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Tim porta i chip Nvidia nel cloud nazionale. Cosa c’è nell’accordo

Tim amplia la propria infrastruttura sovrana di intelligenza artificiale attraverso una collaborazione con Nvidia, con l’obiettivo di mettere a disposizione di imprese, pubbliche amministrazioni, startup e centri di ricerca italiani capacità di calcolo avanzate per sviluppare e utilizzare applicazioni di AI su larga scala, mantenendo in Italia il controllo su dati, modelli e operazioni.

La piattaforma, sviluppata da Tim Enterprise e ospitata sul territorio nazionale, integrerà l’infrastruttura cloud centralizzata e la rete edge distribuita del gruppo con le tecnologie di intelligenza artificiale e accelerated computing di Nvidia. Il sistema offrirà capacità di elaborazione di nuova generazione, accompagnate da strumenti di controllo progettati per soddisfare i requisiti di localizzazione dei dati, gestione degli accessi, sicurezza e conformità normativa.

L’annuncio arriva mentre Nvidia guarda con crescente attenzione al mercato europeo. Intervenendo a Berlino, l’amministratore delegato Jensen Huang ha previsto che ogni singola azienda del continente diventerà un’impresa di intelligenza artificiale, indicando l’Europa come uno degli attori chiave della futura economia dell’AI. Huang ha parlato anche di una nuova rivoluzione industriale, una trasformazione che richiederà infrastrutture e capacità tecnologiche adeguate a sostenere la diffusione dell’intelligenza artificiale nei diversi settori economici.

La collaborazione con Tim rappresenta un esempio concreto dell’integrazione delle tecnologie Nvidia nelle infrastrutture europee, in un contesto nel quale assumono crescente importanza la disponibilità di capacità di calcolo e il controllo sui dati.

Per l’Italia, l’iniziativa punta a rendere accessibili tecnologie avanzate a una platea più ampia di soggetti pubblici e privati, contribuendo allo sviluppo di un ecosistema nazionale dell’intelligenza artificiale aperto e competitivo. Si inserisce inoltre nel percorso di rafforzamento delle capacità tecnologiche di Tim, gruppo di telecomunicazioni che annovera tra i propri azionisti anche Poste Italiane.

Un elemento centrale del progetto riguarda i modelli di intelligenza artificiale. Tim Enterprise offrirà servizi gestiti per modelli aperti e personalizzabili, tra cui la famiglia Nvidia Nemotron, consentendo alle organizzazioni di ospitare, perfezionare, valutare e gestire sistemi adattati alla propria lingua, alle competenze settoriali e ai processi operativi. Attraverso Nvidia NeMo Guardrails sarà inoltre possibile applicare controlli e policy programmabili alle applicazioni AI.

La piattaforma supporterà anche modelli specializzati sviluppati da università, centri di ricerca, imprese e aziende italiane native dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di valorizzare le competenze tecnologiche nazionali.

Secondo Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, l’intelligenza artificiale rappresenta ormai un elemento concreto di competitività e la sfida consiste nel renderla accessibile su larga scala senza rinunciare al controllo dei dati e dei processi. L’integrazione tra le infrastrutture del gruppo e le tecnologie Nvidia permetterà, nelle intenzioni dell’azienda, di sostenere imprese, pubbliche amministrazioni e innovatori nello sviluppo di applicazioni dal cloud all’edge. «La tecnologia è il mezzo: ciò che conta è trasformarla in servizi utilizzabili, crescita e valore per il Paese», ha sottolineato Labriola.

La collaborazione si inserisce infatti nella strategia di Tim per estendere progressivamente le capacità di elaborazione dell’intelligenza artificiale dal cloud centralizzato all’edge distribuito, avvicinando la potenza di calcolo ai luoghi nei quali i dati vengono generati e utilizzati.

Nell’ambito dell’Ipcei Cis, l’Importante Progetto di Comune Interesse Europeo sulle infrastrutture e i servizi cloud, Tim sta sviluppando nodi Edge Cloud distribuiti sul territorio italiano e dotati di Gpu Nvidia. Queste infrastrutture sono progettate per supportare applicazioni che richiedono tempi di risposta ridotti ed elaborazione dei dati in prossimità della loro origine.

L’iniziativa contribuisce così a delineare il percorso attraverso il quale Tim intende ampliare la disponibilità di capacità AI in Italia, combinando le tecnologie di Nvidia con infrastrutture nazionali e strumenti di gestione orientati al controllo dei dati, alla sicurezza e alla conformità normativa.

L’intesa si inserisce in una fase di particolare attivismo italiano sul fronte delle tecnologie strategiche e delle cosiddette trusted technologies, soprattutto attraverso il rafforzamento della cooperazione con gli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, Roma ha aderito a Pax Silica, l’iniziativa promossa da Washington per rendere più sicure e resilienti le filiere dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori, e ha firmato un accordo bilaterale sui minerali critici. L’Italia ha inoltre sottoscritto la Kyoto Vision for a Golden Age of Science, dedicata al ruolo dell’AI nella ricerca scientifica, e aderito all’iniziativa americana per lo sviluppo di reti 6G sicure, aperte e interoperabili.

Iniziative distinte, ma riconducibili a una crescente attenzione italiana verso la sicurezza delle catene tecnologiche, la cooperazione con partner affidabili e lo sviluppo delle infrastrutture digitali di nuova generazione.

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Dalle reti russe ai sospetti su Iran e Algeria. Cosa (non) svela Ft sulle proteste in Europa

L’Unione europea sta indagando sulle possibili interferenze straniere nelle proteste violente che hanno attraversato negli ultimi giorni Francia e altri Paesi europei, tra cui Italia e Belgio. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, funzionari della sicurezza e autorità di regolamentazione stanno esaminando il ruolo di reti di disinformazione filorusse, insieme a possibili operazioni riconducibili a Iran e Algeria, nella diffusione di contenuti violenti e narrazioni polarizzanti.

Le verifiche riguardano soprattutto l’amplificazione digitale delle proteste, ma alcuni governi hanno chiesto ai servizi di intelligence di accertare anche l’eventuale coinvolgimento diretto di agenti stranieri negli episodi di violenza. Al momento, precisano le fonti europee interpellate dal quotidiano britannico, non esistono prove concrete di provocazioni organizzate dall’estero.

È una dinamica che Formiche.net aveva già analizzato in un articolo di Emanuele Rossi, ricostruendo come le tensioni sociali europee possano essere sfruttate da attori ostili attraverso strumenti di guerra ibrida, campagne informative e operazioni di influenza. Le nuove rivelazioni del Financial Times aggiungono a questa lettura gli elementi raccolti dalle autorità europee.

David Colon, ricercatore di Sciences Po specializzato in disinformazione, spiega che influencer filo-Cremlino collegati alla campagna russa “Storm-1516” hanno amplificato le proteste francesi diffondendo narrazioni false. Colon ha indicato anche “Matryoshka”, un’altra rete di influenza russa già attiva in operazioni di manipolazione informativa.

Ci sono diversi account già individuati per aver diffuso filmati violenti falsamente attribuiti alle manifestazioni francesi. Un video pubblicato su X da un profilo con appena cinquemila follower ha raggiunto quasi sei milioni di visualizzazioni, mostrando manifestanti intenti a lanciare fuochi d’artificio. Le immagini risalivano in realtà alle proteste del 2024 a Tbilisi, in Georgia. Colon ha tuttavia precisato che gli influencer filorussi non hanno originato le manifestazioni né risultano averne condizionato direttamente lo svolgimento. Le operazioni osservate sembrano soprattutto orientate a sfruttare e amplificare eventi già in corso.

L’attenzione si estende anche a Iran e Algeria. Sono stati segnalati indizi di possibili operazioni di influenza riconducibili ai due Paesi Le autorità europee stanno cercando di comprendere se l’attività online possa accompagnarsi a provocazioni fisiche. Il precedente richiamato dal Financial Times risale al 2023, quando persone sospettate di agire per conto della Russia disegnarono stelle di David sui muri di Parigi. Secondo l’organismo francese Viginum, l’operazione mirava ad alimentare divisioni nella società.

Il problema riguarda la possibile convergenza tra tensioni autentiche, operazioni clandestine e amplificazione algoritmica. Distinguere queste componenti non è sempre semplice, soprattutto quando le attività di influenza utilizzano intermediari e reti difficilmente attribuibili. Bruxelles ha intanto avviato confronti con le autorità francesi e con i regolatori nazionali per valutare la collaborazione delle piattaforme, tra cui X e TikTok. La Commissione vuole impedire che gli algoritmi contribuiscano ad amplificare contenuti violenti o campagne coordinate. Un intervento europeo diretto resta possibile qualora il rischio diventasse sistemico.

