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L”Ideologia di Emma Bonino era, è e sarà la Sconfitta della Civiltà. Matteo Castagna.

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Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla figura di Emma Bonino. Buona lettura e condivisione.

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di Matteo Castagna

“Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini di bene non facciano nulla” – scriveva il tradizionalista Edmund Burke. Spesso mi torna in mente questo aforisma quando noto che troppi cattolici sono diventati dei “cadaveri”. L’ha scritto anche don Ugo Carandino sul suo profilo Facebook, nei confronti di chi non si scandalizza più, neppure davanti alla più vile blasfemia di uno spot televisivo. E non fiata. Non scrive.

Il modello dev’essere diventato “Fantozzi subisce ancora”, con cinquant’anni di ritardo. Ben più grave il silenzio o il sentito cordoglio di alcuni per la morte di Emma Bonino, perché era amica di Bergoglio, che la riteneva una grande donna. Il più giusto ed efficace epitaffio viene da un grande intellettuale, che non è neanche un cattolico conservatore o tradizionalista, Marcello Veneziani:

“Emma Bonino ha rappresentato con coerenza e passione il contrario morale, civile e politico di quanti riconoscono il valore della vita, della famiglia e della nascita, della civiltà e della tradizione. Pietas, nella divergenza più radicale”. Le auguro un atto di contrizione, anche all’ultimo secondo, altrimenti avendo diretto per decenni la Sovversione anticristiana e contro natura temo che la sua anima non avrà un’eternità felice.

In ogni caso, i danni che ha prodotto con Marco Pannella sono spaventosi: dall’aborto, al divorzio, al testamento biologico, alla fecondazione artificiale, al gender, alle unioni civili. E tutto il mondo la “santifica” perché è stata coerente con le sue battaglie. Ma erano tutte sbagliate e satanicamente contrarie alla nostra identità classico-cristiana! Fatalmente i suoi uomini si sono sempre piazzati sia a sinistra che a destra del parlamentarismo italiano, in nome dell’ideologia liberale. La peggiore. La più ingannevole. Quella che trasforma il vero in comodo, il desiderio in diritto, l’errore in scelta legittima. Quella che pretende di poter votare su tutto, anche su ciò che Dio ha stabilito o inscritto nell’animo umano.

L’ideologia liberale porta a considerare la follia una normalità, in nome dell’inclusione. Sicché, poiché in questi giorni ho ricordato nella preghiera la figura di Charlie Kirk, che ha fatto della militanza cristiana e del confronto le sue bandiere fino ad essere ammazzato da un trans per questo, mi è tornato in mente un articolo di Brent Cope che avevo ricevuto nel dicembre del 2018 da Turning Point USA, il gruppo del giovane credente, bianco, etero, sposato e con due figli naturali. Cos’hanno combinato i Radicali con la loro perversa idea liberal? Lo sappiamo, hanno stravolto i rapporti tra persone e creato persino una neo-lingua.

Il “deplatforming”, ad esempio, è il processo attraverso il quale gli attivisti dichiarano che una persona è bigotta/fascista/nazista/razzista/trans-misogina/omofoba o comunque offensiva, e che quindi non dovrebbe avere la libertà di esprimersi pubblicamente. Il deplatforming si manifesta in tutte le forme e dimensioni, dal mettere a tacere un relatore in un college o in un’università al ban sui social, alla demonizzazione su YouTube, alla denuncia penale. In pratica, è un eufemismo per nascondere la parola censura.

Certo, perché i confini del liberalismo li definiscono loro, mica i cattolici! Male quando i cattolici tacciono o addirittura tollerano i catto-liberali, condannati mirabilmente dalla Chiesa con Leone XIII e San Pio X.

Meghan Murphy è una femminista di Vancouver che fu sospesa da Twitter per aver scritto che “gli uomini non sono donne”. “Che un’azienda multimiliardaria censuri fatti essenziali e metta a tacere le persone che si pongono domande su questo dogma è folle” – scrisse la donna, certamente priva di simpatie tradizionali. Infatti ha conseguito un master in Women’s Studies presso la Simon Fraser University, quindi non si tratta di un troll online.

È istruita, intelligente e discute di argomenti di grande attualità. Il ban permanente è arrivato poco dopo questa discussione. Nessuno di noi dovrebbe sorprendersi: negli ultimi anni i social hanno preso provvedimenti severi contro le idee dissenzienti, soprattutto quelle “conservatrici”. Alex Jones e Milo Yiannopoulos sono stati tra i primi a essere bannati, e in pochi se ne sono dimenticati. Molti, tuttavia, all’epoca commentarono che queste persone erano come canarini nella miniera di carbone e che la china scivolosa della rimozione dei contenuti “offensivi” sarebbe continuata. Siamo arrivati al punto in cui affermare fatti basilari come “uomini e donne non sono uguali” è considerato “odioso”.

Oggi la situazione su X e Facebook è un po’ migliorata, ma non troppo.

“Vorrei sottolineare – scriveva Cope – che le persone trans e genderqueer subiscono discriminazione e intolleranza da parte delle loro famiglie e dei loro coetanei. È una delle principali cause di senzatetto e suicidio in quella particolare fascia della popolazione. Personalmente, quando mi viene chiesto, uso qualsiasi pronome o nome mi venga fornito.

Questa è una conseguenza della mia precedente accettazione dell’orientamento sessuale autoproclamato dagli altri. Se qualcuno mi dice di essere gay, etero o bisessuale, il mio primo istinto è credergli. Potrei lamentarmi quando qualcuno mi dice di essere genderqueer o comunque non binario, perché il mio standard per una cosa del genere è la biologia, non i sentimenti. Se sei “intersessuale” – e queste persone esistono – allora quell’identità è assolutamente disponibile.

Questo è anche il modo in cui affronto i pronomi non binari. Tendo a rispettarli per essere rispettoso verso l’esterno, ma il contesto è importante. Obbligare legalmente le aziende a utilizzarli (legge di New York) è un po’ estremo. È anche una soluzione non testata e non ci sono prove che possa creare condizioni più sicure per la popolazione transgender”.

L’ideologia transgender è relativamente nuova e favorita dall’ideologia liberal dei Radicali di tutto il mondo, coi fondi di speculatori internazionali o di miliardari di dubbia moralità. Molti la sostengono come la nuova causa di sinistra del momento, paragonandola ai diritti degli omosessuali.

“Voglio essere chiaro: tutti meritano l’uguaglianza di fronte alla legge e il diritto di essere trattati umanamente dai loro coetanei. Detto questo, la prima regola della medicina è “non nuocere”. In questo contesto, ciò significa che qualsiasi intervento volto a risolvere il problema deve dimostrare di funzionare e di non peggiorarlo. Temo che stiamo peggiorando di molto la situazione”.

L’ideologia trans ha una forte radicamento nelle democrazie occidentali più orientate a sinistra, ma grazie al trasformismo dei liberali Radicali, pure a destra non si scherza. Il Regno Unito ha una particolare affinità per l’ideologia genderqueer, così come il Canada e New York City. Ma in molti casi, questi “diritti” conquistati sono affrettati e mal concepiti, e solitamente introdotti da “attivisti” che si spacciano per rappresentanti della comunità trans senza alcun titolo. Sarebbe ridicolo se affermassi di parlare a nome di tutti gli uomini gay, non è vero? La stessa logica non si applica ai membri della comunità trans.

Queste idee sono incredibilmente potenti e potenzialmente destabilizzanti. Il loro effetto sulla cultura occidentale non dovrebbe essere sottovalutato.
Ciò che è più preoccupante è l’impatto che questa ideologia sta avendo sui bambini. Non ho dubbi che ci siano bambini che soffrono di disforia di genere, il termine tecnico per la diagnosi che tradizionalmente è un prerequisito per il trattamento ormonale e/o l’intervento chirurgico per il sesso opposto.

Questa è anche una delle differenze interessanti tra il movimento per i diritti dei gay e l’ideologia trans: per decenni gli attivisti gay hanno sostenuto che l’omosessualità non è una malattia mentale e hanno lottato per farla rimuovere dal DSM. Alla fine lo è stato. Oggi, le persone trans chiedono a gran voce che venga diagnosticata la disforia di genere perché è la porta d’accesso alla transizione fisica (terapia ormonale e intervento chirurgico). È il sigillo ufficiale che certifica che la loro identità è reale.

In passato, il ruolo dello psicoterapeuta era quello di identificare la presenza di disforia di genere; ora sembra che tale ruolo sia stato assunto dalle persone trans stesse, con i terapeuti che si limitano a convalidare la decisione. Questo approccio relativamente nuovo è chiamato “affermazione di genere” e deriva dall’ideologia radicale di massa.

Quando gli psicoterapeuti indagano, cercano prove “insistenti, persistenti e coerenti” dell’identità trans. Questo è il requisito standard per gli psicoterapeuti che si occupano di affermazione di genere per diagnosticare la disforia di genere. Ciò significa che il bambino deve dichiarare direttamente il proprio stato transgender, affermarlo costantemente e non deve mai variare a seconda del contesto. Quando questo non avviene, potrebbero entrare in gioco altri fattori ambientali.

Ad esempio, un bambino più grande che nota che la sorellina riceve più attenzioni potrebbe erroneamente pensare che stiano dando attenzione alla nuova nata a causa del suo genere. Potrebbe iniziare a vestirsi da femmina e a comportarsi come tale per ottenere più attenzione dai genitori. Un bambino del genere ovviamente non soffre di disforia di genere, ma anche solo avanzare questa ipotesi è offensivo per molti nella comunità degli attivisti transgender.

L’idea stessa di non affermare immediatamente l’identità transgender di bambini molto piccoli (3-6 anni) è vista come malvagia, traumatizzante e potenzialmente pericolosa per la vita. Non furono forse i radicali con il loro concetto di ipersessualizzazione sociale, a dire che anche la pedofilia potrebbe essere un’inclinazione sessuale?

L’ideologia trans ha una base più solida nel Regno Unito, e il canale britannico Channel 4 ha recentemente trasmesso un documentario intitolato Trans Kids: It’s Time to Talk, dell’autrice e terapeuta Stella O’Malley. L’autrice sottolinea che da giovane era convinta di essere un ragazzo. Oggi è sposata e ha figli. Camille Paglia, femminista, autrice e autoproclamata maschiaccio, si aspetta che anche lei sarebbe stata identificata come trans. Questo suggerisce che molti bambini presumibilmente “trans” oggi vengano erroneamente identificati.

Questo si collega a un altro enorme punto cieco del movimento trans: nessuno vuole discutere di desistenza (quando una persona trans decide di voler essere il suo genere di nascita). Anche solo parlarne è considerato un’eresia. Se circa il 75-85% dei bambini transgender desistono e crescono fino a diventare normali adulti cisgender, cosa succede quando le persone vengono accompagnate durante la transizione e decidono troppo tardi di voler tornare al loro genere originale?  La transizione è un’alterazione permanente del corpo e, sebbene possa essere in parte reversibile, non sarà mai come se non fosse mai accaduta.

Indipendentemente dalla tua identità di genere, o da ciò che dichiari di essere, esistono differenze – piuttosto evidenti – tra uomini e donne. Le donne trans non saranno mai donne biologiche, indipendentemente da quanti interventi chirurgici, ormoni o trucco indossino. Gli uomini trans non avranno mai la stessa esperienza di un maschio biologico. Queste sono impossibilità attuali, anche se un giorno potrebbero essere superate.

Infine, come si collega tutto questo alla Ponerologia e di cosa diavolo si tratta? Ponerizzazione è il processo attraverso il quale un gruppo o un movimento viene contagiato da personalità patologiche. “Poneros” deriva dal greco, ed è la parola che indicano il male. Ponerologia, ponerizzazione e ponerogenesi sono lo studio del male sociale, di come gruppi e movimenti sociali ne vengano dirottati e una descrizione scientifica di come inizia.
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Un movimento infetto si distorce nel tempo, e alla fine potrebbe persino arrivare a comportarsi come le persone a cui si opponeva originariamente. Antifa ne è un esempio lampante: antifascisti che si comportano come fascisti: non potrebbe essere più ovvio di così! Esistono persone patologiche, ma non le sentirete reclamare il diritto di torturare, stuprare e uccidere. Quello che fanno è arruolarsi nell’esercito, diventare poliziotti o chiunque altro abbia autorità. Molti di loro diventano criminali e vengono catturati. Molti no. Anche la patologia esiste in uno spettro, a volte il semplice fatto di rendere difficile la vita delle persone può essere per loro una “soddisfazione” sufficiente.

Yusra Khogali, una delle fondatrici di Black Lives Matter Toronto, è nota per la sua retorica incendiaria. “La bianchezza non è sinonimo di umanità, anzi, la pelle bianca è sub-umana”, ha scritto. “Tutti i fenotipi esistono all’interno della famiglia nera e le persone bianche sono un difetto genetico dell’essere nere”. Patologico? A voi la decisione.

Le persone patologiche adorano unirsi ai movimenti sociali fin dal basso, in modo da poter acquisire ruoli di leadership e autorità all’interno del movimento. Qualsiasi gruppo di attivisti sociali organizzati (o altro) che non sia attivamente consapevole di questo fenomeno e non esamini attentamente i propri membri è a rischio. Ci saranno persone patologiche che si identificano come trans come strategia per raggiungere i propri obiettivi. Probabilmente saranno indistinguibili dalle vere persone trans, tranne quando si esaminano il loro comportamento e le loro parole.

