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Carburante esaurito a Napoli per le proteste degli autotrasportatori. Lunghe code davanti alle stazioni aperte: “Situazione surreale”

A Napoli la protesta degli autotrasportatori sta mettendo sotto pressione anche i rifornimenti di carburante. Dopo i disagi nella distribuzione degli alimenti con i conseguenti scaffali vuoti nei supermercati è il turno delle pompe di benzina chiuse in anticipo per esaurimento scorte. Alle 19 su tutto il territorio cittadino diverse stazioni avevano già spento gli erogatori e affisso i cartelli con scritto ‘tutto esaurito’ e ‘chiuso per sciopero’. “È una situazione surreale – spiega Claudio Vivenzio titolare di un’area di servizio – gli autisti non riescono ad uscire dai depositi a causa dei blocchi stradali, hanno caricato regolarmente stamattina ma poi nel corso della giornata abbiamo esaurito tutto, sia gasolio che benzina e domani siamo senza rifornimenti, speriamo almeno che questa protesta porti degli effetti positivi”. In città mentre sulle autostrade e all’ingresso del porto proseguiva il blocco dei camion è scattata la corsa al distributore con lunghe code davanti alle poche aree di servizio che non avevano ancora esaurito il carburante.

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Blocchi e proteste, anche la pasta inizia a scarseggiare. Produttori in attesa che arrivi la semola da Puglia e Sicilia: “Il governo trovi ora una soluzione”

Il pastificio La Molisana di Campobasso ha ridotto drasticamente l’attività, Cosimo Rummo, amministratore dell’omonimo pastificio di Benevento aveva parlato già una settimana fa di “conseguenze non più sostenibili” e oggi lo stabilimento è fermo. Anche Garofalo ha fermato la produzione sabato, 18 ottobre. “Siamo ripartiti solo questa mattina (20 ottobre, ndr) con il 40 per cento della produzione e non riusciamo ancora a consegnare. Ora aspettiamo e speriamo che la situazione si sblocchi quanto prima” racconta a ilfattoquotidiano.it Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Lucio Garofalo. La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori mette in crisi la produzione della pasta, nel paese per cui questo alimento è rito quotidiano e identità nazionale insieme. Accade perché la produzione ha una particolare geografia e necessita di passaggi fondamentali che, in questi giorni, stanno incontrando diversi ostacoli. La Puglia è considerata la vera capitale del grano duro, coprendo circa il 25 per cento della produzione complessiva (alcune stime arrivano al 30%), in particolare è il Tavoliere delle Puglie, la provincia di Foggia, l’area di maggiore coltivazione. Se in Puglia, infatti, ci sono circa 340mila ettari coltivati, solo in quell’area ce ne sono più di 183mila. La seconda regione è la Sicilia, con un’altra fetta (tra il 18% e il 20%) della produzione nazionale che arriva da circa 320mila ettari coltivati. E dato che la protesta dei camion dei trattori ha bloccato prima queste due regioni (coinvolgendo tutto il Sud) si capisce perché il settore è particolarmente colpito da quanto sta avvenendo.

Da Claai Calabria a Garofalo, vicinanza per le ragioni della protesta

In queste ore, manifesta tutta la sua preoccupazione anche Giuseppe Bellamena, presidente del settore panificazione della Claai (Confederazione libere associazioni artigiane italiane) di Reggio Calabria che, però, esprime vicinanza alla protesta: “Oggi le nostre aziende non sono più in grado di andare avanti a queste condizioni. Il governo deve intervenire immediatamente con misure straordinarie per calmierare e abbassare in modo strutturale i costi di luce, gas e carburanti. Esprimiamo piena vicinanza allo sciopero degli agricoltori e degli autotrasportatori. Come panificatori Claai siamo pronti e favorevoli a far fronte comune e a scendere in piazza per uno sciopero regionale”. Vicinanza alle ragioni della protesta manifesta anche Massimo Menna: “Non potrebbero essere altrimenti, dato che i nostri rapporti contrattuali con il settore sono legati al costo del carburante, quindi comprendiamo la situazione”. La protesta di un settore, ne danneggia un altro. “Sì, ma capiamo le ragioni. Ci si poteva muovere anche prima, per esempio incontrando subito gli autotrasportatori. Ci siamo resi conto giorni fa – aggiunge l’amministratore delegato del Pastificio Garofalo – di quali potessero essere i rischi dei blocchi. Ad oggi, però, l’importante è trovare una soluzione tempestiva che, almeno per il momento, se non strutturale possa almeno dare ossigeno. E voglio sottolineare anche la disponibilità e la collaborazione che in questi giorni abbiamo trovato da parte dei nostri fornitori”.

La geografia della produzione del pane che ora fa fermare le produzioni

Anche quelli di Garofalo sono per la maggior parte in Puglia. Per capire cosa sta avvenendo in queste ore, infatti, al dato sulle coltivazioni di grano duro è necessario aggiungere il racconto di ciò che avviene al grano coltivato. Perché per ogni passaggio, in queste ore, rappresenta un problema insormontabile. Primo: la semola di grano duro, quella tradizionalmente utilizzata per la pasta, si coltiva soprattutto in Puglia e Sicilia, quindi spesso a diversi chilometri di distanza dagli stabilimenti di produzione che, per esempio, ci sono in Campania o in Molise. E già questo sarebbe un ostacolo. Secondo problema: se il grano duro in chicchi è una materia prima resistente e può essere stoccato nei silos dei mulini per molti mesi senza perdere le sue proprietà nutrizionali e tecnologiche, discorso diverso vale per la semola (il prodotto della macinazione del grano). Una volta che il chicco viene spezzato e ridotto in sfarinato, infatti, entra a contatto con l’ossigeno e questo avvia un processo rapido di ossidazione e degradazione enzimatica. Per produrre una pasta secca di alta qualità, quindi, la semola deve essere idratata e impastata quasi subito, idealmente entro 24 ore dalla macinazione. Terzo: non tutti i pastifici hanno molini propri. Ergo: il mulino, che magari si trova in Puglia o in Sicilia, deve smettere di macinare perché non può spedire la semola fresca e non ha senso accumularla nei silos, perché andrebbe comunque a male. E così, non ricevendo la semola fresca entro le 24 ore dalla macinazione e una volta esaurite le scorte, i pastifici in Campania (e non solo) sono costretti a spegnere le linee di produzione, anche se a pochi chilometri di distanza ci sono silos stracolmi di grano intatto. Sette impianti molitori, in particolare, si trovano presso la sede centrale del Gruppo Casillo, a Corato, nel Barese.

I pastifici costretti a ridurre o fermare la produzione

A parte la Barilla, che ha diversi stabilimenti anche al Nord e a Pedrignano (Parma) c’è lo stabilimento storico con un grande mulino e il pastificio più grande del mondo, i principali produttori di pasta del Paese si trovano quasi tutti al Sud. Alcuni pastifici, come De Cecco, sono autosufficienti per i mulini, mentre altri – come Garofalo e Rummo – non lo sono e dipendono proprio dai camion che portano la semola fresca da Puglia e Sicilia. Come ha raccontato a La Repubblica Cosimo Rummo, amministratore delegato dell’omonimo pastificio, la produzione è stata interrotta dal 13 ottobre (“non arrivano camion né cisterne e abbiamo finito le scorte)”. La Molisana, invece, che ha sede a Campobasso è autosufficiente perché ha dei mulini di proprietà, ma lo è solo per metà produzione. L’azienda ha già ridotto drasticamente l’attività a causa delle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e degli imballaggi, oltre che dei problemi nella distribuzione del prodotto finito. Perché il problema riguarda sia l’arrivo delle forniture necessarie alla lavorazione e al confezionamento della pasta, sia l’impossibilità di spedire regolarmente la merce prodotta, con il rischio di esaurire gli spazi di stoccaggio. L’azienda ha confermato che lo stabilimento è ancora operativo, ma lavora a ritmi sensibilmente ridotti, utilizzando le scorte disponibili nei magazzini. Se i blocchi dei trasporti dovessero proseguire, la produzione potrebbe fermarsi completamente nel giro di pochi giorni. Si parla dei brand più venduti, stando ai dati di report di settore che includono non solo le vendite nella grande distribuzione, ma anche i canali di Food Service/Horeca, ossia ristorazione, hotel e catering, oltre che la vendita al dettaglio. La geografia della produzione di pasta è ben nota agli addetti ai lavori ed è proprio per questo che, nei giorni scorsi, il presidente di Italmopa, l’associazione che rappresenta l’industria molitoria nazionale, aveva scritto non solo al prefetto di Foggia, Antonio Giannelli, ma anche al ministro degli Interni, Matteo Piantedosi “per segnalare la situazione di assoluta emergenza derivante dal blocco spontaneo e non autorizzato dei mezzi pesanti attualmente in corso sul territorio pugliese”. Sono passati giorni, ma la protesta di camion e trattori sembra essere finita in agenda solo quando non è stato più possibile girarsi dall’altra parte.