La questione riguarda da vicino anche l’Italia, dove il ministro della Difesa Guido Crosetto ha denunciato una “guerra ibrida” condotta contro i Paesi occidentali attraverso social media e piattaforme digitali. Le fonti dell’intelligence europea invitano comunque a non sovrastimare il ruolo degli attori stranieri. Le proteste nascono da tensioni politiche e sociali reali, che possono essere successivamente sfruttate da potenze esterne.

È proprio questo il nodo strategico: le operazioni di influenza non devono necessariamente creare il disordine per trasformarlo in uno strumento di pressione. Possono inserirsi nelle fratture esistenti, amplificarle e renderne più difficile la gestione, sfruttando anche l’incertezza sull’attribuzione delle responsabilità. Una vulnerabilità delle democrazie europee che le indagini in corso stanno riportando al centro dell’attenzione.

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Energia, nucleare e materie prime critiche. L’Italia rafforza l’asse strategico con gli Usa

Italia e Stati Uniti rafforzano il dialogo sulla sicurezza energetica, le materie prime critiche e le infrastrutture strategiche, con il nucleare di nuova generazione che emerge come uno dei principali terreni di convergenza. Il confronto riflette l’ambizione di Roma di consolidare il proprio ruolo di partner transatlantico e di hub energetico tra Europa, Africa e Indo-Mediterraneo, valorizzando le capacità industriali nazionali e la posizione geografica del Paese.

Questi temi sono stati al centro dell’incontro a Washington tra la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Vannia Gava, e Jarrod Agen, direttore esecutivo del National Energy Dominance Council della Casa Bianca. Un confronto che ha permesso di approfondire le prospettive di cooperazione bilaterale in settori destinati ad assumere un peso crescente negli equilibri economici e geopolitici internazionali.

“Con Jarrod Agen abbiamo condiviso alla Casa Bianca una visione che unisce Italia e Stati Uniti: la sicurezza energetica è sicurezza nazionale”, ha dichiarato Gava. Per Paesi a forte vocazione manifatturiera, ha spiegato, questo significa garantire energia affidabile a costi sostenibili per le imprese, diversificare le fonti, includere nel mix energetico il nucleare di nuova generazione e scegliere partner stabili e affidabili.

Uno dei principali argomenti affrontati riguarda le materie prime critiche, la cui disponibilità è sempre più determinante per la transizione energetica, le tecnologie avanzate e la competitività industriale. La concentrazione delle attività di raffinazione in un numero ristretto di Paesi rappresenta una vulnerabilità strutturale per le economie occidentali, che rende necessario rafforzare la cooperazione sulle catene di approvvigionamento e sviluppare nuove partnership con i Paesi produttori.

“È una vulnerabilità che l’Occidente deve affrontare insieme, costruendo filiere condivise e partenariati con i Paesi produttori, molti dei quali si trovano in Africa”, ha osservato la viceministra. In questo quadro si inserisce anche l’accordo tra Italia e Stati Uniti sulle materie prime critiche, che potrebbe rafforzare il ruolo di Roma nell’iniziativa americana Pax Silica. Parallelamente, la Commissione europea ha selezionato cinque progetti strategici italiani dedicati alla lavorazione e al riciclo di materiali critici, confermando il potenziale contributo dell’industria nazionale alla costruzione di filiere europee più resilienti.

La dimensione africana occupa una posizione centrale nella strategia italiana. Gava ha richiamato il Piano Mattei come strumento per sviluppare partenariati con i Paesi del continente e rafforzare l’integrazione tra sicurezza energetica, cooperazione industriale e diversificazione degli approvvigionamenti. “Ho voluto sottolineare che è proprio in questa prospettiva che si inserisce il Piano Mattei, attraverso il quale l’Italia ha ridefinito il proprio rapporto con l’Africa, una regione strategica per il nostro Paese”, ha spiegato.

Il nucleare rappresenta un ulteriore elemento di convergenza strategica tra Roma e Washington, soprattutto per le prospettive di collaborazione tecnologica e industriale. Già in un’intervista rilasciata a Decode39 nel 2023, Gava aveva illustrato le ragioni del rinnovato interesse italiano per questa fonte energetica, sostenendo il principio della neutralità tecnologica e sottolineando il potenziale dei reattori avanzati nel completare il contributo delle rinnovabili, sostenere le industrie energivore e rafforzare l’autonomia strategica nazionale.

Durante la visita negli Stati Uniti, la viceministra ha inoltre visitato Commonwealth Fusion Systems, a Boston, una delle realtà più innovative a livello internazionale nello sviluppo della fusione nucleare. Si tratta di una tecnologia ancora in fase di sviluppo, ma con il potenziale di offrire in futuro una fonte energetica pulita, sicura e sostenibile. Gava ha evidenziato il contributo delle imprese italiane, degli investitori, delle aziende coinvolte nella filiera industriale e delle eccellenze accademiche e della ricerca nazionale, sottolineando come la partecipazione italiana a questo settore rappresenti un esempio concreto della capacità del Paese di contribuire alle grandi trasformazioni tecnologiche del sistema energetico globale.

La centralità della sicurezza energetica nella politica industriale e nelle relazioni internazionali italiane era stata ribadita dalla stessa Gava anche in occasione della riunione ministeriale dell’Agenzia internazionale dell’energia a Parigi. Come riportato da Decode39, la viceministra aveva richiamato l’importanza della diversificazione delle fonti, dell’accesso alle materie prime critiche e del rafforzamento delle partnership internazionali per tutelare la competitività economica e la sicurezza nazionale.

Il confronto alla Casa Bianca ha riguardato anche le nuove direttrici energetiche e infrastrutturali, considerate strumenti di integrazione economica e geopolitica. In particolare, Gava ha richiamato il corridoio India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), con la sua componente energetica, e le interconnessioni tra Nord Africa ed Europa, destinate a modificare i flussi commerciali ed energetici tra India, Medio Oriente, Mediterraneo e continente europeo.

“L’Italia può diventarne l’hub naturale, contribuendo così concretamente all’Occidente, che potrà superare le sfide dei prossimi anni soltanto restando unito”, ha affermato la viceministra.

L’incontro di Washington colloca dunque le ambizioni energetiche italiane all’interno di una più ampia cornice transatlantica. Roma punta a combinare le proprie competenze industriali, la posizione geografica nel Mediterraneo e le partnership africane con una cooperazione più stretta con gli Stati Uniti sulle tecnologie, sulle catene di approvvigionamento e sulle infrastrutture strategiche.

La prospettiva più significativa riguarda la possibilità di tradurre questa convergenza politica in progetti concreti, soprattutto nel settore nucleare, dove le competenze industriali e scientifiche italiane e le capacità tecnologiche americane possono costituire la base per una collaborazione più strutturata. Un percorso che si inserisce nella più ampia ricerca di sicurezza energetica, competitività industriale e autonomia strategica delle economie occidentali.

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Riad rinvia la sua Davos. La pressione Houthi sulle ambizioni saudite

L’Arabia Saudita ha deciso di rinviare al 2027 la Future Investment Initiative (FII), il grande appuntamento internazionale dedicato agli investimenti che avrebbe dovuto svolgersi a Riad dal 26 al 29 ottobre. La decisione arriva dopo settimane di attacchi missilistici e con droni degli Houthi contro infrastrutture saudite, tra cui l’aeroporto internazionale King Khalid della capitale. La cosiddetta “Davos nel deserto”, uno degli strumenti di promozione economica del principe ereditario Mohammed bin Salman, diventa così una delle vittime più visibili dell’instabilità regionale.

Gli organizzatori hanno motivato il rinvio con la volontà di garantire la qualità e la portata della decima edizione, senza attribuire esplicitamente la decisione alla situazione militare. Il contesto appare tuttavia determinante. Secondo Reuters, le preoccupazioni sulla sicurezza avevano già indotto alcuni grandi gruppi finanziari a riconsiderare la partecipazione dei propri dirigenti. Il rinvio rappresenta un passaggio significativo per un evento concepito per attirare capitali internazionali e sostenere la trasformazione economica del Regno.

Una vulnerabilità già emersa

Il problema era stato anticipato da Formiche.net il 14 ottobre, quando Riad stava valutando la possibilità di trasformare la FII in un evento ibrido. Già allora gli attacchi contro l’aeroporto saudita avevano mostrato come la pressione militare degli Houthi potesse incidere direttamente sulle ambizioni economiche di Vision 2030.

La cancellazione dell’appuntamento per quest’anno rende questa vulnerabilità ancora più evidente. L’Arabia Saudita ha investito enormi risorse per presentarsi come piattaforma internazionale per finanza, tecnologia, turismo e grandi eventi. La capacità degli Houthi di colpire infrastrutture strategiche introduce un elemento di incertezza che può condizionare la mobilità dei dirigenti, l’organizzazione degli appuntamenti internazionali e la percezione del rischio da parte degli investitori.

Il problema riguarda anche l’asimmetria del confronto. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, possono imporre costi economici e reputazionali a un Paese dotato di risorse militari e finanziarie largamente superiori. Come emerso dalle recenti informazioni sulle loro capacità tecnologiche, l’accesso a componenti industriali e strumenti digitali avanzati potrebbe inoltre contribuire a rendere più sofisticata una minaccia già operativa.

