavoro con sede a Irvine, in California — ha affermato che un altro motivo per cui i lavoratori statunitensi sono in ritardo rispetto alle loro controparti globali è la mancata discussione delle aspettative lavorative con i propri manager. “Negli Stati Uniti non è chiaro il legame tra lo sviluppo delle competenze sul posto di lavoro e l’avanzamento di carriera o l’aumento del reddito; di conseguenza, i dipendenti danno priorità alla semplice sopravvivenza durante la settimana lavorativa”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. Hornick ha aggiunto che, a meno che il datore di lavoro non chiarisca tale relazione attraverso un percorso di carriera e sviluppo specifico, i dipendenti non troveranno il tempo per investire nell’acquisizione di nuove competenze. La questione può complicarsi, ha affermato, quando un’azienda non concede ai dipendenti permessi retribuiti per partecipare alla formazione. Altre aziende non coprono i costi della formazione e alcune non la offrono affatto, ha aggiunto Hornick. “La maggior parte dei professionisti che colloco non ha la disponibilità di tempo ed energie per assumersi ulteriori responsabilità e acquisire nuove competenze”, ha detto. “Se non è previsto un budget per la crescita professionale dei dipendenti, significa che c’è scarso o nullo…”

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L’Europa si avvia verso l’inverno con scarse riserve di gas naturale e prezzi alle stelle

di Tyler Durden

Mercoledì 9 settembre 2026 – 08:45

I prezzi del gas naturale in Europa si attestano vicino ai massimi degli ultimi tre anni: la corsa al ripristino delle scorte spinge le quotazioni al rialzo, mentre le persistenti interruzioni nello Stretto di Hormuz intensificano la concorrenza per i limitati carichi di GNL in vista dell’inverno.

Martedì mattina, i futures di riferimento per il gas naturale europeo sono saliti di quasi il 3%, scambiando intorno ai 75 euro per megawattora, il livello più alto dall’inizio di gennaio 2023.

La giornalista di Bloomberg Priscila Azevedo Rocha ha osservato: “L’Europa ha bisogno di prezzi del gas più alti per attrarre maggiori carichi via mare, ma a meno di un mese dall’inizio della stagione del riscaldamento, le scorte della regione sono ancora in ritardo”.

L’opinione di Rocha è molto simile alla valutazione espressa la scorsa settimana da Samantha Dart, esperta di materie prime di Goldman Sachs, secondo cui i prezzi TTF per il mese di dicembre 2026 potrebbero dover superare i 100 euro per megawattora per scoraggiare la domanda asiatica di GNL.

“Abbiamo sostenuto che, in assenza di un miglioramento delle esportazioni di GNL attraverso lo Stretto di Hormuz (Grafico 1), i prezzi del gas europeo (TTF) dovrebbero salire per scoraggiare la domanda asiatica di GNL, liberando così carichi aggiuntivi da destinare all’Europa per aiutare a gestire i livelli di stoccaggio del gas”, ha spiegato Dart.

All’inizio della settimana, gli impianti di stoccaggio del gas naturale nell’UE erano pieni per circa il 67%, a fronte di una media quindicennale del 72,5% per questo periodo dell’anno. I lettori possono consultare qui l’ultimo grafico di MarketEar sul gas naturale nell’UE.

Separatamente, gli analisti di Timera Energy hanno scritto in una nota: “Poiché il mercato europeo del gas si avvia verso l’inverno con scorte insolitamente basse, la sua flessibilità nell’assorbire ulteriori shock dell’offerta o della domanda è limitata”, aggiungendo che “l’Europa sta alzando i prezzi per superare l’Asia nella competizione per il GNL marginale”.

Oltre alle tensioni sui mercati del gas, il continente in difficoltà deve affrontare anche una crisi del diesel. Come avevamo avvertito a inizio agosto, “l’inverno sta arrivando”…

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Marcello Veneziani: Il coraggio di essere contro la guerra

No srop guerra Ucraina

No srop guerra Ucraina

È giunto il momento di dire chiaro e forte No alla guerra. Dirlo da pacifisti è facile quanto irrilevante e forse retorico; è una petizione morale e ideologica, una professione di buone intenzioni e nobili propositi, o semplicemente un modo per tirarsi fuori dalla realtà della vita, salvaguardando il proprio profilo di anime belle e cuori umanitari. Non è nemmeno l’appello alla pace, che nobilmente e vanamente rivolgono i papi, sempre accorati e sempre inascoltati, perché tacciano le armi. Ma il no alla guerra nasce da un realistico ripudio della guerra come male, come danno terribile, incapace di risolvere le situazioni: la guerra fa male a tutti, vincitori e vinti, popoli e stati. In tempi e modi diversi, ma l’effetto è inesorabile e totale. Oggi più di ieri, meno di domani.

I no alla guerra sono generali ma anche specifici. No alla guerra che l’Europa sta preparando col suo scellerato interventismo anti-russo, immaginando che la Russia abbia invaso l’Ucraina per attaccare poi l’Europa. Lo abbiamo stabilito noi che l’Ucraina sia Europa come non lo è mai stata (o se lo è stata, lo è stata come la Russia). Fino a considerare l’Unione Europea quasi un appendice dell’Ucraina, e Zelenskij il capo morale (!) di un’Europa che fronteggia la Russia e dichiara di fatto la sua ostilità a tutto l’immenso Oriente, dalla Cina all’India, alla Turchia e al sud est asiatico. No anche alla guerra scellerata che Trump ha dichiarato all’Iran, unilaterale e “pretestuosa”, caldeggiata da Netanyahu, e che sta perdendo con gravi danni economici per tutti: non a caso Trump dichiara ogni giorno di averla vinta, se fosse vero basterebbe la realtà dei fatti. No alla guerra che Israele ha avviato con i paesi limitrofi del Medio Oriente, preparando il terreno ad altri odii, azioni terroristiche, attacchi. Un’ostilità armata che serve a tenere in piedi Netanyahu al potere, scatenando nel mondo odio verso Israele e di riflesso verso tutto l’Occidente.

