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Il bambino spirituale: nuove prospettive per crescere bambini sani

Lisa Miller, professoressa di psicologia e pedagogia alla Columbia University, ha condotto un’ampia ricerca sulla spiritualità di bambini e adolescenti, scoprendo cose sorprendenti.

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Secondo Miller, gli adolescenti che hanno una solida base spirituale, ovvero un rapporto che trascende se stessi e si connette a qualcosa di più grande, mostrano una ripresa più rapida dopo un trauma.

Foto: yaruta/iStock

Tempo di lettura : 21 min.

«Nel 1994, ho iniziato a lavorare nel reparto di psichiatria di un ospedale di New York. Nella mia clinica venivano adolescenti che avevano vissuto traumi come il divorzio dei genitori o la morte di uno di loro. Sentivano che il loro mondo era andato in frantumi, oppure soffrivano di problemi come la tossicodipendenza e l’alcolismo, l’ansia e i pensieri suicidi», ha dichiarato Lisa Miller, professoressa di psicologia clinica alla Columbia University, in un’intervista.
Negli ultimi due decenni, Miller ha condotto ricerche approfondite, i cui risultati sono stati pubblicati su prestigiose riviste di psicologia e psichiatria.
«A un certo punto, ho iniziato a notare un fenomeno interessante che non riuscivo a spiegare: gli adolescenti e i giovani che avevano una base spirituale, un rapporto con qualcosa di più grande di loro, mostravano una guarigione più rapida rispetto a coloro che non avevano la stessa connessione», ha osservato. «Ma nel 1994 non esisteva un singolo studio sottoposto a revisione paritaria sulla spiritualità negli adolescenti e nei giovani».
Dina Gordon: La sua spiritualità era legata alla fede religiosa?
Lisa Miller: Non necessariamente. La sua spiritualità era legata a un senso personale e interiore di apprezzamento e riconoscimento di un potere superiore che trascende l’umanità. Questa forza può manifestarsi in modi diversi per persone diverse. Può essere il creatore del mondo, un essere divino, la natura, l’universo e altro ancora. Alcune persone si rivolgono a Dio quando incontrano difficoltà; altre meditano, fanno passeggiate nella natura o chiedono cosa il potere superiore si aspetti da loro.
Metaforicamente parlando, i giovani che ho osservato hanno attraversato un “tunnel di oscurità” pieno di gravi problemi, e all’altra estremità del tunnel hanno trovato la luce. Sono giunti a una profonda comprensione spirituale.
Lisa Miller, professoressa di psicologia e pedagogia alla Columbia University. Foto: per gentile concessione di Nina Subin.

Lisa Miller, professoressa di psicologia e pedagogia presso la Columbia University.

Foto: per gentile concessione di Nina Subin

Trovare una via d’uscita dal tunnel

Gordon: Fammi un esempio.
Miller: Una ragazza di tredici anni di nome Iliana (uno pseudonimo) è uno degli esempi più straordinari che abbia mai incontrato. Suo padre possedeva una gastronomia. Un giorno, due suoi conoscenti lo rapinarono e lo uccisero.
Iliana era molto legata al padre e cadde in una profonda depressione. Trascurava gli studi, piangeva incessantemente e si era completamente isolata. Veniva alle sedute in clinica ma non comunicava con me; se ne stava seduta curva, con lo sguardo perso nel vuoto, completamente chiusa in se stessa.
Per molti mesi, i metodi di trattamento psicologico più accreditati all’epoca – la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) e la psicoterapia interpersonale – non riuscirono ad aiutarla a superare il tunnel della depressione, e lei continuò a peggiorare.
Poi, un giorno, si presentò a una riunione con gli occhi che le brillavano e un ampio sorriso. “Indovinate cosa è successo?” disse eccitata. Raccontò di aver incontrato a scuola un ragazzo gentile, dolce e premuroso che le aveva davvero toccato il cuore. La cosa più entusiasmante, per Iliana, era il nome insolito e raro del ragazzo. Si chiamava “Horatio”, che era anche il nome di suo padre.
«Vedi,» disse lei. «Il ragazzo che ho incontrato ha lo stesso nome di mio padre. È un segno. Mio padre me l’ha mandato; è un segno che veglia ancora su di me.»
Da quel giorno in poi, le condizioni di Iliana migliorarono rapidamente e lei uscì dalla depressione. Miller scrisse nel suo libro che Iliana cambiò completamente la sua prospettiva di sua spontanea volontà.
Secondo Miller, giunse alla consapevolezza che nei momenti più bui e difficili, nei periodi di dolore e sofferenza, esisteva una forza superiore che le permetteva di ricevere luce e amore.

