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Musk vuole usare i profitti di Starlink per finanziare le ambizioni industriali di Tesla

La possibile fusione tra SpaceX e Tesla, annunciata da Elon Musk, rischia di concentrare nelle mani di un unico gruppo privato il controllo di infrastrutture sempre più decisive per l’economia e la sicurezza internazionale. E pone una domanda ineludibile al settore aerospaziale: quanto potere possono accumulare le imprese private in un settore da cui dipendono ormai anche le capacità militari degli Stati? Le due società hanno avviato una valutazione formale dell’operazione, che potrebbe creare un colosso da circa 3.500 miliardi di dollari. Musk vuole integrare la capacità produttiva di Tesla con le infrastrutture di SpaceX per finanziare l’espansione nell’intelligenza artificiale, fino alla costruzione di data center in orbita. Un progetto ancora pieno di incognite, come accade sempre con Musk, che potrebbe consolidare ulteriormente il primato americano nell’industria spaziale. Un primato costruito proprio da SpaceX grazie al dominio dei lanci commerciali e le comunicazioni satellitari.

La Cina sviluppa una propria industria sostenuta da grandi investimenti pubblici. L’Europa fatica invece a tenere il passo: dispone di competenze tecnologiche avanzate, ma sconta un ritardo nel modo in cui organizza e finanzia capacità spaziali. Una debolezza industriale diventata anche politica. Lo si è visto pochi giorni fa in Ucraina, quando le restrizioni al servizio satellitare Starlink di SpaceX hanno compromesso alcune operazioni militari, mostrando quanto Kyjiv dipenda da un’infrastruttura privata americana che gli alleati europei non sono in grado di sostituire.

I rapporti di potere nell’industria spaziale sono cambiati. Per decenni il settore è stato dominato dai governi; oggi il mercato più importante è quello dei servizi satellitari. Secondo l’Agenzia spaziale europea, nel 2025 la produzione di sistemi spaziali e i lanci valevano circa 75 miliardi di euro, contro i 490 miliardi delle attività che utilizzano infrastrutture satellitari. Reti ormai essenziali per l’economia e le operazioni militari, il cui controllo garantisce anche una crescente influenza politica.

Musk ha sfruttato prima dei concorrenti questa trasformazione: SpaceX ha ridotto i costi del trasporto orbitale riutilizzando il primo stadio del Falcon 9, contribuendo a raggiungere 165 missioni nel 2025. La scelta lungimirante è stata creare un cliente stabile per i propri razzi: Starlink. I lanci alimentano una rete che genera ricavi per finanziare nuove missioni.

La costellazione conta oltre 10.000 satelliti e 13,6 milioni di abbonati, offre connessioni anche ad aerei e navi ed è diventata essenziale in alcune operazioni militari. Gli altri concorrenti devono ancora costruire un sistema capace di sostenere questa scala industriale.

I profitti di Starlink consentono a Musk di finanziare l’espansione di SpaceX nell’intelligenza artificiale. Nel terzo trimestre il gruppo ha registrato ricavi per 14,58 miliardi di dollari, in crescita del 161 per cento. Di questi, 7,56 miliardi provengono dall’IA, che ha superato le comunicazioni satellitari per fatturato. Pur generando più ricavi, l’IA è ancora meno redditizia di Starlink: 431 milioni di dollari di utile operativo contro i 2,4 miliardi delle attività di connettività. La crescita richiede investimenti enormi, arrivati a 19,6 miliardi nel trimestre, in gran parte destinati alle infrastrutture di calcolo.

Le due aziende hanno già stretti rapporti finanziari: secondo il Financial Times, SpaceX ha acquistato quasi un miliardo di dollari di prodotti Tesla, mentre i due miliardi investiti da Tesla in xAI sono diventati una partecipazione in SpaceX. Secondo le stime raccolte dal quotidiano britannico, il gruppo combinato potrebbe fatturare 153 miliardi di dollari nel 2026, ma registrare un flusso di cassa libero negativo di almeno 54 miliardi. La quotazione in Borsa di SpaceX, avvenuta a giugno con un’offerta da 75 miliardi, ha portato la sua valutazione da circa 1.770 miliardi a quasi 2.000 miliardi in ottobre. Musk conserva il controllo dei diritti di voto, ma deve convincere gli investitori a finanziare questa espansione. La fusione permetterebbe inoltre di integrare le competenze industriali di Tesla, dalle batterie all’automazione, nel progetto Terafab per la produzione di semiconduttori avanzati destinati all’IA.

L’operazione incontra però ostacoli societari e geopolitici perché è vero che Musk controlla SpaceX, ma ha un peso minore nell’azionariato di Tesla, i cui soci dovrebbero approvare la fusione. C’è poi la Cina, dove Tesla realizza il 22 per cento dei ricavi e possiede una grande fabbrica a Shanghai. SpaceX, invece, lavora per il Pentagono e nell’ultimo trimestre ha ottenuto 18 nuove missioni per la sicurezza nazionale americana. Secondo il Financial Times, gli analisti di JPMorgan ritengono possibile che Pechino chieda di separare le attività cinesi di Tesla o trasferirne il controllo a investitori locali prima di autorizzare la fusione.