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A Bruxelles l’azione degli europarlamentari M5s a sostegno di autotrasportatori e agricoltori del Sud Italia: “Siamo con voi”

La protesta di agricoltori e autotrasportatori contro il caro carburante nel Sud Italia arriva al Parlamento europeo. A margine della plenaria di Strasburgo, la delegazione del Movimento 5 Stelle ha organizzato una manifestazione di solidarietà, esibendo cartelli con le scritte “Sud in crisi”, “Stop al carovita” e “Siamo con voi”. L’eurodeputato Mario Furore ha annunciato un’interrogazione urgente alla Commissione europea per sapere se il governo abbia informato Bruxelles delle proteste. Valentina Palmisano ha definito “sacrosante” le richieste dei manifestanti, mentre il capodelegazione Pasquale Tridico ha rilanciato la proposta di tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche per finanziare un credito d’imposta europeo sul carburante. Giuseppe Antoci ha criticato le politiche europee che penalizzano famiglie e lavoratori, rivendicando l’opposizione all’accordo Mercosur.

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Decreto sicurezza, ok del Cdm. Meloni: “Nasce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione”. Saltano i poteri di polizia giudiziaria ai militari

“Il fermo preventivo, che finora valeva solamente per gli adulti, si potrà applicare anche ai minorenni“. È la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a confermare la presenza del provvedimento, che per gran parte del pomeriggio è sembrato in bilico a causa dei dubbi del Colle. La norma che estende la linea dura anche agli under 18 dopo gli scontri e i saccheggi del week end a Milano è quindi contenuta nel nuovo decreto Sicurezza approvato in serata dal Consiglio dei ministri, risultato di una serie di limature fatte dopo le interlocuzioni con il Quirinale. Modifiche che hanno fatto saltare, come da previsioni, il conferimento di poteri di polizia giudiziaria ai militari, sul quale pesava la contrarietà del ministero dell’Interno, quella del presidente della Repubblica Mattarella e quella dei sindacati.

Appena terminato il Consiglio dei ministri, la premier sceglie di annunciare il nuovo pugno di ferro in un filmato pubblicato sui social prima della tradizionale conferenza stampa post vertice. Oltre 6 minuti e mezzo di video in cui spiega le novità del testo che riguardano chi partecipa a proteste e cortei. Una stretta sulla quale uffici e ministeri hanno iniziato a lavorare già da domenica proprio su impulso della presidente del Consiglio, allo scopo “di impedire che quello che abbiamo visto in questi giorni diventi la normalità”. Il decreto introduce un nuovo reato: la partecipazione violenta a una manifestazione. Se durante un corteo o una manifestazione, spiega la premier, “ti unisci a un gruppo di cinque o più persone e ti metti a tirare pietre, petardi, bastoni, metti in pericolo la sicurezza di tutti, rischi fino a cinque anni di carcere e fino a 20mila euro di multa“. Pene che aumentano se se la persona era a volto coperto o si trovava in gruppo. “Voglio essere chiara – aggiunge – non c’è idea politica, non c’è disagio sociale, non c’è opposizione al governo che possa giustificare la devastazione di un negozio per portare via la merce. Dietro quella vetrina c’è una famiglia che ha investito i sacrifici di una vita, ci sono i lavoratori che rischiano di perdere il proprio impiego, ci sono cittadini che hanno diritto di vivere la propria città senza paura. Non c’è niente di rivoluzionario nel devastare e nel rubare” che “non è protesta, è criminalità. E la risposta dello Stato deve essere ferma”.

L’altolà del Quirinale

Il passaggio più delicato, sul cui si sono concentrati i contatti tra gli uffici giuridici del Quirinale e quelli di palazzo Chigi, riguardava l’attribuzione di poteri di polizia ai militari. Una richiesta esplicitata dal ministro della Difesa Maurizio Crosetto, ma ritenuta impraticabile dal presidente Sergio Mattarella. Al Colle l’idea dell’esercito schierato nelle città, pronto ad arrestare cittadini, è apparsa più adatta a una dittatura militare che a una democrazia occidentale. Dopo un pomeriggio concitato la norma è quindi saltata dal testo finale. Davanti ai giornalisti, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha cercato di minimizzare le tensioni tra il Colle e l’esecutivo. “Nessuno stop c’è sempre un’interlocuzione col Quirinale, ma è sempre molto fluida, molto serena, costruttiva” ha detto.

Il risarcimento dei danni

Uno dei temi più dibattuti in queste ore è quello relativo al costo economico delle manifestazioni che degenerano in scontri e devastazioni, come quella dello scorso fine settimana. Il decreto appena approvato prevede che, nel caso sia coinvolto un minore, siano i genitori a pagare per lui. Lo ha spiegato il ministro Piantedosi. “Viene introdotta la possibilità che qualora il minore, anche non imputabile, partecipi alla commissione di fatti come quelli a cui abbiamo assistito in questi giorni, il prefetto può irrogare una sanzione amministrativa ai genitori da 500 a 1000 euro, raddoppiabile in caso di reiterazione”. Il prefetto – ha detto ancora il ministro – “quando irroga la sanzione può disporre una sorta di anticipazione del risarcimento del danno al genitore”, se si tratta di “danni allo Stato, alla Regione, agli enti locali, o danni di carattere pubblico”. Quando invece “sono commessi danni ai privati, il prefetto può ricorrere a un procedimento semplificato, per ottenere un riconoscimento veloce“.

Secondo la premier, in questo modo si applica “un principio semplice: chi rompe paga“. E “se chi rompe è un minorenne pagano i suoi genitori”. Se il danno è a un bene pubblico, una pensilina, un semaforo, una camionetta, “il prefetto manda a casa l’ingiunzione di pagamento. Se il danno è a un privato, una vetrina, un negozio, un auto, il proprietario va dal giudice e ottiene un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo. Certo, ci si potrà opporre, ma intanto i genitori di quel ragazzo che si è divertito a spaccare tutto dovranno pagare e chi ha subito il danno potrà rivalersi su tutto, sui beni di quella famiglia, anche sui soldi che lo Stato eventualmente le deve”.

Introdotto l’arresto differito

Illustrando il testo nella conferenza stampa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato anche una modifica “al Codice di procedura penale che consente l’arresto differito“. Un istituto che esiste già per alcune circostanze, tra cui le violenze domestiche e i disordini in occasione di manifestazioni sportive, e che ora verrà esteso. “Il reato – ha spiegato il Guardasigilli, viene commesso al di là della flagranza. Vi sono casi in cui l’arresto in flagranza è obbligatorio e altri nei quali è facoltativo. In questi casi può essere anche differito. E, cioè, l’arresto può avvenire dopo la flagranza del reato e prima della emissione dell’ordinanza di custodia cautelare, che dovrebbe invece essere quella normale per la quale una persona viene incarcerata prima del giudizio”.

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Matera, la protesta degli studenti da anni senza una sede per il loro liceo: in corteo fino alla Provincia

“Diritto a restare, diritto a studiare”. Dietro questo slogan, in queste ore, centinaia di studenti dei licei classico e artistico “Emanuele Duni” di Matera sono scesi in piazza per manifestare in maniera pacifica i disagi che vivono da anni nella loro scuola. Una storia come tante altre in Italia di promesse mancate, di cantieri mai finiti, di alunni costretti a vagabondare da una parte all’altra della città (firma qui la petizione del Fatto quotidiano “La scuola non si arma, si insegna”). A preoccupare gli studenti sono gli interventi edilizi interni ed esterni alla scuola in atto da un anno e l’ipotesi che la Regione Basilicata possa rientrare in possesso delle aule al primo piano del plesso, con il conseguente trasferimento di una parte delle classi in un’altra sede, al momento non individuata.

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Una protesta che è servita dal momento che una delegazione è stata accolta dai vertici della Provincia e dal sindaco Antonio Nicoletti per un confronto che ha portato ad un obiettivo: istituire un tavolo di confronto mensile tra il rappresentante della Consulta provinciale degli Studenti, i futuri rappresentanti d’Istituto e la Provincia. I ragazzi avranno il compito di raccogliere e riportare le problematiche sollevate dalla componente studentesca, garantendo un dialogo diretto e continuativo con le istituzioni. Un traguardo a detta di Michele Caserta, rappresentante del classico che con i compagni ha organizzato la protesta. Gli studenti ci tengono a difendere il loro diritto di studiare. La storia del “Duni” risale al 1864: tra i suoi insegnanti più illustri c’è stato persino Giovanni Pascoli. Fino agli anni sessanta del secolo scorso il liceo si trovava a palazzo Lanfranchi, edificio del Seicento; successivamente è stato spostato in viale delle Nazioni Unite, in un edificio molto grande e rifornito di ogni mezzo per fare didattica.