Il destino si trova in mezzo alla natura

Miller ha offerto un altro esempio. C’era un giovane che voleva diventare medico e, verso la fine delle scuole superiori, aveva fatto domanda a sei facoltà di medicina.
Miller: Fu rifiutato da tutti e cadde in depressione. Si sentiva un fallito. Pensava che non ce l’avrebbe mai fatta, che non sarebbe mai diventato medico come suo padre e sua madre. Un giorno, mentre camminava nel bosco, vide una luce radiosa filtrare tra gli alberi e provò una profonda connessione con la natura. Questa luce trasformò il suo modo di pensare; improvvisamente sentì la presenza di una forza superiore di amore e sostegno.
Ha detto: “In quel momento ho capito e ho saputo che Dio aveva un piano per me, che forse non sarei diventato un medico come i miei genitori, ma sarei diventato un guaritore nel modo in cui Dio aveva previsto per me”.
Un altro esempio è quello di una giovane donna che stava per sposare il suo fidanzato del liceo. Stavano insieme da tre anni e lui le aveva promesso che si sarebbero sposati. Una settimana prima del diploma, lui la lasciò e lei cadde in depressione.
Mi ha detto che lui le aveva spezzato il cuore. Ha detto che si sentiva brutta, indegna d’amore, non abbastanza brava. Ma più tardi, quando si è seduta in sinagoga accanto ai suoi genitori e ai suoi nonni, e tutti improvvisamente l’hanno guardata, si è sentita circondata dal loro amore. E attraverso quell’amore, ha sentito l’amore di Dio e ha capito che non era sola.
Foto: Addictive Stock/iStock

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Ricerca con i bambini

Come ha affermato Miller, quando ha iniziato la sua carriera come psicologa clinica, esistevano già prove scientifiche degli effetti positivi della spiritualità negli adulti. Queste includevano, ad esempio, tassi di guarigione più elevati dalle malattie, tassi inferiori di depressione e dipendenza e una maggiore aspettativa di vita. Ma non esisteva un singolo studio scientifico sugli effetti positivi della spiritualità nei bambini, negli adolescenti e nei ragazzi.
E così, insieme ad altri ricercatori, iniziò a studiare gli effetti della spiritualità nella risoluzione dei problemi che si presentano comunemente negli adolescenti.
I loro studi, sottoposti a revisione paritaria, hanno rilevato che una solida base spirituale offre una protezione significativa agli adolescenti, con un rischio ridotto di circa l’80% di sviluppare tossicodipendenza, un rischio inferiore di circa il 70% per le ragazze di impegnarsi in attività sessuali occasionali e una riduzione del 43% della probabilità di depressione nelle ragazze adolescenti.

La forza mentale come fondamento

Gordon: Come fai a sapere che è stata la spiritualità ad aiutare questi giovani, e non tratti caratteriali come la fiducia in se stessi o i valori appresi in famiglia?
Miller: In studi di questo tipo, si misura il grado di spiritualità dei soggetti e si esaminano tratti caratteriali come determinazione, forza di volontà, generosità, ottimismo e resilienza emotiva. È emerso che la spiritualità ha un’influenza maggiore di qualsiasi altro tratto caratteriale.
Abbiamo osservato che gli adolescenti privi di una solida base spirituale tendono a giudicarsi maggiormente in base ai risultati esteriori, alle abilità possedute o all’aspetto fisico. Hanno una maggiore propensione a percepirsi come un insieme di parti separate, alcune delle quali apprezzano e altre no.
Ad esempio: “Sono bravo in matematica, non sono bravo negli sport, ho i brufoli, non sono popolare, non sono riuscito ad entrare all’università, altri hanno più successo di me”. L’autocritica, il confronto con gli altri e la competizione costante possono rendere la vita molto difficile per gli adolescenti.
Al contrario, i giovani con una solida base spirituale si vedono come un’entità completa, come un’anima con uno scopo preciso nella vita. Pertanto, la loro visione del mondo è completamente diversa.
Potrebbero pensare: “Tutte le mie capacità sono doni e devo usarle per realizzare lo scopo per cui sono qui”. Il compito potrebbe essere quello di servire altri esseri umani o di servire Dio. Ciò si riflette nella convinzione che una giornata difficile sia solo una giornata difficile, o un inizio difficile sul cammino verso un obiettivo più elevato.
Foto: Vera Livchak/iStock