I tipi patologici usano la loro identità come scudo, se possibile: ciò fornisce loro contemporaneamente un’ideologia per giustificare il loro comportamento e un gruppo di persone che accorreranno in loro difesa, in quanto appartenenti alla stessa “tribù”. Israele che mette a tacere i suoi legittimi critici con accuse di antisemitismo è un altro ottimo esempio di questa tattica.

Un modo in cui queste persone reclutano altri è atteggiarsi a vittime (ciò non significa che chiunque si dichiari vittima abbia secondi fini, solo che è possibile). Questo ci riporta al motivo per cui esigo definizioni forti per i termini e chiarezza durante le discussioni difficili. Se non stiamo attenti alle nostre parole, il loro significato verrà distorto e questo è il primo passo verso la violenza. Gli attivisti trans spesso citano la sofferenza reale delle persone trans come motivo per attaccare chiunque con cui non siano d’accordo. Questo è un campanello d’allarme. Quando si usa la sofferenza come giustificazione per ulteriore violenza, si sta entrando in territorio patologico. Non nuocere con i tuoi interventi, altrimenti il problema non farà che peggiorare.

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Giustamente i cattolici  stanno ricordando l’attività anti vita della Bonino. Ma non ci sono state solo queste. Leggete questo “necrologio” del professor Zhok.
Emma Bonino
ha promosso il referendum per l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (perché irrigidiva il mercato del lavoro).
Ha promosso referendum per la piena liberalizzazione del collocamento privato abolendo ogni vincolo e responsabilità del datore di lavoro.
Ha sostenuto la piena libertà di contratto individuale (quali che siano i rapporti di potere contrattuale) e l’abolizione dei contratti collettivi.
Ha sostenuto l’abolizione dell’obbligo di stipulare assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro con l’INAIL aprendo alle assicurazioni private.
Ha sostenuto l’abolizione del Servizio Sanitario Nazionale, da sostituire con assicurazioni private.
Ha sostenuto costantemente l’innalzamento dell’età minima per accedere alla pensione.
Lei, la libertaria, era favorevolissima al Green Pass, che riteneva essere un grande contributo civile.
Si è sempre definita un’amica sincera di Israele e ha sostenuto tutte le iniziative del sionismo.
Ha supportato dal primo minuto e fino alla fine l’invio di aiuti militari a Kiev e la necessità di dare una lezione alla Russia.
È sempre stata ferocemente atlantista e filoamericana.
Non si può dire che non sia stata una vita coronata di successi, magari indiretti.
In vista dei coccodrilli che pioveranno in questi giorni, credo sia corretto dire che Emma Bonino, dal punto di vista della gente che vive del proprio lavoro e che ama l’Italia, è stata politicamente il Male.
Niente di personale, se la vedrà lei dall’altra parte.
Ma per quanto riguarda questa valle di lacrime, se avesse fatto la cassiera invece della parlamentare l’intero paese ne avrebbe tratto beneficio.
Andrea Zhok
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3 commenti su “L’Ideologia di Emma Bonino era, è e sarà la Sconfitta della Civiltà. Matteo Castagna.”

  1. Luca Francesco PERSICO
    E’ da un pezzo che la fase dell’”inazione” dei cosiddetti buoni è terminata, adesso siamo andati oltre, siamo alla fase della complicità con il male, della sua promozione e protezione e tutela, un’orgia di totale imbecillità che sembra non avere più fine, anche nella Chiesa, ma “nel calice è un vino drogato, fino alla feccia dovranno berne.”.
  2. Difficile non provare un sentimento di rivalsa sapendo che Bonino, la satanista, si trova finalmente davanti al Giudice supremo. Benedetto XVI nella Spe Salvi ricorda: “I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. ” (44) Non c’è altro da aggiungere.
  3. Giorgio Rapanelli
    Ammiro la coerenza di un Essere votato alla parte di Satana, da sempre e senza titubanze, neanche negli ultimi tempi, quando ha ricevuto la visita di Francesco “papa”, il giorno prima della sua dipartita per poi “andare a rapporto” il giorno dopo… Sì, la Bonino, con la consapevolezza delle sue scelte politiche per la distruzione dell’umanità, secondo i dettati dei “senza-dio” e dei loro superiori demoniaci che dirigono gli “apprendisti stregoni” della politica italiana della Sinistra, del Centro, e magari pure della Destra, e di sicuro la maggioranza della Politica di una Europa fasulla, che non c’è, poiché é solo e ancora “una espressione geografica”, come ebbe a dire dell’Italia della sua epoca il Cancelliere austriaco Metternich. E cosi possiamo dirlo dell’Europa, capace solo di buttare soldi a palate nella pancia di uno Zelensky, il piccolo Dux di uno Stato fasullo come l’Ucraina filo-nazista,…
    La Bonino – ritorno da lei – se non ha un ripensamento totale sui suoi crimini verso l’umanità entro i tre giorni e mezzo, ossia prima che si spezzi l’”atomo seme” che tiene legato il corpo fisico al suo corpo eterico (invisibile) si penta di ciò che ha combinato in vita contro la “Vita”, lei si è autocondannata all’inferno, da dove non si esce, manco se tutti i Papi, i Vescovi e i Teologi del rinnovamento lo implorassero ad alta voce nelle chiese… Esiste qualcosa di peggiore dell’inferno di fuoco tradizionale. Si chiama Ottava Sfera.
    I Massoni maceratesi hanno elevato una statua a Macerata, aspramente criticata da gli Artisti locali e da Vittorio Sgarbi, rappresentante Lilith, il demone mesopotamico, dai cui segni si comprende che si riferisce all’Ottava Sfera. D’altra parte come opporsi alla Macerata Città di Maria, che ha visto il rito esoterico della arcinota Pamela, sezionata e lasciata in bella vista in due sacchetti perché qualcuno la prelevasse. Cosa che non è avvenuto, appena in tempo…
    I Teosofi non voglio rivelare in effetti cosa sia l’Ottava Sfera. Lo fa Rudolf Steiner. è una regressione in un pianeta che Lucifero e Arimane (lo storico Satana, che dovrà reincarnarsi, come è già avvenuto per Lucifero) stanno costruendo con materiale eterico, quindi invisibile all’occhio fisico e ai telescopi, ma visibile all’occhio del chiaroveggente, oltre l’orbita lunare, in cui finirà la Bonino, in tanta buona compagni di quei cattolici che non rispettano i “Principi negoziabili della Chiesa Cattolica”, a cominciare dalla difesa dell’individuo dal concepimento fino alla morte naturale, dalle droghe che distruggono l’individuo, al materialismo imperante, eccetera: tutte cose realizzate dalla Bonino, a cominciare dagli aborti, di cui si vantava di averli realizzati con una pompa della biciletta… “A ciascuno il suo” – era scritto all’entrata di un campo di sterminio nazista… .E così sia per chi percorre la Via della Mano Sinistra, quella del Cattivo Ladrone, e non la Via della Mano Destra, quella del Buon Ladrone, che riconosce le sue colpe, si pente, e chiede aiuto al Cristo che ha versato il Suo Sangue solo per lui… e per i MOLTI. Ossia, non per TUTTI, come oggi credono coloro che rinnegando la Parola hanno svuotato le chiese.. . .

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Trump non ha i mezzi per aiutare L’Arabia Saudita – Disfatta Totale

gua originale: inglese
🇸🇦 Sauditi Fregati!? L’Arabia Saudita è in una brutta situazione. Il suo attuale modello di business sta crollando e il paese sta perdendo su tutti i fronti. La Cina in precedenza ha negoziato un accordo di pace con l’Iran che ha portato a una calma in tutta la regione. Questo è stato un accordo perfetto per i Sauditi, che potevano bilanciare tra gli stati BRICS e gli USA mentre guadagnavano soldi a mani basse. Quando Trump ha iniziato la guerra con l’Iran, i Sauditi sono stati inevitabilmente trascinati dentro e non potevano restarne fuori perché l’esercito americano operava dal suolo saudita. Questo ha portato a colpi iraniani sul suolo saudita e ha distrutto qualsiasi accordo.
Dopo che è iniziata una calma relativa con gli USA, l’Iran si è attivato e ha armato i suoi gruppi alleati in tutta la regione. Le esportazioni di petrolio saudita attraverso lo Stretto di Hormuz sono ora bloccate. Il loro oleodotto est-ovest per le esportazioni verso il Mar Rosso è fuori uso a causa degli attacchi dei ribelli alleati iraniani dall’Iraq fino a ulteriori riparazioni, mentre gli Houthi sostenuti dall’Iran spingono i proxy sauditi in Yemen.
I Sauditi hanno bisogno di aiuto e possono chiamare solo Trump. Ma Trump non ha carte da giocare oltre a ulteriori bombardamenti, che finora si sono rivelati inefficaci. Hanno bombardato gli Houthi senza un successo significativo. Bombardare l’Iran non ha aiutato nemmeno quello. E quindi, cosa succederà dopo? Truppe di terra? Improbabile, ma il conflitto di cambio di regime rapido in Iran si è diffuso in tutta la regione e sta soffocando gli alleati degli USA. Dal suo punto di vista, qualcosa deve essere fatto, ma cosa?
Valuta questa traduzione:
Lord Bebo
@MyLordBebo
🇮🇶🇸🇦 Saudi Arabia decided not to retaliate for the attacks on its main pipeline. After drone attacks, the East-West pipeline was shut down, closing the only substantial oil export route besides the Strait of Hormuz (blocked by Iran). The Saudi government clarified: “The

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Trump ha perso contro l’Iran

[11/09/2026 20:59] Maurizio Blondet: “Addio a Emma Bonino, che divise sulla vita umana ma seppe anche unire“: ecco il terrificante titolo di un articolo uscito oggi su Avvenire, il giornale della CEI, ovvero dei vescovi italiani, che in fondo celebra l’orrenda leader radicale, mostro di ignoranza, violenta anticlericale (ce la ricordiamo con i manifesti “No vatican, no Taliban”), che ha fatto tutto il male possibile, soprattutto lottando per introdurre il divorzio e l’aborto in Italia. Come tutti i radicali era una nullità, ma aveva le spalle coperte dai poteri forti dei quali portava avanti fedelmente i piani distruttivi. Filo-americana, filo-israeliana, favorevole all’Unione Europea, è stata uno dei grandi nemici della legge naturale e dell’Italia, paese che ha contribuito a distruggere. Vergogna eterna a tutti i politici di “destra” e a tutti i cattolici che si stanno affrettando a celebrarla! Lo fanno senza crederlo, da ipocriti, solo come atto dovuto verso i poteri occulti che sostenevano la Bonino e che loro segretamente temono e non vogliono scontentare.
[12/09/2026 13:14] Maurizio Blondet: David Pyne, redattore della newsletter The Real War, ex ufficiale dello stato maggiore dell’esercito USA, stratega della sicurezza nazionale ed esperto di geopolitica:

“Nonostante le ripetute e infondate affermazioni di Trump secondo cui gli Stati Uniti starebbero vincendo la sua guerra contro l’Iran, in realtà stiamo perdendo su tutti i fronti. Nell’ultima umiliante sconfitta statunitense, un’offensiva lampo degli Houthi in Yemen ha portato oggi alla conquista dell’intera costa occidentale yemenita, conferendo loro il controllo effettivo dello stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transita il dieci per cento del petrolio mondiale. L’Iran ha lanciato tra i 5 e gli 8 missili balistici antinave ipersonici a capacità nucleare contro la USS George Washington e un cacciatorpediniere di scorta; ha inoltre bombardato basi militari USA in Giordania, danneggiando nove aerei da combattimento e ferendo gravemente numerosi aviatori americani. Nel frattempo, l’Iran continua a colpire diverse petroliere legate agli Stati Uniti lungo lo Stretto di Hormuz e in altre aree del Golfo Persico. Attualmente, i prezzi del petrolio stanno subendo un’impennata raggiungendo i 109 dollari al barile, con il diesel ai massimi storici; ciò sta facendo lievitare i costi di generi alimentari, carburante e di qualsiasi altro bene acquistato dagli americani ben oltre i livelli pre-bellici. Tutto questo per una guerra che Trump continua a combattere basandosi sul falso presupposto che, se l’Iran disponesse di armi nucleari, le userebbe immediatamente contro Israele”.

🇮🇷 Notizie dall’Iran islamico e rivoluzionario https://t.me/iranislamico

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Il confronto tra Iran e Arabia Saudita non è più indiretto: è diventato aperto e sempre più frontale.

