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Comandano loro…

Un corso di formazione per agenti di polizia italiani considera antisemita l’affermazione “Gesù era palestinese” e paragona il boicottaggio delle università e dei prodotti israeliani alle leggi razziali del 1938. Le accuse sono contenute in video di due corsi online disponibili, dall’inizio di dicembre 2025, sulla piattaforma Sisfor per la formazione delle forze dell’ordine, prodotti in collaborazione con l’UCEI e finanziati dall’Unione Europea. Tra i materiali, ottenuti da

@ludojona

Si può sentire l’ex presidente dell’UCEI, Noemi Di Segni, affermare: “Associare Gesù al popolo palestinese significa attualizzare quel deicidio, oggi, al conflitto israelo-palestinese”.

Ma da dove provengono i dati che l’Italia sta utilizzando per redigere il disegno di legge sull’antisemitismo? Dal CDEC – Contemporary Jewish Documentation Center. Controllato dall’UCEI, l’ente che si occupa di rafforzare le relazioni tra Italia e Israele. Tra gli episodi classificati come antisemiti nel rapporto del CDEC del 2025, un post di Alessandro Di Battista che paragona una dichiarazione di un generale israeliano – “devono morire 50 palestinesi per ogni israeliano, anche i bambini” – al massacro nazista di Via Rasella, etichettato come antisemita unicamente perché accosta Israele al nazismo, secondo la definizione dell’IHRA.

La questione assume particolare rilevanza alla luce del disegno di legge sull’antisemitismo che arriverà in Parlamento il 2 ottobre e che mira a introdurre la definizione dell’IHRA nella legislazione italiana. E l’UCEI e il CDEC entreranno, per legge, nel comitato che stabilisce la linea per cinque ministeri. Nessuna voce ebraica critica nei confronti di Israele è stata inclusa. L’indagine di @ludojona sui corsi sull’antisemitismo per la polizia è stato pubblicato anche su @altreconomia

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Quali sono le tre principali sfide strategiche della Russia?

SaDefenza

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ANDREW KORYBKO

Il nuovo “cordone sanitario” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia, la difficoltà nel mantenere il suo delicato equilibrio sino-indiano e i meccanismi di feedback interrotti che affliggono il suo Ministero degli Esteri sono i principali rischi strategici che devono essere affrontati con urgenza per garantire al meglio il futuro della Russia.

Nel suo saggio discorso di apertura all’ultima riunione annuale del Valdai Club, Putin ha consigliato ai russi : “Abbiamo certamente bisogno di una tabella di marcia per il nostro cammino verso il futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un pio desiderio , una costruzione astratta e speculativa o una visualizzazione irrealistica dei nostri desideri, ma una valutazione realistica dei rischi, delle capacità e degli obiettivi essenziali”. Il suo appello ha ispirato il presente articolo, che elencherà le tre principali sfide strategiche della Russia e proporrà soluzioni pragmatiche per affrontarle.

La minaccia principale è rappresentata dal “ cordone sanitario “ che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia. Esso circonda la Russia nell’Artico e nel Baltico attraverso il blocco vichingo guidato dalla Svezia , l’Europa centrale tramite la competizione tra Polonia e Germania , il Caucaso meridionale e l’Asia centrale attraverso quelle che possono essere definite le ambizioni neo-ottomane della Turchia , e il Giappone, nucleo dell’AUKUS+ , nell’Asia nord-orientale. Le analisi con collegamenti ipertestuali incorporate in questo paragrafo descrivono ciascuna di queste minacce in modo più dettagliato.

Le minacce lungo il fianco occidentale potrebbero essere mitigate attraverso la creazione di un Intermarium a guida polacca e sostenuto dagli Stati Uniti, abbinato ad accordi sul controllo degli armamenti che ridurrebbero complessivamente i rischi associati a un’UE militarizzata e dominata dalla Germania . Ciò potrebbe essere facilitato da un partenariato strategico con gli Stati Uniti incentrato sulle risorse . La mitigazione delle minacce lungo il fianco meridionale richiede un accordo con l’Azerbaigian per la smilitarizzazione dell’accordo TRIPP, mentre quelle lungo il fianco orientale possono essere mitigate attraverso un accordo con il Giappone sulle isole Curili .

La prossima sfida strategica per la Russia è impedire qualsiasi significativa perturbazione del suo delicato equilibrio sino-indiano. Anche la sola percezione di una dipendenza russa dalla Cina potrebbe indurre l’India a riavvicinarsi agli Stati Uniti, per il timore che la Cina possa strumentalizzare questa dipendenza per costringere la Russia a interrompere le forniture di armi e pezzi di ricambio all’India, al fine di obbligarla a concessioni unilaterali nei confronti della Cina e del suo alleato pakistano nelle loro dispute territoriali. Questo scenario oscuro può essere scongiurato concedendo all’India privilegi militari e commerciali.

Ciò potrebbe concretizzarsi nella produzione congiunta di tecnologie militari all’avanguardia e nella concessione di un accesso preferenziale al mercato russo ai prodotti indiani. Se lo scenario oscuro accennato in precedenza non verrà scongiurato, un potenziale riorientamento dell’India verso gli Stati Uniti potrebbe costringere la Russia a riorientarsi verso la Cina, rendendo così la sua percepita dipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese un fatto compiuto. Infine, la Russia deve urgentemente riparare i meccanismi di feedback interrotti che affliggono i suoi processi di formulazione e attuazione delle politiche.

Il pensiero illusorio, la forte insinuazione di Lavrov secondo cui il suo popolo può essere ottimista fino alla ingenuità e la sua esplicita critica alla tendenza a non affrontare proattivamente le crisi latenti, la tolleranza zero per le valutazioni contrarie e il fondato sospetto che la propaganda (soprattutto nella sua variante “ potemkinista “) si sia insinuata in questi circoli viziosi sono i principali problemi che devono essere risolti con urgenza. Non si può escludere la scomoda possibilità che questo problema impedisca ai decisori politici di vedere le altre due sfide strategiche.

I meccanismi di feedback interrotti della Russia devono quindi essere urgentemente riparati per garantire al meglio la formulazione e l’attuazione delle politiche più efficaci per contrastare le minacce militari e di sicurezza poste dal “cordone sanitario”, nonché quelle economico-politiche che una significativa perturbazione dell’equilibrio sino-indiano tra Russia e India potrebbe rapidamente innescare. Si tratta di compiti titanici, ma la Russia ha già affrontato sfide ben più ardue in passato, quindi ci si aspetta che lo faccia anche questa volta.

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Trump ha dato a Netanyahu il via libera all’uso di armi NUCLEARI

Col. Lawrence Wilkerson:

Trump ha dato a Netanyahu il via libera all’uso di armi NUCLEARI

“Ormai circola la voce, sia in ebraico che in inglese, che Trump abbia dato a Bibi Netanyahu il via libera per utilizzare un’arma nucleare, o due, o tre. Ci troviamo quindi di fronte a una dimensione completamente diversa di questo conflitto, proprio mentre ne stiamo discutendo in questo momento.

La situazione è già ampiamente fuori controllo e sta mettendo in seria difficoltà il Presidente in un momento critico per il suo partito politico; è probabile che ciò costerà al partito la sua supremazia, forse addirittura in entrambe le Camere. Non so cosa farà. Non ne ho idea. Di solito non so cosa farà, ma in questa circostanza, davvero non lo so.”

-Col. Lawrence Wilkerson, ex Capo di Gabinetto del Dipartimento di Stato, nell’ultima puntata di *New Order*.

Guarda l’intervista completa: https://rumble.com/v7gbo0c-col.-lawrence-wilkerson-trump-gave-netanyahu-the-green-light-to-use-nuclear.html

@MTodayNews
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La “protesta delle chiavi” in Spagna

decine migliaia di persone in piazza in Spagna dopo il “no” ai decreti di Sanchez sulla casa. Cosa fa il premier socialista

Vio.Gor. • October 4 at 07:08

La Spagna scende in piazza il 4 ottobre 2026 dopo il bocciamento in Parlamento dei decreti governativi per la crisi abitativa, voluti da Pedro Sanchez. Decine di migliaia di persone hanno protestato in oltre 50 città, con scontri a Valencia (5 arresti, 9 poliziotti feriti) presso una sede di investitori immobiliari. I manifestanti chiedono un sciopero generale e la limitazione della speculazione. Il premier valuta elezioni anticipate, potenzialmente a fine novembre, per sfruttare l’indignazione popolare; i sondaggi danno attualmente la destra in vantaggio, ma il 67,5% degli spagnali sostiene il controllo degli affitti.

La Spagna scende in piazza contro la crisi abitativa. Le chiavi delle case diventano il simbolo della protesta popolare: molti manifestanti le agitano tra le mani. Decine di migliaia di persone hanno manifestato sabato 3 ottobre in tutto il Paese – da Bilbao a Malaga, da Alicante a Palma de Maiorca, fino alle Canarie – per protestare per il diritto alla casa e chiedere uno sciopero generale. Stando al sindacato degli inquilini, nella capitale Madrid hanno manifestato circa 500mila persone, mentre il governo ha stimato una partecipazione di circa 70mila manifestanti. Ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti a Valencia: cinque le persone arrestate, nove i poliziotti feriti.

Perché la Spagna protesta

Venerdì 2 ottobre il Parlamento spagnolo ha bocciato (https://europa.today.it/attualita/pedro-sanchez-elezioni-anticipate-spagna-decreti-casa-bocciati-cosa-succede-ora.html) i due decreti contro la crisi abitativa con cui il governo del primo ministro socialista Pedro Sanchez (https://www.today.it/persone/pedro-sanchez/) voleva rafforzare le protezioni (https://europa.today.it/attualita/legge-sanchez-affitti-proprietari-pagano-inqulini-spagna.html) per chi vive in affitto e limitare la speculazione immobiliare. I due decreti in questione erano stati inizialmente presentati dal governo per placare le proteste e l’indignazione popolare in tutta la Spagna dopo lo sfratto dalla sua casa di Madrid di una donna di 87 anni, Maricarmen Abascal, ma dovevano ancora essere confermati dal Parlamento. Il giorno dopo il “no” del Parlamento ai decreti del governo Sanchez sono riprese nel Paese le manifestazioni di protesta.

La richiesta di sciopero

Nella capitale Madrid sono partite quattro colonne di manifestanti per il diritto alla casa, che da nord, sud, est e ovest della capitale sono confluite sulla centrale Plaza Cibeles. Dietro grandi striscioni con su scritto: “Subito sciopero generale!”, e al grido di “fuori gli speculatori dai nostri quartieri” e “questo deve cambiare, la casa subito!’, migliaia di manifestanti si sono uniti ai cortei partiti da Atocha, al sud della città, da Plaza de Espana, dall’ospedale La Princesa, mentre una marcia è partita anche dall’accampamento degli attivisti in Puerta del Sol.

E poi tanti cortei, convocati dai sindacati degli inquilini in più di 50 città spagnole, si sono svolti contemporaneamente da nord a sud del Paese, da Santander in Cantabria, a Santiago di Compostela, in Galizia, a Palma de Maiorca, alle Baleari. Mobilitazioni in massa anche a Barcellona, a Toledo, a Vigo, ad Alicante e a Malaga, tra le altre. “Quella che si respira nelle strade è una nuova energia. Un’energia che ha dimostrato in otto giorni il potere popolare è capace di fare molto di più che in otto anni di governo progressista”, ha dichiarato la portavoce del Sindicato de Inquilinas, Valeria Racu. E ha ripetuto la volontà degli attivisti di “portare avanti la lotta”. “Sappiamo perfettamente chi sono i colpevoli: i veri invasori sono gli investitori”, ha aggiunto riferendosi ai fondi ‘avvoltoio’ di speculazione edilizia.

“La strada è chiara ed è verso lo sciopero generale”, ha proseguito Racu, nell’assicurare che sono in contatto con i sindacati di maggioranza nel Paese per organizzare un’astensione generale dal lavoro, della quale tuttavia ancora non è stata indicata una data.