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La spiritualità è innata?

La ricerca di Miller è stata in parte ispirata dal lavoro pionieristico di Kenneth Kendler, psichiatra e genetista. Nel 1997, Kendler e i suoi colleghi pubblicarono un ampio studio che esaminava 1.902 gemelli monozigoti e fraterni.
Questi individui avevano in media 30 anni. Alcuni erano cresciuti insieme, altri separatamente. Una delle conclusioni rivoluzionarie della sua ricerca fu che la spiritualità è un tratto innato trasmesso per via ereditaria.
Gordon: Come si può stabilire che la spiritualità sia una caratteristica innata?
Miller: Confrontando gemelli identici cresciuti insieme con gemelli cresciuti separatamente, è possibile determinare in che misura un particolare tratto sia innato o il risultato di influenze ambientali.
Ad esempio, è stato scoperto che il QI è per circa il 60% innato e per il 40% influenzato dall’ambiente, mentre i temperamenti come l’introversione o l’estroversione sono per il 50% ereditari e per il 50% ambientali. Nello studio di Kendler, ai gemelli è stato chiesto del livello di credenza religiosa e/o spirituale nell’ambiente in cui erano cresciuti, e i calcoli statistici hanno rivelato che ogni persona possiede circa il 29% di spiritualità alla nascita.
Ulteriori studi condotti sui gemelli hanno prodotto risultati simili.
Miller ha spiegato che l’importanza della ricerca risiede nel fatto che il modo in cui la spiritualità si sviluppa nella vita di una persona, o se essa si esprime affatto, dipende per circa il 70% dall’ambiente. Questo include i genitori, la famiglia allargata, ciò che viene insegnato a scuola, la comunità, la cultura in generale e le amicizie che si coltivano.
Miller: Dato che solo circa un terzo delle qualità spirituali è innato e circa due terzi dipendono dall’ambiente, i primi vent’anni di vita di una persona hanno un’influenza decisiva sullo sviluppo e sulla coltivazione della spiritualità.
Foto: Everste/iStock

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Spiritualità e credenza religiosa

La ricerca di Kendler ha portato a un’ulteriore conclusione: spiritualità e credo religioso sono due concetti distinti. La spiritualità è la sensazione di una connessione personale con Dio, la natura o un’altra entità superiore.
Al contrario, il grado di adesione di una persona a una particolare religione è un’esperienza a sé stante. Kendler non ha riscontrato alcuna correlazione significativa tra spiritualità e credo religioso. Alcune persone sono molto spirituali e profondamente religiose, mentre altre sono molto spirituali ma prive di fede religiosa.
Miller ha inoltre osservato che “la spiritualità può offrire una forte protezione contro l’uso di droghe, mentre la stretta adesione alle [regole religiose] senza un senso di connessione sacra non previene l’uso di droghe”.
Foto: mediaphotos/iStock