In tutti i casi si tratta di vere e proprie guerre preventive: per prevenire che la Russia attacchi l’Europa ci armiamo contro di lei e armiamo l’Ucraina e partecipiamo al conflitto. O per prevenire che l’Iran sganci la bomba atomica o faccia una guerra che non ha intenzione di fare contro Israele e l’Occidente. O per prevenire che i paesi limitrofi cancellino Israele. C’è chi sogna anche una bella guerra in forma di crociata contro l’Islam ma non c’è nessuno stato islamico che vuole attaccarci o dichiarare guerra all’Occidente; ci sono i flussi migratori, al cui interno crescono o si insinuano sacche di odio verso l’Occidente che possono sfociare nel terrorismo. Ma non si combatte il conflitto molecolare del terrorismo con la guerra ai popoli, agli stati e alle religioni; lo si combatte affrontandolo sul suo terreno.

La guerra preventiva non risolve le situazioni, non previene nulla, semmai suscita o alimenta intenzioni bellicose e genera danni superiori ai presunti vantaggi: danni immediati – perdite vistose, rovine fumanti – e danni a lunga scadenza che risalgono poi nel tempo. Ma coloro che fanno guerra sono tutti concentrati sul medio periodo quando i paesi vincitori traggono qualche profitto e qualche esercizio di potenza in più, ma dopo aver pagato un caro prezzo e dopo aver gettato le basi per altre guerre, altri disordini, altre tensioni nel lungo periodo.

Un grande eroe  e scrittore di guerra come Ernst Jünger, che ebbe le più alte onorificenze militari e descrisse con entusiasmo le tempeste d’acciaio della guerra, si ritirò poi disgustato dalle guerre di materiali, dalla prevalenza degli apparati, dei dispositivi, oggi diremmo della tecnica, dei droni e dell’Ai, sul valore umano. E descrisse lo squallore della guerra, per poi scrivere un saggio sorprendente su La Pace come prospettiva per l’avvenire. Jünger riteneva la pace l’obiettivo di un’Europa federata, protesa verso la rinascita spirituale e intesa come risposta al nichilismo; riteneva che la pace richiedesse un coraggio perfino superiore alla guerra. Era tutt’altro che un pacifista, veniva da una tradizione militare prussiana, condivideva il realismo eroico della cultura tradizionale, ma capì che la guerra ormai era una spaventosa catastrofe in cui la volontà di potenza si mette al servizio della Macchina. Ogni guerra diventa così guerra contro l’umano e l’umanità.

All’Europa toccherebbe una missione importante: scegliere la via della neutralità e in questo modo uscire dai conflitti, presentarsi come luogo di mediazione e baricentro di equilibrio mondiale, cercando di incoraggiare altri paesi a fare altrettanto. Abbiamo l’esperienza storica, la cultura, gli argomenti e i valori, oltre che la capacità di calcolare vantaggi e svantaggi per poterci presentare al mondo come neutralisti. È assurdo che stiamo lasciando questo ruolo di mediazione a Erdogan o addirittura a XIJinPing. I rischi che si corrono dichiarandosi neutrali non sono superiori a quelli che si corrono se si procede verso il riarmo, acuendo il clima di tensione internazionale; ma i vantaggi sono evidenti su troppi piani. Se riuscissimo a convertire gli investimenti sugli arsenali militari in investimenti per guidare la tecnologia e lo sviluppo sociale avremmo solo da guadagnare. Ma per far questo servono statisti, che hanno grande realismo e vedono lontano, non piccoli funzionari dell’apparato o piccoli piazzisti in cerca di voto e di galleggiare al potere (uso il maschile ma molti leader europei sono donne).

Per cominciare se l’Europa avesse un minimo di lucidità e di coraggio dovrebbe fermare questa escalation di ostilità con la Russia, che ha le sue gravi responsabilità ma non ha mai mostrato, né avrebbe alcun interesse, ad allargare il conflitto all’Europa. L’idea di un’Europa in conflitto con la Russia magari piace alle amministrazioni Usa, come era chiaro già ai tempi di Biden; ma nuoce all’Europa e ai singoli stati europei, a cominciare dalla Germania. L’Europa dovrebbe poi con maggiore fermezza deplorare gli scellerati conflitti del Medio Oriente e compattamente separare il proprio destino da quello dell’America trumpiana e dalla sua strategia tronfia e aggressiva, fondata su minacce e punizioni, come se il mondo fosse alle sue dipendenze.

Non possiamo farci intimidire da chi, davanti a questa sacrosanta battaglia per la neutralità ci accusa di essere al servizio della Russia, dell’Iran o addirittura di essere antisemita. Sappiamo che non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello essere al servizio di qualcuno, tantomeno di qualche autocrazia o di qualche fanatismo. Mai come in questo caso lo facciamo da italiani, da mediterranei, da europei che hanno a cuore il destino dell’umanità.

L’Europa non può essere l’appendice degli Usa e di Israele ma deve essere l’interlocutore di tutti i giganti mondiali e di tutte le potenze regionali significative, e con loro trattare, senza minacce e proclami di guerra. Finora l’abbiamo scampata: ma se davvero il mondo dovesse prendere sul serio questo ridicolo, improbabile bellicismo europeo sarebbero dolori, ma seri. Abbia l’Europa il coraggio di dire No alla guerra e di dare subito l’esempio, sfilandosi dai conflitti in corso e scegliendo il ruolo di potenza neutrale, garante di pace e di equilibrio tra est e ovest, sud e nord del pianeta. Prima che sia troppo tardi.

Marcello Veneziani

La Verità – 4 settembre 2026

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Tucker Carlson chiede le dimissioni di Trump in caso di attacco nucleare contro l’Iran

[07/08/2026 08:15] Maurizio Blondet: LA PORNODESTRA

i leader di qualsiasi Paese che proponga di usare per primo le armi nucleari perde il diritto di governare. Deve essere immediatamente rimosso.”