“Nel settembre del 2018 – racconta Caserta – a seguito di carenze e problematiche strutturali di una certa importanza tutta la scuola è stata costretta ad abbandonare la sede storica trovando una prima sistemazione presso l’istituto agrario della città, per poi stabilirsi fino ad oggi nei locali della Regione Basilicata: un ex ospedale pediatrico che chiaramente non ha un’aula magna, dei laboratori, una palestra, una biblioteca. Fare scuola in queste condizioni è molto complicato”. Parole che sono diventate slogan per la manifestazione che ha visto le delegazioni dei licei in corteo fino alla Provincia per chiedere trasparenza sui tempi e sui piani degli interventi respingendo l’ipotesi di una divisione delle classi tra sedi differenti. La protesta sortito qualche risultato: “La Provincia ha chiesto alla Regione – continua Caserta – di posticipare gli interventi previsti nella nostra attuale sede di via Annibale Maria di Francia, riprogrammandoli per il periodo estivo, anche qualora ciò comportasse il pagamento di una penale. Allo stato attuale, non sono state individuate soluzioni che consentano di trasferire l’intera comunità scolastica in un’unica sede. Né la Provincia né il Comune dispongono, al momento, di strutture adeguate a ospitare tutte le classi del nostro liceo”.

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Motori termici oltre il 2035, l’Europa fa un altro passo indietro

Lo stop ai motori termici dal 2035 perde un altro pezzo del sostegno politico su cui era stato costruito. Dopo l’intesa raggiunta la scorsa settimana tra Francia e Germania, anche i principali gruppi del Parlamento europeo hanno trovato un accordo per allentare gli obiettivi sulle emissioni delle nuove automobili. Un passaggio che avvicina la revisione delle norme comunitarie, pur lasciando ancora aperta la strada verso l’approvazione definitiva.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici e il gruppo liberale Renew Europe hanno concordato una proposta che prevede una riduzione delle emissioni di CO₂ dell’87,5% entro il 2035, rispetto ai livelli di riferimento stabiliti dalla normativa europea. Un ulteriore 7,5% potrebbe essere compensato attraverso l’impiego di acciaio verde nella produzione delle vetture.

La differenza rispetto al quadro normativo attuale è significativa. Il regolamento europeo ancora in vigore prevede una riduzione del 100% delle emissioni di CO₂ delle nuove auto dal 2035, ma già lo scorso dicembre la Commissione aveva proposto di abbassare l’obiettivo al 90%, compensando il restante 10% attraverso l’impiego di acciaio a basse emissioni e carburanti sostenibili. L’intesa raggiunta ora tra i principali gruppi parlamentari va oltre, fissando la riduzione all’87,5%, con un ulteriore 7,5% riconosciuto attraverso l’utilizzo di acciaio verde prodotto nell’UE.

L’accordo parlamentare arriva come detto a pochi giorni da quello tra Parigi e Berlino, che proponeva una riduzione del 90% senza l’obbligo di compensare il restante 10%. Le due formule non coincidono, ma condividono l’obiettivo di concedere maggiore flessibilità all’industria automobilistica europea, alle prese con gli investimenti nella transizione elettrica e la concorrenza dei produttori cinesi.

Manfred Weber, presidente del gruppo PPE, ha accolto l’intesa come un successo per il settore automobilistico, sostenendo che il divieto dei motori a combustione sia ormai superato. Una valutazione che anticipa però l’esito del percorso legislativo: le norme del 2035 restano in vigore e potranno cambiare soltanto dopo un accordo definitivo tra Parlamento e Stati membri.

La proposta comprende anche un ampliamento delle possibilità di utilizzare i cosiddetti supercrediti per i veicoli elettrici, oltre a requisiti meno severi per i veicoli commerciali leggeri. Restano da definire i dettagli dei meccanismi di compensazione e le condizioni alle quali i costruttori potranno continuare a vendere modelli termici.

Per l’industria europea, la revisione potrebbe prolungare la vita degli investimenti nei motori tradizionali e nelle tecnologie ibride, riducendo la pressione su stabilimenti e fornitori. Sul fronte opposto, chi sostiene gli obiettivi originari teme che un rallentamento della transizione finisca per ampliare il ritardo rispetto alla Cina nello sviluppo delle tecnologie elettriche.

Il prossimo passaggio è previsto per la fine di novembre, quando il Parlamento europeo dovrebbe votare la propria posizione. Seguirà il confronto con gli Stati membri per definire il testo finale. La direzione politica appare sempre più orientata verso una revisione del 2035, ma la portata delle concessioni all’industria e il futuro delle motorizzazioni tradizionali restano ancora da negoziare.

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Prima del mito, il sogno: la storia di Rocky sul grande schermo. Applausi alla Festa del Cinema di Roma

Applausi scroscianti in ogni sala: I Play Rocky ha conquistato il pubblico della 21ª Festa del Cinema di Roma, dove è presentato nella sezione Grand Public. E certamente, quando uscirà nelle sale italiane il 31 dicembre, sarà il pubblico a decretarne il successo popolare. Perché di questo si tratta: un film che, agganciandosi al mito di Rocky, ne ripercorre la genesi e la trasforma in un’epopea dal sapore vintage, squisitamente divertente.

Tra i titoli finora visti alla kermesse capitolina, I Play Rocky è, insieme a Elsinore e in attesa di The Debut, uno dei film che hanno le carte in regola per affacciarsi all’imminente stagione dei premi, che culminerà con gli Oscar. Difficilmente, infatti, l’Academy resterà indifferente alla superlativa prova di Anthony Ippolito, quasi un clone di Sylvester Stallone, tanto fisicamente quanto nella tenacia. Ma tutto questo appartiene al futuro.

Il dato presente è che, dopo la presentazione al Festival di Toronto, I Play Rocky di Peter Farrelly, questa volta senza il fratello Bobby, è già un piccolo meta-cult. Il film celebra i cinquant’anni dell’iconica pellicola premiata con tre Oscar e ne prolunga il mito senza retorica né enfasi, concentrandosi sugli aspetti più intimi, esistenziali e antropologici della nota vicenda del giovane newyorkese Sylvester Stallone, allora un underdog in cerca della propria occasione.

Partendo dalla brillante sceneggiatura di Peter Gamble e avvalendosi della consulenza dello stesso attore e sceneggiatore, oggi ottantenne, Farrelly riesce a restituire un racconto in sintonia con il leggendario originale per tono e look indipendente, pur adottando un registro comico decisamente diverso dall’epica drammaticità che pervade il film sceneggiato e interpretato da Stallone.

Il fulcro di I Play Rocky è racchiuso proprio nella frase scelta come titolo: “Io recito Rocky”, mentre il titolo italiano previsto per l’uscita sarà Rocky sono io. Una dichiarazione che sottolinea la reale ostinazione di Sylvester Stallone, capace di rifiutare offerte assai generose pur di non cedere il suo magico copione e rinunciare a interpretarlo. Un “gran rifiuto” che sfidava la povertà in cui lui e la moglie Sasha versavano, mentre erano in attesa del loro primo figlio. Eppure fu proprio quella scelta la chiave vincente per entrare nel mito.

In definitiva, poco importa che il pubblico conosca già il lieto fine. Ciò che brilla nel film di Farrelly è il ritmo, insieme alla forza della commedia sociale e umana e a un percorso a ostacoli che parla al presente, in una Hollywood spesso ostile ai sogni fuori dagli schemi. Già, perché I Play Rocky è anche un film sul fare cinema con un budget ridotto, capace di dialogare con la contemporaneità, in cui la crisi sociale e la ferocia dello show business appaiono sempre più evidenti. Ma i sognatori caparbi e tenaci come rocce non smetteranno mai di nascere, esistere e vincere. Del resto, la dedica pronunciata da Stallone agli Oscar del 1977 è rimasta leggendaria e conserva tutta la sua attualità: “A tutti i Rocky del mondo, vi amo!”.

Apparentato a I Play Rocky soltanto per lo spirito di endurance incarnato dal protagonista, il documentario polacco Closure di Michal Marczak, in concorso nella sezione Progressive Cinema, racconta la tenace ricerca di un figlio scomparso da parte di suo padre.

Il regista ha seguito con la videocamera gli eventi successivi alla probabile scomparsa nelle acque della Vistola del sedicenne Krzysztof “Chris” Dymiński, un fatto di cronaca che ha scosso l’intera Polonia. Lirico nel suo farsi elegia funebre e meditazione su una perdita ancora senza risposte, Closure accompagna una famiglia che non ha smesso di cercare Chris e amplia la vicenda fino a farne una riflessione universale sul dolore provocato dalla scomparsa di una persona cara, tanto più insopportabile quando si tratta di un figlio. Un padre che non si dà pace e sperimenta ogni strumento possibile per setacciare il grande fiume, una madre che ogni sera attende il ritorno del figlio: una storia emozionante che, lentamente, trascina lo spettatore dentro il dolore di questi genitori, rendendolo partecipe di un’attesa sospesa tra speranza e disperazione.