Eliah Magnier
Teheran ha dichiarato che terrà l’Arabia Saudita—e gli altri governi che hanno sostenuto la risoluzione anti-Iran all’AIEA—responsabile per aver aiutato Washington a internazionalizzare la sua campagna di pressioni. La risoluzione, sponsorizzata da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, è stata approvata con 23 voti contro tre e ha deferito il dossier nucleare iraniano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo confronto politico ora si intreccia con azioni militari. Settimane dopo i raid congiunti USA-sauditi contro le posizioni
i Hashd al-Shaabi in Iraq, droni lanciati dal territorio iracheno hanno colpito l’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita, costringendo Riad a sospendere una delle sue principali rotte di esportazione del petrolio che aggirano lo Stretto di Hormuz.
Il messaggio da Teheran è che i paesi non possono sostenere pressioni diplomatiche ed economiche contro l’Iran—o partecipare a operazioni militari contro l’Iran e i suoi alleati—pur aspettandosi che il loro territorio, le infrastrutture e le esportazioni energetiche rimangano isolate dalle conseguenze. Il sostegno dell’Arabia Saudita alla risoluzione dell’AIEA è quindi diventato parte di un confronto più ampio che si estende dalle sale diplomatiche di Vienna all’Iraq, allo Yemen, al Mar Rosso e alle infrastrutture petrolifere del regno.
Valuta questa traduzione:

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La Compagnia della Buona Morte

 

 

Roberto Pecchioli
La Compagnia della Buona Morte era una confraternita il cui scopo era garantire a tutti
una degna sepoltura ed assistere spiritualmente e materialmente i morenti. I membri
indossavano sai e cappucci per sottolineare che la morte azzera le differenze tra nobili e
umili, ricchi e poveri. Erano tempi in cui si pensava che la vita appartenesse a Dio e che nel
trapasso di dovesse esprimere il destino trascendente della creatura umana. Brutti tempi:
superstizione , false credenze, illusioni alimentate dalla religione alleata con il potere. Oggi
è molto meglio: la Compagnia della Buona Morte resiste in forme diverse. Si chiama
eutanasia, disprezzo e indifferenza per la vita. Ai suoi massimi banditori come Emma
Bonino sono riconosciuti funerali di Stato. Solidarietà necrofila: aborto non come
possibilità in casi specifici, ma diritto universale; morte di Stato; infanticidio in via di
sdoganamento in alcune legislazioni; tendenza a giustificare l’omicidio dei figli, se
commesso da madri in crisi. Il processo a Lindsay Clancy, l’americana che ha ammazzato i
suoi tre bambini, si è concluso senza un verdetto.
La sepoltura cade in disuso: l’homo sapiens odia talmente se stesso da distruggere il corpo
defunto. Chi opta per disperdere le ceneri, chi preferisce diventare compostaggio, chi
conserva i resti in un’urna sul comò. La morte viene nascosta nel gelido scenario di
ospedali, amministrata igienicamente in camice bianco da personale specializzato,
somministrata come liberazione da vite “non degne di essere vissute “. La pratica
dell’eutanasia – buona morte, dal greco- è vista come atto supremo di civilizzazione
dell’animale sapiente che annulla se stesso. Il consenso è ampiamente maggioritario, come
sull’aborto e sulla disponibilità del corpo morente a diventare un magazzino di pezzi da
asportare. Nell’era del materialismo compiuto che non rispetta alcunché se può servire al
mercato misura di tutte le cose, l’essere umano vale meno del maiale, di cui non si butta via
niente.
Abolito il concetto di anima, su cui tace anche la chiesa, resta l’ingombro del corpo, il
fastidio della malattia, della vecchiaia, del declino mentale. Oplà, la soluzione è pronta,
civilissima, igienica, altruistica. La Compagnia della Buona Morte ci fa morire a richiesta,
previa compilazione di un modulo scaricabile online . Con sprezzo della realtà- grande
assente nel manicomio occidente- la corte costituzionale ha stabilito che non si può
accedere al suicidio assistito ( l’officina della neolingua è sempre attiva) se non si è
considerati dagli “esperti” convocati alla bisogna, la necro burocrazia, capaci di intendere e
volere. Come se la condizione di chi rifiuta la vita fosse uguale a quella di chi è sano e felice.
Il sistema ha avvelenato tutti i pozzi e la grande maggioranza è convinta che aborto e
eutanasia siano avanzamenti di civiltà. I temi sono troppo profondi e delicati, attengono
alle fibre più drammatiche e alle angosce più profonde per essere trattati con negazioni
assolute o applausi scroscianti. E’ proprio la semplificazione, la convinzione che l’esistenza
valga solo a determinate condizioni e addirittura si abbia il diritto a decidere anche sugli
altri – i non nati, i malati gravi, gli invalidi- a sconcertare chi ancora si interroga sui
fondamenti dell’esistenza. Nessuno stupore se avanza la sottocultura della morte
amministrata, scelta, talora perfino pretesa come atto supremo di potere su se stessi. La
Compagnia della Buona Morte ha prima cambiato il senso della vita e le priorità dei sudditi

chiamati cittadini, poi ha sferrato l’attacco. Il sistema dominante possiede le tecnologie, ha
scoperto molte leggi della natura e della fisica. Gran parte dell’umanità è un ingombro,
fastidioso bestiame dotato di cervello, parola, diritti. Non più quelli naturali alla vita e alla
dignità, ma quelli inventati dal sistema.
Dopo aver convinto che avere figli è un fastidio, una responsabilità insopportabile, un peso
per la libertà, la realizzazione individuale, il piacere e il consumo, è stato facile chiamare
diritto sopprimere chi non potrà nascere. Il feto viene smaltito come rifiuto organico
oppure utilizzato in alcune lavorazioni industriali. L’homo oeconomicus non butta via ciò
che può essere venduto all’ homo consumens. Si comincia a giustificare addirittura la
soppressione del figlio, se la madre vive il disagio post parto, molto diffuso nelle società
individualiste in cui non esiste più famiglia o comunità che condivide, allevia, accoglie il
nuovo nato. Diventati adulti, entriamo trionfanti nel girone del consumo e delle
dipendenze. Inevitabilmente, arrivano delusioni, tragedie esistenziali, malattie, sconfitte.
La terapia è il suicidio. Puoi sparire da solo – quattromila suicidi all’anno in Italia- o con la
fattiva collaborazione delle istituzioni e dei suoi agenti, il boia collettivo. Il sistema
prospetta la “buona” morte come soluzione. A una giovane canadese paraplegica è stato
proposto il suicidio come alternativa alla costosa rimozione delle barriere architettoniche.
Tutte le campagne eutanasiche sono state finanziate dal potere economico. Siamo un costo,
un fardello insostenibile: meglio convincere a togliersi definitivamente dai piedi.
Incredibile è chi ci riesca: ben scavato, vecchia talpa. Così esclamò Amleto salutando il
fantasma del padre che aveva rivelato gli inganni della corte; così ripeté Marx descrivendo
il cammino sotterraneo della rivoluzione.
La cultura del consumo, dell’attimo da cogliere a ogni costo ed esaurire nel nonsenso
quando non siamo più giovani, performanti, sani, ha per conseguenza il disprezzo della
vita. Diventati fragili o malati, meglio levare il disturbo. Disturbiamo il bilancio pubblico, il
profitto del sistema assicurativo e sanitario, sconvolgiamo la vita di chi ci circonda, quando
c’è. Dietro le luci abbaglianti del gran teatro si ammassano i detriti di una civiltà che non
vuole saperne di rinunciare allo spettacolo. Chi non può o non vuole partecipare, si
accomodi all’uscita. Nelle società benestanti abbiamo conquistato il diritto di morire; in
quelle povere la preoccupazione è la sopravvivenza. Si chiama progresso. Si aggira in
Occidente lo spettro di un benessere indolore, di una società senza sofferenza, di una vita
senza agonia. Le élite dominanti non saranno sostituite, i proprietari dei mezzi di
produzione non cambieranno, i conflitti non cesseranno, ma il nuovo capitalismo,
autodefinito inclusivo e sostenibile, fornirà i mezzi per evitare disperazione, dolore,
afflizione, a chi è stato persuaso di non valere e non essere nulla, se non massa biologica da
sostenere con sostanze chimiche per vivere senza lamentarsi e per morire senza protestare.
In qualche paese sopprimono anche i bambini: dicono che lo hanno scelto loro, all’età in
cui non si è ancora elaborato bene e male, vita e morte. Se non hai un futuro, se non sei
utile a lungo termine o il dolore è troppo grande, c’è la soluzione che tutto azzera. Se la
chimica che dà la vita non basta più, abbiamo a disposizione la chimica letale. Se nessuno
può garantire una vita dignitosa -la promessa dello Stato sociale- possiamo però avere la
morte amministrata senza rimorso a norma di legge, previo verbale delle operazioni svolte.

Malati e disabili, depressi ed emarginati, giovani senza futuro e anziani decrepiti, poveri e
disoccupati: se lo Stato non si cura di loro e il Mercato li ignora per scarso potere
d'acquisto, basterà una semplice iniezione per smettere di soffrire, piangere e lottare
quando il corpo si deteriora, la mente si affievolisce e non si è utili per lavorare,
consumare, rivendicare “diritti”. La buona morte sarà inclusiva: potremo richiederla per
esercitare il diritto a non disturbare, a non essere un peso, a non soffrire. È a disposizione
qualcosa di più sofisticato del soma, la droga euforizzante del Mondo Nuovo di Aldous
Huxley; dobbiamo approfittarne. Contribuiremo a salvare il pianeta sfoltendo l’umanità
eccedente, sgradite alle élite divenute progressiste. Avere figli è inutile, il tempo delle
rivoluzioni è passato. Senza la coscienza di essere schiavi fungibili, sopportiamo senza
reagire. Ai sopravvissuti continuerà a essere detto che le innumerevoli dipendenze fornite
dal sistema, nonostante gli effetti indesiderati, rappresentano la salvezza dal buio passato e
la promessa di libertà del futuro. Ci hanno convinti che ognuno è dio di se stesso; uccidere
per “compassione” sarà legale, un diritto inalienabile in continua evoluzione. Prima per
coloro che non hanno speranza, poi per i fragili, infine per tutti gli altri. O una vita
funzionale o la morte di Stato. Se il consumismo non permette più di sfuggire ai problemi,
se ti stanchi di usare e buttare via cose e relazioni, se le dipendenze mostrano il loro vero
volto, se nessuno ti sostiene quando il corpo cede e la mente vacilla, una semplice,
economica iniezione ti fornirà la perfetta soluzione.
Il materialismo adempirà la sua profezia: non saremo uguali nella vita, ma nella morte.
Selezione naturale. L'eugenetica, in versione democratica e umanitaria, ha spianato la
strada. Con i diritti civili di nuova generazione il darwinismo sociale raggiungerà livelli
senza precedenti: colpirà malati depressi, bambini depressi, anziani depressi. L’eutanasia è
applicata in modo discreto e rapido: nessuno ascolterà l’ultimo sospiro. Nessuno deve
soffrire, nessuno può dettare le nostre scelte, nessuno deve dirci come lasciare questo
mondo; possono toglierci i mezzi di produzione, ma non quelli di distruzione. La morte
assistita è un tuo diritto e devi esigerlo: un servizio pubblico gratuito erogato senza
indugio. Non ci saranno classi sociali nell'eutanasia. Smetteremo di essere imperfetti in un
mondo che vende la perfezione, disfunzionali in un meccanismo funzionale, sconfiggeremo
il dolore con l’ analgesico definitivo. Che bellezza morire per sfuggire la sofferenza che non
riusciamo a sopportare.
Il cinema, controllato dall’oligarchia dominante che sparge il seme dei nuovi valori,
anticipa i tempi . Nel film I figli degli uomini (2006) si parla di Quietus, la pillola per il
suicidio, commercializzata legalmente, sponsorizzata dallo Stato e pubblicizzata in TV.
Non finiremo all'inferno. Nessun Dio può giudicarci per una scelta sovrana. È la “mia” fine,
nient’altro, di un qualsiasi prodotto con data di scadenza legalmente definita o
obsolescenza programmata. Marx insegnava che l'uomo è l'essere supremo per l'uomo. Lo
hanno preso in parola seguaci e avversari. Non siamo liberi nell’esistenza, però possiamo
decidere quando fare l'iniezione letale, anzi liberatrice. Di fronte al declino della vita,
legalmente saremo eguali: chiunque, sena dolore, potrà essere trasformato in polvere. La
Compagnia della Buona Morte comanda di sparire “con dignità”. Niente cure palliative,
affetto, assistenza spirituale. Nell’obitorio progressista siamo semplici prodotti. Scarti,
falliti, sofferenti, non aspiriamo a vivere meglio dei vostri genitori, ma a morire meglio

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Anche i vescovi nel partito radicale di massa

“Addio a Emma Bonino, che divise sulla vita umana ma seppe anche unire“: ecco il terrificante titolo di un articolo uscito oggi su Avvenire, il giornale della CEI, ovvero dei vescovi italiani, che in fondo celebra l’orrenda leader radicale, mostro di ignoranza, violenta anticlericale (ce la ricordiamo con i manifesti “No vatican, no Taliban”), che ha fatto tutto il male possibile, soprattutto lottando per introdurre il divorzio e l’aborto in Italia.

Come tutti i radicali era una nullità, ma aveva le spalle coperte dai poteri forti dei quali portava avanti fedelmente i piani distruttivi. Filo-americana, filo-israeliana, favorevole all’Unione Europea, è stata uno dei grandi nemici della legge naturale e dell’Italia, paese che ha contribuito a distruggere.

Vergogna eterna a tutti i politici di “destra” e a tutti i cattolici che si stanno affrettando a celebrarla! Lo fanno senza crederlo, da ipocriti, solo come atto dovuto verso i poteri occulti che sostenevano la Bonino e che loro segretamente temono e non vogliono scontentare.