❤️ Seg

[07/09/2026 22:04] Maurizio Blondet: 🇺🇸T

“Ero contrario all’impeachment. Mi sono fermamente opposto a entrambi i tentativi di mettere Trump sotto impeachment. Tutto ciò era assurdo. Credo nella stabilità. Credo che i leader eletti debbano rimanere in carica fino alla fine del mandato. Non provo alcun odio personale per Trump.

Ma con tutto ciò, non appena un presidente inizia a prendere seriamente in considerazione l’idea di usare per primo le armi nucleari, quella persona deve essere immediatamente rimossa dall’incarico. Immediatamente. Perché questa deve essere una linea rossa.

La distruzione dell’intera umanità con un attacco nucleare… Cioè, perché allora nessuno sta cercando di rimuoverlo dall’incarico – immediatamente? Qualsiasi persona che sia semplicemente disposta a tollerare tali discorsi da parte dei propri subordinati o collaboratori è, per definizione, inadatta alla propria carica.

Si tratta della completa distruzione del mondo. Ribadisco: qualsiasi leader di qualsiasi Paese che proponga di usare per primo le armi nucleari perde il diritto di governare. Deve essere immediatamente rimosso.”

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Pentagono non ha più soldi per pagare i morti contro l’Iran

Pentagon refuses payout for soldiers who died in Iran conflict ‘because it isn’t a war’

Il Pentagono rifiuta di risarcire i soldati morti nel conflitto con l’Iran “perché non si tratta di una guerra”

JD Vance offre supporto dopo che la vedova ha espresso la sua frustrazione in un post virale online in seguito alla sua morte in un incidente aereo.

Le famiglie dei soldati statunitensi morti nella guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran stanno lottando per garantire che ricevano un adeguato risarcimento e benefici per i loro cari…

“

Il Pentagono si trova ad affrontare un’urgente carenza di liquidità, dovuta principalmente al costoso conflitto militare con l’Iran e al ritardo nell’approvazione da parte del Congresso dei finanziamenti di emergenza.

The Washington Post
+1
Come riportato da NBC News, le linee di finanziamento cruciali per la difesa si stanno esaurendo a fronte dell’aumento delle spese operative.

NBC News
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Il deficit di bilancio
I costi della guerra in Iran: il conflitto militare in Iran prosciuga miliardi di dollari dal Dipartimento della Difesa. Le operazioni costano centinaia di milioni di dollari al giorno.

Fondi esauriti: i vertici della difesa avvertono che la liquidità operativa di base e le specifiche linee di finanziamento si esauriranno entro poche settimane.

WSJ
+2
La richiesta di finanziamento
Richiesta della Casa Bianca: l’amministrazione ha chiesto al Congresso un pacchetto di spesa supplementare che include 67,1 miliardi di dollari per la difesa.

Breaking Defense
Stime più alte: funzionari della difesa, tra cui il vicesegretario alla Difesa Stephen Feinberg e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno comunicato ai legislatori che il fabbisogno totale si avvicina agli 80 miliardi di dollari per coprire i costi della guerra e altri debiti non pagati.

The Telegraph

+1
Perché il Congresso non ha ancora stanziato i fondi
Slittamento politico: i legislatori hanno ritardato l’approvazione dei fondi di emergenza.
Mancanza di autorizzazione: alcuni membri del Congresso si oppongono al finanziamento del conflitto con l’Iran senza un’esplicita autorizzazione congressuale.
Ritardi dovuti alla pausa estiva: il Congresso rimane in gran parte inattivo in vista delle prossime elezioni, lasciando il Pentagono alle prese con la gestione dei costi operativi quotidiani senza un sollievo immediato.

NBC News

+2

NBC News
Il Pentagono sta esaurendo i fondi – NBC News
7 luglio 2026 — Il Pentagono sta esaurendo i fondi. I funzionari della Difesa hanno richiesto oltre 67 miliardi di dollari in finanziamenti supplementari. Ma il Congresso non ha…

WSJ
Il Pentagono avverte i legislatori che ha bisogno di 80 miliardi di dollari per la guerra in Iran…
18 giugno 2026 — I vertici del Pentagono hanno avvertito che potrebbero rimanere senza fondi quest’estate, con la conseguente possibilità di dover tagliare l’addestramento a causa della guerra in Iran e del dispiegamento al confine…

The Washington Post
Il Pentagono, che sta investendo miliardi nella guerra in Iran, sta rapidamente esaurendo…
21 luglio 2026 — Il Pentagono si trova ad affrontare un’urgente carenza di bilancio causata in gran parte dalla guerra in Iran, con alcune linee di finanziamento critiche destinate a esaurirsi…

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L’ambiguità di fondo dell’AfD: è antistatalista

[ENI. La mitica azienda che fu guidata dall’indimenticabile patriota Enrico Mattei.

  • 35 miliardi di barili di riserve certificate nel sottosuolo;
  • dai 12 mila barili/giorno attuali si arriverà fino a 400 mila entro il 2030

Per l’Italia è un salto quantico sempre volto nel piano Mattei.

L’obiettivo dichiarato è fare dell’Italia il punto di snodo energetico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, sfruttando la posizione geografica del Paese nel Mediterraneo.

Altro che Finto Green.

Fateci largo: stiamo tornando.

ilgiornale.it

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[04/09/2026 12:35] Maurizio Blondet: 🇪🇺⚔️🇷🇺 LE SANZIONI CONTRO LA RUSSIA SI SONO TRASFORMATE IN UNO STRUMENTO DI AUTODISTRUZIONE PER L’EUROPA – FOCUS

Dall’inizio dell’operazione militare in Ucraina, l’Unione Europea ha adottato 21 pacchetti di sanzioni antirussa. Oggi bisogna ammettere che per 21 volte l’Europa ha colpito sempre nello stesso punto, ma finora senza lasciarne alcuna traccia, constata il periodico tedesco Focus.

«Il criceto occidentale continua a girare nella ruota, e ciò reca più danno a se stesso che alla ruota stessa. Le sanzioni producono sì un effetto, ma non quello previsto», dichiara la testata.