La dimensione europea della sicurezza saudita

La crescente pressione sul Regno sta coinvolgendo anche i partner europei. Il Regno Unito ha annunciato il dispiegamento di velivoli da combattimento per contribuire alla difesa dell’Arabia Saudita dagli attacchi Houthi, secondo quanto riportato dalla Bbc. Una decisione che conferma la rilevanza della sicurezza saudita per gli interessi strategici occidentali nel Golfo.

Anche l’Italia dispone di Eurofighter schierati in Arabia Saudita, trasferiti dalla base kuwaitiana di Ali Al Salem a quella di Taif. Il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha chiarito al Corriere della Sera che il ridispiegamento non costituisce una nuova missione militare, ma una modifica della dislocazione degli assetti nell’ambito di un’operazione già autorizzata dal Parlamento.

La scelta di Taif rispondeva a valutazioni di sicurezza e operative, dopo i bombardamenti subiti dalla base in Kuwait. Tuttavia, durante gli attacchi Houthi di settembre, anche un Eurofighter italiano è stato danneggiato da un drone. Portolano ha precisato che gli assetti italiani non erano obiettivi diretti delle azioni ostili, ricordando comunque che “nelle operazioni militari la garanzia del rischio zero non esiste”.

La presenza europea riflette dunque un contesto di sicurezza sempre più complesso, nel quale la protezione del personale e la continuità delle attività militari richiedono continui adattamenti.

Per Riad, il rinvio della FII è soprattutto un segnale politico ed economico. Vision 2030 conserva risorse e prospettive considerevoli, ma la sua realizzazione dipende anche dalla capacità del Regno di offrire un ambiente stabile agli investitori internazionali. Gli Houthi hanno dimostrato di poter interferire con questa ambizione, trasformando la vulnerabilità delle infrastrutture saudite in uno strumento di pressione ben oltre il campo di battaglia yemenita.

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Business e politica. Così l’Italia guida il commercio transatlantico negli Usa

Il gala per il 51° anniversario della National Italian American Foundation (Niaf), svoltosi sabato al Washington Hilton, ha riunito alcuni dei principali protagonisti del mondo imprenditoriale italiano, rappresentanti politici e personalità di spicco della comunità italoamericana, mettendo in evidenza i due pilastri su cui poggiano le relazioni tra Italia e Stati Uniti: cooperazione politica e partnership economica.

L’evento ha offerto una rappresentazione concreta del ruolo della Niaf come ponte transatlantico, capace di collegare istituzioni, industria e una comunità la cui influenza va ben oltre la dimensione culturale. In una fase segnata da incertezze geopolitiche e trasformazioni industriali, la diplomazia economica assume un’importanza sempre più paragonabile a quella del dialogo politico nel sostenere il rapporto bilaterale. La serata di Washington ha mostrato come queste due dimensioni si rafforzino reciprocamente.

La presenza delle imprese ha rispecchiato l’ampiezza degli interessi economici italiani sulle due sponde dell’Atlantico. Tra i principali protagonisti figuravano Fincantieri, Leonardo, Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato, Almaviva, Terna, Italgas, GE Healthcare, SHRO, Colavita, Ferrero e Campari Group, espressione di settori che spaziano dalla difesa alla cantieristica navale, dall’energia alle infrastrutture, dalla finanza alla tecnologia, fino alla sanità e ai beni di consumo. Il gala ha ricevuto inoltre il sostegno di HHH – Hospital Healthcare Holdings, parte di GKSD Investment Holding, a ulteriore conferma del coinvolgimento del settore privato.

Questa dimensione economica si inserisce in un contesto più ampio di dialogo transatlantico, al quale contribuisce anche l’American Chamber of Commerce in Italy (AmCham), impegnata a favorire i collegamenti tra imprese, investitori e istituzioni dei due Paesi. Le partnership industriali assumono infatti un peso crescente per la sicurezza nazionale, la competitività tecnologica e la resilienza economica. Per Italia e Stati Uniti, il coinvolgimento delle aziende garantisce continuità e sostanza operativa a una relazione tradizionalmente costruita sulla diplomazia e sulla condivisione di priorità politiche.

Altrettanto significativa è stata la partecipazione politica e istituzionale, rafforzata dal videomessaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha inquadrato l’anniversario nel contesto dei 250 anni dell’indipendenza americana e del contributo storico della comunità italiana alla costruzione degli Stati Uniti.

“La storia degli italoamericani è la storia stessa dell’America”, ha affermato Meloni, ricordando una nazione costruita attraverso il coraggio, il sacrificio e la ricerca di un futuro migliore. La premier ha richiamato anche la figura di Filippo Mazzei e la sua influenza su Thomas Jefferson come esempio del contributo italiano alla nascita degli Stati Uniti.

“Da oltre cinquant’anni, la Niaf rappresenta un ponte essenziale tra Italia e Stati Uniti”, ha aggiunto, descrivendo un legame fondato sulla storia condivisa, sui rapporti familiari, sulla cultura e sui valori comuni.

Il suo intervento ha assunto anche una dimensione geopolitica più ampia. “In questi tempi di crisi, il legame tra Italia e Stati Uniti rimane cruciale”, ha sottolineato Meloni, richiamando la necessità per i due Paesi di continuare a difendere la libertà e la democrazia.

La rappresentanza politica comprendeva l’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo, l’ex ministro degli Esteri Angelino Alfano, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e i parlamentari Carlo Fidanza, Alessandro Cattaneo, Christian Di Sanzo ed Elena Murelli. Tra le personalità diplomatiche e istituzionali erano presenti l’ambasciatore italiano a Washington Marco Peronaci, Damiano Beleffi, Raffaele Cattaneo, Giampiero Zinzi e Antonio Giordano.

Significativa anche la partecipazione delle Regioni, con i presidenti del Lazio Francesco Rocca, della Lombardia Attilio Fontana e del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Il programma della Niaf ha inoltre ospitato un confronto sulle relazioni tra Italia e Stati Uniti tra Pompeo e Alfano, moderato dalla giornalista economico-finanziaria Maria Bartiromo.

L’ampiezza della partecipazione politica ha evidenziato i diversi livelli attraverso cui si sviluppa il rapporto bilaterale: dalla diplomazia nazionale agli scambi parlamentari, dalla cooperazione regionale alle partnership industriali. Le parole di Meloni hanno richiamato le fondamenta storiche e politiche di questa relazione, mentre la presenza di rappresentanti istituzionali e imprenditoriali ne ha mostrato la dimensione operativa.

Un’attenzione particolare è stata riservata alla Lombardia, scelta dalla Niaf come Regione d’Onore 2026 per il suo contributo all’industria, al design, alla moda e all’innovazione, oltre che per i consolidati rapporti economici e istituzionali con gli Stati Uniti. Fontana ha ribadito l’impegno della Regione nel rafforzamento delle relazioni transatlantiche, mentre la celebrazione ha offerto l’occasione per valorizzare uno dei principali poli manifatturieri e dell’innovazione europei. Il riconoscimento ha sottolineato come la relazione economica tra Italia e Stati Uniti sia alimentata non soltanto dalle politiche nazionali e dai grandi gruppi industriali, ma anche dagli ecosistemi produttivi territoriali.

Tra i protagonisti della serata figurava Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, insignito del Niaf Dea Roma Special Achievement Award for Outstanding Leadership in the Maritime Industry. Il riconoscimento ha valorizzato il posizionamento internazionale del gruppo e la sua crescente rilevanza strategica, in particolare nella cantieristica avanzata, nelle tecnologie digitali e nelle capacità subacquee.

“Sono orgoglioso di guidare una squadra concentrata sulle navi digitali del futuro e sul dominio subacqueo, facendo leva sull’affidabilità tecnica italiana”, ha dichiarato Folgiero, descrivendo il premio come un ponte tra «Italia e Stati Uniti, tradizione e futuro, ambizione individuale e orgoglio collettivo».

La presenza industriale di Fincantieri negli Stati Uniti conferisce al riconoscimento una dimensione concreta. Attraverso Fincantieri Marine Group, l’azienda opera in quattro cantieri americani, impiega circa 3.000 persone e ha investito oltre 800 milioni di dollari nelle proprie attività statunitensi, anche nell’ambito della collaborazione con la Marina americana.

Il tema della leadership imprenditoriale si è esteso oltre la cantieristica. Anche Anthony Capuano, presidente e amministratore delegato di Marriott International, è stato premiato per la sua leadership nel settore dell’ospitalità, a testimonianza dell’influenza della comunità italoamericana in alcuni dei principali comparti dell’economia statunitense.