Gli scontri a Valencia

Tensioni tra manifestanti e forze dell’ordine si sono registrate a Valencia, dove cinque persone sono state arrestate e nove agenti di polizia sono rimasti feriti. Tutto è cominciato quando la manifestazione ha raggiunto il Palau de Les Arts, all’interno del quale si tiene un congresso sugli investimenti immobiliari: lì un gruppo di persone ha infranto il cordone della polizia che sorvegliava l’accesso dopo aver abbattuto le recinzioni, lanciando oggetti contro gli agenti. La polizia, in tenuta antisommossa, ha dunque risposto lanciando proiettili di gomma e fumogeni.

L’ipotesi di elezioni anticipate

Le piazze esprimono la rabbia e la frustrazione per i due decreti legge – varati dal governo Sanchez – affondati dal Congresso da una maggioranza di destra, coagulata dal Partito popolare, da Vox e dalla forza catalanista Junts per Catalunya. Il premier, al momento, ha annunciato una pausa di riflessione: è un modo per prendere tempo e ponderare bene se sciogliere o meno le Camere e convocare le elezioni anticipate rispetto alla fine della legislatura, nel luglio 2027. In tal caso, il voto potrebbe tenersi a fine novembre di quest’anno.

I sondaggi danno la destra in vantaggio, ma…

I sondaggi al momento descrivono uno scenario sfavorevole alla sinistra: assegnano al Partito popolare e Vox una maggioranza superiore a quella assoluta di 175 seggi al Congresso. Ma l’emergenza casa e queste proteste possono cambiare tutto, con il 67,5% degli spagnoli favorevoli a limitare gli affitti (secondo il rilevamento di 40dB), percentuale superiore al 55% anche tra gli elettori delle destre. La decisione ora è nelle mani del premier Pedro Sanchez, che sogna il “ribaltone” (https://europa.today.it/attualita/sanchez-elezioni-anticipate-ribaltone.html) sfruttando l’ondata di indignazione popolare, ma sul voto anticipato non ha ancora deciso: vuole misurare il malcontento della piazza.

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Ma esattamente noi perché ci siamo schierati al fianco dell’Ucraina ?

Prof Michele Geraci, fmr Undersecretary of State
@michele_geraci

Ma esattamente noi perché ci siamo schierati al fianco dell’Ucraina ?

È ovvio che Ucraina può fare tutte le scelte che ritiene opportune: lottare, arrendersi, chiedere soldi etc. Scelte loro Ma noi?

Qual è il motivo alla base del quale il governo Meloni ha deciso di sacrificare il benessere degli italiani per sostenere Ucraina e non, per esempio, per sostenere la Russia. La favola dell’aggredito e aggressore non regge neppure per i bambini dell’asilo, altrimenti la stessa Meloni avrebbe preso stesse misure sanzionatorie contro USA, Israele, la sua amata Francia che lei prendeva in giro per quella cosetta del franco “africano”. E quindi, qual è il motivo per aver scelto Ucraina e non la Russia, o ancora meglio, nessuno?

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La supercazzola «istituto di diritto pubblico». Asimmetrie dogmatiche, opacità funzionale e deficit di accountability della Banca d’Italia

Abstract

Da un lato la pubblicità dell’ente viene invocata per fondare vigilanza, sanzione e una tutela assimilabile a quella delle funzioni statali. Dall’altro la struttura delle quote, detenute da banche, assicurazioni, fondazioni ed enti di previdenza, e il radicamento nel Sistema europeo di banche centrali vengono invocati per declinare la trasparenza amministrativa ordinaria, il controllo politico-parlamentare e la giurisdizione contabile piena.

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MONETA COMPLEMENTARE E SIGNORAGGIO. UN APPROCCIO ETERODOSSO

A n n o A c c a d e m i c o 2 0 1 4 / 2 0 1 5 2 “È un bene che gli abitanti della nazione non capiscano abbastanza il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo facessero, credo che ci sarebbe una rivoluzione prima di domattina.” Henry Ford “I disordini non avranno mai fine, non avremo mai una sana amministrazione della cosa pubblica, se non acquisteremo una nozione precisa e netta della natura e della funzione del denaro.” Ezra Pound “Permettetemi di emettere e controllare la moneta di una nazione e non mi importa chi fa le sue leggi.” Mayer Amschel Rothschild “Per risolvere le contraddizioni contabili che derivano dall’errata o mancante contabilizzazione della creazione del denaro a favore della banca che lo crea (sia esso sotto forma di banconote che di denaro elettronico), la soluzione più semplice consiste nell’affidare l’emissione del denaro ad una tesoreria di stato (tesoreria sovrana) e lasciare che siano le banche a prendere in prestito tale moneta emettendo esse titoli di debito propri. La Tesoreria emetterà la moneta indicandola nelle poste attive prima di scaricarla con poste al passivo, in tal mondo rimanendo sempre liquida senza rischio di alcuna bancarotta.Viceversa se la Tesoreria replicasse l’errore delle banche, cioè l’omissione della messa all’attivo iniziale, ogni emissione creerebbe un buco nel bilancio della Tesoreria e costringerebbe lo Stato a tassare i cittadini per riempirlo. Errore che oggi fa la banca centrale.” Marco Saba INDICE Introduzione Capitolo 1 LA MONETA Prima parte 1.1 La definizione di moneta e le sue funzioni 1.2 La moneta e le sue diverse forme Seconda Parte 1.3 La moneta e il suo valore simbolico 1.4 La teoria del valore indotto della moneta Appendice 1.5 La sovranità monetaria, Gli omicidi premeditati e le coincidenze Capitolo 2 IL SINGORAGGIO BANCARIO 2.1 Le origini e la nascita del signoraggio 2.2 Le varie tipologie di signoraggio 2.3 La riserva frazionaria 2.4 Il colonialismo e la schiavitù monetaria 2.5 Il signoraggio bancario nella contabilità e nel debito pubblico 2.6 Le monete complementari e le monete alternative 2.7 Le denunce realizzate contro le banche centrali Conclusioni Ringraziamenti Riferimenti Bibliografici Riferimenti Web-grafici INTRODUZIONE La mia ricerca, si basa sul tema del signoraggio bancario e mi ha incominciato ad interessare quando ho visto un servizio su una trasmissione locale che parlava di questi argomenti ed allora incuriosito ho voluto approfondire il tema, non capendo come funzionasse realmente l’offerta di moneta e chi ne deteneva il monopolio.

Il deposito irregolare. Genealogia giuridico-contabile della moneta bancaria

2026

Le banche centrali contemporanee descrivono la moneta bancaria come debito dell’intermediario: i depositi, ha scritto la Banca d’Inghilterra nel 2014, sono «a liability of the bank, not an asset that could be lent out».1 Se il dato economico-contabile è pacifico, resta aperta la questione giuridica che lo precede: per effetto di quale operazione la somma consegnata dal cliente diviene proprietà della banca e, insieme, moneta? La monografia risponde ricostruendo la genealogia del deposito irregolare bancario dal depositum romano e dalla parakatatheke ellenistica, attraverso la stratificazione medievale-moderna (Glossa, banchi italiani, Salamanca, Wisselbank di Amsterdam come contro-modello custodiale) e l’infrastruttura della partita doppia, fino alle codificazioni ottocentesche e novecentesche e alla loro persistenza contemporanea. Il metodo intreccia storia del diritto comparato, storia economica e analisi contabile, su fonti primarie: Digesto, codici, giurisprudenza, documenti di banche centrali. L’indagine comparata di otto sistemi — Germania, Francia, Svizzera, Spagna, Italia, Gran Bretagna, Olanda, Stati Uniti — individua un «gradiente di schermatura»: otto strategie codicistiche distinte, dalla maschera minima del § 700 BGB allo schermo pretorio francese, dalla formula obliqua di «Nutzen und Gefahr» dell’art. 481 CO 18812 all’esplicitazione radicale dell’art. 1834 c.c. 1942,3 subito neutralizzata dalla pubblicizzazione del sistema bancario. La persistenza del dispositivo è attestata dalla Cassazione italiana, che nel 2019 dichiara la natura del deposito bancario «tuttora controversa in dottrina»,4 e dalla Vollgeld-Initiative, respinta il 10 giugno 2018 dal 75,7% dei votanti.5 Ne risulta che la moneta bancaria è un artefatto giuridico-contabile databile: una finzione contrattuale che le codificazioni hanno fissato senza mai risolverne la causa, offrendo alla storiografia giuridica ed economica una periodizzazione unitaria del fenomeno.

Dall’invenzione della moneta al fiat money. L’evoluzione dei sistemi monetari

2016

La storia della moneta è millenaria. Già gli antichi commerciavano scambiando valori che fungevano da mezzo di scambio standardizzato. I romani coniarono le monete su supporti metallici. Solo più recentemente la storia ha partorito le banche centrali con la finalità di presidiare la produzione della base monetaria e controllare i meccanismi di politica monetaria. Il lavoro offre una panoramica storica della moneta fino ai giorni nostri.

Moneta e democrazia – Academia.docx

In questo lavoro si indaga sulla natura della moneta, cercando di risalire alla genesi del suo valore, alla luce di quanto osservato da Aristotele ed analizzando la relazione, sotto il profilo logico, tra le tre funzioni universalmente riconosciute alla moneta, ossia unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore. Si indaga sul rapporto tra moneta merce (da cui scaturisce la necessità della convertibilità delle banconote) e moneta segno (da cui scaturisce il concetto di moneta fiat), evidenziando le differenze tra valori creditizi e valore monetari. Si verificano i profitti rinvenienti dall’emissione di moneta e si osserva il modo in cui le banche, centrali e commerciali, contabilizzano tali profitti. Si definisce il corso legale precisandone la distinzione dal corso forzoso ed evidenziando la mutazione di fattispecie giuridica – da titolo di credito a carta-moneta – che si è verificata con il venir meno della convertibilità della moneta cartacea in metalli preziosi. Si passa poi a definire la cosiddetta moneta bancaria (o moneta scritturale) analizzandone il rapporto con la moneta a corso legale. Si verifica la capacità liberatoria dei pagamenti in moneta bancaria, alla luce di quanto statuito dalla Giurisprudenza nonché di quanto osservato dalla Banca Centrale Europea, soffermandosi su alcune questioni giuridiche che emergono dall’imposizione di limiti all’utilizzo del contante. Si appura se gli Stati dell’eurozona hanno margini giuridici, alla luce della normativa europea, per adottare una propria moneta parallela, considerando le fattispecie della moneta a corso libero (incluso la moneta fiscale) e dei biglietti di Stato e non sorvolando sui rischi che l’eventuale adozione di una seconda moneta potrebbe comportare. Si verificano i benefici, anche in termini di democrazia, che il pieno esercizio della sovranità monetaria potrebbe comportare. Si passa quindi ad analizzare il fondamento economico-monetario del cosiddetto reddito di cittadinanza, alla luce degli studi presenti in letteratura nonché delle diverse esperienze concrete già realizzate. Si valuta l’ipotesi del riconoscimento di un reddito di cittadinanza limitato ad un dato territorio (reddito locale), analizzandone i benefici unitamente all’adozione di una moneta locale complementare alla moneta a corso legale. Si analizza la fattispecie della rarefazione monetaria alla luce delle politiche monetarie di alcune tra le principali banche centrali occidentali a partire dalla crisi del 2008 e si verificano le conseguenze per le banche commerciali, per i correntisti e, in generale, per l’economia derivanti dalla soppressione del Glass-Steagall Act e delle normative nazionali da esso derivate.