È certamente positivo che gli elettori della Sassonia-Anhalt abbiano nettamente respinto le disastrose politiche della CDU, il suo appello alle armi e la sua crociata antirussa, ma l’abbraccio all’Alternative für Deutschland (AfD) non è esattamente motivo di celebrazione.

Sebbene l’AfD attiri il voto di protesta, vale a dire quegli elettori le cui reali preoccupazioni vengono ignorate o minimizzate dalle forze politiche centriste, oggi il partito viene attivamente cooptato dalle stesse forze transnazionali che hanno portato al potere il movimento MAGA negli Stati Uniti. All’interno dell’AfD coesistono due visioni contrapposte della Germania, ma è sempre più chiaro quale fazione disponga delle tasche più profonde e possa avvalersi degli algoritmi che, in quest’epoca, sono necessari per gestire la narrazione.

Da un lato c’è il co-leader Tino Chrupalla, che sostiene una visione più tradizionale, nazionalista, “eurasiatica” e multipolare. Dall’altro c’è Alice Weidel che strizza l’occhiolino alla destra di Silicon Valley e al libertarismo capitalista. La visione di Weidel sta gradualmente eclissando l’ala nazionalista tradizionale.

Questa nuova visione è chiaramente esposta nell’agenda tecnologica ed energetica dell’AfD. Il partito chiede esplicitamente che la Germania raddoppi la capacità dei suoi data center e quadruplichi la potenza di calcolo dell’IA entro il 2030. Ma questa utopia digitale richiede un’enorme e ininterrotta fornitura di energia. Per raggiungere questo obiettivo, l’AfD chiede un immediato ritorno al nucleare e la revoca delle sanzioni contro la Russia per garantire “energia a basso costo”.

Cerchiamo di essere chiari su cosa significhi: il tanto decantato desiderio dell’AfD di “migliori relazioni” con Mosca è interamente transazionale. Non è guidato da un’affinità ideologica o da un genuino desiderio di un’architettura di sicurezza eurasiatica multipolare. È guidato dal freddo calcolo dell’industria tecnologica. La Russia è vista semplicemente come un fornitore di quel gas necessario per mantenere in funzione i server di una Germania iperdigitalizzata.

Elon Musk ha dichiarato apertamente che “solo l’AfD può salvare la Germania”, utilizzando la sua piattaforma X per ospitare chat in diretta con Weidel e amplificare i messaggi del partito. Anche Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e padrino della “Nuova Destra”, non nasconde il suo apprezzamento per AfD.

Questa alleanza punta verso una sintesi ideologica profondamente inquietante, spesso descritta dai critici come “tecnofascismo”. È un modello politico in cui una plutocrazia tecnocratica detta le regole della società, fondendo la logica algoritmica della Silicon Valley con gli impulsi nazionalisti dell’estrema destra.

Per l’AfD, questo si traduce in un’agenda paradossale: è ferocemente etno-nazionalista e anti-immigrazione quando si tratta di controllare le frontiere, ma anti-statalista e iper-globalista quando si tratta di capitale, tecnologia e degli oligarchi che controllano entrambi. @LauraRuHK

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Chi accede al suicidio assistito va all’inferno

Luigi Copertino il 2026-09-06 12:40

IL VANGELO SECONDO ZAIA:

L’affermazione di Luca Zaia, Presidente del Consiglio regionale veneto pro tempore, secondo cui «i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno» non è soltanto teologicamente infondata. È costruita sopra una caricatura della dottrina cattolica, che viene prima banalizzata e poi solennemente confutata come se la Chiesa avesse atteso l’illuminazione di un ex Presidente di Regione per comprendere il Vangelo.

La fede cattolica, infatti, non insegna affatto la puerile divisione dell’umanità in “buoni” e “cattivi” intesi come due categorie sociologiche definitivamente classificabili dagli uomini. Insegna qualcosa di infinitamente più serio: che l’uomo è libero, che i suoi atti hanno una reale consistenza morale, che esiste il peccato mortale, che esiste il giudizio di Dio e che la possibilità della dannazione eterna appartiene inequivocabilmente alla Rivelazione cristiana. Negare o dissolvere uno soltanto di questi elementi significa rendere incomprensibili tutti gli altri. Il punto, dunque, non è stabilire chi siano “i cattivi”.

Nessun cattolico possiede il registro anagrafico dei dannati. Il punto è riconoscere che Cristo stesso parla del giudizio, della separazione definitiva e della perdizione eterna. Se l’inferno fosse soltanto un relitto dell’immaginario medievale, bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di spiegare perché il Vangelo vi faccia riferimento con una gravità che non consente di ridurlo a metafora pedagogica innocua. Ancora più singolare è quel paternalistico «i cattolici devono capire». Devono capire che cosa, esattamente? Che duemila anni di cristianesimo hanno frainteso il rapporto fra libertà, peccato, giudizio e salvezza, mentre la corretta ermeneutica sarebbe finalmente offerta da Luca Zaia? Qui il problema diventa quasi epistemologico prima ancora che teologico. Si pretende di correggere dall’esterno una dottrina senza assumerne né le fonti, né le categorie, né la logica interna. La misericordia cristiana, del resto, non consiste nell’abolizione del giudizio. Una misericordia che rendesse irrilevante la libertà dell’uomo cesserebbe precisamente di essere misericordia, perché trasformerebbe la salvezza in un automatismo metafisico. Se nessuna scelta può avere conseguenze definitive, allora neppure il rifiuto definitivo di Dio è realmente possibile. Ma in tal caso la libertà umana viene proclamata a parole e negata nella sua conseguenza ultima. È precisamente qui che emerge la matrice liberal-modernista di questa impostazione. Il cristianesimo viene preventivamente sottoposto al tribunale della sensibilità contemporanea e conservato soltanto nella misura in cui coincide con le categorie oggi socialmente accettabili. Dio può essere misericordioso, purché non giudichi. L’uomo può essere libero, purché le sue scelte non abbiano conseguenze ultime. Il peccato può essere nominato, purché non separi realmente da Dio. Cristo può salvare, purché sia escluso in partenza che qualcuno possa rifiutare quella salvezza. Ora, questo non è uno sviluppo della dottrina cristiana. È la sua neutralizzazione. Si può certamente sperare nella salvezza di ogni uomo. Si deve pregare per la salvezza di ogni uomo. Si deve perfino guardarsi con estrema cautela dal pretendere di conoscere la sorte eterna di una persona determinata. Tutto questo appartiene pienamente alla fede cattolica. Ma da tali proposizioni non segue affatto che l’inferno sia vuoto, né tantomeno che la dannazione sia impossibile. Fra la speranza universale della salvezza e l’affermazione della salvezza universale necessaria corre una distanza teologica enorme. La posizione di Zaia cancella proprio quella distanza. E così, nel tentativo di presentarsi come più misericordiosa della tradizione cristiana, finisce per rendere insignificante la stessa misericordia, perché non vi è più nulla da perdonare realmente, nulla da cui essere salvati definitivamente e nessuna libertà capace di dire a Dio un autentico e terribile no. Non è il cattolicesimo che deve “capire”, caro Presidente, questa nuova dottrina. È chi formula simili affermazioni che dovrebbe anzitutto comprendere quale dottrina sta pretendendo di correggere.