Per il presidente e amministratore delegato della Niaf Robert Allegrini, l’anniversario ha rappresentato un’occasione per riaffermare la missione della Fondazione nel collegare generazioni diverse e rafforzare i rapporti tra Italia e Stati Uniti. “Da 51 anni, la Niaf funge da ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti”, ha dichiarato, sottolineando come la serata rappresentasse un’espressione concreta della missione dell’organizzazione.

Anche il presidente del consiglio di amministrazione della Niaf John Calvelli ha evidenziato l’importanza di investire nelle nuove generazioni e di preservare i legami che hanno contribuito a plasmare la comunità italoamericana.

Il gala ha così mostrato come un’istituzione nata per valorizzare un patrimonio culturale condiviso possa svolgere anche una funzione di piattaforma per il dialogo politico, le relazioni imprenditoriali e la cooperazione transatlantica.

Il fine settimana di Washington ha ospitato inoltre la quarta edizione degli Italpress Awards, organizzati dall’agenzia di stampa fondata e diretta da Gaspare Borsellino, in collaborazione con la Niaf. La cerimonia ha premiato personalità italiane e italoamericane che contribuiscono alla valorizzazione internazionale delle eccellenze italiane.

Tra i riconoscimenti figuravano quelli assegnati al presidente lombardo Fontana, all’ambasciatore Peronaci, al rappresentante permanente italiano presso le Nazioni Unite Giorgio Marrapodi, al giornalista Gianni Riotta e al presidente di Ferrovie dello Stato Tommaso Tanzilli. L’evento ha riunito rappresentanti della diplomazia, delle imprese, delle istituzioni e dei media. La galleria fotografica pubblicata offre una panoramica degli ospiti e delle personalità presenti alla manifestazione.

Nel complesso, il 51° anniversario della Niaf ha restituito l’immagine di una relazione bilaterale sempre più sostenuta dalla convergenza tra diplomazia politica, cooperazione industriale e legami culturali. I governi continuano a fornire il quadro istituzionale, mentre imprese, economie regionali e reti transatlantiche contribuiscono a tradurre questa partnership in rapporti economici e strategici duraturi.

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I Five Eyes ridisegnano la difesa delle telecomunicazioni. Nel mirino Cina, supply chain e superintelligenza

Le reti di telecomunicazione sono diventate uno dei principali terreni della competizione strategica internazionale. La loro sicurezza, la provenienza delle tecnologie utilizzate e le vulnerabilità introdotte dall’intelligenza artificiale rappresentano ormai questioni direttamente collegate alla sicurezza nazionale. È su queste premesse che i Five Eyes, l’alleanza di intelligence che riunisce Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda, hanno concordato di rafforzare la cooperazione per proteggere le infrastrutture di comunicazione dalle minacce informatiche, con particolare attenzione alle attività riconducibili alla Cina.

L’intesa è stata raggiunta a Washington durante il terzo incontro annuale dei regolatori delle telecomunicazioni dei cinque Paesi, convocato dalla Federal Communications Commission (FCC) e conclusosi con una dichiarazione congiunta che stabilisce sette ambiti prioritari di collaborazione.

L’accordo comprende la protezione delle reti e delle infrastrutture critiche, la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologico, il rafforzamento del coordinamento internazionale e il contrasto alle frodi digitali. Particolare attenzione è stata riservata anche al ruolo della superintelligenza nella sicurezza delle comunicazioni, un riferimento che segnala quanto rapidamente l’evoluzione dell’intelligenza artificiale stia entrando nelle valutazioni strategiche dei governi occidentali.

La minaccia cinese e la sicurezza delle infrastrutture

Sullo sfondo dell’iniziativa rimane la crescente preoccupazione per le operazioni di cyberspionaggio condotte attraverso le infrastrutture di telecomunicazione.

Nel comunicato diffuso il 16 ottobre, la FCC richiama esplicitamente Salt Typhoon, il gruppo di hacker associato alle attività di cyberspionaggio sostenute dallo Stato cinese, indicandolo tra gli attori che cercano di sfruttare le vulnerabilità delle reti, compromettere sistemi sensibili e interferire con servizi essenziali.

Il riferimento è significativo perché evidenzia una trasformazione della percezione occidentale della minaccia informatica. Le telecomunicazioni costituiscono un’infrastruttura strategica attraverso cui transitano informazioni governative, comunicazioni commerciali e dati sensibili. La possibilità che attori ostili possano penetrarvi stabilmente pone problemi che superano la tradizionale protezione dei singoli sistemi informatici.

Da qui l’attenzione alla sicurezza delle supply chain, diventata una componente essenziale della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. La provenienza delle apparecchiature, l’affidabilità dei fornitori e la possibilità di individuare vulnerabilità lungo la catena produttiva assumono una rilevanza direttamente collegata alla resilienza nazionale.

“Dalla promozione della sicurezza delle catene di approvvigionamento al contrasto degli attacchi informatici, il lavoro di questo gruppo continua a essere cruciale sia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sia per la difesa del mondo libero”, ha dichiarato il presidente della FCC, Brendan Carr (in foto).

La superintelligenza entra nell’agenda

Uno degli aspetti più interessanti dell’incontro riguarda l’inclusione della superintelligenza tra le priorità della cooperazione.

Il comunicato non specifica quali iniziative operative saranno sviluppate in questo ambito, ma la scelta di inserirlo formalmente nell’agenda segnala l’attenzione dei regolatori verso le implicazioni di sistemi di intelligenza artificiale sempre più avanzati.

L’evoluzione di queste tecnologie potrebbe modificare profondamente sia le capacità di difesa delle infrastrutture digitali sia gli strumenti disponibili per comprometterle. L’automazione delle attività di identificazione delle vulnerabilità, l’analisi di grandi quantità di dati e la crescente sofisticazione degli attacchi rappresentano altrettanti elementi destinati a influenzare gli equilibri della cybersicurezza.

Il tema assume una dimensione strategica ulteriore considerando che le reti di telecomunicazione costituiscono anche l’infrastruttura attraverso cui vengono distribuiti e utilizzati numerosi servizi basati sull’intelligenza artificiale.

Verso un coordinamento più ampio

L’incontro ha affrontato anche l’armonizzazione delle regole per le certificazioni di sicurezza informatica, con una sessione guidata dalla commissaria FCC Olivia Trusty. Il riferimento è al rafforzamento della fiducia nei dispositivi e nei prodotti connessi, anche attraverso iniziative come il programma statunitense Cyber Trust Mark.

La FCC ha inoltre ampliato il formato della riunione, coinvolgendo altri Paesi partner in una nuova sessione dedicata alla collaborazione internazionale.

È un passaggio politicamente rilevante. La protezione delle telecomunicazioni richiede infatti un coordinamento che superi i confini della tradizionale alleanza di intelligence anglosassone, soprattutto considerando la natura transnazionale delle infrastrutture digitali.

La direzione indicata dai Five Eyes riflette una tendenza più ampia: la sicurezza delle reti sta diventando parte integrante delle politiche industriali, tecnologiche e di difesa. In un contesto caratterizzato dalla competizione con la Cina e dalla rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale, la capacità di costruire infrastrutture affidabili e catene di approvvigionamento sicure si configura sempre più come una componente della sovranità strategica.

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Tra commercio e sicurezza, l’Adriatico torna al centro della geopolitica europea

La frammentazione dell’economia globale sta ridisegnando la geografia strategica dell’Europa. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente, le tensioni sulle rotte marittime, la competizione commerciale tra Stati Uniti e Cina e la crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture stanno modificando il valore di porti e corridoi logistici. In questo scenario, il Mare Adriatico, a lungo considerato periferico rispetto ai grandi centri del commercio europeo, potrebbe assumere un ruolo sempre più importante nella sicurezza economica del continente.

È la tesi centrale di The New Centrality of the Adriatic Sea and Napa in the Age of Fragmentation, un rapporto realizzato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) insieme alla North Adriatic Ports Association (Napa), con Roberto Italia, Giovanni Maria Della Gatta e Matteo Villa come autori principali. Il documento esamina come i cambiamenti negli equilibri internazionali stiano creando nuove opportunità per il sistema portuale dell’Alto Adriatico, individuando una questione che riguarda direttamente Bruxelles: quanto può contribuire questa regione alla resilienza strategica dell’Unione europea?

La risposta parte dalla geografia. I cinque porti dell’associazione – Ravenna, Trieste-Monfalcone, Venezia-Chioggia, Capodistria e Fiume – costituiscono una porta d’accesso naturale all’Europa centrale e orientale. Una nave proveniente da Busan, in Corea del Sud, può raggiungere il Nord Adriatico attraverso Suez percorrendo circa 2.000 miglia nautiche in meno rispetto a una destinazione nell’Europa settentrionale, con un risparmio teorico di circa cinque giorni.

Eppure, storicamente, i grandi porti del Northern Range, da Rotterdam ad Anversa, hanno dominato il commercio continentale grazie alla loro capacità logistica e alle connessioni con i mercati interni. Oggi, secondo l’Ispi, la crescente importanza della diversificazione delle rotte potrebbe contribuire a riequilibrare questa gerarchia.