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Il Pentagono è una tigre di carta

Le scorte di munizioni militari critiche hanno raggiunto i livelli più bassi della storia degli Stati Uniti, secondo un rapporto pubblicato sul The New York Times. Il rapporto afferma che il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha parlato personalmente con ufficiali americani in Medio Oriente, Europa e Asia durante la primavera e l’estate per ottenere le loro valutazioni “oneste” su ciò che rimaneva nelle scorte delle truppe e su come le spedizioni di armi in Medio Oriente avrebbero influenzato la loro capacità di deterrere la Cina, la Russia e la Corea del Nord. Gli ufficiali di alto rango sono stati critici nelle loro valutazioni. Erano particolarmente preoccupati per le scorte esaurite dei sistemi missilistici Patriot, che sono il pilastro del sistema di difesa aerea degli Stati Uniti: in un teatro militare, ne rimanevano meno di 100. Inoltre, le scorte di sistemi missilistici tattici per l’esercito sono state esaurite: si trovano al “livello più basso mai visto”. Vance ha incluso queste informazioni nelle sue conversazioni private con Donald Trump, e il presidente degli Stati Uniti, secondo il NYT, inizialmente ha avuto difficoltà a credere che le scorte militari fossero state prosciugate a un livello così grave.

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Dopo la morte ci sarà il Giudizio e non vi è alcun rimedio per una vita cattiva

Post mortem

Emma Bonino era una femminista radicale. Suo malgrado, la sua immagine pubblica è stata indissolubilmente legata a tre uomini.

Il primo è Marco Pannella, suo mentore, quasi pigmalione, e per decenni suo capo partito.

Il secondo è George Soros, che almeno negli ultimi vent’anni è stato alla luce del sole il principale finanziatore della sua attività politica.

Il terzo è Jorge Mario Bergoglio, suo illustre pubblico elogiatore e frequentatore.

E’ un trio che già dice tutto.

Liberale, liberista, libertina e libertaria, come Pannella definiva i Radicali, Emma Bonino è stata il simbolo stesso dell’abortismo in Italia, che per sua stessa ammissione praticò illegalmente, sia come paziente che poi come mammana. Ma non è stata ovviamente solo questo.

Femminista, eutanasista, omosessualista -ovviamente pure vaccinista pandemica – fu anche immigrazionista fanatica (e per questo tanto amata dal meticcista Bergoglio che la definì “grande Italiana”). Sostenitrice della “grande sostituzione”, odiatrice della famiglia e di ogni ordine naturale e civile, sempre a favore del caos come del grande capitale, voleva svuotare le carceri come le culle. E liberalizzare la droga.

I Radicali separarono del tutto il Sessantotto istintualista dal marxismo, e inventarono anche in Italia i”diritti civili” sul modello anglosassone. Qui sta la loro importanza decisiva.

Sposarono il modello di una società “aperta” anglosferica, costituita da atomi fluttuanti consumatori, sostanzialmente intercambiabili, dediti esclusivamente a rapporti economici ed edonistici in avversione a qualsiasi concezione cristiana trascendente del sacro, come a qualsiasi dovere comunitario. Sempre rivendicanti “diritti “, specie dal bassoventre in giù.

E’ l’antropologia materialista degli “ultimi uomini” ridotti ad atomi, ma anche ridotti a bestie – alla pura animalità- che si presumono il dio di se stesse.

Nichilismo puro, purtroppo oggi di massa. Il trionfo dell’ignoranza spirituale.

Fanaticamente pro-Ue, sempre atlantista in politica estera, sostenitrice della “guerre umanitarie” nei Balcani e nel Medio Oriente, delle “primavere arabe” in Nord Africa, sionista radicale (anche se negli ultimi tempi stranamente ostile a Netanyahu), Emma Bonino ha incarnato il mondialismo allo stato puro. Il mondialismo delle plutocrazie.

Benvoluta da Berlusconi perché liberale e mercatista, benvoluta a sinistra perché artefice panerotista della sovversione dei costumi, ha esercitato cariche di grande importanza pur godendo di scarsissimi consensi elettorali.

Era ovviamente amatissima, oltre che presso il grande capitale a stelle e strisce e la burocrazia di Bruxelles, tra nani e ballerine del mondo dello spettacolo, in quanto ella stessa consustanziale al sistema orgiastico-mercantile che li esprime.

La Meloni ha già proposto per la Bonino i funerali di Stato. E’ giusto. Un Paese e una civiltà che odiano se stessi, con le frontiere colabrodo, il caos nelle strade e le culle vuote, non possono che esaltare chi fu regina del suicido collettivo.

Martino Mora
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Magari i teologi a la page di oggi tornassero a parlare l’autentico linguaggio della Tradizione. La quale è la stessa, come rivelata, ovunque e sempre. L. C.

Una morte felice è un capolavoro e un capolavoro non si compie in un giorno. La ragione fondamentale per cui temiamo la morte sta nel fatto che non l’abbiamo mai preparata. La maggior parte di noi muore una volta sola, mentre avremmo dovuto morire ogni giorno. La morte è una cosa terribile per colui che “muore” solo quando muore; ma è una cosa bella per colui che “muore” prima di morire. (…)

Dopo la morte non vi è alcun rimedio per una vita cattiva. Ma prima della morte vi è un rimedio: quello di morire a noi stessi seguendo così la legge dell’immolazione e del sacrificio che è la legge dell’universo intero. Non vi è altro modo di entrare in una vita superiore, se non col morire ad una vita inferiore. Non vi è possibilità per l’uomo di godere un’esistenza nobilitata in Cristo, se egli non viene sradicato dal vecchio Adamo. Per colui che conduce una vita mortificata in Cristo, la morte non viene mai come un ladro nella notte, perché è lui che la prende di sorpresa. Noi moriamo ogni giorno per far la prova a morire e ogni giorno lo ripetiamo per riuscirvi.

Ci piaccia o non ci piaccia, non si sfugge a questa verità espressa da San Paolo nella lettera agli Ebrei: “È stabilito che l’uomo debba morire una sola volta, e alla morte segua il Giudizio”. Mentre i tuoi parenti e amici si raccolgono attorno al tuo cadavere e domanderanno: “Quanto ha lasciato?”, gli Angeli domanderanno: “Quanto ha portato con sé?”.

Il Giudizio sarà duplice. Sarete giudicati al momento della vostra morte: Giudizio particolare; e nell’ultimo giorno del mondo il Giudizio Universale. Ci vuole il primo Giudizio, perché tu sei una persona e perciò sei responsabile, come individuo, dei tuoi atti liberi: le tue opere ti seguiranno. Il secondo Giudizio avverrà, perché tu hai compiuto la tua salvezza o la tua dannazione eterna nel contesto di un ordine sociale cioè nel Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. Sarai giudicato, quindi, per il tuo influsso su di esso. (…)

Tre destini possibili ti attendono alla morte:

Inferno: Dolore senza Amore.

Purgatorio: Dolore con Amore.

Paradiso: Amore senza Dolore.

(Fulton J. Sheen, da “Fatti per l’eternità: introduzione al Cristianesimo” edizioni Mimep)

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Gli Houthi danneggiano le infrastrutture saudite: sempre più grave la crisi energetica globale

Analisi Difesa

(Aggiornato alle ore 8,10)

Lo scorso 8 settembre, a seguito di una serie di attacchi con missili e droni sferrati da Ansarallah, le autorità saudite hanno annunciato la sospensione delle attività presso impianti energetici di rilevanza critica situati presso Abha, Khamis Mushait e Najran.

Nonché Jazan, città industriale da oltre 20 miliardi di dollari costruita da Saudi Aramco sul Mar Rosso, dove sorge uno dei complessi di raffinazione integrati più avanzati al mondo. La struttura processa quotidianamente circa 400.000 barili di greggio (equivalenti al 4% dell’intera produzione giornaliera di Saudi Aramco) per sfornare una vasta gamma di prodotti, tra cui benzina, gasolio ultraleggero, benzene e paraxilene.

Ma soprattutto, Jazan ospita il più grande impianto a ciclo combinato con gassificazione integrata (Igcc) al mondo, capace di produrre, attraverso la lavorazione dei sottoprodotti di raffineria di basso valore, sia idrogeno e vapore necessari alle operazioni di raffinazione, sia qualcosa come 3,8 GigaWatt di energia. Una quantità enorme, sufficiente «non solo a soddisfare il fabbisogno energetico dell’impianto stesso e quello dell’industria locale in espansione, ma anche a fornire energia a milioni di abitazioni nelle vicinanze», spiega Saudi Aramco.

Jazan è stato colpito da Ansarallah svariate volte nel corso degli ultimi tre mesi, con conseguente netta diminuzione della capacità produttiva degli impianti che va ad aggravare la crisi energetica saudita imputabile – oltre che all’instabilità nello Stretto di Hormuz – anche all’attivismo della compagine yemenita nelle acque del Mar Rosso.

Nelle ultime ore le milizie Houthi dello Yemen sembra abbiano  colpito direttamente il gasdotto petrolifero Est-Ovest dell’Arabia Saudita nel deserto a sud-est di Medina. Le immagini satellitari Sentinel-3 (sotto) di oggi mostrano una massiccia colonna di fumo nero lunga quasi 100 km lungo il percorso del gasdotto, che si estende nel deserto tra Medina e Mahd adh Dhahab.

Come riferisce su Linkedin Hormuz Letter, “i dati satellitari sulle incendi mostrano un grande incendio in corso nello stesso punto, con molteplici anomalie termiche raggruppate lungo un tratto di meno di 10 chilometri, potenza radiante dell’incendio superiore a 70 megawatt, più del doppio di un incendio convenzionale, e la combustione protratta per almeno 8 ore, secondo i dati NASA FIRMS di oggi.

Il gasdotto Est-Ovest trasporta greggio saudita da Abqaiq a Yanbu sul Mar Rosso, l’unica rotta di esportazione del regno che non passa attraverso lo Stretto di Hormuz. L’incendio avviene in mezzo agli attacchi Houthi sul territorio saudita nelle ultime 24 ore”.

Il blocco navale dei porti sauditi e gli attacchi contro Yanbu, terminale dell’oleodotto East-West attraverso cui Riyadh ha convogliato parte ragguardevole della propria produzione verso la costa occidentale – e da lì al Mediterraneo, tramite l’oleodotto Sumed – aggirando lo Stretto di Hormuz, hanno provocato un crollo dei volumi di export petrolifero del regno.

I dati forniti da Kpler indicano che, nel mese di agosto, le esportazioni di greggio sono scese a 3,2 milioni di barili al giorno, toccando il livello più basso mai raggiunto da almeno 13 anni. Alla vigilia dell’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran, l’export giornaliero saudita ammontava a oltre 7 milioni di barili. Nell’ultima settimana, ha rilevato la società, soltanto due carichi sauditi hanno attraversato lo stretto di Bab el-Mandeb per accedere al Mar Rosso.

Le navi prive di connessioni con l’Arabia Saudita continuano a transitare attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, ma con frequenza enormemente ridotta. Leth Agencies ha calcolato che, ad agosto, è stato registrato il minor numero di transiti nello stretto dal luglio 2025, con una media di appena 35 passaggi giornalieri.

Il crollo dell’export saudita va a combinarsi alla drammatica ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran. I primi mantengono operativo il blocco delle coste iraniane con l’obiettivo di precludere a Teheran la possibilità di esportare greggio e colpiscono obiettivi sensibili nei litorali e nei pressi della cruciale isola di Kharg, principale terminale di esportazione del petrolio iraniano.

L’Iran, invece, bersaglia navi da guerra e basi militari statunitensi, lanciando allo stesso tempo attacchi contro petroliere non ottemperanti ai requisiti fissati da Teheran per il transito in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz.

Risultato: su base giornaliera, le esportazioni petrolifere dell’Asia occidentale sono scese a circa 9 milioni di barili, a fronte dei 20 milioni circa registrati nel mese di febbraio. All’inizio di agosto, l’amministratore delegato di Saudi Aramco Amin Nasser aveva quantificato in 2,6 miliardi di barili l’ammanco dell’offerta petrolifera causato dall’instabilità nel Golfo Persico, e aggiunto che «se lo Stretto dovesse riaprire oggi, occorrerebbero fino a 18 mesi, a un ritmo medio di 2,1 milioni di barili al giorno, per ricostituire le scorte esaurite».

Lo stesso Nasser aveva rivendicato con orgoglio il drastico incremento dell’utile netto registrato nel secondo trimestre del 2026 (+44%, a quota 32,6 miliardi di dollari) dalla società, riconducendolo sia agli alti prezzi di greggio, derivati e prodotti chimici, sia alla decisione di riorientare l’export verso il Mar Rosso. «Nonostante l’interruzione senza precedenti delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, abbiamo continuato a dimostrare la nostra capacità di garantire la continuità operativa, facendo leva sulla diversificazione dei nostri asset e su una pianificazione pluridecennale», ha affermato Nasser.

La strada alternativa battuta da Riyadh per rifornire nei limiti del possibile l’economia mondiale dell’energia necessaria sta tuttavia svanendo a causa degli attacchi di Ansarallah, protagonista di una rapida avanzata verso il sud dello Yemen culminata con la conquista di quasi 3.000 km2 di territorio controllato dal governo filo-saudita del Presidential Leadership Council (Plc). I centri di Hays, al-Khukha, Yakhtal e – soprattutto – al-Mokha sono così caduti nelle mani di Ansarallah, che punta attualmente alla città di Dhubab.