Daniele Trabucco

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… e alla Fraternità, la scomunica

CONQUISTATI: Il Vaticano di Papa Leone ha collocato un tappeto da preghiera musulmano all’interno della Biblioteca Apostolica e l’ha chiamato ospitalità.

Madre Miriam l’ha messo in piazza apertamente: «Il Papa ha concesso ai musulmani una sala per la preghiera nella biblioteca vaticana. Perché permettereste a SATANA di entrare nella biblioteca vaticana?! È FOLLE!»

Nell’ottobre 2025, il vice prefetto della biblioteca, padre Giacomo Cardinali, ha rivelato il retroscena a La Repubblica.

«Alcuni studiosi musulmani ci hanno chiesto una stanza con un tappeto per pregare e noi gliel’abbiamo concessa.» L’ha avvolto in discorsi di «biblioteca universale» perché gli scaffali contengono antichi Corani.

Catholic News Agency ha confermato che i ricercatori musulmani in visita hanno il permesso di usare una stanza sul posto.

Dopo lo scandalo, Roma ha cercato di ridimensionarlo a una sala di lettura usata un paio di volte. Hanno comunque detto sì. Hanno comunque creato spazio per la preghiera islamica all’interno della casa dei libri del papa stesso.

Leone XIV ha passato il suo pontificato tra ricevimenti interreligiosi e «fraternità umana», mentre i cristiani vengono cacciati dal Nigeria al Medio Oriente e mentre La Mecca vieta ancora a un cattolico di camminarci dentro.

Il Primo Comandamento non ha ricevuto un lasciapassare da visitatore. Cristo non è un tappeto di cortesia. Se l’uomo sulla sedia di Pietro non sa difenderlo entro le mura vaticane, la resa è già avvenuta.

#Vatican #Pope

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Un barchino di migranti tenta lo sbarco a Santa Margherita di Pula, messo in fuga dai bagnanti

Scoppia il centro di accoglienza di Monastir: altri 86 clandestini arrivati sulle coste del sud Sardegna

Intanto altre trenta persone sono sbarcate oggi a Porto Pino

di Sara Panarelli

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Scoppia il centro di accoglienza di Monastir: altri 86 clandestini arrivati sulle coste del sud Sardegna

Un barchino con otto migranti a bordo avrebbe tentato di raggiungere la riva a forte velocità davanti allo stabilimento El Tiburon Beach, a Santa Margherita di Pula, nel Cagliaritano. L’episodio è avvenuto intorno alle 15 e, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, si è concluso con una rapida inversione di rotta dell’imbarcazione dopo la reazione dei bagnanti.
Il conducente, mentre il natante si avvicinava alla battigia, avrebbe poi puntato nuovamente verso il largo dirigendosi a tutta velocità in direzione di Cagliari. La scena ha suscitato preoccupazione tra le persone presenti in spiaggia, anche alla luce del precedente incidente avvenuto a Tuerredda lo scorso 16 agosto, quando una turista era stata travolta da un’imbarcazione con a bordo migranti mentre faceva il bagno. Nell’occasione la donna aveva riportato gravi ferite ed era stata soccorsa dopo aver rischiato di annegare. Per quell’episodio era stato arrestato uno scafista algerino di 28 anni.
“Si è rischiata l’ennesima tragedia sulle coste di Santa Margherita”, denuncia Massimo Vargiu, segretario provinciale del Siulp. “Siamo sconcertati che imbarcazioni a motore riescano ad arrivare fino a riva con il motore acceso. Evidentemente sulle nostre coste non c’è nessun controllo. I cittadini in vacanza o al mare devono sentirsi sicuri e tutelati”.
Secondo i dati citati dal sindacato, nella sola giornata di oggi sono stati registrati una trentina di sbarchi nel Sulcis e nel Sud Sardegna, in particolare nella zona di Porto Pino.

 

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lle banche globali si riuniscono per emanare una moneta privata mondiale

Ventuno delle più grandi banche e istituzioni finanziarie del mondo, tra cui Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup, Deutsche Bank, UBS e Wells Fargo, stanno formando una nuova società per emettere una stablecoin agganciata al dollaro USA, con il lancio previsto per la prima metà del 2027.

La moneta opererà in conformità con il GENIUS Act, che richiede una riserva uno-a-uno e la piena aderenza alle normative USA in materia di antiriciclaggio e sanzioni. Da una prospettiva, questo potrebbe essere visto come uno sviluppo positivo. Una stablecoin emessa privatamente potrebbe consentire pagamenti più rapidi e meno costosi, apparendo al contempo come un spostamento della creazione di valuta digitale lontano dalla Federal Reserve verso un sistema più decentralizzato e guidato dal mercato. Tuttavia, dobbiamo chiederci: chi sono queste istituzioni “private”? Sono gli stessi interessi bancari radicati nel sistema della Federal Reserve e nell’architettura finanziaria più ampia che ha controllato l’emissione e il movimento del denaro per generazioni.