La sicurezza economica cambia la geografia

Il punto di partenza del rapporto è che le infrastrutture marittime sono diventate parte integrante della sicurezza nazionale ed europea. Le crisi nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno mostrato quanto le catene di approvvigionamento dipendano da pochi passaggi vulnerabili. La guerra in Ucraina ha trasformato il Mar Nero in uno spazio di confronto militare, mentre nel Baltico le minacce ibride russe aumentano l’attenzione verso le infrastrutture critiche.

In questo contesto, il Nord Adriatico offre un accesso meridionale ai mercati europei, complementare alle tradizionali rotte settentrionali. La sua importanza deriva anche dalla possibilità di collegare Mediterraneo, Balcani ed Europa centrale attraverso infrastrutture già inserite nelle reti transeuropee di trasporto.

Le prospettive economiche rafforzano questa valutazione. Secondo le proiezioni elaborate nel rapporto, il traffico complessivo dei porti Napa potrebbe aumentare da 144 milioni di tonnellate nel 2024 a circa 170 milioni nel 2031, una crescita del 18%. Un’espansione legata soprattutto alla domanda dei mercati retrostanti, alla diversificazione energetica e alla ricerca di collegamenti commerciali più affidabili. La geografia favorevole, tuttavia, non garantisce automaticamente competitività. La capacità ferroviaria, l’interoperabilità transfrontaliera e l’efficienza dei collegamenti terrestri rimangono decisive.

Dall’Adriatico ai nuovi corridoi eurasiatici

La nuova centralità dell’Adriatico si inserisce anche nella competizione per le connessioni tra Europa e Asia. Il rapporto dedica particolare attenzione all’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec), l’iniziativa lanciata al G20 di Nuova Delhi nel 2023 per sviluppare collegamenti commerciali, energetici e digitali attraverso India, Golfo, Medio Oriente ed Europa.

Per i porti adriatici, Imec rappresenta una possibile opportunità di integrazione nelle nuove reti eurasiatiche. Il documento sottolinea però che il corridoio richiederà anni per diventare pienamente operativo e dovrà superare ostacoli infrastrutturali e geopolitici considerevoli. Accanto a Imec, l’Ispi analizza il Middle Corridor, la rotta transcaspica che collega Asia centrale ed Europa aggirando la Russia. Entrambe le iniziative rispondono alla ricerca di ridondanza delle connessioni commerciali: una priorità crescente per un’Unione europea che intende ridurre le proprie vulnerabilità senza rinunciare all’apertura internazionale. Il Nord Adriatico potrebbe così consolidarsi come punto di convergenza tra diverse direttrici, collegando i flussi mediterranei con quelli provenienti dai Balcani, dal Caucaso e dall’Europa orientale.

Energia, difesa e infrastrutture digitali

La dimensione commerciale costituisce soltanto una parte del potenziale individuato dall’Ispi. I porti adriatici sono già importanti per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei, soprattutto verso i Paesi senza accesso diretto al mare. La riduzione della dipendenza dagli idrocarburi russi ha rafforzato il valore strategico delle infrastrutture regionali.

A questo si aggiungono la transizione energetica, i progetti di decarbonizzazione e le prospettive della connettività digitale, compreso il futuro sistema di cavi sottomarini GreenMed. Il rapporto attribuisce inoltre crescente rilevanza alla mobilità militare. In un’Europa impegnata ad aumentare gli investimenti nella difesa, porti, ferrovie e collegamenti intermodali diventano infrastrutture a duplice uso, necessarie anche per il trasferimento di materiali e mezzi verso il fianco orientale della Nato. È qui che la centralità adriatica assume una dimensione propriamente strategica: quella di un sistema capace di contribuire simultaneamente alla competitività economica, alla sicurezza energetica e alla resilienza europea.

La sfida per Bruxelles

La trasformazione descritta dall’Ispi richiede investimenti e coordinamento. Il rapporto individua 43 progetti infrastrutturali collegati alla rete TEN-T nei porti Napa, per circa 3,26 miliardi di euro. Ma evidenzia anche i rischi di interventi frammentati, incapaci di risolvere le strozzature lungo i corridoi logistici. La proposta è considerare i cinque porti come un sistema integrato, preservandone le specializzazioni e rafforzando la cooperazione transfrontaliera. Un modello di governance che potrebbe offrire indicazioni utili anche ad altre regioni europee.

Il messaggio politico arriva mentre l’Unione negozia il prossimo quadro finanziario pluriennale. Per Bruxelles, riconoscere la centralità dell’Adriatico significherebbe investire in una geografia economica europea più diversificata, capace di sostenere l’integrazione dei Balcani e dell’Europa orientale. La conclusione del rapporto è, in definitiva, una sollecitazione strategica: in un mondo nel quale le rotte commerciali sono sempre più esposte alle rivalità geopolitiche, la sicurezza europea dipenderà anche dalla capacità di moltiplicare gli accessi al continente. E l’Adriatico potrebbe diventare uno dei protagonisti di questa trasformazione.

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Etiopia-Eritrea, l’escalation minaccia il Mar Rosso. Cosa c’è in gioco per l’Italia

Le forze alleate del governo etiope hanno ripreso il controllo di Mekelle, capitale regionale del Tigray, dopo il ritiro dei combattenti del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). Le truppe federali sono inoltre avanzate verso il confine eritreo, raggiungendo Zalambessa il 13 ottobre.

Addis Abeba ha accusato l’Eritrea di aver inviato truppe sul territorio etiopico e di sostenere i gruppi insorti, accuse respinte da Asmara. L’Eritrea, a sua volta, sostiene che l’Etiopia si stia preparando a una guerra, mentre crescono le preoccupazioni che il confronto possa arrivare a coinvolgere Assab, porto eritreo di grande rilevanza strategica sul Mar Rosso.

L’escalation ha provocato anche un intervento diplomatico di Washington. Il 14 ottobre, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro etiope Abiy Ahmed, sollecitando moderazione, dialogo e rispetto della sovranità territoriale. Human Rights Watch ha nel frattempo denunciato vittime civili causate dai bombardamenti nel Tigray meridionale.

Un eventuale confronto militare tra Etiopia ed Eritrea aprirebbe un ulteriore fronte di instabilità lungo un corridoio marittimo già sottoposto a forti pressioni geopolitiche e geoeconomiche, con il rischio di aggravare le vulnerabilità del commercio internazionale e della sicurezza regionale.

L’accordo di Pretoria del 2022 ha posto fine a due anni di guerra devastante nel Tigray, lasciando tuttavia irrisolte importanti controversie politiche e territoriali. La sua incompleta attuazione, insieme al progressivo deterioramento dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea, ha indebolito gli equilibri regionali.

Priva di uno sbocco al mare dall’indipendenza eritrea del 1993, l’Etiopia considera sempre più l’accesso al Mar Rosso una necessità per il proprio sviluppo economico e la sicurezza nazionale. Le ambizioni marittime di Abiy sono diventate così una delle principali preoccupazioni di Asmara, per la quale Assab rappresenta al tempo stesso una risorsa sovrana e una vulnerabilità strategica.

Sebbene un’offensiva etiope verso il porto rimanga uno scenario non confermato, la convergenza tra controversie territoriali e ambizioni strategiche contrapposte crea le condizioni per una pericolosa escalation.

La crisi nel Corno d’Africa si inserisce in un quadro di sicurezza del Mar Rosso sempre più frammentato, nel quale conflitti regionali e vulnerabilità delle rotte marittime tendono a intrecciarsi.

Sulla sponda opposta dello stretto di Bab el-Mandeb, gli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno dimostrato la capacità di interrompere il traffico commerciale internazionale, collegando l’insicurezza marittima al più ampio confronto che coinvolge Israele, Gaza e Teheran. Più a est, le tensioni intorno allo Stretto di Hormuz continuano a esporre le esportazioni energetiche del Golfo e il commercio internazionale ai rischi di un’escalation regionale.

Si tratta di crisi con origini e dinamiche differenti, ma i loro effetti cumulativi minacciano un sistema marittimo interconnesso che collega il Golfo Persico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea introdurrebbe una categoria di rischio diversa: uno scontro interstatale lungo la costa africana, capace di destabilizzare ulteriormente una regione nella quale le potenze del Golfo hanno sviluppato importanti interessi strategici attraverso investimenti portuali, infrastrutturali e partenariati di sicurezza.

Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno ampliato la propria presenza nel Corno d’Africa, mentre Gibuti rimane uno snodo cruciale per le installazioni militari internazionali e il traffico commerciale. Un confronto per Assab potrebbe dunque influenzare le valutazioni dei Paesi vicini e delle potenze esterne attive nel Mar Rosso, complicando ulteriormente un equilibrio regionale già fragile.