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Gordon: Se i genitori hanno trascurato la spiritualità dei figli, è ancora possibile colmare questo divario durante l’adolescenza?
Miller: Sì, è possibile. Il motivo è che l’adolescenza è un’età di risveglio spirituale. Mentre in passato l’adolescenza era vista semplicemente come una fase di transizione turbolenta che conduceva alla maturità sessuale, fisica, mentale ed emotiva, ora è intesa anche come un risveglio spirituale, un periodo di ricerca e crescita.
A quest’età, emergono per la prima volta interrogativi esistenziali: qual è il senso della vita, qual è il mio ruolo nel mondo, chi sono io come individuo a sé stante, e altro ancora. Questa accresciuta consapevolezza spirituale, che porta con sé ricerca, riflessione e dubbio, offre ai genitori l’opportunità di sostenere i propri figli adolescenti nello sviluppo e nel rafforzamento del loro nucleo spirituale.
Questo risveglio spirituale durante l’adolescenza è universale. In interviste condotte con 6.725 giovani provenienti da otto paesi, tra cui Stati Uniti, Australia, India e Camerun, i ricercatori hanno riscontrato una tendenza verso un crescente interesse per la spiritualità, indipendentemente dalla religione o dal paese in cui i giovani vivevano.
Miller: Un simile risveglio spirituale si verifica di nuovo nella mezza età, intorno ai 45 anni, quando si inizia a esaminare se stessi a posteriori: “Ho svolto bene il mio ruolo nel mondo finora?”, “Sono un buon padre/una buona madre?”, “Ho fatto pieno uso dei doni che ho ricevuto da Dio?”, e così via. Verso la fine della vita, forse alla fine dei 70 anni, si verifica un altro risveglio spirituale.
Quando un figlio raggiunge l’adolescenza mentre i suoi genitori sono nella mezza età e anche in una fase di intenso risveglio spirituale, possono intraprendere insieme un percorso di crescita spirituale, per discutere le domande che emergono e per comprendere che si tratta in definitiva di un viaggio molto personale e che ognuno percorre la propria strada.
Il 13 maggio 2015, a Times Square, New York, alcuni praticanti del Falun Dafa eseguono esercizi del Falun Dafa in occasione della Giornata Mondiale del Falun Dafa. Foto: Samira Bouaou/The Epoch Times

Il 13 maggio 2015, a Times Square, New York, alcuni praticanti del Falun Dafa eseguono gli esercizi del Falun Dafa in occasione delle celebrazioni della Giornata Mondiale del Falun Dafa.

Foto: Samira Bouaou/The Epoch Times

Promuovere la spiritualità nei bambini

Gordon: Abbiamo parlato dell’importanza della spiritualità, come emerge chiaramente dalla tua ricerca. Come si può coltivare nei bambini affinché siano resilienti di fronte alle tempeste dell’adolescenza?
Miller: Ci sono diversi modi per coltivarla, e sono tutti molto importanti. Innanzitutto, i genitori devono esprimere le proprie esperienze spirituali nel comportamento quotidiano. È importante mostrare ai bambini fin da piccoli che la spiritualità fa parte della vita e che esiste una realtà spirituale.
Ad esempio, quando mia madre accendeva le candele dello Shabbat, non si affrettava nel rituale né si limitava a borbottare la preghiera per adempiere a un obbligo. Dopo tutti i frenetici preparativi per lo Shabbat, si immergeva in un momento di calma e tranquillità, accendeva le candele e recitava la preghiera con fervida devozione e sincera espressione. Lacrime di gratitudine le rigavano il viso mentre ringraziava Dio, presente nella sua vita e che le aveva donato tutto ciò che possedeva. Tutto il suo essere irradiava l’esperienza spirituale che stava vivendo.
Miller: Allo stesso modo, i genitori possono invitare i propri figli a unirsi a loro esprimendo riconoscimento e apprezzamento per la forza superiore presente nelle loro vite.
Ad esempio, invitando i propri figli a partecipare alla preghiera, alla meditazione, a una tranquilla passeggiata nella natura o a qualsiasi altra pratica spirituale presente nella loro vita. Un aspetto complementare è il modo in cui trattano gli altri esseri umani, esprimendo amore e compassione attraverso l’aiuto e la considerazione.
Ad esempio, cucinando per un vicino che sta affrontando cure mediche difficili o facendo volontariato in una casa di riposo. È importante che i genitori spieghino ai propri figli come queste azioni siano un’espressione di riconoscimento e apprezzamento per una forza superiore nella loro vita.
Foto: Halfpoint/iStock