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Usa 2026, il Washington Post: “Ex funzionari del Pentagono istruiscono gli Stati per proteggere il voto dalle interferenze di Trump”

Il timore è diffuso, non solo in ambienti democratici: l’amministrazione Trump potrebbe tentare di interferire nelle elezioni di medio termine del 3 novembre, cruciali per il prosieguo del mandato del tycoon. Per questo alcuni funzionari americani stanno fornendo consulenze private ai governi statali e ad alcuni membri del Congresso su come prepararsi all’eventualità. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti tra cui due di questi funzionari, secondo le quali il gruppo è composto da circa 10 persone con esperienza all’interno del Dipartimento della Difesa. Il loro sforzo è dettato dal crescente timore che Donald Trump possa mettere in pericolo la democrazia mettendo a rischio l’integrità del voto per mantenere il controllo del Partito repubblicano sul Congresso.

Il quotidiano, che non rivela il nome dei funzionari intervistati o dei congressisti e leader statali con cui si sono incontrati, afferma di aver visionato anche alcuni dei documenti preparati per gli incontri tesi ad aiutare le autorità statali a proteggere il processo elettorale. Incontri – sottolineano i funzionari – che sono stati condotti in maniera privata, non nell’ambito del loro ruolo di dipendenti governativi. Bisogna ricordare che Trump al suo ritorno alla Casa Bianca ha condotto una crociata contro quello che definisce il “deep state“, cioè i funzionari interni che lavorerebbero per minare la sua presidenza, avviando, anche con il sostegno del Department of Government Efficiency affidato per alcuni mesi a Elon Musk, consistenti purghe di funzionari di carriera non considerati fedeli.

Negli ultimi mesi, il gruppo ha avuto incontri in 10 Stati, parlando con governatori, funzionari elettorali e membri del Congresso di entrambi i partiti che condividono il timore di un intervento federale nelle elezioni, hanno spiegato ancora le fonti del Washington Post. “Tutti ci hanno detto che sono preoccupati ma non sanno cosa fare, il risultato che speriamo è che gli stati possano essere preparati ad ogni emergenza che possa crearsi”, aggiungono, sottolineando che negli incontri è stato illustrato come l’amministrazione Trump potrebbe usare i poteri federali per interferire nelle elezioni, comprendendo attività sia legali che illegali. La preoccupazione principale è che Trump possa schierare militari o agenti federali anti-immigrati, come il controverso U.S. Immigration and Customs Enforcement, davanti ai seggi o cercare di annullare i risultati denunciando frodi.

L’obiettivo dei funzionari è far crescere la consapevolezza da parte membri del Congresso, soprattutto tra i repubblicani, di questi rischi in modo da essere pronte a opporsi pubblicamente a questi tentativi, mentre con le autorità statali si è puntato a rafforzare le misure e i protocolli elettorali in modo da scongiurare strumentalizzazioni da parte del governo federale di eventuali debolezze. Infine, i funzionari intervistati dal Post ci tengono a sottolineare che i loro timori nascono unicamente dall’analisi delle dichiarazioni pubbliche di Trump e dei suoi alleati, e non specifiche informazioni a cui possono aver avuto accesso in qualità di funzionari federali.

Una portavoce della Casa Bianca, Lauren Bis, ha liquidato come infondati i timori, accusando invece i democratici di non volere leggi elettorali più severe. L’amministrazione Trump, ha affermato in una dichiarazione, “sta portando avanti un’azione decisa per proteggere le nostre elezioni, perseguendo crimini elettorali, rafforzando la sicurezza delle infrastrutture e proteggendo gli elettori vulnerabili da frodi e coercizioni”. Il presidente, ha concluso, “sta dicendo chiaramente che chiunque voti illegalmente nelle nostre elezioni dovrà rispondere delle sue azioni”.

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Avellino, assenza ingiustificata e sanzioni per gli studenti che hanno scioperato. Dopo le polemiche il preside fa marcia indietro

Gli studenti vanno in piazza a scioperare, il preside minaccia sanzioni disciplinari e chiede ai genitori di venire di persona a dichiarare che l’assenza era “ingiustificata”. Poi, dopo le polemiche, è costretto al passo indietro. Il caso è scoppiato nei giorni scorsi nel Polo liceale di Ariano Irpino, dopo che circa 400 giovani hanno aderito alla manifestazione studentesca di venerdì 16 ottobre ad Avellino. Contro di loro si è scagliato il preside Gerardo Cipriano, che ha diffuso una prima circolare (la numero 85) in cui definiva l’assenza “ingiustificata” e dichiarava che avrebbe influito “sulla valutazione della condotta disciplinare dello studente”. A protestare è stato il Collettivo studentesco di Irpinia e i Giovani Comunisti che hanno parlato di atto “intimidatorio“. Le conseguenze per gli studenti vengono “ingigantite e falsate”, si legge nella nota, mentre gli studenti sono scesi in piazza per rivendicare “il diritto allo studio e un miglioramento delle condizioni della scuola stessa”. In piazza, durante lo sciopero, gli studenti hanno protestato per le condizioni degli edifici scolastici, la carenza di personale, gli stipendi degli insegnanti, il costo dei trasporti e hanno portato avanti la richiesta di investire nell’istruzione anziché nel riarmo (firma qui la petizione del Fatto “La scuola non si arma, si insegna”).

Come riporta Avellino Today, la circolare prevedeva una giustificazione ad hoc da parte dei genitori dell’alunno assente. Non più la solita modalità telematica, ma per l’assenza del 16 ottobre ai genitori veniva richiesto di compilare un modulo specifico in cui consideravano “ingiustificata” l’assenza del figlio e legittimare – di conseguenza – i docenti a valutare in modo negativo il loro comportamento. “Viene demandata al genitore una dichiarazione di colpevolezza del proprio figlio dall’essersi astenuto dalle lezioni”, aveva commentato così Faustino Liuzzi, l’avvocato a cui si sono rivolti gli studenti, ai microfoni di Irpinia Tv. Per il legale, la definizione di “ingiustificata” e il carattere collettivo, presenti nella circolare, erano già motivo di illegittimità.

Dopo le polemiche, il dirigente scolastico Cipriano, ha fatto marcia indietro, pubblicando una nuova circolare, la numero 87, che modifica le disposizioni precedenti: le assenze degli studenti che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre potranno essere giustificate attraverso il registro elettronico Argo, senza che i genitori debbano presentarsi personalmente a scuola. Escluse anche le conseguenze disciplinari: non saranno avviati procedimenti né applicate sanzioni individuali o collettive, e nessuno studente sarà escluso dalle lezioni o dalle attività didattiche. Al loro posto, la scuola prevede momenti di riflessione nell’ambito dell’educazione civica, dedicati ai diritti, ai doveri e alla partecipazione democratica. Intervistato da Alanews, Cipriano ha sostenuto che la prima comunicazione non era sufficientemente chiara, pur ribadendo che “il diritto di sciopero spetta ai lavoratori e non agli studenti, per i quali la frequenza scolastica rimane un obbligo”.

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Claudio Mattio trovato morto in una scarpata: storico dirigente del ciclismo cuneese, aveva 66 anni

Da tre anni era andato in pensione dal suo lavoro, ma mai dalla sua passione. Anche ieri, lunedì 19 ottobre, Claudio Mattio era salito a Elva per un appuntamento in Municipio: sta lavorando a un sopralluogo su alcuni percorsi destinati a un prossimo evento ciclistico. Non è più tornato a casa. La moglie ha lanciato l’allarme, le ricerche sono proseguite per tutto il giorno. Poi la tragica scoperta: l’auto di Mattio è stata ritrovata in una scarpata della strada del Colle di Sampeyre. È morto a 66 anni, lasciando un grande vuoto nella sua famiglia e anche nel ciclismo cuneese.

Mattio era appunto un ex dipendente del Comune di Revello. Grande appassionato di ciclismo, aveva gareggiato fino ai dilettanti e poi era salito in ammiraglia. Era presidente della società Vigor di Piasco, ma si occupava anche dell’organizzazioni di gare ed eventi. “Pur non avendolo avuto come dipendente – ricorda il sindaco di Revello, Paolo Motta – conoscevo Claudio personalmente e ne ho apprezzato le doti umane e professionali, il suo entusiasmo nell’organizzazione di eventi sportivi”.

“Amava il ciclismo e la sua passione per la bicicletta raccontava qualcosa di lui, del suo modo di vivere e di sentire. Davanti a questa notizia che mi lascia sconvolta, faccio fatica ad accettare che il suo viaggio si sia interrotto”, scrive invece la sindaca di Piasco, Stefania Dalmasso. Il suo ricordo commosso prosegue: “Piasco perde un amico, una persona legata a una passione autentica, quella del ciclismo, che da decenni coinvolge tutta la nostra comunità. E io perdo qualcuno a cui ero legata da affetto e amicizia. Non posso che esprimere le sincere condoglianze, anche a nome della nostra comunità alla moglie Maria e alla figlia Erika, oltre che ai fratelli Silvio e Luciano e a tutta la grande famiglia Mattio”.