Il Corno d’Africa occupa storicamente un posto significativo nella politica estera italiana, in virtù dei profondi legami politici, economici e storici con Etiopia, Eritrea e Somalia.

Questo impegno ha conosciuto un nuovo impulso sotto il governo di Giorgia Meloni, che ha collocato l’Etiopia al centro della propria strategia africana e del Piano Mattei. Tra il 2023 e il 2025, Meloni ha incontrato Abiy Ahmed sette volte, a testimonianza dell’importanza attribuita da Roma al rapporto con Addis Abeba. Parallelamente, l’Italia ha perseguito un rafforzamento della cooperazione con l’Eritrea, mantenendo così interessi diplomatici su entrambi i fronti della possibile crisi.

La posta in gioco va tuttavia ben oltre le relazioni bilaterali. In quanto grande economia manifatturiera e commerciale europea, l’Italia dipende fortemente dai collegamenti marittimi attraverso il Mediterraneo, il Canale di Suez e il Mar Rosso per i propri scambi con i mercati asiatici.

Le interruzioni del traffico causate dagli attacchi Houthi hanno dimostrato quanto rapidamente un corridoio marittimo strategico possa diventare di fatto impraticabile per la navigazione commerciale, rafforzando l’urgenza di sviluppare rotte alternative di connettività.

In questo contesto, la realizzazione dell’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC) ha acquisito un’importanza crescente per Roma. Lanciata nel 2023, prima della crisi della navigazione nel Mar Rosso, l’iniziativa offre l’opportunità di introdurre maggiore ridondanza e resilienza nelle reti commerciali che collegano Europa, Medio Oriente e Asia.

L’obiettivo non è sostituire le rotte marittime esistenti, ma ridurre l’eccessiva dipendenza da passaggi obbligati particolarmente vulnerabili. La crisi del Mar Rosso ha reso questa diversificazione una questione di sicurezza strategica, oltre che di efficienza economica.

L’evoluzione immediata della crisi dipenderà dalla scelta di Addis Abeba di mantenere le operazioni militari circoscritte al Tigray oppure di estenderle fino a un confronto diretto con l’Eritrea.

Il pericolo più ampio è che l’erosione degli accordi di Pretoria trasformi una pace interna già fragile in un’ulteriore fonte di instabilità regionale, aggravando le condizioni di sicurezza intorno al Mar Rosso.

Le missioni navali possono contribuire a proteggere il traffico commerciale dalle minacce immediate, ma non possono risolvere le controversie politiche e territoriali che destabilizzano le coste della regione.

La sfida per la sicurezza del Mar Rosso non riguarda più soltanto la necessità di mantenere aperte le rotte commerciali. Dipende sempre più dalla capacità di impedire che i conflitti lungo le sue sponde amplifichino le vulnerabilità di un sistema marittimo già sottoposto a forti pressioni.

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Tra Washington e Pechino l’Europa cerca la sua via ai semiconduttori

Alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, Giorgia Meloni ha sottolineato come le tensioni geopolitiche stiano incidendo sulle catene di fornitura, sui costi energetici e sulla competitività industriale europea. Nelle comunicazioni al Senato, la premier ha richiamato la necessità di rafforzare la capacità dell’Europa di rispondere agli shock esterni, preservando la propria base produttiva. Il ragionamento sulle dipendenze strategiche, comprese le materie prime critiche e le terre rare, evidenzia l’importanza della diversificazione dei fornitori, delle partnership commerciali e della sicurezza delle filiere industriali.

Materie prime critiche e semiconduttori appartengono a settori differenti, ma condividono una vulnerabilità geopolitica: la concentrazione delle capacità produttive e il rischio che l’accesso a risorse e tecnologie essenziali diventi uno strumento di pressione politica. Non a caso, in questi due giorni il Consiglio Europeo affronta questioni legate alla competitività, al rilancio industriale, ai prezzi dell’energia e alla resilienza del mercato unico. Queste priorità assumono un significato particolare mentre la competizione tra Washington e Pechino condiziona sempre più l’accesso alle tecnologie avanzate, gli investimenti industriali e il controllo delle risorse strategiche.

L’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale italiano per l’innovazione e le nuove tecnologie, ha recentemente richiamato l’attenzione sui rischi di trasformare i semiconduttori in un ulteriore terreno di confronto globale. Intervenendo a margine di un incontro organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI), Varricchio ha messo in guardia dal rischio che l’industria dei chip diventi il campo di battaglia di un nuovo conflitto globale.

Nella sua riflessione, l’ambasciatore ha individuato tre principi fondamentali per affrontare la competizione tecnologica: tecnologia, interdipendenza e fiducia. Il ragionamento mette in discussione l’idea che l’autonomia strategica debba necessariamente coincidere con l’indipendenza tecnologica. Nessun Paese può mantenere da solo una posizione di leadership lungo l’intera filiera dei semiconduttori.

La posizione europea nell’industria dei chip evidenzia la portata della sfida industriale. L’Unione europea rappresenta circa l’8% della produzione mondiale di semiconduttori, a fronte di una quota del 18% della domanda finale. La carenza di semiconduttori è costata all’industria automobilistica europea oltre 100 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, mostrando le conseguenze economiche delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Entro il 2030, i componenti legati all’intelligenza artificiale potrebbero rappresentare oltre il 70% del mercato dei semiconduttori, rendendo le capacità di calcolo avanzato sempre più decisive per la competitività industriale.

Pierre Chastanet, responsabile dell’unità Microelettronica e Fotonica della DG Cnect della Commissione europea, ha sottolineato la necessità di accompagnare gli investimenti industriali con un rafforzamento delle partnership internazionali. Intervenendo nello stesso confronto alla John Cabot University, Chastanet ha evidenziato l’importanza di rendere l’Unione europea più attrattiva per gli investimenti esteri, consolidando contemporaneamente le proprie capacità produttive. Il suo ragionamento, riportato da Adnkronos, sottolinea come l’Europa debba creare condizioni favorevoli agli investimenti e sviluppare collaborazioni internazionali, andando oltre la sola dimensione degli accordi bilaterali.

La prospettiva del Chips Act 2.0 riflette questa impostazione: ampliare la strategia europea oltre la costruzione di impianti produttivi, includendo progettazione, packaging avanzato, ricerca, competenze e politiche industriali orientate alla domanda.

Il dibattito sui semiconduttori si inserisce nel più ampio tentativo europeo di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. La selezione da parte della Commissione di ulteriori 46 progetti strategici sulle materie prime critiche testimonia la volontà di diversificare le filiere essenziali. Parallelamente, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Stati Uniti rimane fondamentale per sostenere le capacità tecnologiche europee.

L’Europa deve ridurre le dipendenze eccessive senza compromettere le reti internazionali che rendono possibile la produzione tecnologica avanzata. La capacità industriale richiede energia affidabile, investimenti, competenze specializzate e accesso ai mercati globali. Le partnership diplomatiche devono quindi accompagnare le politiche industriali, soprattutto mentre le tensioni geopolitiche minacciano rotte marittime, forniture energetiche e reti manifatturiere.

L’attenzione di Meloni alla sicurezza economica e le riflessioni di Varricchio e Chastanet convergono su una conclusione strategica: la sovranità tecnologica europea dipenderà dalla capacità di governare le interdipendenze. Mentre i leader europei discutono di competitività a Bruxelles, l’industria dei semiconduttori dimostra perché la resilienza strategica richieda più della produzione interna. Servono capacità industriali sostenute da partnership internazionali affidabili e da un contesto economico capace di alimentare l’innovazione.

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L’Italia investe nell’Ucraina del dopoguerra. Perché conta l’accordo tra Med-Or e Kyiv 

La Fondazione Med-Or ha firmato un accordo di cooperazione con l’Accademia diplomatica ucraina Hennadii Udovenko, istituzione che fa capo al ministero degli Esteri di Kyiv. L’intesa, siglata martedì 13 ottobre a Roma, punta a rafforzare la collaborazione tra Italia e Ucraina nel campo della formazione diplomatica e del dialogo internazionale, ampliando le relazioni bilaterali anche sul piano istituzionale.

Il Memorandum of Understanding è stato sottoscritto presso la sede della Fondazione dal presidente di Med-Or, Marco Minniti, e dal direttore dell’Accademia diplomatica ucraina, Ihor Ostash. Alla cerimonia hanno partecipato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano, e l’ambasciatore ucraino in Italia, Ihor Brusylo.

L’accordo definisce un quadro di collaborazione per lo sviluppo di iniziative congiunte nel settore della formazione diplomatica, prevedendo anche la possibilità di coinvolgere docenti ed esperti italiani e internazionali nei programmi dell’Accademia ucraina. Si tratta di un ambito nel quale Med-Or ha già sviluppato una rete di partenariati internazionali, in particolare con Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, e che viene ora esteso alla cooperazione con Kyiv.