Italia, svegliati! La più grande truffa del secolo

2012

La crisi finanziaria scoppiata nell’autunno 2008 ha sancito il successo di coloro che ne sono stati gli artefici. In Italia e Grecia sono andati al potere tecnocrati e banchieri, gli stessi che, fino al giorno prima, hanno lavorato per le istituzioni responsabili del crollo dell’economia. Ai vertici dei governi europei, delle istituzioni internazionali, dell’Unione europea (un «super Leviatano»), siedono i referenti delle banche e della finanza, nelle mani dei quali una classe politica incapace e inadeguata ha affidato le speranze di ripresa. Essi continuano a perseguire le politiche di impoverimento di 720 milioni di europei, con l’unico scòpo di trasformare il Vecchio Continente in un immenso lager di schiavi moderni: tagli, flessibilità, liberalizzazioni, privatizzazioni, queste le «ricette» per raggiungere falsi obiettivi: la riduzione del deficit ed il pareggio di bilancio (tecnicamente impossibile). Con la «privatizzazione» (svendita) delle ultime società pubbliche completeranno il disegno, raggiungendo l’obiettivo di distruzione degli Stati e della privazione dei più elementari diritti di cittadinanza. Sono politici, banchieri, economisti, editori, controllano i media, e attraverso essi ci tranquillizzano. Non possiamo illuderci che, coloro che hanno appiccato l’incendio, si trasformino improvvisamente in pompieri. Guardando i dati, viene spontaneo domandarsi come sia possibile che in soli tre anni dall’autunno 2008, il debito pubblico di alcuni Stati (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda) sia sensibilmente peggiorato. La risposta è semplice: la colpa è delle misure anti-crisi legate alle operazioni di sostegno al sistema bancario. Con i soldi dati alle banche a interessi irrisori (1.200 miliardi in Europa, e altrettanti negli Usa), queste non fanno altro che rifinanziare le loro obbligazioni o acquistare a loro volta il debito degli Stati, che è divenuto nel frattempo più oneroso da sostenere perchè è aumentato, e il rating è peggiorato. Le banche, quindi, chiedono interessi più alti agli Stati, e la voragine del debito pubblico aumenta in una spirale infinita. In tutto questo giro, chi ci guadagna, ancora una volta, sono proprio le banche. Ma come siamo arrivati fino a qui? Quali sono i sottili meccanismi che hanno privato gli Stati della loro sovranità? L’Ue, la Bce, l’euro, il Trattato di Lisbona, Basilea II, il Fmi, le agenzie di rating, sono tutti strumenti nelle mani della finanza, che ha piazzato i suoi uomini al vertice delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Il potere, scippato da tecnocrati e banchieri, con la complicità di politici incapaci e corrotti, deve tornare nelle mani del popolo sovrano.

Il ruolo della Banca d’Italia tra Sebc, Bce ed istituzioni politiche nazionali

Non sono soltanto ragioni economiche ma soprattutto ragioni politiche che portano a considerare assetti decentralizzati o centralizzati di direzione della politica monetaria e della vigilanza. Certo è che gli shock sono più facilmente gestibili laddove esista un singolo sistema monetano e un singolo mercato finanziario, in quanto meccanismi naturali di difesa possono intervenire a riequilibrare le asimmetrie dei mercati. Si consideri, ad esempio, che cosa accadrebbe se uno dei Paesi dell’Unione monetaria europea si sentisse svantaggiato dalla combinazione di una politica monetaria metastatale e dalla conduzione di politiche fiscali nazionali vincolate; oppure se il mercato finanziario di uno degli Stati membri fosse scosso da gravi scandali finanziari. Gravi crisi economiche «regionali» potrebbero comprometterebbe seriamente la tenuta dell’attuale assetto istituzionale e provocherebbero una sorta di «revanscismo» nazionalista che paradossalmente solo le Bcn possono evitare.

Le monete locali come strumenti giuridici per l’attuazione del principio di democraticità

2018

all’economia reale. Tali strumenti sono concepiti, segnatamente, come un mezzo di scambio parallelo, all’interno di un progetto realizzato dai membri di una comunità con l’obiettivo di sostenere le transazioni, il credito e la fiducia reciproca 1 , in ambiti geografici, solitamente, circoscritti. La fiducia assume, in essi, un valore ancora diverso -e forse più pregnante -trattandosi di valute che non hanno corso legale, ma che sono accettate solo su base volontaria.

Dispensa.Commerciale

CAPITOLO 1 L’imprenditore-Il sistema legislativo Nel nostro sistema giuridico la disciplina delle attività economiche ruota intorno alla figura dell’imprenditore, del quale il legislatore dà una definizione generale nell’articolo 2082 c.c. Il codice civile distingue però diversi tipi di imprese e di imprenditori in base a tre criteri: 1. l’oggetto dell’impresa, che determina la distinzione fra imprenditore agricolo e imprenditore commerciale; 2. la dimensione dell’impresa, in base alla quale è individuato il piccolo imprenditore e di riflesso l’imprenditore medio-grande; 3. la natura del soggetto che esercita l’impresa, che determina la tripartizione legislativa fra impresa individuale, impresa costituita in forma di società ed impresa pubblica. Tutti gli imprenditori sono assoggettati ad una disciplina comune: lo statuto generale dell’imprenditore che comprende anche parte della disciplina dell’azienda e dei segni distintivi, la disciplina della concorrenza e dei consorzi. Chi è imprenditore commerciale non piccolo è poi assoggettato anche ad un ulteriore statuto: lo statuto tipico dell’imprenditore commerciale. Rientrano in questo statuto azioni quali l’iscrizione nel registro delle imprese, la disciplina della rappresentanza commerciale, le scritture contabili, il fallimento e le altre procedure concorsuali. Poche sono invece le disposizioni del codice civile applicabili esclusivamente all’imprenditore agricolo ed al piccolo imprenditore. In particolare, quest’ultimo ad esempio non fallisce anche se esercita attività commerciale. Tuttavia, l’iscrizione nel registro delle imprese, originariamente esclusa, è stata oggi estesa anche a tali imprenditori, sia pure con rilievo diverso. Il sistema così disegnato dal legislatore nel 1942 certamente non brilla per linearità e chiarezza. Un punto è tuttavia certo: non si può essere imprenditori commerciale se non si è imprenditori in senso lato. La nozione generale di imprenditore “E’ imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”. È questa la nozione generale di imprenditore data dall’articolo 2082 c.c. Tale articolo fissa quindi i requisiti minimi che devono ricorrere perché un dato soggetto sia esposto all’applicazione delle norme del codice civile dettate per l’impresa e per l’imprenditore. E dall’articolo 2082 si ricava che l’impresa è attività (serie coordinata di atti) caratterizzata sia da uno specifico scopo (produzione o scambio di beni e servizi) sia da specifiche modalità di svolgimento (organizzazione, economicità, professionalità). Si discute, tuttavia, se ciò sia sufficiente, se siano necessari altri requisiti perché si abbia attività di impresa ed acquisto della qualifica di imprenditore. In particolare è controverso se siano indispensabili: • la liceità dell’attività svolta • l’intento dell’imprenditore di ricavare un profitto (ossia lo scopo di lucro) • la destinazione al mercato dei beni o servizi prodotti. È possibile rispondere a questi interrogativi analizzando i requisiti sicuramente necessari. L’attività produttiva L’impresa è attività finalizzata alla produzione o allo scambio di beni o servizi. È, in breve, attività produttiva di nuova ricchezza. Tale è anche l’attività di scambio che incrementa l’utilità dei beni spostandoli nel tempo e/o nello spazio. Irrilevante è invece la natura dei beni o servizi prodotti o scambiati ed il tipo di bisogno che essi sono destinati a soddisfare. È irrilevante inoltre che l’attività produttiva costituisca anche godimento di beni preesistenti. Ovviamente non è impresa l’attività di mero godimento: l’attività cioè che non dà luogo alla produzione di nuovi beni o servizi. Classico è l’esempio del proprietario di immobili che ne gode i frutti concedendoli in locazione: egli non è imprenditore perché non produce nuove utilità economiche ma si limita a godere i frutti dei propri beni. Un’attività però può costituire allo stesso tempo godimento di beni preesistenti e produzione di nuovi beni o servizi, ed in tal caso fa acquistare la qualità di imprenditore. Ad esempio, è attività di godimento e produttiva l’attività del proprietario di un immobile che adibisca lo stesso ad albergo o pensione. In tal caso le prestazioni locative sono accompagnate dall’erogazione di servizi collaterali (pulizia locali, cambio biancheria, etc) che eccedono il mero godimento del bene. Allo stesso modo è godimento e attività di produzione l’impiego di proprio denaro nella compravendita di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, titoli di Stato) con scopo di investimento e speculazione quando siano coordinati con gli ulteriori requisiti dell’organizzaizone e della professionalità. Così, ad esempio, sono certamente commerciali le società finanziarie che erogano credito con mezzi propri o comunque non raccolti fra il pubblico e che per tale motivo non possono essere considerate società bancarie. È infine opinione ormai decisamente prevalente che la qualità di imprenditore deve essere riconosciuta anche quando l’attività produttiva svolta è illecita, cioè contraria a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon costume. E ciò vale sia nei casi meno gravi in cui sono violate norme imperative che subordinano l’esercizio dell’attività di impresa ad autorizzazioni amministrative (ad esempio attività bancaria senza la prescritta autorizzazione governativa) sia nei casi più gravi in cui illecito sia l’oggetto stesso dell’attività (ad esempio commercio di droga). Vero è soltanto che chi svolge attività di impresa violando la legge non potrà avvalersi delle norme che tutelano l’imprenditore nei confronti dei terzi: ciò in applicazione del principio che da un comportamento illecito non possono mai derivare effetti favorevoli per il suo autore. Del resto, non si è mai visto uno spacciatore che si rivolge al tribunale per regolare un contenzioso con un terzo.

DISPENSA DI DIRITTO COMMERCIALE

Un consiglio: imparate tutto, senza saltare nemmeno un rigo.

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Scontro con gli USA sul diesel, la UE cede a Trump: saranno rilasciati 100 milioni di barili

© Da video | petrolio-2

Washington “convince” gli europei

“L’Europa ha appena acconsentito al rilascio di un’ingente quantità delle sue scorte di gasolio. Il processo inizierà immediatamente”, ha annunciato il presidente Usa su Truth

La Ue ha ceduto alle richieste americane e metterà mano alle sue scorte di gasolio per calmierare i prezzi schizzati verso l’alto. Lo ha annunciato il presidente francese Emmanuel Macron dopo una riunione urgente del G7 sull’argomento: “Ho appena riunito i leader del G7 sulla situazione energetica globale. Abbiamo concordato di lavorare in modo coordinato per contribuire a ridurre i prezzi dei prodotti petroliferi, in particolare del diesel. Abbiamo deciso di rendere più flessibile la produzione, sfruttando al massimo la capacità delle nostre raffinerie, di rilasciare fino a 100 milioni di barili dalle nostre riserve strategiche nell’arco di 4 mesi, insieme ai nostri partner e sotto il coordinamento dell’Aie e di non adottare alcuna misura restrittiva sugli scambi di prodotti energetici tra i partner”.

Esulta Donald Trump

“L’Europa ha appena acconsentito al rilascio di un’ingente quantità delle sue scorte di gasolio. Il processo inizierà immediatamente”. Lo ha annunciato Donald Trump su Truth dopo giorni di pressioni statunitensi compresa la minaccia di imporre un bando all’export di gasolio verso l’Europa. Il tycoon, prima di partire per l’Alabama, ha poi elogiato l’Europa: “È stata eccezionale“. Trump, infine, ha confermato che non avrebbe imposto un divieto all’esportazione di diesel, affermando che tale misura “non è mai stata realmente presa in considerazione”.

Von der Leyen: “Scongiurato il divieto a export diesel”

La Ue guarda al bicchiere mezzo pieno: “Accogliamo con favore la decisione dei paesi del G7 di non imporre alcun divieto di esportazione agli alleati e la continua solidarietà tra i partner. Sosteniamo un rilascio delle scorte di combustibile coordinato dall’Aie pur mantenendo la rotta verso la transizione verso l’energia pulita, per garantire una maggiore sicurezza energetica”. Lo scrive via X la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. “I nostri cittadini hanno bisogno e meritano energia a prezzi accessibili. Con il G7 lavoreremo in stretta collaborazione per raggiungere questo obiettivo”.