La cui presa cementerebbe definitivamente il presidio del gruppo armato alleato dell’Iran sullo Stretto di Bab el-Mandeb, aggravando in maniera catastrofica i preesistenti problemi di natura logistica. «Per il trasporto marittimo commerciale, la preoccupazione immediata non è data semplicemente dal numero dei singoli attacchi, ma dall’ampliamento dei criteri di selezione degli obiettivi e dell’area geografica interessata», ha rilevato il fondatore dell’agenzia Marisks Dimitris Maniatis

Le relative ricadute sui prezzi delle assicurazioni marittime si sono rivelate pesantissime. Rispetto al periodo antecedente allo scoppio del conflitto, i premi sono saliti ad agosto dallo 0,25 al 3-6% del valore della nave commerciale per la navigazione nella acque del Golfo Persico; dallo 0,1 al 7,5-10% del valore del carico per l’attraversamento dello Stretto di Hormuz; dallo 0,1 all’1% del valore della nave commerciale per il transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb.

A sua volta, l’aumento dei premi assicurativi va ad ingigantire gli oneri costituiti dall’aumento del prezzo del petrolio, che gli Stati Uniti non riescono più a contrastare attraverso il rilascio graduale di milioni di barili attinti alle proprie riscorte d’emergenza.

I dati indicano che le riserve strategiche sono precipitate da 415,4 a 286,6 milioni di barili tra il 6 marzo e il 28 agosto. Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.

L’esaurimento del “cuscinetto d’emergenza” costituito dalle riserve strategiche priva l’amministrazione Trump di un fondamentale strumento di contenimento dei prezzi degli idrocarburi, in una congiuntura resa particolarmente problematica dall’incombenza di un altro fattore critico concomitante: la ripresa delle importazioni di petrolio da parte della Cina.

Nel corso dei mesi passati, l’ex Celeste Impero aveva ridotto drasticamente (fino al 50%) gli approvvigionamenti di “oro nero” in un’ottica di allentamento delle tenzioni sui prezzi generate dall’aggressione israelo-statunitense a danno dell’Iran, facendo affidamento su carbone e rinnovabili, su un maggiore impiego dei trasporti pubblici, sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sull’utilizzo delle gigantesche scorte allestite in precedenza.

Il “cambio di registro” varato da Pechino va per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.

Di conseguenza, il Brent ha superato i 105 dollari al barile per la prima volta da luglio. Il West Texas Intermediate, invece, è salito al di sopra della soglia dei 100 dollari al barile. I future sul greggio dell’Oman sono schizzati oltre i 116 dollari e i premi spot sono risaliti ai livelli di aprile.

Il colossale scompenso dal lato dell’offerta petrolifera va peraltro a combinarsi con un punto di strozzatura ancor più critico, rappresentato da una capacità di raffinazione globale in forte calo dovuta alle turbolenze geopolitiche che attraversano il Golfo Persico e agli attacchi ucraini contro gli impianti russi che hanno abbattuto la capacità di lavorazione nazionale a tal punto da spingere Mosca a ridurre fortemente l’export di derivati del petrolio.

Le implicazioni si stanno rivelando particolarmente impattanti soprattutto per gli Stati Uniti, dove il prezzo medio del diesel ha raggiunto la cifra record di 5,94 dollari (+2,27 dollari rispetto alla fine di febbraio). Il rincaro ha colpito con particolare vigore la costa occidentale del Paese, raggiungendo picchi astronomici in alcuni Stati come la California, dove un gallone di diesel costa attualmente 7,87 dollari.

Negli Stati Uniti, larghissima parte delle automobili sono alimentate a benzina, ma è il diesel che muove gli autotreni e le navi da trasporto che riforniscono quotidianamente i punti vendita di tutto il Paese di ogni genere di merce – dal latte ai prodotti elettronici, dal legname ai beni agricoli – il cui prezzo finale  finisce inesorabilmente per incorporare il rincaro degli input energetici a monte. L’inflazione, non a caso, rimane stabilmente molto al di sopra della soglia del 2% fissata come parametro di riferimento dalla Federal Reserve, sebbene i metodi di calcolo ufficiali ne sottostimino enormemente la portata reale.

È sempre il diesel, per di più, a riscaldare le abitazioni di decine di milioni di cittadini statunitensi, che si ritroveranno a pagare bollette molto più salate nei mesi autunnali e invernali. Quando cioè, evidenzia David Russell di TradeStation, «agricoltori e autotrasportatori tendono a utilizzare maggiori quantità di diesel; ciò aggrava la crisi in corso e accresce il rischio di rincari più marcati», specialmente alla luce della penuria di scorte, piombate ai minimi storici all’inizio di settembre.

L’Iran War Energy Cost Tracker della Brown University quantifica il prezzo aggiuntivo pagato dai consumatori statunitensi per il rincaro dell’energia riconducibile alla guerra nel Golfo Persico in 46,2 miliardi di dollari per quanto concerne il diesel, e in 56,1 miliardi in riferimento alla benzina, con un incremento rispettivamente del 62,9 e del 43,4% rispetto a febbraio. Si parla di oltre 780 dollari di costi energetici in più a famiglia a partire da febbraio. Mese in cui, documenta una inchiesta di Bankrate, appena il 47% delle famiglie statunitensi disponeva di risparmi sufficienti a sostenere una spesa imprevista di 1.000 dollari.

Il processo di erosione dei redditi, stagnanti quantomeno dagli anni ’80, ha impresso una decisiva accelerata all’espansione del debito delle famiglie statunitensi, salito nel secondo trimestre del 2026 al massimo storico di 18,8 trilioni di dollari – quello delle carte di credito ha raggiunto quota 1,26 trilioni.

La situazione potrebbe peggiorare drasticamente qualora il presidente Trump desse concretamente seguito al proposito – espresso più volte – di eliminare i sussidi previsti dal Low Income Home Energy Assistance Program, di cui milioni di famiglie statunitensi beneficiano per riscaldare le proprie abitazioni.

Foto: Ansar Allah e IRNA

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Nel 2022 il nostro paese pagava 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, su un totale di interessi pagato dai 27 di 270 miliardi. Nel 2026 l’Italia pagherà 104 miliardi di interessi su 380 miliardi pagati dall’Unione europea.

L’insostenibilità del capitalismo finanziario. Nel 2022 il nostro paese pagava 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico,nel 2026 l’Italia pagherà 104 miliardi di interessi su 380 miliardi pagati dall’Unione europea. 

Da Luigi il 2026-09-09 19:21

https://www.facebook.com/alessandro.volpi.5?locale=it_IT

 

L’insostenibilità del capitalismo finanziario.
Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353 mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370 mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del pil mondiale.
A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo.
Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80 mila miliardi di dollari.
La considerazione che sorge spontanea è semplice. Ma chi potrà mai restituire – tra Stati e privati – un debito così infinito, che matura circa 17 mila miliardi di interessi, pari al 16% del pil mondiale?
Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile?
E’ chiaro che questo modello è finito e la corsa ad Intelligenza artificiale e riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il pianeta in modo radicalmente tossico.
Per disintossicarci dobbiamo smontare, pezzo per pezzo, la costruzione finanziaria che sta governando le nostre vite.
C’è un dato che vorrei sottolineare che deriva dal combinato disposto della pessima politica UE, delle logiche perverse della BCE e dell’azione del governo Meloni.
Politiche monetarie restrittive, riarmo e volontà convinta di non tassare i ricchi hanno, nel caso italiano quasi raddoppiato la spesa per interessi sulle spalle dei contribuenti.
Non male. Continuiamo così.
C’è poco da celebrare.
Sul governo più longevo della storia repubblica si potrebbero fare molte considerazioni critiche. Io mi limito qui a due.
Mentre la narrazione governativa si è spesso arroccata dietro la tenuta dello spread come sintomo di una acquisita stabilità finanziaria, la realtà economica dell’era Meloni restituisce un bilancio molto pesante sul fronte del costo del denaro, trasformando il servizio del debito pubblico in una voragine che sottrae ossigeno vitale a sanità, scuola e investimenti produttivi.
Se nel 2022 l’Italia destinava circa 83 miliardi di euro al pagamento degli interessi, la soglia psicologica e finanziaria dei 100 miliardi è stata ampiamente superata nel corso del 2026, attestandosi su una cifra vicina ai 104 miliardi annui.
Si tratta di un incremento secco di oltre 20 miliardi di euro ogni dodici mesi che è destinato a crescere per il peso degli attuali rendimenti dei titoli di Stato, peraltro sempre più posseduti dai grandi fondi finanziari Usa.
Non aver affrontato la necessità di una tassazione sugli extra profitti, né quella di una eliminazione dei regimi fiscali di privilegio, che anzi sono aumentati, e tantomeno di una imposizione sulle grandi ricchezze, unite ad una proliferazione dei bonus, ha obbligato il governo Meloni ad un aumento del debito, ormai a 3200 miliardi di euro, su cui è necessario pagare interessi folli.
Parallelamente a questo dissanguamento pubblico, l’esecutivo ha assistito quasi inerme allo stritolamento del ceto medio attraverso l’esplosione dei costi dei mutui, ignorando il dramma di milioni di famiglie che hanno visto le rate mensili del tasso variabile passare da una media di 500 euro del 2022 agli oltre 850 euro registrati nell’agosto del 2026, con un aumento del carico finanziario che ha superato il 70%.
L’impatto non ha risparmiato nemmeno le nuove generazioni e chi cercava la sicurezza del tasso fisso, con le nuove stipule passate da un agevole 1,5% a punte vicine al 4%, rendendo l’acquisto della prima casa un privilegio proibitivo e di fatto paralizzando la mobilità sociale.
Anche questo è avvenuto mentre i profitti delle banche esplodevano e l’azione del governo più longevo si è limitata a chiedere alle banche stesse un timido anticipo delle imposte future.
Facciamo festa.

L'articolo Nel 2022 il nostro paese pagava 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, su un totale di interessi pagato dai 27 di 270 miliardi. Nel 2026 l’Italia pagherà 104 miliardi di interessi su 380 miliardi pagati dall’Unione europea. proviene da Blondet & Friends.

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L’UE fa fatica a rinunciare all’energia russa

Gli sforzi dell’Unione Europea intrapresi per rendersi indipendente dal petrolio e dal gas della Russia non sono sufficienti. Come riporta Reuters citando esperti, lungo questo percorso sono stati incontrati diversi ostacoli ed il blocco dei 27 Paesi si avvia verso l’inverno con riserve di gas insolitamente basse.

Nel rapporto della la Corte dei conti europea viene riportato che l’UE non sta investendo a sufficienza per raggiungere i propri obiettivi: sostituire completamente l’energia russa con fonti di combustibili fossili diversificate, implementare le energie rinnovabili e sviluppare le infrastrutture.

Il piano dell’UE per eliminare gradualmente l’energia russa sta “vacillando proprio mentre la sicurezza energetica dell’Europa deve affrontare nuove minacce derivanti dall’instabilità in Medio Oriente”. I livelli delle risorse di gas stoccato nell’UE si attestano appena al 67%, rispetto all’80% registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Gli analisti avvertono che ciò potrebbe portare a un forte aumento dei prezzi durante l’inverno, soprattutto considerando che l’UE ha in programma di vietare tutte le importazioni di GNL russo a partire dal 1° gennaio 2027.

La Commissione Europea aveva inizialmente stimato che l’attuazione del piano per porre fine alla dipendenza dall’energia russa avrebbe richiesto investimenti per 300 miliardi di euro, mentre finora i Paesi ne sono stati stanziati solo 54,3.

https://t.me/vn_rangeloni

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Da Magdeburgo uno Schiaffo ai guerrafondai EU

“Davvero entusiasmante! Un terremoto politico” sono state alcune delle espressioni usate da Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e leader dell’Istituto Schiller, all’indomani della “schiacciante sconfitta” del Cancelliere tedesco Friedrich Merz alle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt (vedi sotto).

Non è solo la Germania di Merz a uscirne con le ossa rotte, ma l’insieme dei “Big Three”, ossia anche la Francia, guidata dal minoritario Presidente Emmanuel Macron, e il Regno Unito, guidato da Andy Burnham, l’ultimo di una lunga serie di predecessori caduti come mosche. Questi leader hanno cospirato all’interno della cosiddetta Coalizione dei Volenterosi per continuare a finanziare e rifornire l’Ucraina come proxy contro la Russia, mentre minano le proprie economie nazionali e quella dell’intera Europa con una sfrenata corsa al riarmo e altre politiche distruttive.

L’AfD e il BSW hanno posizioni chiare sulla necessità di porre fine al conflitto in Ucraina e avviare relazioni diplomatiche ed economiche con la Russia e altri paesi. Chiedono la riattivazione dei gasdotti Nord Stream e il ripristino di altri elementi economici fondamentali. Sul resto, i loro programmi variano notevolmente, sia nei principi che nei particolari. Si potrebbe definirlo un “insieme eterogeneo”, ma il mandato è chiaro: il voto va nella direzione di un nuovo sistema di relazioni estere ed economiche, a condizione che vi sia un intervento politico capace di elevare la prospettiva delle popolazioni verso un livello più alto di coscienza, per dare vita a un nuovo sistema.

O fermiamo la guerra e costruiamo un nuovo sistema economico e di sicurezza nel mondo, con lo sviluppo come fondamento della pace, oppure ci avviamo sulla breve strada verso la Terza Guerra Mondiale, il che significa annientamento nucleare. Il voto della Sassonia-Anhalt contro Merz rappresenta un’opportunità per un cambiamento di rotta.