L’iniziativa assume un significato particolare nel contesto della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, inserendosi nel più ampio quadro delle relazioni tra Roma e Kyiv. La formazione diplomatica e il rafforzamento delle capacità istituzionali rappresentano infatti strumenti di cooperazione che guardano anche oltre le esigenze immediate del conflitto, contribuendo a consolidare le competenze e le relazioni internazionali dell’Ucraina.

L’importanza dell’accordo va però oltre la formazione diplomatica. In una fase in cui il sostegno all’Ucraina è concentrato soprattutto sulle esigenze della guerra, l’intesa tra Med-Or e l’Accademia diplomatica di Kyiv guarda al lungo periodo, investendo nelle capacità istituzionali e nelle relazioni internazionali del Paese. Per Med-Or, l’intesa costituisce un ulteriore sviluppo delle proprie attività di cooperazione internazionale, con l’obiettivo di contribuire al rafforzamento dei rapporti tra Italia e Ucraina attraverso il dialogo, la formazione e la condivisione di competenze diplomatiche.

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Ue e Cina nel mese che può cambiare le regole del gioco

L’Europa sta entrando in una fase decisiva del rapporto con la Cina. Il deficit commerciale ha raggiunto dimensioni record, la pressione competitiva sulle industrie europee si estende ben oltre il settore automobilistico e le dipendenze da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche continuano a condizionare le scelte di Bruxelles.

Ma qualcosa sta cambiando. Francia e Germania hanno avanzato una proposta congiunta per rafforzare gli strumenti europei di difesa commerciale, mentre il commissario al Commercio Maroš Šefčovič è impegnato a Pechino in negoziati dai quali la Commissione si attende risultati concreti.

È in questo contesto che nasce “EU-China Relations in the October Decision Corridor”, il nuovo policy non-paper uscito in questi giorni, sviluppato sulla base della tavola rotonda a porte chiuse “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, organizzata il 29 settembre dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con Formiche e Decode39, e del successivo lavoro analitico guidato dall’Associate Director del Guarini, professore Enrico Fardella, e da Emanuele Rossi (Formiche/Decode39).

Il documento propone una chiave di lettura precisa: ottobre non è semplicemente il mese di un importante negoziato commerciale, ma un corridoio decisionale nel quale la diplomazia può trasformarsi in mandato politico, e il mandato in nuovi strumenti di potere economico europeo.

Il corridoio decisionale

L’“October decision corridor” collega una serie di appuntamenti istituzionali che, letti insieme, assumono un significato strategico. I colloqui tra Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao dell’8–9 ottobre rappresentano il primo banco di prova. Seguono il Consiglio Affari esteri del 12 ottobre, il Consiglio Affari generali del 13 e il Consiglio europeo del 15–16 ottobre, dove i leader saranno chiamati a confrontarsi anche sulla proposta franco-tedesca. Il percorso proseguirà con la riunione informale dei ministri del Commercio del 22–23 ottobre.

Il non-paper ricostruisce questa sequenza per mostrare come i diversi passaggi possano influenzarsi reciprocamente. Eventuali concessioni cinesi dovranno essere valutate in termini di concretezza, verificabilità e durata. Risultati insufficienti potrebbero invece rafforzare il mandato politico per una risposta europea più incisiva. La questione fondamentale è se l’Unione riuscirà a passare dalla consapevolezza delle proprie vulnerabilità alla capacità di affrontarle attraverso strumenti coordinati.

La svolta franco-tedesca

Uno degli elementi centrali del documento è l’analisi della proposta presentata il 5 ottobre da Emmanuel Macron e Friedrich Merz alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Il non-paper chiarisce perché sarebbe riduttivo interpretarla come una semplice versione europea della Section 301 americana.

Parigi e Berlino delineano un’architettura articolata su più livelli: accelerare l’impiego degli strumenti commerciali già disponibili, creare un meccanismo per ridurre le dipendenze strategiche e introdurre un nuovo strumento capace di rispondere a distorsioni economiche sistemiche attraverso condizioni più restrittive di accesso al mercato unico.

A questi elementi si aggiungono controlli doganali, cooperazione con partner internazionali, preparazione alle ritorsioni, dialogo sui disallineamenti valutari e investimenti nella capacità industriale europea. La novità è soprattutto politica. Il cambiamento della posizione tedesca contribuisce a rendere possibile una convergenza che fino a poco tempo fa appariva più difficile. L’obiettivo non è necessariamente una chiusura commerciale verso Pechino, ma la costruzione di una capacità europea di negoziare da una posizione meno vulnerabile, mantenendo aperta la possibilità di soluzioni concordate.

Il fattore tempo

Il documento individua un’asimmetria fondamentale nel rapporto tra Bruxelles e Pechino. L’Unione europea dispone di un mercato di circa 450 milioni di consumatori, di una significativa capacità regolatoria e di strumenti commerciali in grado di generare conseguenze economiche rilevanti. Ma il loro impiego richiede procedure, coordinamento e consenso tra gli Stati membri.

La Cina può invece esercitare pressioni più rapide e selettive, attraverso restrizioni sui materiali critici, licenze di esportazione, indagini commerciali e misure amministrative che colpiscono specifici settori o imprese europee. L’asimmetria, sostiene il non-paper, non riguarda soltanto il peso economico dei due attori, ma soprattutto il tempo necessario per trasformarlo in leva negoziale.

Per questo la preparazione alle ritorsioni assume un ruolo centrale. La credibilità delle misure europee dipenderà anche dalla capacità di identificare preventivamente i settori più esposti e impedire che pressioni concentrate su un singolo Stato membro compromettano una posizione comune.

Il paradosso politico

Un altro contributo distintivo del non-paper riguarda la sostenibilità politica della nuova strategia europea. Il documento analizza come le prossime scadenze elettorali in Spagna, Francia, Italia e Polonia possano modificare gli equilibri all’interno dell’Unione, senza necessariamente produrre un atteggiamento più accomodante verso la Cina.

Governi più orientati alla protezione industriale potrebbero infatti sostenere misure commerciali più restrittive, maggiore reciprocità e una preferenza europea negli investimenti strategici. Allo stesso tempo, potrebbero mostrarsi meno disponibili ad attribuire nuovi poteri alla Commissione, accettare procedure decisionali più rapide o condividere i costi delle ritorsioni attraverso meccanismi comuni.

È una distinzione importante: un consenso più ampio sulla necessità di difendere l’industria europea non garantisce automaticamente un consenso sugli strumenti istituzionali necessari per farlo. Il non-paper estende inoltre l’analisi alla dimensione transatlantica, considerando come il rapporto tra Washington e Pechino e il calendario politico americano possano influenzare i margini negoziali della Cina nei confronti dell’Europa.

Oltre la difesa

Il contributo del documento non si esaurisce nell’individuazione delle vulnerabilità europee. La sua conclusione riguarda la necessità di integrare quattro dimensioni: applicazione delle regole commerciali, capacità di risposta sistemica, resilienza delle catene di approvvigionamento e competitività industriale. Le misure difensive possono offrire tempo alle imprese europee, ma non sostituiscono investimenti, innovazione e ricostruzione della capacità produttiva. Analogamente, nuovi strumenti commerciali rischiano di rimanere poco efficaci se gli Stati membri non sono disposti a sostenere collettivamente i costi del loro utilizzo.

L’“October decision corridor” diventa così un test della capacità dell’Europa di collegare politica commerciale, sicurezza economica e strategia industriale. La domanda che attraversa il non-paper è tanto semplice quanto decisiva: l’Unione europea riuscirà a rendere la propria interdipendenza con la Cina più equilibrata e condizionata, senza trasformare il de-risking in un disaccoppiamento indiscriminato? È attorno a questa domanda che si sviluppa un’analisi pensata per offrire a decisori pubblici, imprese, analisti e osservatori delle relazioni internazionali una mappa delle scelte che attendono Bruxelles, degli strumenti disponibili e dei rischi politici che potrebbero condizionarne l’attuazione.

 

EU-China Relations in the October Decision Corridor ricostruisce la proposta franco-tedesca, analizza le principali vulnerabilità economiche europee, esamina gli scenari negoziali e politici e individua gli indicatori da monitorare fino alla fine del 2026. Scarica il non-paper completo per approfondire l’analisi, consultare le tabelle comparative e seguire i passaggi decisionali che potrebbero ridefinire le relazioni UE-Cina.

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Energia senza frontiere. Ecco cosa si è detto al Festival del Cambiamento 2026

Energia, geopolitica, sicurezza nazionale, innovazione e competitività industriale sono ormai parti dello stesso dossier. È la fotografia emersa dalle due giornate del Festival del Cambiamento, organizzato tra Trieste e Gorizia. Promosso dalla Camera di Commercio Venezia Giulia con l’International Strategic Network (ISN) e Med-Or Italian Foundation, in collaborazione con la Regione Friuli-Venezia Giulia, all’evento hanno partecipato istituzioni, imprese, accademici ed esperti hanno discusso non soltanto di come produrre l’energia del futuro, ma soprattutto di come garantirla in un sistema internazionale diventato più instabile e competitivo.