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“Datemi fiducia, pensate che io sia innocente. Ho perso moglie e figlia”, lo sfogo di Gianni Di Vita

“Sono passati dieci mesi, sono esasperato. Non ce la faccio più, rendetevi conto che ho perso una moglie e una figlia”. È lo sfogo di Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara, la quindicenne morta insieme alla madre a seguito di un avvelenamento da ricina a Pietracatella, in Molise. Davanti alle telecamere della trasmissione di Rai Uno La vita in diretta, l’uomo esprime tutta la fatica di convivere con un dolore che, dice, non può essere raccontato davanti a un microfono. “Il dolore è una cosa intima, privata. Io ne parlo con mia figlia, con i miei cari, con i miei amici. Non ne posso parlare davanti a un microfono”. Poi l’appello: “Datemi fiducia un attimo, per un secondo pensate che io sia innocente”.

Mentre le parole di Di Vita riaccendono l’attenzione sul caso, proseguono le indagini sulla morte delle due donne, avvenuta tra il 27 e il 28 dicembre 2025. Uno degli aspetti ancora da chiarire riguarda l’origine della ricina che ha provocato l’intossicazione mortale e le modalità con cui il veleno sarebbe stato procurato. Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le segnalazioni di piante di ricino alle forze dell’ordine. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, riguarda Casacalenda, in provincia di Campobasso, dove gli investigatori della Squadra Mobile sono intervenuti su indicazione di un cittadino. Le piante sono state fotografate e ne è stata verbalizzata la presenza; secondo una delle ricostruzioni diffuse, sono stati inoltre prelevati campioni di vegetazione nei pressi del liceo delle Scienze Umane del paese.

La zona non è estranea all’inchiesta: proprio venerdì scorso, nello stesso istituto, si era conclusa una delle quattro perquisizioni informatiche disposte dalla Procura di Larino e condotte dalla Squadra Mobile e dallo Sco. Gli investigatori stanno cercando eventuali tracce di ricerche online sulla ricina e su sostanze e procedimenti collegati. Nell’ambito degli accertamenti non sono stati sequestrati computer, ma sono stati acquisiti i dati della rete centralizzata ed è stata effettuata la copia forense di un notebook.

Al momento, tuttavia, non è stato accertato alcun collegamento tra le piante individuate nei pressi della scuola, il computer sottoposto a copia forense e la morte di Antonella e Sara. Le verifiche sulla presenza del ricino sul territorio vengono definite dagli ambienti investigativi come attività ordinarie, senza che siano emersi elementi in grado di collegare gli esemplari segnalati agli omicidi. Le segnalazioni, del resto, non riguardano soltanto Casacalenda. Nei giorni precedenti piante della stessa specie erano state individuate a Riccia, nelle campagne di Sant’Elia a Pianisi, nella zona del lago di Occhito, al confine tra Molise e Puglia, e nelle campagne di Campodipietra. In alcuni casi, gli esemplari presentavano numerosi semi, la parte della pianta dalla quale è possibile estrarre la ricina. Anche a Castelpagano, in Campania, erano state segnalate piante analoghe.

Gli accertamenti mirano a chiarire uno degli interrogativi centrali dell’inchiesta: se il veleno possa essere stato ricavato dai semi del ricino oppure se sia stata utilizzata una sostanza già preparata e procurata attraverso altri canali. Per ora nessuna delle due ipotesi risulta accertata. Le analisi condotte dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia sui campioni biologici delle vittime avevano individuato lectine e frammenti proteici riconducibili al Ricinus communis, risultati compatibili con un’intossicazione acuta da ricino confermata dall’autopsia. Resta però da stabilire in quale forma la sostanza sia stata assunta.

Sul fronte investigativo, non sono esclusi nuovi interrogatori nei prossimi giorni. La pista seguita resta quella passionale e, negli ultimi giorni, sono emersi dettagli relativi ad alcune deposizioni di Gianni Di Vita, durante le quali l’ex sindaco avrebbe ammesso di aver avuto una relazione extraconiugale con un’insegnante sua amica da molto tempo.

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Zeekr, oltre 4.100 chilometri in 24 ore sul raccordo anulare di Roma

Oltre 4.100 chilometri percorsi in 24 ore, senza mai lasciare il Grande Raccordo Anulare di Roma. È il bilancio della 24 Heures du GRA, la prova di durata organizzata da Zeekr per verificare autonomia, consumi e capacità di ricarica dei modelli elettrici 7X e 7GT.

Le due vetture, entrambe nella versione Long Range a trazione posteriore e con batteria da 100 kWh, hanno viaggiato su strade aperte al traffico, alternando la guida alle soste presso una stazione di ricarica IPlanet da 300 kW.

La Zeekr 7X ha percorso 2.059,8 chilometri, equivalenti a 31 giri del raccordo, con un consumo medio dichiarato di 21,2 kWh/100 km. La 7GT ha invece raggiumto 2.098,7 chilometri, completando 31,5 giri e registrando un consumo di 18,8 kWh/100 km.

Il dato più significativo riguarda le ricariche: ciascuna vettura ha effettuato sette soste, compreso il rabbocco finale, per un tempo complessivo di 100 minuti sulla 7X e 109 minuti sulla 7GT. Nelle dodici sessioni complete, le auto hanno recuperato in media 68,4 kWh in 15 minuti e 50 secondi, con picchi di potenza vicini ai 300 kW. Entrambi i modelli possono teoricamente raggiungere i 420 kW utilizzando infrastrutture compatibili.

L’energia complessiva erogata è stata di 862,88 kWh. Applicando la tariffa IPlanet Plus di 0,52 euro/kWh, la spesa è stata di 448,70 euro per entrambe le vetture. Senza abbonamento, alla tariffa di 0,74 euro/kWh, sarebbe salita a 638,53 euro. I conteggi comprendono anche le ricariche conclusive.

La prova ha messo in evidenza il ruolo cruciale della ricarica ultrarapida nella mobilità elettrica sulle lunghe distanze. Più che sull’autonomia di una singola carica, Zeekr ha puntato sulla possibilità di sostenere percorrenze elevate riducendo i tempi di fermo. Un risultato ottenuto in condizioni specifiche, con infrastrutture ad alta potenza sempre disponibili

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“A Milano rischio violenze neofasciste”, “Piazza unita anche con i neri”: i collettivi studenteschi contestano gli apolitici di Telegram. “Usate chat segrete e messaggi cifrati”

Le locandine sono pronte, in vista delle proteste di sabato 24 ottobre, a Milano e nelle principali città del centro e del nord Italia. “Diffondiamo ovunque, facciamo girare e stampiamo e attacchiamo ovunque in città”, è l’invito lanciato alle 9 del mattino nel gruppo Telegram Movimento 17 ottobre. La chat conta oltre 3.500 iscritti e 1.600 messaggi, raccolti in poco più di 24 ore. Gli anonimi contestatori sono divisi, a giudicare dalle conversazioni di queste ore. Una corrente invoca un’organizzazione in vecchio stile, con lo striscione in testa al corteo e servizio d’ordine per gestire infiltrati e provocatori violenti, additati come neofascisti o agenti in borghese. La linea tradizionale è sostenuta dai collettivi studenteschi milanesi, di sinistra. Propongono l’esclusione dell’estrema destra dalle manifestazione. Ma in chat molti non sono d’accordo e rilanciano l’unità della piazza, rifiutando etichette politiche e includendo i “neri”: “O ma parlate tutti di fascisti che non volete, ma stiamo facendo una protesta per una rivoluzione? O contro i fascisti, si deve scendere tutti insieme se volete qualcosa”, scrive un utente. “Dobbiamo avere un indirizzo politico chiaro”, ribatte il nickname Nuel.

La frattura tra collettivi studenteschi di sinistra e gli apolitici di Instagram e Telegram

La frattura non si esprime solo in chat. I rappresentanti delle due anime si sono riunite in assemblea alla vigilia delle proteste, per valutare la possibilità di unirsi in piazza. Da una parte gli studenti dei collettivi. Dall’altra, gli organizzatori della pagina Instagram Italiainpiazza17, detonatore social delle contestazioni di sabato. I primi hanno risposto picche, per due ragioni. La prima: “Possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo”. La seconda: “Mancanza di una linea politica chiara e l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Così le strade si sono divise, come illustra il verbale della riunione, in possesso de ilfattoquotidiano.it. Il timore di violenze da parte dell’estrema a destra, a Milano, riecheggia forte anche nel gruppo Telegram.

“Neofascisti a Milano. Occupiamo il Comune per depistare militari a piazza Duomo”

“Qualcuno ha notizie sulla presunta presenza di neofascisti violenti?”, scriveva in chat SoraKH, ieri. “Sono arrivate voci che si stanno organizzando per il 24, 1700 persone armate ma dubito fortemente”, l’immediata risposta del profilo Giulio Andreotti. “Facciamo ronde antifa”, propone Sivallettoh. “Rimaniamo compatti e cerchiamo comunque di fare qualcosa”, rimbecca “Andreotti” invitando all’unità. Non solo i gli estremisti di destra. In chat, la frangia “politica” teme devastazioni indiscriminate, senza escludere azioni non violente contro i palazzi istituzionali.