Sebbene la Federal Reserve possa essere chiamata “federale”, non è semplicemente un’agenzia governativa ordinaria, e spostare la valuta digitale dalla Fed a un consorzio di banche globali non sposta necessariamente il potere lontano dalle stesse istituzioni finanziarie. Tecnicamente, questa non è una valuta digitale della banca centrale (CBDC), ma potrebbe creare una porzione significativa dell’infrastruttura necessaria per una: denaro digitale tracciabile, verifica dell’identità, controlli sulle sanzioni e la capacità di bloccare o congelare transazioni. Potrebbe offrire miglioramenti reali al sistema finanziario, costruendo simultaneamente l’architettura per un controllo programmabile.

È questa una liberazione finanziaria, o un altro passo verso una distopia tecnocratica? Forse, per ora, la risposta scomoda è che potrebbe essere entrambe le cose.

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Guerra civile in Ucraina?

🚀💥 I media ucraini riportano che il drone che ha colpito l’edificio della sede centrale della SBU in via Vladimirskaya a Kiev (coordinate 50.45058, 30.51552), sarebbe stato lanciato dal territorio ucraino. 1/10

Tutto indica una continuazione del feroce confronto armato – letteralmente – tra l’Agenzia della sicurezza ucraina SBU e la Direzione Principale dell’Intelligence militare GUR.

Citazione
Lukyluke31
@Lukyluke311

2 set
❗️Sparatoria nella notte al numero 10 di via Yuri Shuma a Kiev tra agenti dei servizi segreti SBU e dell’intelligence militare GUR.  — interessante: tra loro discutevano in russo. 1/3

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Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

L’Adige

4 Set 2026 | Editoriali & commenti

Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

(Alessandro Rancani) Tra le parole che da sempre più mi affascinano c’è “Civiltà”. Al di là della sua origine etimologica, questo termine racchiude un significato profondo. In una sola parola troviamo il connubio di aspetti culturali, sociali e spirituali che caratterizzano una comunità. A differenza di una semplice società, una civiltà si definisce tale perché i suoi membri condividono regole e prospettive che nascono dal passato e fanno da guida per il futuro. La Civiltà è un percorso, una conquista, il vero progresso.

Il suo opposto è l’inciviltà: la dissoluzione della comunità in singoli egoismi, l’interruzione di un cammino comune, il caos. L’era dei disvalori e l’autoestinzione. Le civiltà si estinguono per annientamento da parte di un invasore o per autoestinzione. Nell’era moderna, il miraggio dell’appagamento materiale ed effimero ha sostituito l’eternità della bellezza artistica e architettonica, specchio di una visione condivisa. Oggi l’educazione e il rispetto vengono sopraffatti dall’insolenza, mentre l’etica cede il passo ai disvalori.

L’ultimo baluardo di una civiltà è la difesa dei membri della sua stessa comunità, elemento essenziale per sopravvivere e prosperare.

La nostra cultura, dopo essere stata un faro per millenni, negli ultimi decenni ha subito attacchi pesanti. Il progressismo, le dinamiche migratorie e l’abiura dei valori spirituali hanno ridotto l’Italia e l’Europa a un malato terminale.

Il voto in Veneto sul suicidio assistito e il “requiem” della politica

È proprio la stretta attualità a offrirmi lo stimolo per l’ennesima riflessione sulla strada che abbiamo intrapreso, una strada che porta dritta alla tomba. Ieri il Consiglio regionale del Veneto ha approvato a larga maggioranza la legge sul suicidio assistito, prima tra le regioni a guida di centro-destra. Non mi sorprende — poiché ormai da tempo non faccio distinzioni tra schieramenti — che i rappresentanti di facciata di un mondo che dovrebbe difendere la sacralità della vita abbraccino disvalori opposti al mandato ricevuto dagli elettori in buona fede.

A guidare la recita del requiem della nostra civiltà troviamo quasi tutti i consiglieri della Lega, apparsi decisamente più determinati nell’approvazione del “fine vita” che nell’attuazione dell’autonomia, votata dalla quasi totalità dei veneti. La peggiore delle inciviltà. La riflessione porta a una sola conclusione. Una civiltà che anziché assistere i propri cittadini nei momenti di massima fragilità li agevola a rinunciare alla vita, ha cessato di esistere. Una comunità che legalizza l’interruzione della vita dei suoi membri, dal concepimento alla morte naturale, è peggiore di un esercito invasore. Rappresenta il tradimento definitivo dei propri valori e l’incapacità di garantire un futuro ai propri cittadini. In una parola: la peggiore delle inciviltà.

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Bengalesi d’oro: tanti, ricchi e alla conquista dell’Italia. Dalla colletta per la moschea al business dei mini-market

Cronaca – di Leo Malaspina – 3 Settembre 2026 alle 16:57

Poveri, poverissimi, praticamente milionari. Alla faccia degli stereotipi sugli immigrati che vengono in Italia per sopravvivere, le cifre sulla comunità del Bangladesh, i bangladini o bengalesi, come vengono definiti, parlano di un business imponente, con un “fatturato” record tra le varie popolazioni di stanza qui da noi. Secondo alcune ricostruzioni, per la costruzione della contestata moschea a Mestre sarebbero stati raccolti fino a 15 milioni di euro, una cifra enorme, con donazioni anche di 30mila euro a persona. Per non parlare del business dei mini-market, che da qualche giorno si segnalano per la triste vicenda dello stupratore bengalese che si è approfittato di una bambina ed è stato liberato da un giudice molto “generoso”. Le cifre della Banca d’Italia, pubblicate oggi dal “Messaggero“, illuminano soprattutto il fenomeno del nordest d’Italia, nella provincia di Venezia.