Le attuali zone di conflitto sono territori di orrore. La scorsa settimana due ministri del governo Netanyahu hanno lanciato un appello all’estinzione della popolazione di Gaza attraverso “l’emigrazione volontaria”, un eufemismo per indicare lo sterminio o l’espulsione dalla Striscia. Il 6 settembre, otto nazioni musulmane hanno pubblicato una dichiarazione congiunta, a nome dei rispettivi ministri degli esteri, condannando questa posizione: ribadendo un netto rifiuto e la condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a spostare con la forza il popolo palestinese.

Gli scambi sporadici di attacchi tra Stati Uniti e Iran, dalla ripresa dell’offensiva statunitense il 30 agosto, proseguono. Nel frattempo, Israele continua a colpire il Libano e a seminare il terrore in Cisgiordania. I danni e le sofferenze immediate sono gravi e l’impatto economico internazionale è pesante, colpo dopo colpo.

Ma Trump prosegue con la sua “Operazione Emarginazione Economica” contro l’Iran, imponendo a tutte le nazioni del mondo di rompere ogni rapporto con Teheran. Ignora però il fatto che nessuno gli presta davvero ascolto, ad eccezione degli Emirati Arabi Uniti e, a suo dire, dell’Unione Europea.

Il 4 settembre, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato un nuovo obiettivo delle sanzioni statunitensi, la Golden Global Bank di Istanbul, incaricata di gestire i pagamenti commerciali tra Cina e Iran. Bessent ha ribadito il monito, già lanciato la settimana scorsa in North Carolina, contro chi intrattiene rapporti con l’Iran, avvertendo che tali soggetti verranno individuati e perseguiti.

Il danno provocato da Washington e Israele attraverso la destabilizzazione economica mondiale si manifesta ora dopo ora anche all’interno dell’economia statunitense stessa. Ad esempio, il nuovo anno scolastico è appena iniziato, e le autorità locali di tutti gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare un costo del carburante per i 490.000 scuolabus di tutto il Paese superiore del 45% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Gli agricoltori statunitensi hanno pagato circa 1,5 miliardi di dollari in più per il carburante durante la stagione di semina di quest’anno e ora si troveranno a spendere almeno altrettanto per il raccolto, oltre ai costi già sostenuti nello stesso periodo dello scorso anno. Una situazione non più sostenibile.

Siamo profondamente grati per la guida fornita da Lyndon LaRouche, economista, filosofo e statista – che l’8 settembre avrebbe compiuto 104 anni – al fine di uscire da questo drammatico processo di disastro epocale. Egli ha fornito la comprensione, il metodo, i programmi e, come amava spesso dire, il “divertimento” necessario per battersi per la giusta causa. Nel giorno del suo anniversario, una sua allieva, Diane Sare, candidata alla Presidenza degli Stati Uniti, impegnata nella campagna per politiche di emergenza immediate, è stata intervistata nella trasmissione condotta da Jack Stockwell – la stessa emittente su cui, 25 anni fa, Lyndon LaRouche fu intervistato in diretta proprio mentre si verificavano gli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle, al Pentagono e in Pennsylvania. Il settimanale EIR ripubblicherà questa settimana per intero la trascrizione di quell’intervista LaRouche-Stockwell, offrendo la profonda analisi di LaRouche su ciò che avevamo di fronte allora e quanto ci troviamo ad affrontare oggi.

Dieci giorni prima di quell’intervista del 2001, Lyndon LaRouche tenne un discorso in occasione della Festa del Lavoro. In quel discorso, LaRouche parlò del momento in cui, come accade talvolta, ci si trova di fronte alla responsabilità della leadership, una responsabilità che tocca in un modo o nell’altro tutti noi. Ogni medico la conosce, perché ogni paziente è una persona diversa, con una malattia diversa, indipendentemente dalla diagnosi. Il medico deve farsi carico di questa responsabilità. Un grande insegnante, di fronte alla propria classe, affronta la stessa sfida: quella di salvare quelle giovani menti, una responsabilità enorme, oggi più che mai, in queste condizioni. È una responsabilità grande e solenne.

Per alcuni di noi, quella stessa responsabilità si presenta in forme diverse, a ciascuno a modo proprio. Ma per tutti vale una cosa in comune: quando il destino ti affida una vocazione e hai una missione, specialmente quando sei l’unico a poter svolgere un ruolo chiave per realizzarla, è meglio accettarla, e portarla a compimento.

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I lavoratori USA temono di essere sostituiti dalla AI

mala Ai è stata creata  fin da pr9ncipio per tagliare  i salari qualificati

la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme l’obsolescenza nell’era dell’IA; gli esperti affermano che l’adattamento va oltre la tecnprincipioologia

Mercoledì 9 settembre 2026 – 03:45
Articolo di Mary Prenon via The Epoch Times

Proprio come l’episodio “L’uomo obsoleto” (trasmesso nel 1961) raffigurava una società futura in cui la tecnologia aveva reso superate alcune professioni, un recente sondaggio ha rivelato che, mentre l’IA rimodella il mondo del lavoro, la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme di diventare obsoleta nella futura forza lavoro e ritiene che sviluppare nuove competenze sia essenziale per la sicurezza del posto di lavoro.

Sebbene molti lavoratori abbiano attribuito la loro paura dell’obsolescenza a una mancanza di competenza nelle tecnologie più recenti, alcuni esperti di selezione del personale e gestione della forza lavoro hanno affermato che sviluppare abilità interpersonali è sempre più cruciale, soprattutto in un’epoca in cui molti giovani vivono in un mondo digitale.

ETS, un’organizzazione globale no-profit che si occupa di test e valutazioni in ambito educativo, ha riferito che il 54% dei lavoratori statunitensi si sente impreparato per la prossima generazione di lavori del prossimo decennio, rispetto al 49% a livello globale. Nel frattempo, il 75% ha dichiarato di non avere un’idea chiara di cosa comporteranno tali lavori nel 2035.

Questa incertezza si accompagna, a sua volta, al timore dell’obsolescenza: il 58% degli intervistati afferma di temere di diventare obsoleto nella futura forza lavoro. La percentuale sale al 74% tra i lavoratori del settore tecnologico e al 73% tra quelli dei servizi finanziari.

“Le motivazioni addotte dai lavoratori sono coerenti tra i vari mercati: mancano di esperienza con tecnologie emergenti come l’IA, l’automazione o gli strumenti di analisi dei dati. Molti segnalano inoltre una limitata esperienza pratica con sistemi innovativi che stanno diventando centrali nel lavoro moderno”, ha dichiarato ETS.

Alcuni lavoratori temono anche che le competenze appena acquisite possano diventare obsolete quasi con la stessa rapidità con cui vengono apprese, secondo quanto riportato nel documento.

Ciononostante, il 78% dei lavoratori statunitensi ha affermato che non vi sarà sicurezza lavorativa senza un costante adattamento, mentre l’85% ha dichiarato che lo sviluppo di nuove competenze sarà necessario.

Secondo un rapporto di marzo del Fondo Monetario Internazionale, la domanda di competenze nuove e digitali è in aumento: un annuncio di lavoro su dieci nelle economie avanzate e uno su venti nei mercati emergenti richiedono almeno una nuova competenza. Irlanda, Finlandia e Danimarca si sono classificate ai primi tre posti nello “Skill Readiness Index” (Indice di preparazione alle competenze) dell’organizzazione, grazie a un’elevata percentuale di laureati in discipline tecnologiche unita a solidi sistemi di alfabetizzazione e riqualificazione professionale per gli adulti. Gli Stati Uniti si sono piazzati al nono posto tra i 23 paesi analizzati.

Ostacoli
Tuttavia, secondo ETS, numerosi ostacoli — tra cui fattori di tempo, costi, accessibilità e sostegno da parte dei datori di lavoro — limitano la capacità dei lavoratori di adattarsi ai cambiamenti.

Il rapporto ha evidenziato che il 71% degli intervistati stava sviluppando nuove competenze in modo proattivo, una percentuale inferiore alla media globale del 77%.

“I lavoratori statunitensi stanno facendo il punto della situazione e attendono indicazioni più chiare, in particolare da governi, datori di lavoro e istituzioni formative”, si legge nel rapporto.

Una ricerca del Blu Ivy Group — società canadese specializzata in *employer branding* e marketing per il reclutamento, con sedi anche in Michigan — indica che nel 2025 le aziende statunitensi hanno speso 102,8 miliardi di dollari per la formazione dei dipendenti; tuttavia, molte non hanno previsto tempo aggiuntivo per tali attività, secondo Stacy Parker, co-fondatrice e amministratrice delegata dell’azienda.

“Il problema principale che riscontriamo è che, in molti casi, ci si aspetta che i dipendenti partecipino alla formazione la sera o nei fine settimana”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. “Sono talmente impegnati in vari progetti lavorativi che non viene concesso loro alcun tempo durante la giornata per completare la formazione”.

Parker ha osservato che, in altri paesi, la formazione dei dipendenti è integrata nella giornata lavorativa.

“Mentre le aziende nordamericane tendono a considerare la formazione come un’iniziativa delle risorse umane (HR), altre nazioni la vedono come parte della propria strategia di competitività”, ha affermato. “I manager devono assumersi la responsabilità di sviluppare le persone parallelamente alla tecnologia”.

Nel frattempo, Devin Hornick — co-fondatore e partner di KORE1, società attiva a livello nazionale nella gestione del personale e della forza lavoro con sede a Irvine, in California — ha affermato che un altro motivo per cui i lavoratori statunitensi sono in ritardo rispetto alle loro controparti globali è la mancata discussione delle aspettative lavorative con i propri manager.

“Negli Stati Uniti non è chiaro il legame tra lo sviluppo delle competenze sul posto di lavoro e l’avanzamento di carriera o l’aumento del reddito; di conseguenza, i dipendenti danno priorità alla semplice sopravvivenza durante la settimana lavorativa”, ha dichiarato a *The Epoch Times*.

Hornick ha aggiunto che, a meno che il datore di lavoro non chiarisca tale relazione attraverso un percorso di carriera e sviluppo specifico, i dipendenti non troveranno il tempo per investire nell’acquisizione di nuove competenze. La questione può complicarsi, ha affermato, quando un’azienda non concede ai dipendenti permessi retribuiti per partecipare alla formazione. Altre aziende non coprono i costi della formazione e alcune non la offrono affatto, ha aggiunto Hornick.

“La maggior parte dei professionisti che colloco non ha la disponibilità di tempo ed energie per assumersi ulteriori responsabilità e acquisire nuove competenze”, ha detto.

“Se non è previsto un budget per la crescita professionale dei dipendenti, ciò significa che c’è ben poco, o addirittura nulla

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I lavoratori USA temono di essere sostituiti dalla AI

La maggior parte dei lavoratori statunitensi teme l’obsolescenza nell’era dell’IA; gli esperti affermano che l’adattamento va oltre la tecnologia

Foto di Tyler Durden di Tyler Durden Mercoledì 9 settembre 2026 – 03:45 Articolo di Mary Prenon via The Epoch Times

Proprio come l’episodio “L’uomo obsoleto” (trasmesso nel 1961) raffigurava una società futura in cui la tecnologia aveva reso superate alcune professioni, un recente sondaggio ha rivelato che, mentre l’IA rimodella il mondo del lavoro, la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme di diventare obsoleta nella futura forza lavoro e ritiene che sviluppare nuove competenze sia essenziale per la sicurezza del posto di lavoro.

Sebbene molti lavoratori abbiano attribuito la loro paura dell’obsolescenza a una mancanza di competenza nelle tecnologie più recenti, alcuni esperti di selezione del personale e gestione della forza lavoro hanno affermato che sviluppare abilità interpersonali è sempre più cruciale, soprattutto in un’epoca in cui molti giovani vivono in un mondo digitale.

ETS, un’organizzazione globale no-profit che si occupa di test e valutazioni in ambito educativo, ha riferito che il 54% dei lavoratori statunitensi si sente impreparato per la prossima generazione di lavori del prossimo decennio, rispetto al 49% a livello globale.

