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Liliana Resinovich, il Dna ignoto X ha un nome: “È un operatore intervenuto sul corpo”

Il Dna ribattezzato ignoto X, trovato sui jeans di Liliana Resinovich e sul sacco nero che le avvolgeva le gambe, non apparterrebbe a una persona misteriosa coinvolta nella sua morte. Il profilo genetico maschile sarebbe invece riconducibile a uno degli operatori intervenuti dopo il ritrovamento del corpo, avvenuto a Trieste nel gennaio 2022. Si tratterebbe, dunque, di una possibile contaminazione legata alle attività svolte sul cadavere o sui reperti, e non necessariamente della traccia di un soggetto coinvolto nell’omicidio.

Come riferito da La vita in diretta, il profilo genetico isolato dai periti apparterrebbe a un operatore che avrebbe spostato il corpo. Anche Il Piccolo riporta che la Polizia scientifica avrebbe identificato ignoto X in un tecnico che nel 2023 aveva analizzato i reperti. La scoperta ridimensiona uno degli elementi più discussi della super perizia disposta dalla gip Flavia Mangiante e depositata il 10 ottobre. Proprio quella traccia, individuata sui pantaloni della donna e sul sacco che copriva la parte inferiore del corpo, aveva alimentato l’ipotesi della presenza di una terza persona nella vicenda.

Le altre tracce genetiche ancora da chiarire

Ignoto X, tuttavia, non era l’unico profilo maschile sconosciuto emerso dagli accertamenti dei periti Eva Sacchi, Chiara Turchi e Paolo Fattorini. Secondo quanto riportato dall’Ansa, altre tracce non identificate erano state rilevate sulla borsetta, sull’orologio, su una bottiglietta di plastica e su altri sacchi. Un capello, denominato Ancona 1, era stato trovato nella manica della maglia di Liliana, mentre un altro profilo genetico era stato individuato sullo spago utilizzato per tenere insieme le chiavi.

Sui reperti non sono state rilevate tracce biologiche del marito Sebastiano Visintin, indagato per omicidio. I periti hanno però accertato un contatto diretto tra il suo giubbotto e il giubbotto e la borsa della moglie.

La morte di Liliana Resinovich, il caso verso l’udienza del 30 ottobre

Liliana Resinovich, 63 anni, era scomparsa il 14 dicembre 2021. Il suo corpo era stato ritrovato il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. La prima inchiesta aveva seguito la pista del suicidio, ma successivamente la Procura ha riaperto il caso ipotizzando l’omicidio.

Tra gli elementi emersi dalla perizia c’è anche l’assenza, sulle suole delle scarpe della donna, di tracce del terreno del luogo in cui il corpo era stato ritrovato. Per l’avvocato Nicodemo Gentile, che assiste il fratello Sergio, questo elemento dimostrerebbe che Liliana sarebbe stata uccisa altrove. Gli esiti degli accertamenti saranno discussi davanti alla gip nell’udienza fissata per il 30 ottobre.

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Bimbo di tre anni muore in casa a Cassola (Vicenza): inutili i tentativi di rianimazione

Un bambino di appena tre anni è morto martedì mattina nella propria abitazione a Cassola, nel Vicentino. La tragedia si è consumata nella frazione di San Giuseppe, dove il piccolo sarebbe stato colto da un arresto cardiaco.

L’allarme è scattato poco prima di mezzogiorno, quando la madre ha trovato il figlio senza vita e ha chiesto l’intervento dei soccorsi. Sul posto sono arrivati un’ambulanza del Suem, un’automedica e l’elisoccorso di Treviso, con il supporto dei carabinieri.

I sanitari hanno tentato a lungo di rianimare il bambino, impegnandosi nelle manovre di soccorso per cercare di salvargli la vita. Ogni tentativo, però, si è rivelato inutile: per il piccolo non c’è stato nulla da fare. Restano da chiarire le circostanze della morte. Sulla vicenda sono in corso ulteriori accertamenti da parte delle forze dell’ordine, impegnate a ricostruire quanto accaduto nell’abitazione.