I numeri dei bengalesi in Italia

Nel 2025 le rimesse inviate a Dacca dalla provincia veneziana hanno raggiunto la cifra record di 107,9 milioni di euro. Per fare un confronto, la seconda comunità per volume di invii (le Filippine) si attesta a 6,7 milioni. Nel 2005, con circa duemila residenti bangladesi, il flusso era inferiore a 400 mila euro. Dal 2006 è iniziato un incremento costante e imponente. L’aumento è legato alla crescita della popolazione bangladese sul territorio, all’abbattimento dei costi di trasferimento grazie alle tecnologie digitali e all’aumento dei redditi e delle imprese gestite da cittadini bengalesi (passate da venti a oltre mille).L’elevato ammontare dei fondi inviati all’estero contrasta con i bassi livelli di ISEE dichiarati in Italia, che consentono a molte famiglie di accedere al sistema di welfare locale e statale.

I dati su tutta Italia sono ancora più illuminanti. Nel 2024 dall’Italia sono stati inviati in Bangladesh 1,397 miliardi di euro, il 16,9% di tutte le rimesse in uscita dall’Italia. Nel 2025 il Bangladesh è rimasto al primo posto e la quota è salita addirittura al 19,6%. Considerando 8,6 miliardi complessivi di rimesse nel 2025, significa circa 1,69 miliardi di euro diretti in Bangladesh in un solo anno.

C’è poi una presenza imprenditoriale significativa. Al 31 dicembre 2024 in Italia risultavano 392.751 titolari di imprese individuali nati in Paesi extra-UE; i bangladesi rappresentavano una quota prossima o superiore al 5%, quindi nell’ordine di oltre 20 mila imprenditori individuali.

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Quel che la Meloni avrebbe potuto fare

SE NON TRADIVA LA SUA CULTURA POLITICA – E NON HA FATTO. LE OCCASIONI MANCATE DELLA SOVRANISTA DELLA GARBATELLA (e non si trovi giustificazioni nella cosiddetta “realpolitik” perché questa è soltanto un momentaneo compromesso  in circostanze date, mentre qui stiamo parlando di trasformismo ovvero di ripudio della “destra sociale” per abbracciare il conservatorismo liberale: né più ne meno di ciò che a suo tempo fece Gianfranco Fini). L.C.

Travaglio non è simpaticissimo, ma quando ha (sostanzialmente) ragione, ha ragione (Massimo Maraviglia):

Quattro anni fa Giorgia Meloni aveva una grande occasione: spogliarsi degli abiti di capofazione per indossare quelli di rappresentante di tutti e conquistare consensi fuori dal suo recinto, senza recidere le radici del suo passato. Che non è il fascismo del Duce, come troppi superficialmente dicono, ma la destra sociale, legalitaria, multipolare, eurocritica e antiamericana: quella che, oltre a tanti brutti ceffi e fenomeni da baraccone, affascinava anche Paolo Borsellino e tuttora vanta intellettuali irregolari come Cardini, Tarchi, Veneziani, Buttafuoco, Foa.

La Meloni avrebbe potuto scegliersi un ministro della Giustizia borselliniano, anziché il berlusconiano Nordio. Mettere agli Esteri e alla Difesa due uomini del dialogo col Sud e l’Est del mondo, anziché i pappagalli Nato Tajani e Crosetto. Piazzare all’Economia e al Lavoro esponenti della destra sociale anziché il rigorista Giorgetti e l’imbarazzante Calderone. Difendere e magari affinare il reddito di cittadinanza, anziché gettare sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Tassare i profitti extra di banche, assicurazioni, Big Pharma, Big Tech e Big Oil e combattere l’evasione, rastrellando risorse per politiche espansive su investimenti, salari, caro-energia, sanità e lotta all’immigrazione irregolare. Far funzionare la giustizia anziché sfasciarla e perder tempo (e schiantarsi) sulla separazione delle carriere. Infilarsi nelle spaccature di un’Ue sfarinata per fare alleanze pragmatiche con chiunque, a destra (Orbán) e a sinistra (Sánchez), mettesse in dubbio gli euro-dogmi dell’austerità, del bellicismo, del riarmo, della russofobia e della sudditanza a Kiev e a Tel Aviv. Aiutare gli ucraini e i russi, gli israeliani e i palestinesi con l’unica opzione utile: i negoziati, candidando Roma come campo neutro per ospitarli. Sfruttare l’amicizia con Trump per dirgli Sì quando ci conveniva – cioè sulla fine della guerra ucraina e dello sterminio a Gaza – e No sui dazi, il 5% di Pil alla Nato, il suo Gnl al quadruplo del prezzo russo, gli acquisti di armi da regalare a Zelensky, le aggressioni al Venezuela e all’Iran: invece gli ha detto No quando doveva dire Sì e viceversa.

Ha preferito tirare a campare rinnegando il sovranismo degli interessi d

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La corsa a portar via l’oro dagli Stati Uniti

Ieri è stato riportato che i Paesi Bassi hanno appena trasferito circa 86 tonnellate delle loro riserve auree da New York e Ottawa a Londra, citando esplicitamente “la crescente instabilità geopolitica” e la necessità di prepararsi a gravi crisi.

La banca centrale olandese afferma che l’oro custodito a Londra può essere prelevato e scambiato più rapidamente in caso di emergenza rispetto all’oro conservato a New York o in Canada.

Un linguaggio meravigliosamente edulcorato da parte di una banca centrale per veicolare un messaggio che, a mio avviso, sembra essere: “la fiducia negli Stati Uniti come detentori dell’oro mondiale… e probabilmente come pilastro dell’economia globale… sta diminuendo”.

In entrambi i casi, ciò significa che i Paesi Bassi hanno di fatto deciso che, in caso di crisi globale, preferirebbero che una quota significativamente minore delle loro riserve auree di ultima istanza si trovasse in Nord America.

Prima di questa operazione, il 31,3% dell’oro olandese si trovava a New York, il 19,7% a Ottawa e il 18,1% a Londra. Ora New York e Ottawa detengono ciascuna il 18,5%, mentre Londra è balzata al 32,1%. I Paesi Bassi possiedono complessivamente 612,4 tonnellate d’oro.