Poco dopo la mezzanotte, un messaggio ammoniva sui militari a Milano, suggerendo di ingannare agenti e provocatori per manifestare in sicurezza: “Stanno mobilitando l’esercito per sabato in Duomo state attenti, cambiare zona in anonimato, senza farlo sapere create gruppi chiusi con controlli su chi entra. E organizziamo. Una cosa fatta bene così la celere si scontrerà con i mong… che vanno a distruggere, e noi dall’altra parte potremo fare qualcosa di serio!”. E ancora: “Depisterei gli sbirri facendogli credere che scendiamo al Duomo, e invece si va altrove, questo di sicuro non fermerà la celere nell’esercito ma ci potrebbe far guadagnare tempo..”. L’utente, con nickname M, propone un nuovo obiettivo della protesta: “Andiamo a Loreto davanti al Comune e occupiamolo”. “Vanno fermati tutti gli edifici che impattano sul sistema”. Vengono citate citate Inps e banche.

“Esercito in piazza? No paranoia, propaganda di Meloni”

Molti in chat temono il pugno duro del governo contro la piazza. Il profilo Movimento 17 Ottobre condivide il lancio di agenzia con l’annuncio del vicepremier Tajani: “Cinquecento militari in più a Milano”. Anche in Toscana qualcuno è preoccupato: “A Firenze come pensate di fare che è pieno di militari?”. “Noi siamo pirati”, la risposta accompagnata da un’illustrazione ad hoc firmata dall’Intelligenza artificiale. A chi invoca rassicurazioni giungono risposte spavalde: centinaia di militari “in una città come Milano non fanno un cazzo. Solo propaganda” di Meloni, “una mossa di Giogggggia per farsi dire brava, sta facendo qualcosa questo governo”. I prudenti sottolineano che “avranno diritto di arrestare” e “chi è maggiorenne, cosa rischia?”. La risposta elenca “il fermo, devastazione e saccheggio (c.p 419), resistenza a pubblico ufficiale (c.p 337) nei casi peggiori pluriaggravata. Ma è sempre stato così, non fatevi prendere dalla paranoia”, incoraggia Demetrius. Molti non sono convinti. Il “principe Sayan” dice di vivere a Catania e punta il dito contro le priorità del governo: “Al sud ci sono i supermercati vuoti e questi il massimo che fanno è schierare 500 militari”.

24 ottobre, la mappa delle proteste: Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova

Il gruppo Telegram, oltre alla chat generale con migliaia di messaggi, è divisa in canali di comunicazione locali. Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova: ciascuna città ha la sua chat separata per consentire l’organizzazione sul posto. Ogni sottogruppo ha condiviso la locandina per l’appuntamento del 24 ottobre. E in “zona Marche niente?”, chiede Kknote. “Ad Ancona non si fa niente di serio”, dice sconfortato. Al Sud “Irma Bandiera” – che prende il nome da un’eroica partigiana di Bologna – tratteggia il dipinto della decadenza: “Gli agricoltori e i fornai stanno protestano per il caro carburante e mancanza di materie prime, noi giovani non riusciamo a vedere un futuro, salari bassi e lavori precari, mentre le nostre famiglie faticano a curarsi per i costi e le liste d’attesa, mentre le scuole cadono a pezzi”.

Chat segrete per organizzarsi: Signal Bitchat, Briar. E GrapheneOS per cancellare i dati

Quello che è emerso in questi giorni, cioè che si tratta di gruppi di contestatori così diversi, divisi per geografia e idee politiche, piomba anche sulle chat dei social. L’ala movimentista, nata sui social con il fortino su Telegram, rifiuta capi, gerarchie e disciplina: “Il nostro obiettivo è decentralizzare il più possibile questa rete, così che sia difficile per lo Stato reprimerci. Più siamo diffuse e diffusi, più siamo forti”, mette in chiaro il post fissato all’inizio della chat. Si prediligono i messaggi cifrati in chat per dare il via alle proteste locali: “L’organizzazione spetta a ogni città, in autonomia: di persona, nelle piazze, e su gruppi Signal creati da chi partecipa, in modo anonimo. Questi gruppi vanno aperti solo per la giornata di piazza e cancellati subito dopo”. Non solo Signal, dice un utente, ma anche “Bitchat durante le manifestazioni, che non usa dati cellulare”. Così “possiamo depistare i puffi”, ovvero gli agenti, “perché lavora solo bluetooth”. Anche Briar è consigliata, oltre a GrapheneOS per cancellare all’occorrenza ogni dato sullo smartphone.

“C’è qualche maggiorenne qui?”

La cosiddetta “decentralizzazione”, che appare come un “caposaldo” dei fondatori del gruppo Telegram, viene contestata. “Il Moicano” invoca soluzioni vecchio stampo, come quelle dei partiti di sinistra negli anni della contestazioni: “Ma come è strutturata la manifestazione?? Parlo di ruoli, perché secondo il mio umile parere bisogna avere una prima linea, un servizio di ordine (per arginare eventuali “infiltrazioni di stato” chiamiamole così) Poi bisogna avere chi mostra gli striscioni che prevalentemente dovrebbero essere anziani e donne, cosa contraria per la prima fila…”. Dice di avere 37 anni. Molti in chat sono più giovani, forse anche minorenni. “C’è qualche altro ragazzo maggiorenne qui?”, domanda un utente. Ma arriva l’alt del nickname Movimento 17 ottobre: “Non date informazioni personali. Molti sbirri fanno questo tipo di domande. Stiamo attenti”. Syrex insiste: “Quanti anni avete voi raga?”. Nessuna risposta. Ma giunge l’appello per sgli studenti delle scuole superiori: “Per tutti i liceali qua dentro: organizzatevi con i vostri collettivi, perché “di persona in una scuola siete intoccabili”.

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Scontri a Milano, Dell’Utri: “Chi parla di remigrazione non ha capito nulla. Solo un analfabeta politico non comprende: la sofferenza dei cittadini è reale”

Mentre il centrodestra ha preso parte lunedì un presidio a Milano dietro allo striscione “Vi remigreremo tutti“, a mettere in evidenza le contraddizioni interne alla coalizione ci pensa Marcello Dell’Utri. L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi e co-fondatore di Forza Italia, interviene nel dibattito commentando gli scontri e le scene di guerriglia urbana nel capuologuo lombardo: “Le devastazioni che hanno colpito Milano e altri grandi centri del nostro Paese in questi giorni vanno condannate senza esitazioni. Ma chi pensa di fermare le proteste limitandosi a invocare la sicurezza, senza interrogarsi sulle ragioni profonde del malessere che le alimenta, commette un errore gravissimo”, dichiara Dell’Utri proprio mentre il Consiglio dei ministri si appresta a varare un nuovo decreto sicurezza.

Per l’ex senatore azzurro “solo un analfabeta politico può non comprendere la delicatezza della fase storica che stiamo attraversando. La sofferenza dei cittadini è reale, crescente e non può più essere ignorata”. E arriva anche la stoccata nei confronti della destra e di chi rincorre Vannacci: “Pensare di affrontarla agitando formule retoriche come quella della ‘remigrazione‘ significa non aver capito nulla della gravità del momento“.

Per quanto riguarda il partito che ha co-fondato, Dell’Utri spiega “sto senz’altro con Marina Berlusconi“, nel volere un partito come Forza Italia più presente sul tema dei diritti, “anche Silvio Berlusconi credo che la penserebbe così, ma purtroppo non possiamo chiederglielo”. “In Forza Italia c’è chi, come Amir Atrous, ha analizzato questo disagio con parole accorate e coraggiose, senza rifugiarsi nelle comode semplificazioni della propaganda. Un centrodestra serio e consapevole delle proprie responsabilità farebbe bene ad ascoltarlo”, rimarca Dell’Utri parlando del responsabile del Dipartimento Immigrazione di Forza Italia Milano che scatena spesso le polemiche interne al centrodestra con le sue posizioni.

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Da sessantottino a prof, ora sì che torno a riconoscermi nei giovani

Sono nato nel 1951 e, dopo molto tempo, mi sento di nuovo giovane. Non «ancora»: di nuovo. Appartengo alla prima generazione per la quale la gioventù diventò un’identità collettiva, non soltanto l’anticamera dell’età adulta. Avevamo la nostra musica, la nostra moda, le nostre letture. Nel 1965 vidi i Beatles, nel ’67 gli Stones. Alla radio c’era Claudio Villa. Volevamo cambiare il mondo dei nostri genitori: tutto e subito. Ci furono cariche della polizia, strategia della tensione e violenza politica. Le conquiste non furono regalate. Le “lotte” contribuirono a ottenere diritti, mentre economia e istruzione aprivano opportunità. L’ascensore sociale funzionava: ci si laureava e si trovava lavoro, ma si poteva migliorare anche senza laurea. Ci dicevano: andate a lavorare, e noi ci andammo. Molti contestatori diventarono proprio quella classe media borghese contro cui avevano protestato, me compreso. Da una famiglia di portuali mi ritrovai professore universitario.