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Strage di Bologna, la difesa Cavallini insiste: “Nuove analisi Dna”. Il presidente dei familiari: “L’86esima vittima era nella pancia di una donna incinta”

La difesa di Gilberto Cavallini torna a chiedere nuovi accertamenti sui resti biologici rinvenuti nella bara di Maria Fresu, una delle 85 vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nell’udienza davanti alla Corte d’assise d’appello di Bologna, l’avvocato Alessio Pomponi, sostituto di Gabriele Bordoni, ha ribadito la richiesta di autorizzare nuove analisi del Dna sui reperti riesumati nel 2019 dal cimitero toscano di Montespertoli. Sentite le parti, la Corte presieduta da Pasquale Stigliano si è riservata la decisione, attesa nei prossimi giorni.

La richiesta

L’istanza è stata presentata nell’ambito di un incidente di esecuzione, già promosso nel 2023 e respinto. La difesa chiede che il genetista Emiliano Giardina possa effettuare una comparazione con i profili delle altre vittime di sesso femminile e approfondire l’origine ancestrale e il fenotipo del Dna, cioè alcune caratteristiche biologiche osservabili. Al centro della richiesta c’è un frammento facciale con scalpo rinvenuto nella bara di Fresu, la donna che morì con la figlia Angela di 3 anni.

Le analisi svolte durante i processi hanno concluso che il Dna di quel reperto non fosse attribuibile alla donna. Da qui l’ipotesi della difesa: potrebbe appartenere a una persona mai identificata, forse una donna che si trovava nelle immediate vicinanze dell’esplosione. L’eventuale esistenza di una 86esima vittima, tuttavia, non è stata dimostrata. Un’ipotesi legata alla presunta pista palestinese – suggerita dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga – che prevedeva un terrorista o una terrorista di passaggio a Bologna. L’ordigno sarebbe esploso per errore. Ma queste ricostruzioni, proposte in più fasi dei processi, sono state vagliate ed escluse dai giudici. Che hanno attribuito la paternità del massacro ai Nuclei Armati rivoluzionari, con i finanziamenti di Licio Gelli e il contributo dei servizi segreti deviati e quello dell’ex terrorista di Avanguardia nazionale Paolo Bellini.

Gli accertamenti richiesti mirano a verificare se il materiale genetico possa essere ricondotto a una delle vittime già identificate o a una persona diversa, ma la questione era già stata affrontata nel corso del procedimento che ha portato alla condanna definitiva al fine pena mai di Cavallini. I periti, nominati nei processo d’appello, avevano rilevato che alcuni resti rinvenuti nella bara, tra cui una mano e il frammento del volto, appartenevano a due donne diverse. Avevano inoltre spiegato che, nelle operazioni di soccorso successive all’esplosione, la ricerca dei sopravvissuti tra macerie e polvere poteva aver determinato il mescolamento di parti organiche. I soccorritori disperati cercavano con foga di tirar fuori dalla macerie più persone possibile.

L’opposizione delle parti civili

La richiesta incontra la netta opposizione delle parti civili. Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, ha respinto l’ipotesi di una persona in più tra le vittime della strage: “L’86esima vittima era nella pancia di Viviana Bugamelli, che era incinta”. Lambertini ha definito l’iniziativa un ulteriore tentativo di far sentire Cavallini non abbandonato, aggiungendo che, a suo giudizio, questo potrebbe contribuire a evitare che l’ex terrorista decida di parlare. “Crediamo che questo sia un ulteriore tentativo di far sentire Gilberto Cavallini non abbandonato. Di cose Cavallini ne avrebbe da dire, in questo momento è in isolamento, forse farlo sentire non abbandonato aiuta a fare in modo che non parli. La verità è che in quella ecatombe, in quel massacro che c’era sotto le macerie, le condizioni di molti corpi umani erano terribilmente gravi, c’erano state mutilazioni su tanti corpi”. Nelle macerie e tra la polvere della sala d’aspetto di seconda classe restarono i resti, appunto, di 85 persone e furono soccorse oltre 200 persone.

Le parti civili contestano innanzitutto che gli accertamenti richiesti possano essere considerati una prova nuova. Il collegio di avvocati parte civile – Andrea Speranzoni, Alessandro Forti, Lisa Baravelli, Alessia Merluzzi, Giulia Tosti – sostiene che la diversa natura scientifica delle analisi, sostengono, non basta a renderle tali, perché si tratta di approfondimenti che avrebbero potuto essere svolti già durante il processo. Una richiesta identica volta a ottenere una consulenza integrativa sul Dna affidata allo stesso Emiliano Giardina, era stata presentata – come si legge nelle note depositate alla Corte – l’8 giugno 2023 nel giudizio d’appello. I legali ricordano la questione è stata ampiamente valutata e respinta dai giudici di merito e dalla Cassazione, con la sentenza n. 26 del 2025. L’istanza attuale sarebbe quindi una reiterazione di questioni già giudicate. Per la parte civile, inoltre, le analisi avrebbero un valore soltanto probabilistico e non consentirebbero un’identificazione certa. Proprio per questo, sostengono i legali, non sarebbero in grado di modificare in modo significativo il quadro probatorio e avrebbero un carattere meramente esplorativo.