Meloni rilancia il dialogo col Golfo

Anche Giorgia Meloni ha partecipato alla riunione straordinaria in videocollegamento dei Leader del G7 dedicata alla sicurezza energetica. I leader hanno concordato una risposta coordinata alla volatilità dei mercati energetici. Nel suo intervento Meloni ha condiviso le iniziative del governo per contenere l’impatto dei rincari su famiglie e imprese: il tetto ai prezzi dei carburanti ottenuto dalle principali compagnie petrolifere, gli interventi sulle accise e le proposte presentate dall’Italia alla Commissione europea. Ha inoltre sostenuto un’azione coordinata sulle scorte, mirata sul gasolio, e ha rilanciato la proposta di un dialogo strutturato tra il G7 e i Paesi del Golfo.

Petrolio in netto calo

Il petrolio chiude a New York con un robusto calo: il Wti, il riferimento americano, cede il 3,48%, a 89,64 dollari, mentre il Brent, il benchmark internazionale, perde il 2,55%, scivolando a quota 99,70.

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La Francia brucia ed è un messaggio anche per noi italiani.

▪️I “nuovi francesi” hanno ancora una volta messo a ferro e fuoco le città e questa non è solo violenza studentesca, è una prova di guerra etnica.
Le immagini che giungono dalla Francia sono emblematiche, non raccontano affatto un ordinario “disagio studentesco“, bensì una vera e propria frattura identitaria etnica e sociale. Gli autori delle violenze sono “francesi” di origine araba o africana, nati su suolo francese, ma che hanno in odio la storia e la cultura del paese che gli ha ospitati.

▪️I “nuovi francesi” sono aiutati da frange dell’estrema sinistra che li usa per seminare il caos. Ma agiscono non per un ideale politico, ma dall’odio e dal rifiuto di tutto ciò che è Francia.

❗Tutto ciò è molto pericoloso e porterà prima o poi ad una guerra civile o al fatto che i popoli europei si troveranno stranieri in casa propria. L’immigrazione va fermata, chi non è in regola va cacciato e soprattutto bisogna smettere di regalare la cittadinanza con la speranza che i nuovi cittadini diventeranno i nuovi italiani.

https://t.me/terzaroma

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Monsignor Viganò: “Ecco chi lacera veramente la tunica inconsutile”

Dopo la risposta di “Duc in altum” [qui], anche l’arcivescovo Viganò ha reagito [qui] alla lettera inviata al blog dall’avvocato Pietro Piciocchi a proposito del commento dello stesso monsignor Viganò al discorso di Leone XIV all’Eliseo.

Propongo il nuovo intervento di Monsignore, facendolo precedere, per comodità del lettore, dalla lettera dell’avvocato Piciocchi già apparsa in “Duc in altum”.

*

Gentile dott. Valli,

ho letto il commento di Mons. Viganò [qui] sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.

Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe “aprire ad ogni culto” ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.

Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.

Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.

Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.

Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.

È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.

Con stima,

Pietro Piciocchi

*

Hanno riconosciuto l’ingiustizia

e le hanno dato cittadinanza.

2 Tess 2, 11-12

Non expedit. Il conservatorismo di maniera dinanzi all’apostasia sinodale

Arcivescovo Carlo Maria Viganò

Caro Avvocato Piciocchi,

ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare [qui]; da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.

La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il Papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.

La formula è semplice: noi non pretendiamo dal Papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i Papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.

Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.

Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata Mondiale della Gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato.

Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal Papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.

Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un Presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.

Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo. Quella stessa matrice rivoluzionaria dei “diritti” — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare “diritto” l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.

La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).

Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.

Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un Papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.

Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.

Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.

La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.

Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un Papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del Papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’equivoco, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).

Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.

Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un Papa che finalmente parla da Papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.

Un Pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico. Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.

Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.

Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9, 10).

Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.

I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un Papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.

Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È esattamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.

Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

Viterbo, 1 ottobre 2026

S. Remigii Episcopi et Confessoris

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Anna Foa: «Il DDl Antisemitismo dà a Israele licenza di fare qualunque cosa». Gaza, la Strage Continua

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione del provvedimento liberticida che è stato approvato ieri in Commissione in Parlamento, mentre quello che vorrebbe essere l’erede dei partiti della sinistra italiana usciva per non esprimersi…le ossa dei leader di sinistra di una volta si saranno riv voltate  nella fossa. Buona lettura e diffusione.

§§§

Il primo è questo commento della storia Anna Foa, riportato in un post su X (Twitter):

La storica Anna Foa, osteggiata ed emarginata dalle leadership ebraiche italiane (sempre più spostate a destra) parla della portata deleteria e odiosa del ddl Gasparri-Delrio: «È un boomerang che farà aumentare l’antisemitismo invece di combatterlo. Il punto è che un testo considerato buono dieci anni fa non lo è per forza oggi. Ora abbiamo dietro le spalle un genocidio, la minaccia di apartheid per i palestinesi nei Territori occupati e dentro Israele, dove i partiti che li rappresentano vengono esclusi dalla corsa elettorale. Nel 2016, in Israele non era stata ancora varata la legge sul suprematismo ebraico. La situazione attuale è gravissima e questa definizione la alimenta… Perché dà a Israele la licenza di fare qualunque cosa, immune dalle critiche. Il problema non è neanche la definizione, ma gli esempi: l’Ihra dice che è antisemitismo paragonare le attuali vicende del Medio Oriente alla Shoah, il che blocca ogni discussione storiografica. Con la massima stima per Fiano, non è vero che la critica è aperta. Anche se nel testo sono state eliminate le ricadute penali, resta lo stigma… Molti pensatori ebrei del passato sarebbero considerati antisemiti, così. Penso ad Hannah Arendt ed Albert Einstein, che firmarono nel 1948 sul New York Times il monito contro gli eccidi dei palestinesi e il rischio degli ebrei di trasformarsi nei nazisti [Q]uando il mondo vedrà che solo Israele è esente da critica cresceranno i sentimenti di antisemitismo…». (Via @fattoquotidiano)

***

Poi c’è questa lettera indirizzata a Liliana Segre, e pubblicata su X (Twitter):

Si, Liliana Segre, per me, è stata come Ed Sheeran. L’ho amata molto quando ancora non la conoscevo abbastanza. Adesso, le scriverò una lettera. Senatrice, la mia insofferenza per le sue parole non è nata oggi. Mi sono già sentita nauseata, molto prima di questo ultimo appello, dalla alla sua insistenza sulla semantica.

Davanti all’orrore di Gaza, il suo richiamo è stato quello di non usare con leggerezza la parola genocidio.

Null’altro.

Con quale leggerezza dovremmo parlare della morte di migliaia di bambini, Senatrice? Non posso fare a meno di domandarmi come lei possa invocare l’unanimità per un decreto che proprio sulla semantica fa una gran confusione. Perché criticare Israele non ha nulla a che fare con l’essere antisemiti.

Un ebreo non è Israele. Un palestinese non è Hamas. Un governo non è un popolo e una religione non è uno Stato. Criticare le decisioni di uno Stato non significa odiare chi appartiene a un’etnia o a una religione. E se perdiamo questa distinzione, perdiamo anche la possibilità di discutere.

Vede Senatrice, la memoria della Shoah, per me, non è solo teoria. La mia famiglia l’ha vissuta. Franco, il fratello di mio nonno fu deportato quando aveva 13 anni. Morì a Mauthausen, anche se non era ebreo ed è stato il più giovane “deportato politico” italiano a perdere la vita nei lager. Un bambino, che di politica non ne sapeva proprio nulla. Se il mio tempo fosse stato quello del nazismo, voglio credere che sarei stata per lei una spalla e che avrei aperto la porta per nasconderla, proteggerla, salvarla.. E oggi sto facendo esattamente la stessa cosa: protesto, sciopero, manifesto, aiuto come posso.

Può spiegarmi perché questo invece non dovrebbe andare bene? Mi consenta di parlare della memoria, argomento che so esserle molto caro. lo penso, Senatrice, che la memoria non dovrebbe insegnarci a decidere chi meriti di essere difeso. Dovrebbe insegnarci a riconoscere quando qualcuno ha bisogno di essere difeso e a non restare indifferenti. E qui torno alle sue parole, che non mi piacciono, perché da chi ha conosciuto la disumanizzazione, ci si aspetta una sensibilità assoluta davanti alla sofferenza degli altri.

Non una gara di semantica, non una graduatoria delle vittime e di certo non una memoria utilizzata come confine tra chi possiamo compatire e chi dobbiamo prima giustificare. Non oso immaginare a lei, ma a me la Shoah ha insegnato una cosa semplice: che il primo passo verso l’orrore è convincersi che qualcun altro sia un problema e che possa essere sacrificato. lo, Senatrice, voglio poter piangere per un bambino ebreo e per un bambino palestinese senza dover scegliere quale dolore sia più legittimo.

E voglio poter dire “genocidio” se è questo è il termine che ritengo più adeguato a descrivere ciò che vedo, senza che qualcuno decida per me che quella parola mi renda antisemita. Perché io non accetto che un mio diritto, la libertà, mi sia venduto come gentile concessione.

Valeria Mei Cagnoli

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E c’è questo post di Instagram, che ci fa capire quale sarà il futuro se lo sciagurato DDL sull’antisemitismo verrà approvato. Se direte che Gesù era palestinese potrete avere dei guai con la Digos! Cliccate sul collegamento per il video.

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La Francia piomba nel caos: giovani mranza in rivolta incendiano scuole e autobus

di Tyler Durden

Giovedì 1° ottobre 2026 – 20:55

Giovedì sono scoppiati disordini in centinaia di scuole superiori e decine di università francesi, costringendo il Primo Ministro Sébastien Lecornu a convocare una riunione d’emergenza per affrontare la “violenza urbana”.

I media mainstream descrivono i rivoltosi come “studenti francesi” o “studenti delle scuole superiori”, mentre testate alternative come Remix News e Visegrád24 sostengono che si tratti di giovani migranti.

“Ciò che era iniziato come una protesta per chiedere migliori condizioni per studenti e insegnanti è degenerato in violenza in decine di località, concentrandosi soprattutto nelle scuole con un’alta percentuale di studenti immigrati”, ha riferito in precedenza Remix.

Visegrád 24 ha scritto su X: “Giovani migranti di seconda e terza generazione hanno aggredito i vigili del fuoco a Marsiglia, rubando il loro camion dei pompieri e dandogli fuoco”.

“Giovani studenti migranti hanno incendiato diversi autobus e persino camion dei pompieri nella città francese di Marsiglia, mentre il caos si diffonde”, ha scritto Visegrád 24 su X.

Remix ha aggiunto:

Giovani studenti migranti hanno incendiato diversi autobus e persino camion dei pompieri nella città francese di Marsiglia, mentre il caos si diffonde.

L’azienda di trasporti di Marsiglia, RTM, ha dichiarato che diversi suoi autobus “sono stati presi di mira vicino a scuole superiori nelle zone nord e est di Marsiglia” e che “gli autisti hanno dovuto abbandonare i veicoli in fretta e furia; uno di loro è stato aggredito”.

Le autorità regionali di Marsiglia hanno affermato che è stato oltrepassato un “limite inaccettabile” presso il liceo Victor Hugo, dove “il preside, il vicepreside, il segretario generale e il caposquadra sono stati aggrediti e cosparsi di benzina”, secondo quanto riferito dalla regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra e citato da BFMTV.

La Francia sta precipitando nel caos mentre i blocchi studenteschi paralizzano il Paese. Sono stati effettuati oltre 650 arresti.

In un episodio, i rivoltosi hanno incendiato il liceo Nelson Mandela nella città francese di Nantes. Secondo l’Agence France-Presse, solo nella giornata di mercoledì sono state arrestate almeno 600 persone. Il sindacato studentesco “L’Union Étudiante” ha riferito che oggi sono stati bloccati 640 istituti superiori e 30 università, con ulteriori manifestazioni in programma.

Le agitazioni sono iniziate la scorsa settimana nell’area metropolitana di Parigi, innescate dalla carenza di insegnanti e dalle questioni legate agli investimenti. Gli studenti chiedono classi meno numerose, edifici ristrutturati e modifiche al sistema di assegnazione dei posti universitari.

Ma dare alle fiamme scuole e autobus è davvero la soluzione alla carenza di insegnanti?