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Miller: Un’altra possibilità è che i genitori raccontino ai figli come la spiritualità sia presente nelle loro vite. Spiegate che il percorso alla scoperta della spiritualità è un viaggio e che i giovani potrebbero intraprendere il proprio.
Quel viaggio potrà avere i suoi alti e bassi, le sue difficoltà e i suoi dubbi, i suoi successi e i suoi fallimenti. Ma non saranno mai soli; ci sarà sempre la presenza di una forza superiore, anche quando si sentiranno veramente isolati.
Infine, Miller cita uno studio secondo il quale l’amore incondizionato e l’accettazione aiutano i bambini a sviluppare e coltivare la propria spiritualità.
Miller: È ora che la psicologia consideri la spiritualità come una componente centrale nella vita dei giovani.
Nessun successo esteriore può essere paragonato all’importanza del risveglio spirituale durante l’adolescenza, perché questo risveglio costruisce la bussola interiore, rafforza la nostra innata capacità di connetterci con una forza superiore per tutta la vita e protegge gli adolescenti durante un periodo turbolento della loro esistenza, un periodo in cui il rischio di suicidio o di cadere in depressione è maggiore rispetto a quello di essere investiti da un’auto o di contrarre il COVID-19.
Foto: Alexeg84/iStock

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L’articolo è apparso originariamente sulla rivista Epoch in Israele e anche su theepochtimes.com con il titolo  “Il bambino spirituale: la nuova scienza per crescere bambini sani” . (Traduzione e revisione editoriale: sm)

L'articolo Il bambino spirituale: nuove prospettive per crescere bambini sani proviene da Blondet & Friends.

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L’algoritmo faustiano (I parte)

La messa in guardia contro i pericoli dello sviluppo impetuoso, rapidissimo, rizomatico, dell’Intelligenza Artificiale, arriva adesso anche dai suoi signori e padroni. Si moltiplicano le dichiarazioni di scienziati, accademici e ricercatori delle grandi imprese private fintech,  e addirittura dei fondatori e maggiori azionisti di giganti ipercapitalizzati come Open A.I. e Anthropic. C’è chi ipotizza scenari apocalittici: l’I.A. potrebbe farla finita con la specie umana entro un decennio. Alcuni insiders allarmati chiedono una moratoria. Preso atto che la tecnica non si ferma per decreto e che certe prese di posizione sembrano rispondere più a esigenze di mercato (il sistema di controllo dell’I.A. è un notevole business) e a logiche di concorrenza che a sincero allarme; riconosciuto che la corsa dell’I.A. è un campo di battaglia della guerra ibrida per il dominio combattuta tra Stati Uniti e Cina in assenza del fanalino di coda europeo; tenuto conto che il potere politico americano e i suoi terminali tecnologici – Musk, Palantir – non intendono fermarsi per motivi imperiali e che la Cina avanza senza preoccupazioni etiche o cautele umanitarie, resta l’agitazione per una tecnologia di cui sappiamo poco, se non che modificherà per sempre le nostre esistenze, il nostro modo di pensare, giudicare, stare nel mondo; l’”esserci” (dasein) della creatura umana, per dirla con Martin Heidegger.

Il filosofo di Essere e tempo fu il primo a interrogarsi, nel secolo passato, sul ruolo rivoluzionario della tecnica. La civiltà degli algoritmi – i modelli matematici fatti di sequenze di istruzioni che permettono di risolvere problemi, compiere operazioni complesse su base predittiva, è il compimento – e forse l’ultima alta prestazione cognitiva – dell’uomo che Oswald Spengler chiamò faustiano. Faust, il personaggio reso universale dal poema di Goethe, disposto a vendere l’anima al diavolo, simbolizza l’essere umano teso a superare ogni limite terreno per inseguire conoscenza, potere, azione senza fine. Rappresenta lo spirito, la mentalità, la pratica febbrile della civiltà occidentale nella sua fase culminante. In principio era l’azione, esclama Faust, correggendo l’incipit del Vangelo di Giovanni: in principio era il Verbo, cioè Dio. L’assoggettamento all’uomo delle forze naturali era il progetto di Francis Bacon, fondatore della scienza moderna.