Nel frattempo, il 75% ha dichiarato di non avere un’idea chiara di cosa comporteranno tali lavori nel 2035. Questa incertezza si accompagna, a sua volta, al timore dell’obsolescenza: il 58% degli intervistati afferma di temere di diventare obsoleto nella futura forza lavoro. La percentuale sale al 74% tra i lavoratori del settore tecnologico e al 73% tra quelli dei servizi finanziari. “Le motivazioni addotte dai lavoratori sono coerenti tra i vari mercati: mancano di esperienza con tecnologie emergenti come l’IA, l’automazione o gli strumenti di analisi dei dati. Molti segnalano inoltre una limitata esperienza pratica con sistemi innovativi che stanno diventando centrali nel lavoro moderno”, ha dichiarato ETS. Alcuni lavoratori temono anche che le competenze appena acquisite possano diventare obsolete quasi con la stessa rapidità con cui vengono apprese, secondo quanto riportato nel documento. Ciononostante, il 78% dei lavoratori statunitensi ha affermato che non vi sarà sicurezza lavorativa senza un costante adattamento, mentre l’85% ha dichiarato che lo sviluppo di nuove competenze sarà necessario. Secondo un rapporto di marzo del Fondo Monetario Internazionale, la domanda di competenze nuove e digitali è in aumento: un annuncio di lavoro su dieci nelle economie avanzate e uno su venti nei mercati emergenti richiedono almeno una nuova competenza. Irlanda, Finlandia e Danimarca si sono classificate ai primi tre posti nello “Skill Readiness Index” (Indice di preparazione alle competenze) dell’organizzazione, grazie a un’elevata percentuale di laureati in discipline tecnologiche unita a solidi sistemi di alfabetizzazione e riqualificazione professionale per gli adulti. Gli Stati Uniti si sono piazzati al nono posto tra i 23 paesi analizzati. Ostacoli Tuttavia, secondo ETS, numerosi ostacoli — tra cui fattori di tempo, costi, accessibilità e sostegno da parte dei datori di lavoro — limitano la capacità dei lavoratori di adattarsi ai cambiamenti. Il rapporto ha evidenziato che il 71% degli intervistati stava sviluppando nuove competenze in modo proattivo, una percentuale inferiore alla media globale del 77%. “I lavoratori statunitensi stanno facendo il punto della situazione e attendono indicazioni più chiare, in particolare da governi, datori di lavoro e istituzioni formative”, si legge nel rapporto. Una ricerca del Blu Ivy Group — società canadese specializzata in *employer branding* e marketing per il reclutamento, con sedi anche in Michigan — indica che nel 2025 le aziende statunitensi hanno speso 102,8 miliardi di dollari per la formazione dei dipendenti; tuttavia, molte non hanno previsto tempo aggiuntivo per tali attività, secondo Stacy Parker, co-fondatrice e amministratrice delegata dell’azienda. “Il problema principale che riscontriamo è che, in molti casi, ci si aspetta che i dipendenti partecipino alla formazione la sera o nei fine settimana”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. “Sono talmente impegnati in vari progetti lavorativi che non viene concesso loro alcun tempo durante la giornata per completare la formazione”. Parker ha osservato che, in altri paesi, la formazione dei dipendenti è integrata nella giornata lavorativa. “Mentre le aziende nordamericane tendono a considerare la formazione come un’iniziativa delle risorse umane (HR), altre nazioni la vedono come parte della propria strategia di competitività”, ha affermato. “I manager devono assumersi la responsabilità di sviluppare le persone parallelamente alla tecnologia”. Nel frattempo, Devin Hornick — co-fondatore e partner di KORE1, società attiva a livello nazionale nella gestione del personale e della forza lavoro con sede a Irvine, in California — ha affermato che un altro motivo per cui i lavoratori statunitensi sono in ritardo rispetto alle loro controparti globali è la mancata discussione delle aspettative lavorative con i propri manager. “Negli Stati Uniti non è chiaro il legame tra lo sviluppo delle competenze sul posto di lavoro e l’avanzamento di carriera o l’aumento del reddito; di conseguenza, i dipendenti danno priorità alla semplice sopravvivenza durante la settimana lavorativa”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. Hornick ha aggiunto che, a meno che il datore di lavoro non chiarisca tale relazione attraverso un percorso di carriera e sviluppo specifico, i dipendenti non troveranno il tempo per investire nell’acquisizione di nuove competenze. La questione può complicarsi, ha affermato, quando un’azienda non concede ai dipendenti permessi retribuiti per partecipare alla formazione. Altre aziende non coprono i costi della formazione e alcune non la offrono affatto, ha aggiunto Hornick. “La maggior parte dei professionisti che colloco non ha la disponibilità di tempo ed energie per assumersi ulteriori responsabilità e acquisire nuove competenze”, ha detto. “Se non è previsto un budget per la crescita professionale dei dipendenti, significa che c’è scarso o nullo…”

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L’Europa si avvia verso l’inverno con scarse riserve di gas naturale e prezzi alle stelle

di Tyler Durden

Mercoledì 9 settembre 2026 – 08:45

I prezzi del gas naturale in Europa si attestano vicino ai massimi degli ultimi tre anni: la corsa al ripristino delle scorte spinge le quotazioni al rialzo, mentre le persistenti interruzioni nello Stretto di Hormuz intensificano la concorrenza per i limitati carichi di GNL in vista dell’inverno.

Martedì mattina, i futures di riferimento per il gas naturale europeo sono saliti di quasi il 3%, scambiando intorno ai 75 euro per megawattora, il livello più alto dall’inizio di gennaio 2023.

La giornalista di Bloomberg Priscila Azevedo Rocha ha osservato: “L’Europa ha bisogno di prezzi del gas più alti per attrarre maggiori carichi via mare, ma a meno di un mese dall’inizio della stagione del riscaldamento, le scorte della regione sono ancora in ritardo”.

L’opinione di Rocha è molto simile alla valutazione espressa la scorsa settimana da Samantha Dart, esperta di materie prime di Goldman Sachs, secondo cui i prezzi TTF per il mese di dicembre 2026 potrebbero dover superare i 100 euro per megawattora per scoraggiare la domanda asiatica di GNL.

“Abbiamo sostenuto che, in assenza di un miglioramento delle esportazioni di GNL attraverso lo Stretto di Hormuz (Grafico 1), i prezzi del gas europeo (TTF) dovrebbero salire per scoraggiare la domanda asiatica di GNL, liberando così carichi aggiuntivi da destinare all’Europa per aiutare a gestire i livelli di stoccaggio del gas”, ha spiegato Dart.

All’inizio della settimana, gli impianti di stoccaggio del gas naturale nell’UE erano pieni per circa il 67%, a fronte di una media quindicennale del 72,5% per questo periodo dell’anno. I lettori possono consultare qui l’ultimo grafico di MarketEar sul gas naturale nell’UE.

Separatamente, gli analisti di Timera Energy hanno scritto in una nota: “Poiché il mercato europeo del gas si avvia verso l’inverno con scorte insolitamente basse, la sua flessibilità nell’assorbire ulteriori shock dell’offerta o della domanda è limitata”, aggiungendo che “l’Europa sta alzando i prezzi per superare l’Asia nella competizione per il GNL marginale”.

Oltre alle tensioni sui mercati del gas, il continente in difficoltà deve affrontare anche una crisi del diesel. Come avevamo avvertito a inizio agosto, “l’inverno sta arrivando”…

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Marcello Veneziani: Il coraggio di essere contro la guerra

No srop guerra Ucraina

No srop guerra Ucraina

È giunto il momento di dire chiaro e forte No alla guerra. Dirlo da pacifisti è facile quanto irrilevante e forse retorico; è una petizione morale e ideologica, una professione di buone intenzioni e nobili propositi, o semplicemente un modo per tirarsi fuori dalla realtà della vita, salvaguardando il proprio profilo di anime belle e cuori umanitari. Non è nemmeno l’appello alla pace, che nobilmente e vanamente rivolgono i papi, sempre accorati e sempre inascoltati, perché tacciano le armi. Ma il no alla guerra nasce da un realistico ripudio della guerra come male, come danno terribile, incapace di risolvere le situazioni: la guerra fa male a tutti, vincitori e vinti, popoli e stati. In tempi e modi diversi, ma l’effetto è inesorabile e totale. Oggi più di ieri, meno di domani.

I no alla guerra sono generali ma anche specifici. No alla guerra che l’Europa sta preparando col suo scellerato interventismo anti-russo, immaginando che la Russia abbia invaso l’Ucraina per attaccare poi l’Europa. Lo abbiamo stabilito noi che l’Ucraina sia Europa come non lo è mai stata (o se lo è stata, lo è stata come la Russia). Fino a considerare l’Unione Europea quasi un appendice dell’Ucraina, e Zelenskij il capo morale (!) di un’Europa che fronteggia la Russia e dichiara di fatto la sua ostilità a tutto l’immenso Oriente, dalla Cina all’India, alla Turchia e al sud est asiatico. No anche alla guerra scellerata che Trump ha dichiarato all’Iran, unilaterale e “pretestuosa”, caldeggiata da Netanyahu, e che sta perdendo con gravi danni economici per tutti: non a caso Trump dichiara ogni giorno di averla vinta, se fosse vero basterebbe la realtà dei fatti. No alla guerra che Israele ha avviato con i paesi limitrofi del Medio Oriente, preparando il terreno ad altri odii, azioni terroristiche, attacchi. Un’ostilità armata che serve a tenere in piedi Netanyahu al potere, scatenando nel mondo odio verso Israele e di riflesso verso tutto l’Occidente.

In tutti i casi si tratta di vere e proprie guerre preventive: per prevenire che la Russia attacchi l’Europa ci armiamo contro di lei e armiamo l’Ucraina e partecipiamo al conflitto. O per prevenire che l’Iran sganci la bomba atomica o faccia una guerra che non ha intenzione di fare contro Israele e l’Occidente. O per prevenire che i paesi limitrofi cancellino Israele. C’è chi sogna anche una bella guerra in forma di crociata contro l’Islam ma non c’è nessuno stato islamico che vuole attaccarci o dichiarare guerra all’Occidente; ci sono i flussi migratori, al cui interno crescono o si insinuano sacche di odio verso l’Occidente che possono sfociare nel terrorismo. Ma non si combatte il conflitto molecolare del terrorismo con la guerra ai popoli, agli stati e alle religioni; lo si combatte affrontandolo sul suo terreno.

La guerra preventiva non risolve le situazioni, non previene nulla, semmai suscita o alimenta intenzioni bellicose e genera danni superiori ai presunti vantaggi: danni immediati – perdite vistose, rovine fumanti – e danni a lunga scadenza che risalgono poi nel tempo. Ma coloro che fanno guerra sono tutti concentrati sul medio periodo quando i paesi vincitori traggono qualche profitto e qualche esercizio di potenza in più, ma dopo aver pagato un caro prezzo e dopo aver gettato le basi per altre guerre, altri disordini, altre tensioni nel lungo periodo.

Un grande eroe  e scrittore di guerra come Ernst Jünger, che ebbe le più alte onorificenze militari e descrisse con entusiasmo le tempeste d’acciaio della guerra, si ritirò poi disgustato dalle guerre di materiali, dalla prevalenza degli apparati, dei dispositivi, oggi diremmo della tecnica, dei droni e dell’Ai, sul valore umano. E descrisse lo squallore della guerra, per poi scrivere un saggio sorprendente su La Pace come prospettiva per l’avvenire. Jünger riteneva la pace l’obiettivo di un’Europa federata, protesa verso la rinascita spirituale e intesa come risposta al nichilismo; riteneva che la pace richiedesse un coraggio perfino superiore alla guerra. Era tutt’altro che un pacifista, veniva da una tradizione militare prussiana, condivideva il realismo eroico della cultura tradizionale, ma capì che la guerra ormai era una spaventosa catastrofe in cui la volontà di potenza si mette al servizio della Macchina. Ogni guerra diventa così guerra contro l’umano e l’umanità.

All’Europa toccherebbe una missione importante: scegliere la via della neutralità e in questo modo uscire dai conflitti, presentarsi come luogo di mediazione e baricentro di equilibrio mondiale, cercando di incoraggiare altri paesi a fare altrettanto. Abbiamo l’esperienza storica, la cultura, gli argomenti e i valori, oltre che la capacità di calcolare vantaggi e svantaggi per poterci presentare al mondo come neutralisti. È assurdo che stiamo lasciando questo ruolo di mediazione a Erdogan o addirittura a XIJinPing. I rischi che si corrono dichiarandosi neutrali non sono superiori a quelli che si corrono se si procede verso il riarmo, acuendo il clima di tensione internazionale; ma i vantaggi sono evidenti su troppi piani. Se riuscissimo a convertire gli investimenti sugli arsenali militari in investimenti per guidare la tecnologia e lo sviluppo sociale avremmo solo da guadagnare. Ma per far questo servono statisti, che hanno grande realismo e vedono lontano, non piccoli funzionari dell’apparato o piccoli piazzisti in cerca di voto e di galleggiare al potere (uso il maschile ma molti leader europei sono donne).

Per cominciare se l’Europa avesse un minimo di lucidità e di coraggio dovrebbe fermare questa escalation di ostilità con la Russia, che ha le sue gravi responsabilità ma non ha mai mostrato, né avrebbe alcun interesse, ad allargare il conflitto all’Europa. L’idea di un’Europa in conflitto con la Russia magari piace alle amministrazioni Usa, come era chiaro già ai tempi di Biden; ma nuoce all’Europa e ai singoli stati europei, a cominciare dalla Germania. L’Europa dovrebbe poi con maggiore fermezza deplorare gli scellerati conflitti del Medio Oriente e compattamente separare il proprio destino da quello dell’America trumpiana e dalla sua strategia tronfia e aggressiva, fondata su minacce e punizioni, come se il mondo fosse alle sue dipendenze.

Non possiamo farci intimidire da chi, davanti a questa sacrosanta battaglia per la neutralità ci accusa di essere al servizio della Russia, dell’Iran o addirittura di essere antisemita. Sappiamo che non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello essere al servizio di qualcuno, tantomeno di qualche autocrazia o di qualche fanatismo. Mai come in questo caso lo facciamo da italiani, da mediterranei, da europei che hanno a cuore il destino dell’umanità.

L’Europa non può essere l’appendice degli Usa e di Israele ma deve essere l’interlocutore di tutti i giganti mondiali e di tutte le potenze regionali significative, e con loro trattare, senza minacce e proclami di guerra. Finora l’abbiamo scampata: ma se davvero il mondo dovesse prendere sul serio questo ridicolo, improbabile bellicismo europeo sarebbero dolori, ma seri. Abbia l’Europa il coraggio di dire No alla guerra e di dare subito l’esempio, sfilandosi dai conflitti in corso e scegliendo il ruolo di potenza neutrale, garante di pace e di equilibrio tra est e ovest, sud e nord del pianeta. Prima che sia troppo tardi.