Potrebbero certamente esserci altre forze in gioco: lo sfruttamento dei giovani come arma per provocare disordini sociali, una strategia che gruppi di estrema sinistra e avversari stranieri possono adottare nel contesto di una guerra asimmetrica.

Bloomberg ha riportato quanto segue:

Funzionari dell’ufficio del Primo Ministro hanno dichiarato ai giornalisti che dietro il movimento vi sarebbe il partito di estrema sinistra “La France Insoumise” (La Francia Indomita) di Jean-Luc Mélenchon, citando una valutazione dei servizi di intelligence.

I disordini sociali coincidono con un deterioramento del clima politico per l’establishment e con una stretta fiscale. Il tasso di gradimento del presidente francese Emmanuel Macron è crollato appena al 18%, mentre Marine Le Pen – candidata del partito di destra “Rassemblement National” (Raggruppamento Nazionale) – sta guadagnando terreno nei sondaggi in vista dell’eventuale ballottaggio delle presidenziali del 2027, grazie alla sua posizione contraria alle politiche di frontiere aperte.

Nel frattempo, le famiglie subiscono una crescente pressione finanziaria a causa dell’impennata dei prezzi del carburante. Inoltre, giovedì il governo ha presentato piani per ridurre drasticamente il deficit del prossimo anno attraverso il contenimento della spesa e l’aumento delle entrate fiscali.

C’è poi la questione del premio al rischio sui titoli di stato francesi, che oggi ha registrato un’impennata.

“La Francia si sta sgretolando lentamente ma inesorabilmente”, ha affermato Mike Riddell, gestore principale dello Strategic Bond Fund di Fidelity International. “Ma quella di oggi sembra la prima giornata in cui i mercati finanziari in generale se ne sono accorti”.

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Trump sfalda la NATO

Gli USA escludono Regno Unito, Francia (“volonterosi”), stati baltici (art.5!)  e diversi altri paesi europei dalla riunione NATO – Politico

Nei circoli diplomatici si teme che la selettività di Washington possa portare a una trasformazione dell’intera alleanza. I rappresentanti dei paesi esclusi affermano di non comprendere i criteri di selezione. “Se provano a dividere la NATO in alleati ‘buoni’ e ‘cattivi’, sarà pericoloso per gli USA”, ha detto un diplomatico.

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Perché Bibi ha detto “evitato l’11 Settembe”?

Adi el Grande
@icardo8

Il Mossad pianificava di sequestrare un aereo della Flydubai per schiantarlo contro un grattacielo di Tel Aviv e incolpare l’Iran seguendo il modello dell’11 settembre, afferma l’agenzia iraniana Fars. Secondo funzionari della sicurezza iraniani, l’obiettivo era “provocare un incidente con un gran numero di vittime” e attribuirlo all’Iran per generare un consenso internazionale che permettesse di ottenere una nuova ondata di sanzioni contro Teheran e di attaccare nuovamente l’Iran.

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Gli installati, i rivendicativi e i radicati: tre eserciti in guerra

I risultati delle recenti tornate elettorali in Germania e Svezia, uniti al successo dell’islamo-socialista Zohran Mamdani a New York e ai sommovimenti nell’opinione pubblica di Gran Bretagna, Francia, Spagna, preparano uno scenario di profonda polarizzazione.

L’asse destra/sinistra cede il passo al riposizionamento della società occidentale in tre parti sempre più lontane e incomunicabili.

A New York e a Berlino, dove l’elettorato metropolitano, composto da popolazioni di ogni origine, prive di tratti comuni, monadi individualiste sradicate, da tempo ha voltato le spalle alle forze identitarie e ai moderati di ogni tendenza, assistiamo alle prove della pericolosa saldatura tra la sinistra radicale e le masse immigrate.

A Berlino come nelle banlieues francesi e negli agglomerati urbani britannici avanza l’alleanza apparentemente più innaturale, quella tra l’islamismo, gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza, e un pezzo di sinistra.

Il terreno comune sono le politiche abitative delle immense periferie urbane e la rivendicazione dell’assistenzialismo pubblico.

Sulla scia di Mamdani la Linke berlinese guidata da una giovane di ascendenza turca che ha tenuto comizi anche nella lingua delle sue origini, ha vinto le elezioni sul tema della casa, con la promessa di espropri contro le società immobiliari che possiedono ben duecentomila alloggi.

Pressoché per intero, le comunità immigrate extraeuropee con cittadinanza tedesca hanno votato Linke.

Nelle regioni dell’ex DDR – la Germania ancora tedesca- trionfa Alternative fuer Deutschland (AfD) e crollano le forze di sistema, democristiani, socialdemocratici e liberali, in parte i Verdi.

In Svezia l’esito elettorale che ha consegnato la vittoria con scarto minimo al variegato arcipelago delle sinistre (in attesa delle indagini su probabili brogli) è stato determinato dalla mobilitazione massiccia dei “nuovi svedesi”, in maggioranza islamici.

Anche qui con l’uso delle lingue di origine, oltreché con la propaganda dei capi religiosi. Facile prevedere lo stesso destino in Francia, dove La France Insoumise è diventata il partito di raccolta delle folte comunità di origine nordafricana.

Il Rassemblement National di Marine Le Pen è primo tra gli operai, nelle aree rurali e suburbane e tra la popolazione di stirpe francese.

In mezzo, in Francia come in Germania, in Gran Bretagna e negli Usa, è forte ma in declino un ceto centrale benestante. Da noi le avvisaglie della nuova polarizzazione si sono viste nelle elezioni comunali di Venezia con le liste bengalesi e nella saldatura tra sinistra radicale e immigrazione islamica a Bologna in occasione della morte di un marocchino cittadino italiano arrestato dalla polizia.

Alla divisione destra/sinistra, oltrepassata dal conflitto tra alto e basso, centro e periferia, nativi e immigrati, élite e popolo, si sovrappone il nuovo fenomeno della spaccatura della società in tre tronconi.

Elezione dopo elezione, in Francia, Germania, Svezia e Regno Unito, le urne disegnano il panorama di un’Europa la cui popolazione è divisa in tre blocchi sociali contrapposti.

Possiamo definire il primo gruppo gli “installati” o sistemati, gli agiati, l’establishment, i dipendenti pubblici, i pensionati benestanti, i professionisti legati al carrozzone pubblico, i ceti garantiti che non devono affrontare la competizione liberista né la pressione diretta degli immigrati.

Votano in netta prevalenza per i partiti di sistema, di destra, centro e sinistra, che si tratti di Macron, Merz o qualsiasi altro prodotto del blocco sin qui egemone socialdemocratico-popolare-liberale.

Il secondo gruppo sono i “rivendicativi”, i cittadini di origine straniera e chi vive del vasto mondo dell’assistenza sociale: la forza trainante della nuova sinistra.

La terza categoria sono i “radicati”, o espropriati: gli autoctoni della classe media e bassa impoverita, il cui voto è orientato in modo schiacciante verso i movimenti sovranisti e patriottici.

I contorni di ciascun gruppo e la loro proporzione variano a seconda del paese, della sua storia e delle specificità socio-culturali, ma la frattura sta diventando evidente ovunque.

Cresce il numero degli “espropriati”, gli sconfitti della globalizzazione, delle nuove tecnologie, sconcertati dal fulmineo mutamento del panorama umano, culturale e valoriale, privati della loro vecchia nazione, della loro identità e della speranza di miglioramento, che danno ali ai partiti che propugnano il ritorno degli Stati nazionali.

I dominanti li chiamano con disprezzo populisti e sempre più spesso estremisti: il monopolio delle parole.

In Francia, Marine Le Pen e affini sfiorano il quaranta per cento delle intenzioni di voto. In Germania, il caso di Afd è emblematico: nonostante i virulenti tentativi di criminalizzazione e non poche limitazioni legali, il partito è il primo del Paese.

Uguale sorte per il Reform Party di Nigel Farage nel Regno Unito. Intanto si assottiglia il numero degli “installati”, la fascia sociale benestante e garantita che rimpiange i prosperi, tranquilli decenni della seconda metà del XX secolo.

Nostalgia senza prospettive nell’epoca del debito pubblico, dell’inflazione che rialza la testa, crisi energetica, rischio di guerra, precariato, crollo della spesa sociale.

Le opzioni socialdemocratiche, liberali e democristiane perdono slancio, concentrando i consensi dei ceti di riferimento su politici alla Macron, figure che trasmettono un illusorio senso di sicurezza a chi non chiede altro.

L’onda dei rivendicativi, scontenti e risentiti avanza nell’ islamizzazione di molte città europee, offrendo alla vecchia sinistra l’opportunità di riconquistare potere. I tre gruppi sono praticamente impermeabili.

È improbabile che un appartenente alla categoria degli scontenti rivendicativi sostenga un candidato degli installati, ancora meno uno appoggiato dai radicati, i quali, a loro volta, non possono votare chi considerano a ragione nemico esistenziale.

In Germania e Svezia i cittadini di stirpe non autoctona hanno votato solo al 4 per cento per candidati identitari. Con distinte sfumature locali, il fenomeno è destinato a ripetersi.

In Italia e Spagna il peso della sinistra diffusa è massimo tra i pensionati, le burocrazie, gli insegnanti e tra i cittadini “originari” che vivono di sussidi e benefici pubblici. Da noi Forza Italia, il centro residuale e parte del PD coincidono negli interessi degli “installati”.

Una società frammentata è, entro certi limiti, un fatto fisiologico. Tuttavia, nelle condizioni presenti, le aspettative profonde di ciascuno dei tre gruppi esigono la disfatta o addirittura la scomparsa degli altri.

Gli obiettivi dei “rivendicativi” risentiti possono essere imposti solo attraverso la distruzione della vecchia comunità nazionale baluardo dei “radicati”, la cui sopravvivenza richiede di neutralizzare il campo opposto.

Gli “installati” contano ancora molto, ma il loro numero declina e non rappresentano altro che il tentativo di mantenere equilibri di potere e strutture al collasso.

Perciò è reale la possibilità che diventi inevitabile qualche forma di guerra civile, o meglio intestina, giacché le fazioni contrapposte non hanno nulla in comune.

Difficile il compromesso o la conciliazione tra chi desidera preservare il paese com’era e chi è determinato a trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. La questione migratoria è cruciale.

La grande divisione dei prossimi anni potrebbe essere tra immigrazione e remigrazione. Se prevarrà la prima, i “rivendicativi” avranno raggiunto il loro scopo e costruiranno un nuovo potere, compresa una propria casta di “installati”. Se prevarrà la remigrazione, si affermeranno i radicati. In entrambi i casi, il processo sarà traumatico.

Simile è la riflessione di chi si cela dietro lo pseudonimo proustiano di Boni Castellane. Gli argomenti economici- pur importanti per costruire consenso- cedono il passo alla struttura immigrazionista, architrave dei “rivendicativi”.

La sinistra radicale sembra aver trovato la mappa concettuale perduta dopo la catastrofe del 1989. Oltre a rappresentare le minoranze etniche e sessuali, prova ad allearsi con l’islamismo.

Questo, in attesa di fondare partiti religiosi o etno-religiosi colonizza abilmente movimenti come la France Insoumise, il Labour inglese o lo spagnolo Podemos, fornendo voti e quadri dirigenti.

L’alleanza sembra fruttuosa, ma finirà per spaccare la sinistra tradizionale, in cui è molto consistente l’apporto degli Installati per reddito, interessi e moderatismo riformista. Ciò è già evidente nelle dinamiche del partito democratico americano.

L’altra deflagrazione riguarda la scissione culturale tra metropoli e aree suburbane, periferiche e rurali. Castellane osserva che la metropoli è il “luogo di nascita della postsocietà, intesa come agglomerato di comunità etniche, consumismo come impianto di vita, dinamiche culturali e servizi distinti per ogni nicchia culturale metropolitana”.

Tra luoghi diventati spazi disumani senza destino comune e il resto dei territori il conflitto è inevitabile.

Vedremo se la rivoluzione tecnologica e la crescente penalizzazione politica, culturale ed economica delle aree non metropolitane susciterà la reazione dei radicati sottoposti ad attacco e quale sarà la posizione degli “installati”.