Dinanzi al nuovo leviatano che incombe si concretizza il dominio planetario dell’algoritmo faustiano. Nulla o quasi sarà come prima. Quanto meno, prepariamoci, a partire dal giudizio sul primato della tecnica a spese di ogni altra conoscenza umana. Per Heidegger l’essenza della tecnica moderna non è qualcosa di puramente tecnico, ma la modalità fondamentale del disvelamento dell’essere, la forma visibile con cui le cose si manifestano all’uomo. La visione strumentale che si fa errore esiziale considera la tecnica un mezzo per raggiungere dei fini, un’attività umana tra le altre. Questa concezione non ne coglie l’essenza. Ridurla a semplice strumento ci impedisce di giudicarla, dominarla, prenderne le distanze. La non neutralità della tecnica contemporanea è la sua caratteristica fondamentale, come compresero pensatori del calibro di Carl Schmitt e Jacques Ellul. Oggi è anche magistero di Papa Leone XIV.

Secondo Heidegger l’essenza della tecnica è di essere insieme impianto e imposizione, gestell nell’immaginifico lessico del gigante di Messkirch. Mentre nell’antichità la tecnica assecondava la natura, oggi la aggredisce, la considera un fondo di riserva (bestand), un insieme di energia e materiali pronti a essere catalogati, sfruttati e consumati a comando . La conseguenza è il nichilismo, poiché la tecnica riduce tutto, compresi gli esseri umani, a oggetti, risorse di consumo, destituendoli di ogni altro senso o fine. L’uomo è ridotto a funzione: crede di dominare la tecnica, in realtà ne diventa appendice e poi schiavo,  intrappolato nel pensiero puramente calcolante. Con linguaggi e presupposti diversi, fu il medesimo approccio dell’ Ernst Junger maturo e di Walter Benjamin. Al tempo dell’ I.A., temiamo la completa abdicazione umana al pensiero sino alla decisione devoluta alla tecnica perfino nelle più minute questioni.

Vi è nell’essere umano una inadeguatezza costitutiva di fronte alla tecnica, che Gunther Anders definì dislivello prometeico, il divario tra il talento di inventare e produrre macchine e la capacità di immaginarne gli effetti per padroneggiarli. L’uomo di Anders diventa “antiquato” perché è inferiore ai prodotti della sua intelligenza, individuale e collettiva. La riflessione di Heidegger si spinge più in là; l’uomo moderno si trova profondamente impreparato di fronte alla tecnica perché commette l’errore di considerarla uno strumento sotto il suo controllo. I risultati dell’I.A. dicono il contrario e i rischi paventati da alcuni dei suoi banditori lo dimostrano sinistramente. Ne La questione della tecnica Heidegger spiegò che l’illusione più pericolosa dell’essere umano è  di essere il signore della terra, convinto che i dispositivi tecnologici siano mezzi da usare e dominare a piacimento. L’ essenza della tecnica è un orizzonte di pensiero neo gnostico che soffoca l’uomo. Nel caso dell’Intelligenza Artificiale inquieta la possibilità di ibridare l’umanità con la macchina (i sostenitori direbbero di incrementarne la dotazione) o “aumentarla“ con i chip e altre derive trans e postumane: la condizione intuita dal filosofo diventa dura realtà .

La ragione profonda  della sconfitta dell’uomo faustiano nel momento del suo trionfale  dominio delle forze della natura è l’illusione strumentale che lo consegna cieco e senza difese interiori al primato della tecnica. Il Gestell è un dispositivo che costringe l’uomo a guardare la natura esclusivamente come riserva infinita (nel mondo finito!) di energia e materiali da sfruttare. La natura, spiega Heidegger, non viene più contemplata, ma provocata. L’uomo stesso è ridotto a “fondo”. Convinto di dominare la macchina, non si accorge di venire a sua volta catalogato, modificato, standardizzato dal sistema tecnico. Diventa egli stesso materiale di consumo. I padroni della tecnica si incaricano di renderlo inconsapevole, indifferente. Davanti al flusso incessante dell’innovazione, l’uomo abdica al pensiero meditante: non riflette più su se stesso né sulle conseguenze dei suoi atti.