Dopo le conquiste le contestazioni si attenuarono. Subentrò l’edonismo degli anni Ottanta, del successo individuale, della televisione, poi del berlusconismo. Sembrava che i giovani avessero perso ideali e combattività: molti non avevano più bisogno di combattere per migliorare la propria condizione. Le aspirazioni si realizzavano senza rovesciare l’ordine esistente. Quando una società offre opportunità, diminuiscono le ragioni per contestarla. Non valeva per tutti, ma per molti sì. La voglia di scontro trovava sfogo soprattutto nelle tifoserie ultras.

Per decenni ho insegnato all’università, frequentando persone che avevano sempre vent’anni, mentre io invecchiavo. Ho visto cambiare aspettative e idee sul futuro. Non mi riconoscevo nella loro riluttanza alla contestazione. Se da giovani non si vuole cambiare il mondo, deviando dalla norma, si ferma il motore del progresso e ci si adagia. Oggi li ritrovo. Le manifestazioni studentesche (e operaie, non dimentichiamolo) in Italia e in altri paesi europei, i Fridays for Future, le proteste contro il riarmo segnalano una rinnovata aspirazione a un futuro diverso. Non tutti condividono le stesse idee, ma la mobilitazione va oltre gli estremismi. Per motivi diversi i giovani, e non solo, penso a camionisti, agricoltori e pescatori, si sollevano in Francia, Spagna, Albania e Italia.

E le devastazioni di domenica pomeriggio a Milano? Manzoni raccontava già gli assalti ai forni nei Promessi sposi: per la mancanza di pane si distruggevano proprio i forni. Le devastazioni vanno fermate, subito. Ma possono essere anche sintomi di un malessere. Come la febbre: quando sale troppo va abbassata, perché fa danni. Ma senza curarne le cause non si guarisce. Reprimere la violenza è necessario, non sufficiente. Non confondiamo chi saccheggia con chi manifesta per cambiare le cose. Perché le cose non vanno bene, anche se ci raccontano che è tutto a posto.

La mia interpretazione riguarda le possibilità di futuro. Formiamo laureati che emigrano perché non trovano prospettive adeguate in Italia. Lo Stato investe nella loro preparazione e altri paesi ne raccolgono i frutti. Intanto abbiamo bisogno di lavoratori immigrati, spesso malpagati e sfruttati. Ci preoccupiamo della denatalità, ma rendiamo difficile ai giovani conquistare autonomia, casa, lavoro e sicurezza. Chiediamo loro di costruire il futuro senza creare le condizioni per farlo.

E ora la prospettiva bellica. L’Europa, che aveva fatto della transizione ecologica una priorità, mobilita risorse enormi per il riarmo. Ho già scritto del passaggio dal benessere al “guerressere”. La sicurezza è un’esigenza reale e la difesa non coincide necessariamente con la guerra. Ai giovani prospettiamo meno opportunità e più spese militari, magari discutendo di reclutamento nell’esercito come occupazione, e dovremmo stupirci della loro rabbia? Che cosa dovrebbero difendere? Una comunità che investe nel loro avvenire o un sistema che li considera sacrificabili? “Organizzeremo la diserzione!” Erano decenni che non sentivo frasi così.

La mia generazione lottava per conquistare possibilità che non aveva. Quella di oggi si mobilita per non perdere possibilità che genitori e nonni consideravano normali. Non sono le stesse circostanze né gli stessi obiettivi. Ai giovani di allora non era ben presente il tema ambientale, ad esempio. Torna però la consapevolezza che il futuro non viene regalato. E, per questa voglia di un futuro diverso, torno a riconoscermi nei giovani.

Riconoscersi non significa pretendere di guidarli. Noi anziani non abbiamo il diritto di dire ai giovani che cosa debbano volere. A vent’anni non aspettavo indicazioni dagli adulti. Leggevamo Herbert Marcuse, che dava forma teorica alle nostre aspirazioni, ma ripetevamo: “Non fidarti di chi ha più di trent’anni”. Possiamo offrire conoscenze, esperienza, memoria, se ce le chiedono; non sostituirci a loro nel decidere il futuro, anche quando siamo d’accordo. Non considero esaurite le possibilità che mi restano di vedere il futuro. Da pennino, inchiostro e calamaio sono passato alle macchine da scrivere, ai computer. La musica e la fotografia sono diventate digitali, e poi internet, smartphone e intelligenza artificiale. Innovazioni definitive sono state superate. Quel “tutto” è subito cambiato!

Non considero il futuro una porta chiusa: potrei ancora assistere a cambi di paradigma, e sono curioso. Dopo una lunga parentesi, ritrovo giovani che vogliono cambiare il mondo. Una voglia analoga, non omologa, alla nostra: come le ali degli uccelli e quelle degli insetti, che permettono entrambe di volare, ma sono il prodotto di storie evolutive differenti.

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Caso Kata, archiviata l’indagine sui due zii: “Non ci sono elementi per una condanna”

È sparita il 10 giugno 2023, quando aveva 5 anni, dall’ex hotel Astor, il tre stelle chiuso per la pandemia e poi occupato abusivamente e dove la piccola viveva. Ora a distanza di oltre tre anni, il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla scomparsa di Kataleya Mia Alvarez Chicclo, detta Kata, accogliendo la richiesta della procura perché “gli elementi raccolti non consentono una ragionevole previsione di condanna”.

Le indagini non hanno permesso di ricostruire con certezza le circostanze della scomparsa, né di individuare prove sufficienti a sostenere l’accusa. Resta possibile la riapertura in presenza di nuovi elementi. Il provvedimento, depositato oggi, riguarda Argenis Abel Alvarez Vasquez e Marlon Edgar Chicllo Romero, rispettivamente zio materno e zio paterno della bambina, indagati per il presunto sequestro di persona della minore a scopo di estorsione.

Nonostante le numerose attività investigative svolte, non è stato possibile ricostruire con sufficiente certezza le circostanze della sottrazione e dell’allontanamento della piccola, né individuare elementi probatori specifici in grado di attribuire ai due uomini le condotte contestate. Le diverse ipotesi esaminate nel corso dell’inchiesta, secondo quanto emerge dal decreto, non hanno trovato riscontri abbastanza solidi da sostenere l’accusa in giudizio. L’archiviazione definisce dunque il procedimento nei confronti dei due indagati sulla base del quadro probatorio attualmente disponibile. A chiarirne la portata è il presidente del tribunale di Firenze, Angelo Antonio Pezzuti, che in un comunicato sottolinea come il provvedimento si fondi sull’assenza, allo stato, di una ragionevole prospettiva di condanna.

La decisione, tuttavia, non esclude in assoluto la possibilità di riaprire le indagini. Nel decreto viene infatti richiamato l’articolo 414 del codice di procedura penale, che consente al pubblico ministero di chiedere la riapertura del fascicolo qualora emergano nuove esigenze investigative e sia ragionevolmente prevedibile l’individuazione di ulteriori fonti di prova, da sole o insieme a quelle già acquisite, tali da giustificare l’esercizio dell’azione penale.

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Scontri in Duomo a Milano, in carcere 4 maggiorenni. Il gip: “Preciso progetto di destabilizzazione, alto rischio riaccada”

Il rischio che “possa accadere di nuovo nel breve termine è altissimo” ed “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. Sono alcune delle motivazioni con le quali il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Fabrizio Ficile, ha disposto il carcere per quattro giovani arrestati sabato scorso durante i disordini in centro, mentre per un quinto ragazzo è stato posto ai domiciliari con il braccialetto elettronico. I cinque, tutti maggiorenni, sono accusati – a vario titolo – di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata. Per quanto riguarda i minorenni, invece, sono stati collocati in comunità o ai domiciliari gli 11 arrestati: in alcuni casi hanno rigettato la richiesta del carcere avanzata dalla procura.

Secondo il giudice del tribunale ordinario, gli scontri corpo a corpo con le forze dell’ordine in piazza Duomo e l’assalto ai negozi nelle vie del centro potrebbe essere ripetuti: ritiene, infatti, “altissima” la possibilità di un bis, “bastando considerare che il giorno successivo ai fatti, domenica 18 ottobre, si è creata una situazione analoga e che dal giorno successivo si sono diffuse nuove convocazioni via social” dagli account Italia in piazza e Movimento 17 ottobre. Canali, questi ultimi, si legge nell’ordinanza con la quale è stata decisa la detenzione, sui quali “sono in corso indagini” e che puntano a mantenere “un profilo decisamente violento e insurrezionale”. Non solo: si indaga anche, si legge nelle carte, “su quanto ci fosse di programmato in tale degenerazione sin dalla convocazione via social della protesta” e “su se vi fosse una regia organizzativa dietro gli eventi”.

“È importante notare come la ‘creazione’ di una situazione quale quella occorsa sabato 17 e domenica 18 ottobre, funga proprio da ‘detonatore esponenziale della violenza’”, una tentazione che impone come unica misura – a dire del giudice – il carcere, non essendo gli indagati di auto-contenersi di fronte ai propri istinti violenti. Il “battage via social” per convocare altre proteste nei prossimi fine settimana, ad avviso del gip, rende “evidente” che “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico, che conta proprio sulla spontanea partecipazione di molti giovani”, i quali “perdono completamente il controllo dei propri impulsi e diventano a propria volta attori violenti e antisociali” trovandosi “in quella situazione di sfogo collettivo di rabbia e violenza”, conclude il giudice.