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Il Generale Figliuolo interrogato dalla Commissione

Andrea Zambrano

Andrea Zambrano
Andrea Zambrano

l’audizione di figliuolo

«Vaccini? Eseguivo gli ordini»: il codice d’onore del generale signorsì

L’audizione in Commissione Covid del generale Figliuolo svela l’elefante nella stanza: effetti avversi ed efficacia dei vaccini? Per l’ex commissario straordinario è tutto un susseguirsi di “regole da rispettare”, “scienza all’epoca concorde” e “non sapevo”. Per ogni cosa chiedere a Draghi e Speranza.

Attualità 30_09_2026

Quando l’allora premier Mario Draghi decise di sostituire Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo alla guida della struttura commissariale per la gestione della pandemia, fu chiaro a tutti un elefante nella stanza: un militare di carriera esegue gli ordini, non fa domande. E in quel momento bisognava eseguire un ordine senza farsi prendere troppo da contrarietà, critiche, evidenze scientifiche e altre cosucce che in una democrazia sono solite accadere: vaccinare tutti, con la forza e senza indugio.

Se ne è avuta una prova plastica, concreta e tangibile però, ieri, durante l’attesa audizione in Commissione Covid del generale Figliuolo. Colui che guidò la macchina della gestione pandemica del governo di Draghi, venne messo lì non perché era il Marchionne dei processi logistici o il super manager degli approvvigionamenti per strutture complesse di rifornimento di vaccini e distribuzione capillare sul territorio. Ma semplicemente perché a un generale si risponde sìssignore, così come il generale è solito rispondere signorsì ai suoi superiori. Che in quel momento erano il governo di Draghi e Roberto Speranza alla guida del Ministero della Salute.

E lo prova non tanto la lunghissima relazione di Figliuolo, fatta di oltre un’ora e mezza di dati, numeri inerenti il come e il quanto ha organizzato la macchina vaccinale e dei dispositivi sanitari, ma gli scambi che l’alto ufficiale ha avuto con i commissari.

Non solo, si badi, quelli della maggioranza di centrodestra, ma anche quelli di insospettabili del centrosinistra, che allora erano al governo. Al deputato Pd Francesco Boccia, ad esempio, che gli chiedeva se le Regioni avessero mai avuto modo di contestare le sue decisioni inerenti l’approvigionamento e la fornitura dei vaccini, Figliolo ha risposto: “No, non c’è stato neppure bisogno che usassi i miei poteri commissariali”.

Il che lascia il campo a un milione di interrogativi. Del resto, l’Italia è il paese dei campanili dove in ogni provincia si pretende di fare diverso dal cugino che sta sull’altra sponda del fiume, figuriamoci se non potevano sorgere liti o polemiche sulla gestione di Figliuolo per un prodotto – un vaccino – che era sconosciuto, sperimentale, di incerta efficacia e di ancor più incerta sicurezza? E invece no. Nessuno fiatò. Perché gli ordini di Figliuolo non si dovevano discutere, sennò mica si metteva un generale alla guida.

Ma il clou dell’audizione si è avuto quando la capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Covid, Alice Buonguerrieri ha incalzato Figliuolo cercando di scavare un po’ più in profondità. E con lei a ruota tutti gli altri esponenti di Fratelli d’Italia.

Ne è uscito un dialogo serrato tra l’imbarazzato e il grottesco simile alla scena cult di Codice d’Onore dove Tom Cruise e Jack Nicholson (colonnello, però) dibattono in aula sul codice rosso per il povero soldato Santiago.

“Eseguivo gli ordini”. Questo il mantra che Figliuolo ha costantemente ripetuto nel cercare di rispondere alla Buonguerrieri. “All’Hub di Torino lei dichiarò: il vaccino previene il contagio, chi è contrario farà le sue scelte, gli ha ricordato. “Ma dai lavori di questa commissione è emerso che il vaccino non prevenisse affatto il contagio”. Risposta del generale: “Allora le evidenze scientifiche erano diverse da oggi e poi io ero stato investito del compito di portare a casa le vaccinazioni perché la comunità scientifica era convinta che con la vaccinazioni sicuramente si potevano salvare le persone”.

“Ma la comunità scientifica – ha insistito l’esponente di FdI – quando lei dichiarava queste cose, cioè nel luglio 2021 sapeva già che il vaccino non preveniva il contagio…”. “Qualunque cosa va messa in relazione con il rischio/beneficio e noi facevamo riunioni con Aifa e Ministero”, ha farfugliato il generale condendo le sue risposte con afflati romantici, tipo il dovere verso i suoi famigliari e verso il suo nipotino che ancora doveva nascere.

“D’accordo, ma quando lei parla di evidenze scientifiche, ci può dire chi gliele forniva?”, ha insistito la Buonguerrieri (in foto). “Aifa, Ministero della Salute (cioè Speranza ndr.) … ma ripeto: io avevo un compito preciso: portare a termine la campagna vaccinale.

Anche sul Green pass, diabolico strumento di coercizione vaccinale imposto dal governo dei migliori di allora, Figliuolo non si è discostato dal canovaccio imposto dal suo ruolo. È stato tutto un “chiedete al Ministero”, “sentite da Aifa” e di “io dovevo eseguire gli ordini”, fino poi a capitolare alla domanda decisiva del presidente Marco Lisei: “A me nessuno, allora, disse che la vaccinazione non preveniva il contagio”.

Ecco spiegato come è stato possibile che il vaccino fosse stato imposto così facilmente: con l’inazione dei forti e l’inerzia dei giusti. I danneggiati da vaccino? Non pervenuti, per Figliuolo sono materia della farmacovigilanza di Aifa (che sappiamo bene come ha funzionato) e pertanto nel suo “codice d’onore” e di azione sono completamente inesistenti. Un esercito fantasma perso nelle nebbie del campo di battaglia di cui lui, evidentemente comandante in capo, non si è accorto.

E la necessità di vaccinare con la forza, pena la perdita del lavoro e di alcuni diritti fondamentali anche i più recalcitranti dopo aver raggiunto l’obiettivo del 70% di copertura? I parlamentari Antonella Zedda e Lucio Malan, entrambi di FdI, hanno incalzato Figliuolo su questi temi e su altri, come, ad esempio, l’evidenza fornita dai CdC americani già ad agosto 2021 che il vaccino non bloccava il contagio e provocava eventi avversi. La risposta? “Non fu una scelta mia, non avevo queste potestà, le posso dire che da buon cittadino, una volta che ci sono delle regole vanno rispettate. Io non avevo alcun potere su questo, ma non sono un codardo: per me una volta che le regole vengono prese vanno rispettate”.

Conclusione affidata sempre alla Buonguerrieri: “Lei da servitore dello Stato non si è posto il tema delle decisioni che venivano prese?”. La risposta è semplice, candida e quasi innocua come un signorsì: “Quelle erano decisioni della politica e io le eseguivo”.

Ecco svelato finalmente in Parlamento il volto della campagna vaccinale: un’operazione politica calata dall’alto, incurante delle evidenze scientifiche, che si è imposta con la forza e l’aiuto dell’esercito, il cui potere, guarda caso, ancora oggi è quello di custodire insindacabilmente il criterio di decisione di chi ha eventualmente diritto ad un indennizzo per danno da vaccino o no. Non per iscriversi all’antimilitarismo da strapazzo, categoria che rifiutiamo in toto, ma se per imporre una verità serve l’esercito, significa che quella verità non è poi così tanto verità. E che da Antigone alla pandemia, passando per Norimberga, è tutto un susseguirsi di ordini da eseguire “usi a obbedir tacendo” e di leggi universali naturali superiori a cui rispondere.

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Crosetto autorizza i robot all’omicidio

Doveva vigere un divieto assoluto, “prima legge della robotica”. E invece:

FEDOROV, CONSIGLIERE DELLA DIFESA ITALIANA, FONDA L’ESERCITO DEI ROBOT CHE VERRANNO ACQUISTATI CON IL DENARO DEI CONTRIBUENTI PRESO A STROZZO PRESSO LA UE

Mykhailo Fedorov siede accanto a Guido Crosetto sull’innovazione militare e ha fondato, con il CEO di Palantir, un’impresa di tecnologie belliche. Roma intanto chiede 8,9 miliardi per droni e sistemi autonomi.

Il 28 agosto l’ex ministro della Difesa ucraino è diventato advisor del ministero italiano. Quattro giorni dopo ha annunciato la sua società di tecnologie belliche, più un fondo di investimento e un centro studi.

Il 26 settembre, all’Arena di Leopoli, ha presentato l’Esercito dei Robot: un ecosistema privato di macchine al posto dei soldati, accompagnato da un video generato con l’intelligenza artificiale.

Le stesse tecnologie — droni, sistemi autonomi, difesa aerea — sono quelle che l’Italia vuole comprare con un prestito europeo da 8,9 miliardi. L’incarico di Fedorov ci dicono essere a titolo gratuito, certamente i legami di interesse no.

La cultura necatrix avanza alla carica ed investe trasversalmente le decisioni degli stati sovrani, mentre i politici fanno i finti tonti.

Leggi l’articolo 👉 https://anotherworld.network/2026/09/fedorov-consulente-crosetto-difesa-italiana

@anotherworldnetwork

Nella fantascienza, le Tre leggi della robotica sono un insieme di precetti scritti da Isaac Asimov, ai quali obbediscono tutti i robot positronici (ossia robot dotati di un cervello positronico) che compaiono nei suoi racconti e in molti racconti di altri autori. Il testo italiano delle leggi ha subito alcune variazioni nelle varie traduzioni, questa è la versione originale:(inglese)

«

  1. A robot may not injure a human being or, through inaction, allow a human being to come to harm.
  2. A robot must obey any orders given to it by human beings, except where such orders would conflict with the First Law.
  3. A robot must protect its own existence as long as such protection does not conflict with the First or Second Law.»
(italiano)
«
  1. Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.»

(Manuale di Robotica, 56ª Edizione – 2058 d.C.[1])

L’idea

Le Leggi nacquero agli inizi degli anni quaranta, dalla mente di Asimov, grazie a fruttuose discussioni sulle sue storie robotiche con John W. Campbell, amico nonché curatore di Astounding Science Fiction. Asimov era dell’idea che, se una macchina era progettata bene e se non era utilizzata impropriamente, non poteva presentare alcun rischio.[2] Egli implementò queste leggi nei suoi robot rispettando la necessità di sicurezza (la Prima Legge), servizio (la Seconda Legge) e autoconservazione (la Terza Legge) di questi “utensili” sofisticati.[3]

Anche se Asimov fissa una data di creazione delle leggi, la loro comparsa nelle sue opere avvenne in un lungo periodo di tempo. Egli scrisse due storie senza elencare le Tre Leggi (Robbie ed Essere razionale); Asimov assunse, comunque, che i robot avrebbero avuto una certa salvaguardia inerente. Bugiardo!, la terza storia di robot di Asimov, menziona per la prima volta la Prima Legge (e il personaggio di Susan Calvin), ma non le altre. Le Tre Leggi apparvero tutte esplicitamente in Circolo vizioso.[3] Quando queste e altre storie vennero raccolte assieme, nell’antologia Io, robot, il racconto Essere razionale venne aggiornato per comprendere le Tre Leggi.

Con la loro creazione, le leggi della robotica si dimostrarono talmente popolari e sensate che ben presto altri scrittori cominciarono a usarle, senza però mai citarle, in quanto solo Asimov stesso poteva. Dopo la loro invenzione, le storie dei robot come “distruttori del loro creatore” cessarono quasi di esistere.[4]

Anche se inizialmente le leggi erano semplicemente delle salvaguardie attentamente ingegnerizzate, nelle storie successive Asimov dichiara che occorrerebbe un investimento significativo nella ricerca per creare dei robot intelligenti che siano privi di queste leggi, perché esse sono una parte inalienabile della fondazione matematica che sottende al funzionamento del cervello positronico.