Poiché tuttavia la tecnica è il nostro destino, l’unica salvezza risiede nel trovare il coraggio di interrogarsi sulla sua essenza. Solo riscoprendo la capacità di domandare e guardando all’arte (che i greci chiamavano techne) l’uomo può smettere di subire passivamente la tecnologia e sviluppare con essa un rapporto consapevole. Lo stesso Heidegger, che non ebbe il tempo di conoscere Internet, lo sviluppo del computer, lo smartphone e l’Intelligenza Artificiale, al termine della vita, arrivò ad affermare: solo un dio ci potrà salvare. Lasciò un filo di speranza citando un verso del poemetto Patmos del poeta romantico Friedrich Hoelderlin: “ma dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Ossia, nel caso della tecnica padrona, il pensiero critico, il giudizio etico, in ultima analisi il senso del limite, ovvero la sconfitta finale dell’uomo faustiano ad opera dell’ homo sapiens.

Secondo Oswald Spengler l’espansione della tecnologia, guidata dalla civiltà occidentale, non rappresenta il culmine della razionalità umana, bensì un crocevia tragico. Molte sue intuizioni e deduzioni si sono rivelate illuminanti per l’analisi delle tendenze presenti. Ne L’ uomo e la tecnica (1931 !) previde con sorprendente precisione lo scenario che si sta dispiegando oggi davanti ai nostri occhi. La tecnologia, nata dalle profondità dell’anima occidentale, caratterizzata da un’insaziabile sete di innovazione, illimitatezza e sfruttamento radicale delle forze della natura, si  distacca dalle sue origini territoriali diventando fenomeno planetario.

L’antica sete di conoscenza e conquista presente nelle ardite spedizioni marittime, nelle esplorazioni, nelle scoperte scientifiche e nelle rivoluzioni industriali, sociali e politiche, è mutata; ha abbandonato il mondo materiale per insediarsi nell’ubiquità di reti virtuali, in una struttura invisibile, onnipresente e astratta, l’ algoritmo. Parlare di algoritmo faustiano significa riconoscere la fase terminale, definitiva della tecnologia occidentale, il suo irrevocabile compimento. È il passaggio dal controllo sulla materia all’imperativo del codice, una forza che aspira all’onniscienza e all’onnipotenza convertendo la contingenza aleatoria della vita in calcolo deterministico. Il timore è che la struttura digitale finisca per saturare completamente il globo, impedendo irreversibilmente la nascita di qualsiasi altra cultura.

L’umanità si troverebbe trascinata in una mutazione senza precedenti: una civiltà tecnicamente onnipotente, spiritualmente morta, che marcia a capofitto verso la pietrificazione. Per comprendere la portata dell’ ordine algoritmico, occorre rivolgersi alla morfologia della storia di Spengler, consistente non  in un progresso lineare, cumulativo, ma nel susseguirsi di diverse culture che nascono, maturano, invecchiano e muoiono, ognuna delle quali rappresenta un modo specifico di vedere il mondo. L’ anima apollinea della cultura greco-romana provava orrore per l’illimitato, identificava la perfezione con la proporzione e l’equilibrio. L’anima faustiana è caratterizzata dall’ ossessione per lo spazio infinito, dal puro dinamismo e dall’ insaziabile volontà di potenza.

Sotto questa prospettiva metafisica, l’intelligenza artificiale non è un incidente storico o un mero progresso ingegneristico; è il destino inevitabile, l’ineluttabile conseguenza dell’anima faustiana. Rappresenta il tentativo dell’uomo occidentale di separare l’intelletto dalla materia biologica, un prometeismo che trascende i limiti dello spazio e del tempo. Mentre la tecnologia industriale classica rimaneva dipendente dalla materia e dal corpo, l’algoritmo crea e gestisce informazioni, colonizza il futuro attraverso la massiccia previsione prodotta dall’incrocio di dati e metadati. Questo cambio di paradigma segna l’affondamento di ciò che Spengler chiamava civiltà. La Cultura rappresenta la fase creativa, organica, naturale e spirituale di un popolo; la Civiltà lo stadio tardo, meccanico, artificiale e decadente, in cui l’intelletto freddo sostituisce l’anima calda, e ciò che attiene alla qualità si scioglie nel regno della quantità . E adesso, dei dati e della tecnocrazia. (continua)

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