Un altro punto riguarda la conservazione dei reperti. Le parti civili denunciano un’interruzione nella catena di custodia, con incertezze sui trasferimenti, sui luoghi di conservazione e sui soggetti che ne sarebbero stati responsabili. Una circostanza che, a loro giudizio, impedirebbe di stabilire con certezza se i materiali oggi disponibili corrispondano a quelli analizzati all’epoca dal professor Pappalardo. Da qui la contestazione sulla possibilità stessa di utilizzare nuovi risultati genetici. “Questa confusione di reperti induce la difesa a ritornare su un tema già trattato, vagliato, deciso nella fase di cognizione nel processo Cavallini e validato dalla Suprema Corte di Cassazione nel gennaio 2025”, ha dichiarato al termine dell’udienza Speranzoni.

La Corte dovrà ora decidere se autorizzare gli approfondimenti richiesti dalla difesa. Un eventuale via libera alle analisi non comporterebbe, di per sé, la riapertura del processo né una revisione della condanna definitiva all’ergastolo di Cavallini per concorso nella strage.

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Pestato dal branco dopo aver difeso la figlia: identificati otto giovanissimi, ci sono anche i figli di due poliziotti

Una lite tra ragazzine, l’intervento di un giovane in scooter e poi la violenta reazione di un gruppo di amici. È la sequenza che, secondo quanto ricostruito finora, avrebbe portato al pestaggio di un uomo di 50 anni nel quartiere Vomero, a Napoli, durante la serata di sabato 10 ottobre. L’uomo era intervenuto dopo aver saputo che sua figlia era stata aggredita. Circondato da una decina di giovanissimi, sarebbe stato colpito ripetutamente anche quando era già a terra. Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla procuratrice per i minorenni Patrizia Imperato, hanno portato finora all’identificazione di otto ragazzi, quasi tutti minorenni. Gli accertamenti proseguono per chiarire il ruolo di ciascuno e individuare tutti i partecipanti. Tra gli identificati ci sarebbero anche i figli di due appartenenti alla Polizia.

La vicenda avrebbe avuto inizio con una lite tra tre ragazzine, nata per un ragazzo conteso. Durante lo scontro, una delle giovani sarebbe stata colpita e spinta contro il parabrezza di un’auto, finendo poi a terra. Nella ricostruzione degli investigatori compare anche un giovane arrivato in scooter, che avrebbe aggredito la ragazza. Il padre, informato di quanto accaduto alla figlia, avrebbe rintracciato il ragazzo e lo avrebbe schiaffeggiato. A quel punto, il giovane avrebbe chiamato alcuni amici, dando origine al pestaggio dell’uomo.

Durante la colluttazione è intervenuto anche un camion per la raccolta dei rifiuti, che avrebbe investito accidentalmente il cinquantenne. L’impatto gli ha provocato gravi lesioni a una gamba. Trasportato all’ospedale Cardarelli, è stato sottoposto alle cure necessarie per scongiurare il rischio di amputazione. Le sue condizioni sono in miglioramento, ma resta lo choc per l’aggressione. La moglie ha riferito che anche le figlie sarebbero state minacciate.

Le immagini del pestaggio, circolate sui social, hanno suscitato reazioni e richieste di intervento. Il prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha annunciato un rafforzamento dei controlli nella zona. Il sindaco Gaetano Manfredi e l’azienda comunale Asia hanno espresso solidarietà alla vittima. Sull’episodio è intervenuto anche il nuovo questore di Napoli, Fausto Lamparelli, che ha definito le immagini dolorose e una sconfitta per gli adulti, richiamando l’importanza della prevenzione e dell’educazione alla legalità. Il cardinale Domenico Battaglia ha chiesto di affiancare alla risposta giudiziaria un impegno concreto per le famiglie, le scuole e i luoghi di aggregazione: “L’emergenza educativa è soprattutto un problema degli adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono”.

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