Marcello Veneziani

La Verità – 4 settembre 2026

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Tucker Carlson chiede le dimissioni di Trump in caso di attacco nucleare contro l’Iran

[07/08/2026 08:15] Maurizio Blondet: LA PORNODESTRA

i leader di qualsiasi Paese che proponga di usare per primo le armi nucleari perde il diritto di governare. Deve essere immediatamente rimosso.”

❤️ Seg

[07/09/2026 22:04] Maurizio Blondet: 🇺🇸T

“Ero contrario all’impeachment. Mi sono fermamente opposto a entrambi i tentativi di mettere Trump sotto impeachment. Tutto ciò era assurdo. Credo nella stabilità. Credo che i leader eletti debbano rimanere in carica fino alla fine del mandato. Non provo alcun odio personale per Trump.

Ma con tutto ciò, non appena un presidente inizia a prendere seriamente in considerazione l’idea di usare per primo le armi nucleari, quella persona deve essere immediatamente rimossa dall’incarico. Immediatamente. Perché questa deve essere una linea rossa.

La distruzione dell’intera umanità con un attacco nucleare… Cioè, perché allora nessuno sta cercando di rimuoverlo dall’incarico – immediatamente? Qualsiasi persona che sia semplicemente disposta a tollerare tali discorsi da parte dei propri subordinati o collaboratori è, per definizione, inadatta alla propria carica.

Si tratta della completa distruzione del mondo. Ribadisco: qualsiasi leader di qualsiasi Paese che proponga di usare per primo le armi nucleari perde il diritto di governare. Deve essere immediatamente rimosso.”

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Pentagono non ha più soldi per pagare i morti contro l’Iran

Pentagon refuses payout for soldiers who died in Iran conflict ‘because it isn’t a war’

Il Pentagono rifiuta di risarcire i soldati morti nel conflitto con l’Iran “perché non si tratta di una guerra”

JD Vance offre supporto dopo che la vedova ha espresso la sua frustrazione in un post virale online in seguito alla sua morte in un incidente aereo.

Le famiglie dei soldati statunitensi morti nella guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran stanno lottando per garantire che ricevano un adeguato risarcimento e benefici per i loro cari…

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Il Pentagono si trova ad affrontare un’urgente carenza di liquidità, dovuta principalmente al costoso conflitto militare con l’Iran e al ritardo nell’approvazione da parte del Congresso dei finanziamenti di emergenza.

The Washington Post
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Come riportato da NBC News, le linee di finanziamento cruciali per la difesa si stanno esaurendo a fronte dell’aumento delle spese operative.

NBC News
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Il deficit di bilancio
I costi della guerra in Iran: il conflitto militare in Iran prosciuga miliardi di dollari dal Dipartimento della Difesa. Le operazioni costano centinaia di milioni di dollari al giorno.

Fondi esauriti: i vertici della difesa avvertono che la liquidità operativa di base e le specifiche linee di finanziamento si esauriranno entro poche settimane.

WSJ
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La richiesta di finanziamento
Richiesta della Casa Bianca: l’amministrazione ha chiesto al Congresso un pacchetto di spesa supplementare che include 67,1 miliardi di dollari per la difesa.

Breaking Defense
Stime più alte: funzionari della difesa, tra cui il vicesegretario alla Difesa Stephen Feinberg e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno comunicato ai legislatori che il fabbisogno totale si avvicina agli 80 miliardi di dollari per coprire i costi della guerra e altri debiti non pagati.

The Telegraph

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Perché il Congresso non ha ancora stanziato i fondi
Slittamento politico: i legislatori hanno ritardato l’approvazione dei fondi di emergenza.
Mancanza di autorizzazione: alcuni membri del Congresso si oppongono al finanziamento del conflitto con l’Iran senza un’esplicita autorizzazione congressuale.
Ritardi dovuti alla pausa estiva: il Congresso rimane in gran parte inattivo in vista delle prossime elezioni, lasciando il Pentagono alle prese con la gestione dei costi operativi quotidiani senza un sollievo immediato.

NBC News

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NBC News
Il Pentagono sta esaurendo i fondi – NBC News
7 luglio 2026 — Il Pentagono sta esaurendo i fondi. I funzionari della Difesa hanno richiesto oltre 67 miliardi di dollari in finanziamenti supplementari. Ma il Congresso non ha…

WSJ
Il Pentagono avverte i legislatori che ha bisogno di 80 miliardi di dollari per la guerra in Iran…
18 giugno 2026 — I vertici del Pentagono hanno avvertito che potrebbero rimanere senza fondi quest’estate, con la conseguente possibilità di dover tagliare l’addestramento a causa della guerra in Iran e del dispiegamento al confine…

The Washington Post
Il Pentagono, che sta investendo miliardi nella guerra in Iran, sta rapidamente esaurendo…
21 luglio 2026 — Il Pentagono si trova ad affrontare un’urgente carenza di bilancio causata in gran parte dalla guerra in Iran, con alcune linee di finanziamento critiche destinate a esaurirsi…

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L’ambiguità di fondo dell’AfD: è antistatalista

[ENI. La mitica azienda che fu guidata dall’indimenticabile patriota Enrico Mattei.

  • 35 miliardi di barili di riserve certificate nel sottosuolo;
  • dai 12 mila barili/giorno attuali si arriverà fino a 400 mila entro il 2030

Per l’Italia è un salto quantico sempre volto nel piano Mattei.

L’obiettivo dichiarato è fare dell’Italia il punto di snodo energetico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, sfruttando la posizione geografica del Paese nel Mediterraneo.

Altro che Finto Green.

Fateci largo: stiamo tornando.

ilgiornale.it

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[04/09/2026 12:35] Maurizio Blondet: 🇪🇺⚔️🇷🇺 LE SANZIONI CONTRO LA RUSSIA SI SONO TRASFORMATE IN UNO STRUMENTO DI AUTODISTRUZIONE PER L’EUROPA – FOCUS

Dall’inizio dell’operazione militare in Ucraina, l’Unione Europea ha adottato 21 pacchetti di sanzioni antirussa. Oggi bisogna ammettere che per 21 volte l’Europa ha colpito sempre nello stesso punto, ma finora senza lasciarne alcuna traccia, constata il periodico tedesco Focus.

«Il criceto occidentale continua a girare nella ruota, e ciò reca più danno a se stesso che alla ruota stessa. Le sanzioni producono sì un effetto, ma non quello previsto», dichiara la testata.

È certamente positivo che gli elettori della Sassonia-Anhalt abbiano nettamente respinto le disastrose politiche della CDU, il suo appello alle armi e la sua crociata antirussa, ma l’abbraccio all’Alternative für Deutschland (AfD) non è esattamente motivo di celebrazione.

Sebbene l’AfD attiri il voto di protesta, vale a dire quegli elettori le cui reali preoccupazioni vengono ignorate o minimizzate dalle forze politiche centriste, oggi il partito viene attivamente cooptato dalle stesse forze transnazionali che hanno portato al potere il movimento MAGA negli Stati Uniti. All’interno dell’AfD coesistono due visioni contrapposte della Germania, ma è sempre più chiaro quale fazione disponga delle tasche più profonde e possa avvalersi degli algoritmi che, in quest’epoca, sono necessari per gestire la narrazione.

Da un lato c’è il co-leader Tino Chrupalla, che sostiene una visione più tradizionale, nazionalista, “eurasiatica” e multipolare. Dall’altro c’è Alice Weidel che strizza l’occhiolino alla destra di Silicon Valley e al libertarismo capitalista. La visione di Weidel sta gradualmente eclissando l’ala nazionalista tradizionale.

Questa nuova visione è chiaramente esposta nell’agenda tecnologica ed energetica dell’AfD. Il partito chiede esplicitamente che la Germania raddoppi la capacità dei suoi data center e quadruplichi la potenza di calcolo dell’IA entro il 2030. Ma questa utopia digitale richiede un’enorme e ininterrotta fornitura di energia. Per raggiungere questo obiettivo, l’AfD chiede un immediato ritorno al nucleare e la revoca delle sanzioni contro la Russia per garantire “energia a basso costo”.

Cerchiamo di essere chiari su cosa significhi: il tanto decantato desiderio dell’AfD di “migliori relazioni” con Mosca è interamente transazionale. Non è guidato da un’affinità ideologica o da un genuino desiderio di un’architettura di sicurezza eurasiatica multipolare. È guidato dal freddo calcolo dell’industria tecnologica. La Russia è vista semplicemente come un fornitore di quel gas necessario per mantenere in funzione i server di una Germania iperdigitalizzata.

Elon Musk ha dichiarato apertamente che “solo l’AfD può salvare la Germania”, utilizzando la sua piattaforma X per ospitare chat in diretta con Weidel e amplificare i messaggi del partito. Anche Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e padrino della “Nuova Destra”, non nasconde il suo apprezzamento per AfD.

Questa alleanza punta verso una sintesi ideologica profondamente inquietante, spesso descritta dai critici come “tecnofascismo”. È un modello politico in cui una plutocrazia tecnocratica detta le regole della società, fondendo la logica algoritmica della Silicon Valley con gli impulsi nazionalisti dell’estrema destra.

Per l’AfD, questo si traduce in un’agenda paradossale: è ferocemente etno-nazionalista e anti-immigrazione quando si tratta di controllare le frontiere, ma anti-statalista e iper-globalista quando si tratta di capitale, tecnologia e degli oligarchi che controllano entrambi. @LauraRuHK

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Chi accede al suicidio assistito va all’inferno

Luigi Copertino il 2026-09-06 12:40

IL VANGELO SECONDO ZAIA:

L’affermazione di Luca Zaia, Presidente del Consiglio regionale veneto pro tempore, secondo cui «i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno» non è soltanto teologicamente infondata. È costruita sopra una caricatura della dottrina cattolica, che viene prima banalizzata e poi solennemente confutata come se la Chiesa avesse atteso l’illuminazione di un ex Presidente di Regione per comprendere il Vangelo.

La fede cattolica, infatti, non insegna affatto la puerile divisione dell’umanità in “buoni” e “cattivi” intesi come due categorie sociologiche definitivamente classificabili dagli uomini. Insegna qualcosa di infinitamente più serio: che l’uomo è libero, che i suoi atti hanno una reale consistenza morale, che esiste il peccato mortale, che esiste il giudizio di Dio e che la possibilità della dannazione eterna appartiene inequivocabilmente alla Rivelazione cristiana. Negare o dissolvere uno soltanto di questi elementi significa rendere incomprensibili tutti gli altri. Il punto, dunque, non è stabilire chi siano “i cattivi”.

Nessun cattolico possiede il registro anagrafico dei dannati. Il punto è riconoscere che Cristo stesso parla del giudizio, della separazione definitiva e della perdizione eterna. Se l’inferno fosse soltanto un relitto dell’immaginario medievale, bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di spiegare perché il Vangelo vi faccia riferimento con una gravità che non consente di ridurlo a metafora pedagogica innocua. Ancora più singolare è quel paternalistico «i cattolici devono capire». Devono capire che cosa, esattamente? Che duemila anni di cristianesimo hanno frainteso il rapporto fra libertà, peccato, giudizio e salvezza, mentre la corretta ermeneutica sarebbe finalmente offerta da Luca Zaia? Qui il problema diventa quasi epistemologico prima ancora che teologico. Si pretende di correggere dall’esterno una dottrina senza assumerne né le fonti, né le categorie, né la logica interna. La misericordia cristiana, del resto, non consiste nell’abolizione del giudizio. Una misericordia che rendesse irrilevante la libertà dell’uomo cesserebbe precisamente di essere misericordia, perché trasformerebbe la salvezza in un automatismo metafisico. Se nessuna scelta può avere conseguenze definitive, allora neppure il rifiuto definitivo di Dio è realmente possibile. Ma in tal caso la libertà umana viene proclamata a parole e negata nella sua conseguenza ultima. È precisamente qui che emerge la matrice liberal-modernista di questa impostazione. Il cristianesimo viene preventivamente sottoposto al tribunale della sensibilità contemporanea e conservato soltanto nella misura in cui coincide con le categorie oggi socialmente accettabili. Dio può essere misericordioso, purché non giudichi. L’uomo può essere libero, purché le sue scelte non abbiano conseguenze ultime. Il peccato può essere nominato, purché non separi realmente da Dio. Cristo può salvare, purché sia escluso in partenza che qualcuno possa rifiutare quella salvezza. Ora, questo non è uno sviluppo della dottrina cristiana. È la sua neutralizzazione. Si può certamente sperare nella salvezza di ogni uomo. Si deve pregare per la salvezza di ogni uomo. Si deve perfino guardarsi con estrema cautela dal pretendere di conoscere la sorte eterna di una persona determinata. Tutto questo appartiene pienamente alla fede cattolica. Ma da tali proposizioni non segue affatto che l’inferno sia vuoto, né tantomeno che la dannazione sia impossibile. Fra la speranza universale della salvezza e l’affermazione della salvezza universale necessaria corre una distanza teologica enorme. La posizione di Zaia cancella proprio quella distanza. E così, nel tentativo di presentarsi come più misericordiosa della tradizione cristiana, finisce per rendere insignificante la stessa misericordia, perché non vi è più nulla da perdonare realmente, nulla da cui essere salvati definitivamente e nessuna libertà capace di dire a Dio un autentico e terribile no. Non è il cattolicesimo che deve “capire”, caro Presidente, questa nuova dottrina. È chi formula simili affermazioni che dovrebbe anzitutto comprendere quale dottrina sta pretendendo di correggere.

Daniele Trabucco

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