Tecnicamente, non tutte le 86 tonnellate sono state caricate su aerei e trasportate attraverso l’Atlantico. La Banca Nazionale Olandese (DNB) ha venduto circa 59 tonnellate a New York e ha acquistato una quantità equivalente di oro a prezzi di mercato a Londra. Oltre 27 tonnellate sono state fisicamente trasferite dagli Stati Uniti e dal Canada ai Paesi Bassi, mentre una quantità simile è stata spostata dai Paesi Bassi a Londra.

La distinzione è rilevante dal punto di vista operativo. Economico, non tanto. Il risultato è una minore quantità di riserve olandesi a New York e una quantità considerevolmente maggiore a Londra.

E abbiamo già visto situazioni simili in passato. Nel 2014, i Paesi Bassi hanno fisicamente riportato a casa 122,5 tonnellate d’oro da New York. Successivamente, la Germania ha completato il trasferimento di 300 tonnellate da New York a Francoforte. E tra luglio 2025 e gennaio 2026, la Francia ha eliminato le sue rimanenti riserve auree a New York, sostituendo le 129 tonnellate lì detenute con lingotti standard ora custoditi a Parigi. La Francia afferma che tale decisione è stata dettata da ragioni di efficienza commerciale, non politiche, il che è comprensibile. Ciononostante, i lingotti sono finiti a Parigi anziché a New York.

Anche l’India ha ridotto drasticamente la quota del suo oro detenuta all’estero, sebbene la maggior parte di tale rimpatrio abbia riguardato oro custodito a Londra piuttosto che negli Stati Uniti.

Questa mi sembra una tendenza molto evidente verso un maggiore controllo da parte delle banche centrali sull’unico asset di riserva che non rappresenta un debito per nessun altro.

L’oro non richiede a Washington di rimborsarti. È curioso come questa caratteristica diventi attraente quando Washington ha un debito di oltre 40 trilioni di dollari.

Come ho ripetuto per un decennio, l’intero sistema finanziario moderno è in definitiva tenuto insieme dalla fiducia e dalla moneta fiat. Il dollaro funziona perché tutti credono che tutti gli altri continueranno ad accettarlo. I titoli del Tesoro funzionano perché il mondo crede che gli Stati Uniti onoreranno i propri debiti senza distruggere il potere d’acquisto della valuta utilizzata per ripagarli.

È la fiducia, non la matematica o l’economia di base, che spinge persone come Paul Krugman ad affermare cose come “il debito è denaro che dobbiamo a noi stessi”.

È ciò che permette a Stephanie Kelton di scrivere un libro intitolato “Il mito del deficit”.

Per decenni, questa fiducia ha permesso all’America di godere del più grande sistema di finanziamento immaginabile: accumulare debiti senza preoccuparsi di ripagarli, mentre ci trasformiamo in codardi viziati e presuntuosi riguardo ai mercati azionari perché crediamo che la Fed possa, e sempre lo farà, salvarci al primo segno di difficoltà.

Ma stanno emergendo piccole crepe ovunque.

Il dollaro domina ancora le riserve globali, quindi le affermazioni sulla sua imminente scomparsa sono prive di fondamento. Nel primo trimestre del 2026, l’oro rappresentava il 57,13% delle riserve valutarie dichiarate. Si tratta però di un calo sostanziale rispetto ai livelli superiori al 70% registrati all’inizio del secolo.

Nel frattempo, le banche centrali sembrano non averne mai abbastanza di questa “barbara reliquia”.

Nel 2025 hanno acquistato 863 tonnellate d’oro, dopo tre anni consecutivi di acquisti superiori alle 1.000 tonnellate. L’indagine del World Gold Council del 2026 ha rilevato che l’89% dei gestori delle riserve prevede un aumento delle riserve auree delle banche centrali globali nel corso dell’anno successivo, mentre un record del 45% si aspetta che la propria istituzione acquisti di più.

A quanto pare, nessuno ha detto ai banchieri centrali di tutto il mondo che l’oro è solo una pietra luccicante. Inoltre, come ho ripetutamente sottolineato qui con il mio amico Andy Schectman, qualcosa di insolito è accaduto anche al COMEX.

I dati di DBS mostrano circa 289.000 avvisi di consegna dell’oro durante i primi nove mesi del 2025, contro circa 119.000 nello stesso periodo del 2024… circa 2,4 volte di più. Un avviso di consegna trasferisce la proprietà del metallo consegnabile; non significa necessariamente che qualcuno faccia immediatamente scalo con un furgone blindato Brinks al magazzino. Ma è un’ulteriore indicazione dell’aumento della domanda di regolamento fisico.

L’oro si muove. Le banche centrali lo stanno acquistando. I paesi lo stanno riposizionando. E sempre più spesso, vogliono sapere esattamente dove si trova

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Il Ministro giapponese rivela…

Alex Jones intervista l’ex ministro delle Finanze giapponese. Sottotitoli in italiano 🇮🇹 Ex Ministro giapponese confessa: Abbiamo consegnato il sistema finanziario perché ci hanno minacciato con la macchina dei terremoti. Quando è stato interrogato Heizo Takenaka (ex ministro delle Finanze giapponese) riguardo alla consegna del controllo sul sistema finanziario giapponese a un gruppo di oligarchi americani ed europei. Ha detto che Takenaka e il suo emissario gli hanno riferito che il motivo era la minaccia al Giappone con una «macchina dei terremoti».

Inizialmente non ha creduto alla storia. Ma dopo che ha iniziato a rivelare alcune delle cose che questi fanno, la polizia di sicurezza giapponese gli ha detto che la città di Niigata sarebbe stata colpita da un terremoto a causa di ciò che ha detto su siti come rense.com.

Due giorni dopo si sono verificati due terremoti di magnitudo 6.8, con epicentro vicino al più grande reattore nucleare del Giappone. Ha considerato ciò una coincidenza eccessiva, così ha indagato sul programma HAARP, e ha detto che dirigono onde a microonde con potenza di un miliardo di watt verso l’ionosfera per sollevarla e poi rimbalza, e che il suo rimbalzo può causare terremoti se la frequenza è calibrata sulle rocce sotto il sito target (lo paragona al canto di una cantante d’opera che rompe il vetro o al suono delle unghie sulla lavagna).

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