Generalmente nelle storie scritte da Asimov non vengono esaltate le Tre Leggi della robotica.[5] Al contrario, la maggior parte di esse ha come spunto il mostrarne falle e malintesi, derivanti da impulsi errati.[3] Fanno però eccezione alcuni racconti come Sally, Se saremo uniti, Il segregazionista, Che tu te ne prenda cura e Natale senza Rodney, dove le leggi della rob

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Gli scioperi paralizzano la Francia mentre e Macron è sempre più odiato dalla popolazione per le sue politiche di austerità

Il presidente francese, in difficoltà, si trova ad affrontare due movimenti di protesta sovrapposti e un indice di gradimento inferiore al 18%.

Veritas liberavit Vos

Una serie di proteste di massa ha scosso la Francia in vista dei piani del governo di tagliare circa 56 miliardi di euro dalla spesa sociale. Martedì 29 settembre, vigili del fuoco, operatori sanitari, addetti ai trasporti e altri dipendenti pubblici hanno partecipato a uno sciopero nazionale, appoggiato da tutti i principali sindacati del settore pubblico. Oltre 170 manifestazioni erano previste in tutta la Francia, con dimostranti che hanno bloccato le strade e si sono scontrati con la polizia a Parigi, mentre i vigili del fuoco hanno acceso dei razzi in cima all’iconica Colonna di Luglio in Place de la Bastille, eretta per commemorare la deposizione di re Carlo X nel 1830. Anche gli studenti francesi si sono scontrati con la polizia fuori dalle scuole in tutto il paese.

Le richieste dei manifestanti sono ben note: salari più alti, migliori condizioni di lavoro e maggiori finanziamenti per i servizi pubblici. Tuttavia, sebbene i dipendenti del settore pubblico accusino da anni il governo del presidente Emmanuel Macron di sottofinanziare e smantellare i loro dipartimenti, sostengono che la loro situazione sia recentemente diventata insostenibile a causa dei prezzi record del carburante e di salari che non sono riusciti a tenere il passo con l’inflazione.

La Francia ha aumentato gli stipendi del settore pubblico del 5% da quando Macron è salito al potere nel 2017, mentre l’inflazione cumulativa è cresciuta del 24% nello stesso periodo.

Il sindacato degli insegnanti SNUipp-FSU ha affermato che il 40% degli insegnanti delle scuole primarie è in sciopero, mentre un quarto dei vigili del fuoco ha incrociato le braccia, secondo le stime del governo. Il sindacato francese di sinistra CGT ha definito gli scioperi di oggi una “giornata nera”, volta a “esprimere veramente la nostra rabbia”.

Il primo ministro francese Sébastien Lecornu si appresta a presentare giovedì 1° ottobre un piano di tagli per 54 miliardi di euro (62 miliardi di dollari) nel bilancio 2027. Lecornu nega di aver redatto un bilancio di “austerità”, ma il politico di sinistra Jean-Luc Mélenchon, sostenitore degli scioperi, ha affermato che non farebbe altro che acuire le proteste e ha promesso di annullare il bilancio e cancellare il debito pubblico se eletto presidente il prossimo anno.

Macron, che ha già ricoperto due mandati e non può ricandidarsi alle elezioni di aprile, attualmente gode di un indice di gradimento inferiore al 18%, secondo un sondaggio Ifop pubblicato all’inizio di questo mese. Sebbene il presidente francese abbia registrato percentuali di gradimento peggiori in altri sondaggi, il 18% rappresenta un minimo storico per un’indagine Ifop.

Gli scioperi di martedì 29 settembre sono aggravati da un crescente movimento di protesta studentesca. Secondo quanto riportato dai media, gli studenti delle scuole superiori, che lamentano classi sovraffollate e trascurate, hanno bloccato più di 300 scuole in diverse città.

Lunedì 28 settembre, gli studenti – prevalentemente adolescenti neri e mediorientali provenienti da periferie disagiate – hanno dato fuoco a cassonetti della spazzatura fuori da una scuola a Lille e si sono scontrati con la polizia nella periferia parigina di Saint-Denis. In alcune zone, le proteste sono degenerate in disordini, con giovani che hanno lanciato fuochi d’artificio e si sono scontrati con le forze dell’ordine.

Secondo gli ultimi dati diffusi dai media francesi, lunedì 28 settembre la polizia ha arrestato 164 studenti e rivoltosi, e almeno altri 40 martedì 29 settembre.

https://swentr.site/news/646434-france-students-protest-strikes/

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Kaja Kallas “la guerrafondaia”

Questo credo sia uno dei migliori interventi che siano mai stati fatti al Parlamento Europeo. Lo ha fatto l’Eurodeputato slovacco Ľuboš Blaha, rivolgendosi a Kaja Kallas. Va letto interamente con attenzione e possibilmente diffuso il più possibile, perché qui dentro c’è davvero tutto:

«E’ lei che rappresenta la più grande minaccia ibrida per l’Europa! La più grande minaccia ibrida per l’Europa non è la Russia, signore e signori, ma la signora Kallas, che si trova qui tra noi e che vuole trascinarci in una guerra nucleare.

Sapete cos’è la disperazione? Quando l’élite tedesca, solo per sconfiggere l’AfD alle elezioni, organizza un’operazione dei servizi segreti a Lipsia e ne attribuisce la responsabilità alla Russia. Hanno completamente distrutto i propri rapporti con la Russia e, nonostante ciò, hanno comunque perso le elezioni. Eccezionale!

Nemmeno Mr. Bean avrebbe raggiunto questi risultati. Non solo hanno perso, ma si sono anche dimostrati incompetenti! Signora Kallas, lei parla costantemente di «minacce ibride», ma in realtà si tratta dell’esatto contrario.

Siete proprio voi, da molti anni, a condurre una guerra sanguinosa contro la Russia. Le vostre armi uccidono i russi. Vi state armando come ai tempi di Hitler e la vostra retorica anti-russa è al livello dei nazisti. La cruda verità è che la Russia non ha attaccato nessuno dei paesi dell’Unione Europea. Siete voi che avete attaccato la Russia.

Siete voi che vi siete spinti fino ai confini russi. Siete voi che, per decenni, avete cercato di provocare un cambio di regime in Russia. E ora avete paura di ricevere ciò che vi meritate, come bambini viziati. Lei è una guerrafondaia estrema, signora Kallas. Se ne vada!»

Questo intervento dovrebbe essere mostrato a reti unificate. Invece nulla, meglio diffondere le porcherie di Ursula von der Leyen, Kaja Kallas e il resto dei guerrafondai. Non sia mai dire agli italiani che in Europa c’è chi si oppone alla retorica guerrafondaia…

Dalla pagina  Facebook di Giuseppe Salamone

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I moderni Nicolaiti

(e i loro censori acattolici)

La Scure di Elia

Tu odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io ho in odio (Ap 2, 6).

«Al dire di Sant’Ireneo (Adv. Haer., I, 6; 3, 11), di Tertulliano (De Pudic., XIX, 6), di Clemente A. (Strom., II, 20), ecc., insegnavano che le voluttà sensuali non contaminavano lo spirito e non erano peccati» (Il Nuovo Testamento commentato dal P. Marco M. Sales O.P., vol. VII: L’Apocalisse, Proceno [VT] 2016, 26, n. 6). Riguardo a questa setta eterodossa del I secolo d.C., padre Sales ci informa ulteriormente che «negavano la divinità di Gesù Cristo e professavano alcuni errori gnostici» (ibid.). Si tratta dunque di uno dei tanti movimenti pseudocristiani afferenti alla variegata galassia della gnosi, la quale, dopo aver minacciato il cristianesimo nascente in modo ben più nocivo delle persecuzioni violente, è ricomparsa nel Quattrocento sotto la copertura dell’Umanesimo e, da allora, non ha più smesso di inquinare la vita ecclesiale.

Arricchita delle “conquiste” intellettuali kantiane ed hegeliane, la gnosi ha virulentemente attaccato la teologia cattolica prima col modernismo, poi con la nouvelle théologie, i cui propagandisti, grazie alla dissimulata connivenza di Roncalli, presero il controllo del Concilio Vaticano II fino al punto di trasformarlo in arma di distruzione della Chiesa e della sua dottrina, una sorta di atomica spirituale che mutò radicalmente la componente terrena della Sposa di Cristo – se non nell’essenza, almeno nella coscienza di sé, nell’immagine e nel funzionamento. I fautori del cambiamento (ormai passati tutti dinanzi all’eterno Giudice) denominarono esplicitamente quell’evento il 1789 della Chiesa; poiché la rivoluzione francese fu opera del giudaismo frankista, possiamo legittimamente arguire che ancora una volta abbia agito la medesima mano.

Parallelo con l’attualità

Ora, il riferimento ai Nicolaiti è motivato dal fatto che, a livello spirituale, i novatori assomigliano loro fortemente: essi ricusano – seppur implicitamente – la divinità di Cristo e, di conseguenza, il Suo ruolo di unico Salvatore; propugnano una sorta di autosalvazione mediante la conoscenza e l’aggiornamento delle dottrine; soprattutto, in forza della dicotomia tra spirito e materia, negano la rilevanza morale degli atti compiuti con il corpo, in particolare di quelli attinenti alla sfera sessuale. Da perito conciliare, il gesuita Rahner scambiava focose lettere d’amore con una donna, fatto che, per quanto peccaminoso, rientrava ancora nell’ordine naturale; invece le generazioni successive di “teologi” ed ecclesiastici hanno abbandonato ogni remora, concedendosi “piaceri” (se così possono chiamarsi) decisamente contro natura.

Le condizioni morali di gran parte di coloro che oggi detengono il potere nella Chiesa sono talmente degradate che tanti cattolici, se le conoscessero, perderebbero la fede. La nostra mira non è pertanto quella di scoprire la piaga purulenta, ma piuttosto quella di spiegare la sfacciata indifferenza di quei prelati per le verità rivelate, deformate col pretesto di presentarle in modo più attuale oppure rese vaghe e confuse per scopi “pastorali” oppure ancora, più semplicemente, deliberatamente relegate nell’oblio. Essi, nonostante tutto, sentono il bisogno di giustificarsi in qualche modo per attenuare il morso della coscienza, per quanto sempre più debole. Rispetto agli antichi Nicolaiti, quelli moderni hanno altresì assorbito il veleno della dottrina frankista circa una presunta redenzione attraverso il peccato (tratto comune col circolo Epstein).

Di fronte a questo stato di cose, molti cattolici si domandano giustamente cosa fare. Chi ha reagito con l’insubordinazione e la separazione dalla società visibile dimostra di non sapere più – o di non aver mai saputo – cosa sia la Chiesa, oltre ad aver perso di vista un principio elementare del diritto: i superiori non perdono automaticamente l’ufficio per la loro indegnità morale, la quale va anzitutto provata e, qualora sia dimostrata, può incidere sulla loro posizione unicamente se l’autorità ad essi superiore ne decide la rimozione; a poterla decretare non sono certo i sudditi, i quali, di conseguenza, non sono autorizzati a sottrarsi unilateralmente alla loro autorità né ad esimersi dall’obbedienza in ciò che è legittimo. Rilevare che il diritto è applicato con pesi e misure diverse a seconda che si tratti di conservatori o progressisti non è un motivo sufficiente per porsi fuori del diritto stesso inventandosi un inesistente diritto di supplenza.

Idee scorrette di Chiesa e sacerdozio

La Chiesa terrena è una vera società regolata dal diritto, che in molti casi rappresenta l’unica tutela dei deboli e senza il quale essa sprofonderebbe in un caos ben peggiore. Chi piccona l’ordinamento ecclesiastico per ragioni apparentemente virtuose (cioè per difendere la Chiesa) arreca alla Chiesa un danno enorme, in quanto non solo la divide, ma mina il principio stesso della sua coesione. Ciò denuncia gravi carenze dottrinali circa la natura della Chiesa come società visibile nonché la natura del diritto, ridotto a mero coacervo di norme positive umane, sempre modificabili o sospendibili. È così che, come i modernisti, anche i tradizionalisti scismatici dimostrano di aver coltivato un’idea di Chiesa spiritualistica e intellettualistica… in altre parole, un’idea gnostica, certamente diversa quanto alla coloritura, ma fondamentalmente analoga.