Il punto di partenza è stato inevitabilmente geopolitico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha riportato al centro la vulnerabilità delle rotte marittime e delle infrastrutture attraverso cui passa una parte decisiva degli approvvigionamenti globali. Una questione che, come ha osservato il presidente della Camera di commercio Venezia Giulia Antonio Paoletti, rende ancora più urgente per l’Italia ridurre la dipendenza energetica dall’estero attraverso un mix che comprenda rinnovabili e nucleare di nuova generazione.

È anche il cambio di paradigma evidenziato dal giornalista e saggista Federico Rampini: la stagione nella quale il dibattito energetico poteva essere ricondotto prevalentemente alla transizione dalle fonti fossili a quelle sostenibili ha lasciato spazio a una realtà nella quale l’energia è tornata a essere una componente essenziale della sicurezza nazionale. Una trasformazione che, secondo Mohammed Baharoon, direttore generale del Dubai Public Policy Research Center, richiede risposte coordinate e una prospettiva globale.

Per l’Italia, la questione riguarda anzitutto la composizione del proprio mix. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato la necessità di aumentare la produzione da rinnovabili, geotermico, idroelettrico, fotovoltaico ed eolico, integrandola nel tempo con il nuovo nucleare. Sulla stessa esigenza di diversificazione si è soffermato Andrea Prete, presidente di Unioncamere, richiamando la crescita attesa della domanda globale e la necessità di ragionare in termini di addizione energetica, mentre il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga ha posto l’accento sui costi, sulle infrastrutture di rete europee e sulla necessità di maggiore autonomia. Anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, partendo dagli investimenti realizzati per l’elettrificazione delle banchine portuali, ha indicato nel nucleare una delle sfide da affrontare per il futuro.

La sicurezza energetica passa però anche dalla geografia. Lorenzo Ortona, coordinatore vicario della Struttura di Missione per il Piano Mattei, ha ricondotto il tema alla costruzione di nuove infrastrutture tra Nord Africa, Italia ed Europa, accompagnandole con investimenti in competenze e creazione di valore nei Paesi partner. È una dimensione che progetti come ELMED e il SoutH2 Corridor rendono sempre più concreta e che attribuisce al Mediterraneo un ruolo crescente nella strategia energetica europea.

In questo quadro si inserisce anche la riflessione dell’ambasciatore Francesco Maria Talò, inviato speciale dell’Italia per il Corridoio India-Medio Oriente-Europa, che ha collocato il Festival nel più ampio processo di adattamento dell’Italia e dell’Europa a una trasformazione internazionale sempre più rapida. Trieste e Gorizia, città di frontiera e connessione, diventano così un osservatorio particolarmente significativo delle nuove geografie economiche, energetiche e infrastrutturali.

La dimensione infrastrutturale è emersa con particolare forza anche dal confronto sui mercati petroliferi. Alessandro Gorla, presidente della Società Italiana per l’Oleodotto Transalpino, ha sottolineato il valore strategico del sistema che da Trieste rifornisce l’Europa centrale in una fase di redistribuzione dei flussi petroliferi. Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, ha invece richiamato la forte dipendenza italiana dalle importazioni di gas e le potenzialità delle riserve nazionali. Per Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, il rafforzamento delle rinnovabili e dell’efficienza energetica rappresenta nel breve e medio periodo una componente essenziale dell’autonomia del Paese, mentre l’intelligenza artificiale può contribuire alla riduzione dei consumi.

Sul versante industriale, Filippo Nicolò Rodriguez, head of Macro Area Nord Institutional Affairs Italy di Enel, ha posto l’accento sulla necessità di accelerare investimenti in reti e rinnovabili attraverso un quadro regolatorio stabile e procedure più rapide. Carlo Andriolo, amministratore delegato di AcegasApsAmga, ha richiamato il ruolo degli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi territoriali.

La trasformazione, del resto, non riguarda una singola tecnologia. Rodolfo Taccani, docente dell’Università di Trieste e responsabile scientifico della North Adriatic Hydrogen Valley, ha indicato proprio nell’esperienza della Hydrogen Valley un esempio della necessità di mettere insieme ricerca, industria, territori, competenze e capitali. Giorgio Graditi, direttore generale di Area Science Park, ha sottolineato l’importanza di coordinare rinnovabili, reti, accumuli, flessibilità, mercati e competenze digitali. Massimo Nicolazzi, docente di Economia e management delle risorse energetiche, ha invece richiamato il ritorno della sicurezza degli approvvigionamenti come priorità strutturale.

È su queste premesse che la seconda giornata, nell’Aula magna del polo goriziano dell’Università di Trieste, ha spostato l’attenzione dalle emergenze del presente alle infrastrutture e alle tecnologie necessarie per costruire il sistema energetico del futuro. Il confronto, moderato nella prima parte dal giornalista dell’Ansa Francesco De Filippo e nella seconda da Francesco Maria Talò, ha attraversato rinnovabili, idrogeno, nucleare, reti, accumuli e connessioni internazionali.

Il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna ha collocato questa trasformazione nella vocazione storica della città come territorio di confine e di transito, destinato ora a diventare anche cerniera delle nuove reti energetiche. Il consigliere regionale Diego Bernardis, intervenuto per il Friuli Venezia Giulia, ha ricordato gli interventi regionali a sostegno di cittadini e imprese. Carole Nakhle, founder e ceo di Crystol Energy, ha allargato la prospettiva alla geopolitica, che sta ridisegnando flussi, alleanze e lo stesso concetto di sicurezza energetica.

Per Luca Squeri, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, il percorso richiede pragmatismo e neutralità tecnologica, combinando rinnovabili e nucleare con reti, accumuli e innovazione. Alessandra Pasini, co-founder, Group President & CEO di Zhero Europe, ha sottolineato il ruolo delle interconnessioni internazionali, degli investimenti privati e dei sistemi di accumulo. Diego Portoghese, vicepresidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo, ha ricondotto la transizione a una più ampia trasformazione industriale, nella quale diversificazione, sicurezza e decarbonizzazione devono procedere insieme.

È qui che il dossier energetico incontra quello tecnologico. L’intelligenza artificiale richiederà più capacità di calcolo, più data center, più elettricità e più risorse strategiche. La competizione si sposta quindi dalle singole materie prime al controllo delle catene del valore: estrazione, raffinazione, trasformazione, infrastrutture e capacità industriale. Per l’Europa significa anche confrontarsi con la propria esposizione alla Cina nelle fasi cruciali della raffinazione e della lavorazione dei minerali critici.

Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, ha inserito questa dinamica nella trasformazione della globalizzazione e nella necessità di riportare in Italia alcune produzioni considerate strategiche, a partire dalla difesa. Fausto Torri, responsabile energia EMEA e Italia Accenture, ha sottolineato l’intreccio tra transizione energetica, innovazione tecnologica e materie prime. Davide Falteri, presidente di Federlogistica Nazionale, ha richiamato il ruolo di porti, reti e intermodalità nel garantire approvvigionamenti resilienti e competitività.

L’innovazione può però contribuire anche a ridurre il costo energetico della stessa rivoluzione digitale. Gianluigi Rozza, professore ordinario di Analisi numerica e calcolo scientifico alla SISSA, ha illustrato il lavoro su algoritmi più efficienti, risparmio computazionale e gemelli digitali applicabili all’industria, alle infrastrutture e ad altri settori. È l’altra faccia del rapporto tra AI ed energia: la tecnologia aumenta la domanda elettrica, ma può contemporaneamente rendere più efficiente il modo in cui l’energia viene prodotta, distribuita e utilizzata.

Il quadro porta inevitabilmente all’Africa. Sara Ibrahim Ahmed Elhag, responsabile della Divisione Energia della Commissione dell’Unione Africana, ha indicato nella trasformazione energetica e digitale un’opportunità di industrializzazione per il continente, a condizione che il rapporto con l’Europa non si limiti all’estrazione delle materie prime ma coinvolga raffinazione, manifattura, infrastrutture e servizi. Una convergenza potenziale: maggiore diversificazione e resilienza per l’Europa, maggiore valore aggiunto e capacità industriale per l’Africa.

Una trasformazione che riguarda, infine, la capacità del Paese di immaginare il proprio futuro. Alec Ross, autore di The Italian Dream, ha ricondotto questa sfida alla possibilità per l’Italia di costruire un modello di crescita basato sulle proprie caratteristiche e accompagnato da pragmatismo, programmazione e capacità di innovare.

Le conclusioni della seconda giornata sono state affidate alla viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava, che ha ricondotto i diversi fili del Festival a una stessa priorità: per un Paese fortemente dipendente dalle importazioni, diversificare gli approvvigionamenti, aumentare la produzione e tutelare la capacità industriale significa ormai occuparsi contemporaneamente di energia, competitività e sicurezza nazionale.

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