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Bastoni scuote l’Inter: “Dobbiamo guardare la realtà, la Champions è sempre stata un sogno ma non un obiettivo”

Per una volta, all’Inter serviva qualcuno che dicesse le cose come stanno. E Alessandro Bastoni lo ha fatto, alla vigilia della partita di Champions League contro lo Shakhtar Donetsk. “Dobbiamo guardare la realtà, gli ultimi risultati e le ultime partite devono farci rimanere con i piedi per terra. La Champions è sempre stata un sogno, ma non un obiettivo“. Parole semplici, ma necessarie. Perché dopo due sconfitte nelle prime due giornate, e soprattutto dopo aver perso sette delle ultime otto partite europee, continuare a parlare dell’Inter come di una candidata alla vittoria della Champions significherebbe ignorare la realtà. Non si tratta di ridimensionare la squadra, ma di ridimensionare le aspettative costruite attorno a una rosa fortissima in Italia, che però in Europa ha dimostrato di avere limiti evidenti.

“Il passato è passato, le finali fatte, dobbiamo tornare con i piedi per terra. La Champions è un sogno e se ci sarà la possibilità la coglieremo. Da domani dobbiamo dare una risposta importante“, ha aggiunto Bastoni. Le finali, lo scudetto, il dominio in campionato non garantiscono nulla quando si affrontano avversari di livello internazionale. Bastoni ha riconosciuto le difficoltà senza cercare alibi. E soprattutto ha chiamato in causa le responsabilità dei giocatori: la situazione “non dipende da moduli o fattori esterni, ma da un aspetto mentale. Serve anche tanta onestà intellettuale da ognuno di noi per prenderci le responsabilità di queste sconfitte, in cui ci sono stati tanti errori individuali. Migliorare in questa cosa è già un grande passo avanti”.

E ancora: “Il 90% dei gol che abbiamo preso arrivano da errori nostri, ne abbiamo parlato ed è una cosa da correggere. Serve un’Inter più concentrata“. Bastoni ha ragione a chiedere un cambio di atteggiamento. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Quindici gol subiti in nove partite stagionali non possono essere soltanto una questione di concentrazione. Come dimostrato contro il Brugge, il calcio iper-aggressivo voluto da Chivu espone continuamente la squadra a situazioni difficili, che richiedono qualità tecniche e fisiche non sempre presenti nella rosa. In Italia il gap con le rivali concede la possibilità di rimediare, in Champions League ogni errore viene punito molto più duramente.

Proprio per questo le parole di Bastoni sono importanti:”Lo Shakhtar lo conosciamo poco ma hanno grandi qualità, hanno tanti brasiliani quindi sono molto tecnici. Dovremo stare attenti, difendere compatti, perché non esistono più squadre con cui vincere facile. Dobbiamo pensare a noi”. Anche qui Bastoni indica una strada precisa: difendere compatti, prima ancora di pensare ad attaccare a ogni costo. Chivu dovrà decidere se adattare il proprio calcio alle caratteristiche dei giocatori che ha a disposizione. Ma intanto il suo difensore ha fatto un primo passo fondamentale. Ha riportato l’Inter con i piedi per terra: per tornare a vincere anche in Europa, forse, bisognava cominciare proprio da qui.

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I leader di Pd, M5s e Avs insieme all’evento per la Palestina: “Basta complicità e doppi standard, il governo fermi il commercio con le colonie”

Se l’Ucraina e il nodo dell’invio delle armi a Kiev dividono ancora Pd, M5s e Avs, in vista della costruzione del programma elettorale, il fronte progressista ritrova invece unità in politica estera sulla Palestina. Già lo scorso maggio dem, Cinque stelle e Verdi Sinistra avevano depositato una proposta di legge – con i leader Giuseppe Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli come primi firmatari, ndr – per istituire il divieto di importazione di beni e servizi dalle colonie, illegali secondo il diritto internazionale.
Un’iniziativa nata dall’impegno di una coalizione di 20 organizzazioni umanitarie e della società civile, che a settembre del 2025 avevano lanciato l’appello Stop al commercio con gli insediamenti illegali, per chiedere all’Unione europea e al Regno Unito di mettere al bando l’economia delle colonie. Di fronte all’escalation delle violenze dei coloni, nelle scorse settimane alcuni Paesi avevano così deciso un cambio di rotta nei confronti di Israele e delle colonie. Al contrario dell’Italia, con il governo Meloni ancora colpevolmente assente. “C’è stata un’iniziativa importante da parte di undici Paesi, tra cui Francia, Canada, Regno Unito e molti Paesi europei, che hanno deciso di dare un segnale forte, inequivocabile, davanti al fatto che a Gaza si continua a morire e davanti ai crimini del governo di Netanyahu: lo stop al commercio dei prodotti che vengono dalle colonie illegali. Noi crediamo che sia vergognoso che il governo italiano non abbia seguito quella iniziativa“, ha così attaccato la segretaria dem Elly Schlein, a margine dell’iniziativa “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione“, organizzata a Roma da Oxfam e dalla coalizione delle realtà promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali“.
Un evento che ha riunito pure i quattro leader del cosiddetto ‘campo largo’, dal presidente M5s Giuseppe Conte alla stessa dem Elly Schlein, fino a Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per Avs, presenti all’iniziativa. “C’è qualcosa di ancora più grave rispetto all’assenza dell’Italia. Sono le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani per cui secondo il governo ‘queste decisioni andrebbero assunte a livello europeo’. Peccato che sono proprio loro a bloccare la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele“, ha continuato la segretaria dem.
“Questo governo ha dimostrato nei fatti di essere complice delle politiche criminali di Netanyahu. I coloni israeliani stanno uccidendo, massacrando le case dei palestinesi nella West Bank. A Gaza si continua a morire e cosa fa questo governo? Continua dire no alle sanzioni, continua ad avere un doppio standard sul diritto internazionale: sanzioni alla Russia, invece Netanyahu può continuare a massacrare il popolo palestinese. Voglio dire una cosa ai nostri alleati di centrosinistra: per noi di Avs il programma parte da questi punti. Ripristino del diritto internazionale, riconoscimento dello Stato di Palestina e sanzioni a Israele. Chi non è d’accordo si può accomodare alla porta. Non andremo al governo di questo Paese per fare le stesse cose di Giorgia Meloni”, ha avvertito Angelo Bonelli. Perché se tra Pd, M5s e Verdi Sinistra c’è già unità di intenti sulla Palestina, il messaggio sembra più rivolto ai soggetti che creeranno la futura gamba centrista della coalizione. Condivide anche Giuseppe Conte: “Andremo al governo per cambiare completamente la politica sin qui adottata dal governo su Israele. Non possiamo essere complici di un genocidio, di occupazioni abusive e illegali”. E ancora “Dobbiamo interrompere l’accordo di cooperazione militare, nei primi sei mesi di quest’anno l’import di armi da Israele è aumentato”.
“Cessi immediatamente ogni forma di commercio con le colonie, frutto di un’occupazione illegale”, ha rivendicato anche Nicola Fratoianni, sottolineando il lavoro comune fatto dalle forze di opposizione in questi anni. “Non siamo qui all’inizio di un percorso, bensì dopo aver presentato, grazie ancora una volta all’iniziativa di una rete importantissima dell’associazionismo e della società civile, una proposta di legge per dire stop al commercio dei prodotti delle colonie israeliane illegali in Cisgiordania, aver prodotto assieme atti parlamentari molto rilevanti e organizzato insieme una grandissima straordinaria manifestazione nazionale l’anno scorso”. Con tanto di promessa: “Si discuta e si pprovi la nostra proposta di legge, altrimenti lo faremo noi quando governeremo questo Paese. Al primo Cdm riconosciamo lo Stato di Palestina. E al primo Consiglio europeo chiediamo che l’Ue sospenda il Trattato di associazione con Israele“.

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Bimbo di tre anni muore in casa a Cassola (Vicenza): inutili i tentativi di rianimazione

Un bambino di appena tre anni è morto martedì mattina nella propria abitazione a Cassola, nel Vicentino. La tragedia si è consumata nella frazione di San Giuseppe, dove il piccolo sarebbe stato colto da un arresto cardiaco.

L’allarme è scattato poco prima di mezzogiorno, quando la madre ha trovato il figlio senza vita e ha chiesto l’intervento dei soccorsi. Sul posto sono arrivati un’ambulanza del Suem, un’automedica e l’elisoccorso di Treviso, con il supporto dei carabinieri.

I sanitari hanno tentato a lungo di rianimare il bambino, impegnandosi nelle manovre di soccorso per cercare di salvargli la vita. Ogni tentativo, però, si è rivelato inutile: per il piccolo non c’è stato nulla da fare. Restano da chiarire le circostanze della morte. Sulla vicenda sono in corso ulteriori accertamenti da parte delle forze dell’ordine, impegnate a ricostruire quanto accaduto nell’abitazione.

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