Sulla stessa linea di questo grave malinteso ecclesiologico si muove l’equivoco riguardante il sacerdozio cattolico, un cui connotato essenziale è la comunione gerarchica, senza la quale esso non è cattolico. Non basta infatti che ci sia la materia dell’ufficio sacerdotale (cioè i tre uffici di governare, insegnare e santificare, comuni anche agli ortodossi), ma è necessario che ci sia anche la forma (ossia il legame del sacerdote col vescovo e dei vescovi col Papa, legame grazie al quale il sacerdozio viene esercitato, come deve, nell’unità del Corpo Mistico, concorrendo così alla sua crescita e al suo benessere). Ciò non è un accidens, ma appartiene all’essenza stessa del sacerdozio; in assenza di ciò, pertanto, non si ha sacerdozio cattolico, ma un sacerdozio acattolico, grossolanamente difettoso in quanto privo della forma cattolica del sacerdozio stesso.

Alla luce di quanto esposto, è chiaro che l’idea di consacrare dei vescovi al di fuori della comunione gerarchica allo scopo di preservare l’episcopato cattolico è intrinsecamente contraddittoria, visto che vescovi ordinati con un atto di rottura della comunione non sono cattolici. Pretendere che non si tratti di un atto di rottura perché i nuovi vescovi non rivendicano la giurisdizione ma sono intesi unicamente ad amministrare i sacramenti della Confermazione e dell’Ordine sottende un altro madornale errore dottrinale. Oltre a misconoscere l’inseparabilità dei tria munera, questa curiosa tesi ignora la natura dell’episcopato cattolico, il quale è per essenza continuazione dell’ufficio apostolico di pascere il gregge del Signore. Il munus regendi (e, quindi, la giurisdizione) è il fulcro degli altri due, il munus docendi e il munus sanctificandi: nessuno, infatti, può legittimamente insegnare in modo tale da impegnare la coscienza né dispensare i Sacramenti se non a coloro sui quali è costituito in autorità.

Le eccezioni confermano la regola: i vescovi della Santa Sede, i nunzi apostolici e i vescovi ausiliari non hanno giurisdizione su una porzione del Popolo di Dio, ma sono comunque ordinati ad averla, tanto è vero che possono ricevere dal Papa il governo di una diocesi per semplice decreto, senza alcun ulteriore intervento sacramentale. Per salvare in qualche modo la forma, essi ricevono il titolo di un’antica diocesi non più esistente, proprio perché l’episcopato, ben lungi dal servire alla mera “produzione” di sacramenti, è per sua stessa natura finalizzato alla guida dei cristiani dimoranti in un determinato luogo. Perciò non si dà episcopato consistente nella sola potestas ordinis, poiché esso contiene in radice, per essenza, anche la potestas regiminis, virtualmente presente pure nel vescovo non dotato di giurisdizione territoriale o personale.

Che la forma canonica della comunione gerarchica si sia evoluta nel tempo non cambia la sostanza del discorso: come si è verificato un necessario e salutare sviluppo organico sia del dogma che del culto, così per il diritto della Chiesa. È risaputo che nel primo millennio il Papa non nominava i vescovi di persona così come, fino al Concilio di Trento, non esistette il meccanismo giuridico di incardinazione dei preti; tuttavia una forma canonica di comunione gerarchica, seppur non fissata come lo è oggi, c’era senza dubbio, se sant’Ignazio d’Antiochia († 107), in viaggio per Roma, dove sarà coronato dal martirio, scrive ai cristiani di non fare assolutamente nulla senza il vescovo, mentre afferma che la Sede romana presiede l’intera Chiesa (cf. Smirn., 8, 1; Rom., Prologo). In altre parole, la forma canonica si è determinata in modo graduale ma c’è sempre stata, benché, all’inizio, allo stadio embrionale; oggi, comunque, vige quella attuale, non quella di un’epoca a scelta.

Conclusione

Dalle considerazioni fin qui svolte si evince che i separatisti di ogni denominazione (lefebvriani, viganiani, resistenti, affini e derivati) sono non soltanto scismatici, ma anche eretici, in quanto, in teoria e in pratica, rifiutano punti essenziali del dogma ecclesiologico. La panacea con cui legittimano la propria ribellione (lo stato di necessità) è una palese menzogna: è insostenibile che all’infuori di loro non ci siano, in tutta la Chiesa Cattolica, sacerdoti e vescovi in grado di insegnare la sana dottrina e amministrare Sacramenti validi. L’accettazione o meno del Vaticano II non è affatto un discrimine: nonostante il disastro causato dagli apostati che si servirono di esso per demolire la Chiesa, infatti, il carattere pastorale anziché dogmatico fa sì che i suoi testi non obblighino la coscienza dei fedeli se non in ciò che è conforme al Magistero perenne.

Le ambiguità che hanno aperto la porta a perniciosissimi errori, pur avendo provocato immensi danni, non minacciano più la fede dei cattolici autentici, che per grazia han ritrovato la via della verità. Ci sono schiere di sacerdoti e laici di retta coscienza che, malgrado le deficienze dottrinali dovute alla loro cattiva formazione, camminano sotto la guida della Corredentrice verso la piena comprensione del deposito ricevuto. Ciò che li ostacola di più nella riscoperta della Tradizione e della Messa antica è proprio il fatto che movimenti ribelli ne facciano la propria bandiera e un motivo per spaccare la Chiesa. Chi ama davvero la Sposa di Cristo persevera invece nel bene a prescindere dai Nicolaiti che spadroneggiano su di lei, preparando attivamente l’intervento divino con la preghiera e l’impegno, ma senza assumersi compiti e ruoli che non gli spettano, bensì, da vero cattolico, confidando ciecamente nella Provvidenza mentre coopera con Essa.

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Che cosa nascondono le invasioni barbariche

Juan Manuel de Prada

L’invasione barbarica di Ceuta ci ha mostrato scene tipiche di guerriglia urbana che fino ad ora avevamo visto solo in occasione di rivolte nelle periferie parigine: auto incendiate, ripetuti attacchi contro soldati e poliziotti, assalti ai mezzi pubblici, abusi sessuali e così via. Non sfugge a nessuno (o solo a coloro che vivono rinchiusi in quelle polverose gabbie di pensiero chiamate ideologie), che non si tratta comportamenti propri di persone che vengono a guadagnarsi da vivere in un altro paese, nemmeno nelle situazioni disperate in cui chiunque può commettere un crimine per puro istinto di sopravvivenza, o per proteggere i propri cari, alla maniera di Jean Valjean. Le ondate di delinquenza che si sono diffuse a Ceuta non hanno nulla a che vedere con la disperata criminalità a cui alludiamo; sono azioni programmate secondo una strategia di conquista territoriale e di espulsione delle popolazioni autoctone, una strategia già utilizzata – con ottimi risultati – in diversi paesi europei, soprattutto in Francia.

Questa strategia si può riassumere molto concisamente: dalla periferia di una città si creano zone senza legge, o, come direbbe Michel Foucault, “eterotopie” che operano al di fuori delle norme sociali e diventano inabitabili; poi il territorio si espande gradualmente, come una macchia d’olio. Questo è accaduto ripetutamente in Francia, dove le popolazioni musulmane colonizzano un quartiere e organizzano bande specializzate nella guerriglia urbana, introducendo varie forme di intimidazione civile, più o meno subdole o sfacciate, che i “petits blancs” (i bianchi poveri residenti) non osano nemmeno denunciare, per paura di ritorsioni, finendo per emigrare in altri quartieri o città. Lo sfratto degli abitanti è prima o poi seguito dal collasso della polizia, poiché pattugliare queste zone senza legge richiede di assumere rischi aggiuntivi e molto costosi, anche perché le autorità costringono la polizia ad adottare metodi blandi, irenisti, esattamente come accade a Ceuta.

Non dobbiamo confondere queste “zone senza legge” con i ghetti, dove vivono confinate popolazioni che subiscono l’emarginazione. Gli abitanti delle zone senza legge non sono né confinati né emarginati; al contrario, hanno conquistato il territorio che abitano, creando – attraverso la violenza palese o occulta – un proprio spazio autonomo, espellendo coloro che vi risiedevano in precedenza. E, naturalmente, in queste eterotopie senza legge generate da invasioni barbariche, non esiste l’immaginario meticciato (mescolanza razziale e culturale) che ha ispirato tante narrazioni mitiche del progressismo benpensante. Inizialmente, può esserci una parvenza o una pantomima di meticciato, con la colorata esibizione di tamburi e ciaramelle; ma si tratta di una risorsa cui si ricorre per astuzia, presto sostituita da comportamenti ben più dissuasivi una volta assicurato il dominio. Questa strategia, ricorrente in Francia, è la stessa che si intende attuare a Ceuta, in forma ancora più aspra e brutale. Naturalmente, coloro che a suo tempo la denunciarono in Francia – quasi sempre le classi lavoratrici che ne subirono le conseguenze – furono accusati di esagerazione e sensazionalismo, di alimentare fantasmi e paranoie razziste. Esattamente lo stesso argomento usato da Grande Marlaska, ministro spagnolo degli Interni, quando descrive le lamentele degli abitanti di Ceuta come “sensazioni ” e “insicurezze soggettive”. Le élite intellettuali francesi – che, come quelle spagnole, vivono in quartieri benestanti – hanno abbandonato al loro destino i “petits blancs” che subirono le invasioni, predicando le virtù del “meticciato sociale” e girando intorno al problema con inutili e retoriche “politiche di inserimento”, nella speranza che presto il crescente numero di invasori assicuri il trionfo elettorale del progressismo sotto varie maschere, moderate o radicali a seconda delle circostanze. Questo è accaduto ripetutamente in Francia e in molti altri paesi europei, dove la parte della popolazione che subisce invasioni barbariche non è più in grado di formare maggioranze contro le alleanze che il progressismo moderato e radicale stringe con gli invasori. Queste alleanze, a loro volta, generano la fioritura di partiti che si nutrono di paura e rabbia, tentando grottescamente di contrastare la colonizzazione invasiva con il vuoto di civiltà che ne è stata la causa primaria. Dobbiamo innanzitutto riconoscere, se non vogliamo rinunciare all’onestà intellettuale, che l’integrazione di popolazioni appartenenti a civiltà diverse è intrinsecamente impossibile; e dobbiamo anche ricordare che le civiltà le fondano le religioni e scompaiono quando declina religione che le fondò. Non esiste una civiltà laicista, né democratica, né repubblicana, né costituzionalista, né altre sciocchezze simili; dove manca la religione, c’è solo un vuoto di civiltà, che viene inevitabilmente colmato da un’altra civiltà, quella degli invasori. Coloro che arrivano a colmare quel vuoto non fanno altro che eseguire un disegno (chiamiamolo così); ben più maligna è la posizione assunta da quelle élite – provenienti ovviamente da classi sociali preservate dal contatto con le invasioni barbariche – che negano la realtà e continuano a tessere le lodi delle ondate migratorie e ad applaudire le regolarizzazioni di massa, lanciando anatemi contro chi denuncia questa nuova forma di suicidio collettivo. Mi sono spesso interrogato sul motivo del loro tradimento e della loro follia. Non mi sfugge che quasi tutti sono generosamente foraggiati da organizzazioni a loro volta finanziate dal globalismo e corrotte dal progressismo egemonico con una moltitudine di prebende e privilegi. Ma la loro abiezione cela un’altra ragione, più oscura e segreta, che non può essere spiegata come ingenua difesa dei cosiddetti diritti umani, né come sottomissione al politicamente corretto, né come perversione masochistica dei sentimenti, né come filantropia allucinata, né tantomeno come fatalismo di impulsi autodistruttivi. Tutti questi ingredienti – e anche la pura imbecillità – si agitano mescolati nel pentolone dell’abiezione in cui queste élite bevono; ma c’è un altro ingrediente che funge da emulsionante per tutti loro. Nel cuore di quell’abiezione, a spiegarne le viscere più profonde, si cela l’odio per la religione che ha fondato la nostra civiltà. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni questione politica si nasconde sempre un problema teologico. ( www.kontrainfo.com).

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