Resta incerta anche la fattibilità economica di uno dei progetti più ambiziosi di Musk: costruire data center in orbita, alimentati dall’energia solare. Le difficoltà riguardano la dispersione del calore prodotto dai server e la protezione dalle radiazioni. Secondo Boston Consulting Group, queste infrastrutture costano ancora da due volte e mezzo a tre volte più di quelle terrestri. Per renderle competitive SpaceX dovrebbe abbattere il costo dei lanci. È la scommessa di Starship, il nuovo razzo pesante progettato per recuperare e riutilizzare entrambi gli stadi. A settembre ha raggiunto l’orbita, trasportando 26 satelliti Starlink di terza generazione che, secondo SpaceX, aggiungono alla rete una capacità dieci volte superiore a quella di un normale lancio con Falcon 9. La piena riutilizzabilità resta però da dimostrare. 

Dal successo del programma dipendono anche gli impegni con la NASA per l’esplorazione lunare. L’agenzia governativa statunitense ha affidato a SpaceX lo sviluppo di una versione di Starship per riportare gli astronauti sulla Luna, ma il programma Artemis ha accumulato ritardi. Nel 2027 Artemis III testerà in orbita terrestre i sistemi di attracco con i veicoli di SpaceX e Blue Origin, mentre l’allunaggio con equipaggio è previsto nel 2028. Il principale ostacolo tecnico resta il rifornimento di Starship nello spazio, che richiederà diversi lanci e trasferimenti di propellente su una scala ancora da dimostrare.

Blue Origin è ancora più indietro sul piano operativo dei lanci, anche se dispone di ingenti risorse finanziarie. Il razzo New Glenn ha effettuato soltanto tre voli dal debutto nel gennaio 2025. Dopo un problema tecnico in aprile e un incidente alla piattaforma di lancio in maggio, il ritorno operativo è previsto per l’inizio del 2027. Blue Origin sta ampliando gli stabilimenti per aumentare la frequenza dei voli e ha sospeso il turismo spaziale di New Shepard per concentrarsi sui programmi lunari.

Il ritardo complica anche la sfida di Bezos a Starlink. Amazon Leo, già Project Kuiper, prevede 3.232 satelliti, ma a metà ottobre ne aveva lanciati soltanto circa 400, ricorrendo perfino ai razzi di SpaceX. Amazon può contare su grandi capitali e sull’esperienza nei servizi cloud, ma deve ancora costruire una rete paragonabile a Starlink. Blue Origin sta inoltre sviluppando TeraWave, una seconda rete satellitare per governi e grandi imprese. Cerca di costruire un’alternativa industriale a Musk, senza averne ancora raggiunto la capacità operativa.

La competizione fra gli imprenditori americani si svolge all’interno di una sfida strategica più ampia, nella quale la Cina è ormai il principale avversario degli Stati Uniti. Pechino dispone di lanciatori autonomi, della stazione orbitale Tiangong e del sistema di navigazione BeiDou, alternativo al GPS. E punta a portare astronauti sulla Luna entro il 2030. Pechino sta inoltre finanziando nuove imprese private, sostenute dallo Stato per recuperare il vantaggio americano.

Ad agosto la società aerospaziale privata cinese LandSpace, fondata nel 2015 e con sede a Pechino, è riuscita a far atterrare il primo stadio del razzo Zhuque-3 nel deserto del Gansu, dopo un lancio dal centro spaziale di Jiuquan. È stata la prima impresa privata cinese a recuperare un primo stadio di un lanciatore orbitale, compiendo un passo importante verso la tecnologia dei razzi riutilizzabili sviluppata da SpaceX, anche se il primo stadio non è ancora stato impiegato in un secondo volo.

Pechino sta inoltre sviluppando Guowang e Qianfan, due costellazioni che prevedono complessivamente decine di migliaia di satelliti per competere con Starlink, ma ne hanno ancora soltanto poche centinaia in orbita. Secondo il centro studi americano CSIS, questa espansione commerciale è strettamente legata alla strategia militare cinese: le nuove reti potranno sostenere le comunicazioni delle forze armate e ridurne la dipendenza dalle infrastrutture occidentali, soprattutto in un’eventuale crisi su Taiwan. 

L’Europa dispone di tecnologie avanzate per competere nel settore, da Galileo per la navigazione a Copernicus per l’osservazione terrestre, e di una filiera industriale che comprende Airbus, Leonardo e Thales. I razzi Ariane 6 e Vega C garantiscono inoltre l’accesso autonomo allo spazio. Manca però un operatore commerciale paragonabile a SpaceX. Nel 2025 gli investimenti pubblici europei sono cresciuti del 12 per cento, raggiungendo 13,5 miliardi di euro, mentre quelli privati sono scesi a 1,4 miliardi, contro quasi 8 miliardi negli Stati Uniti.

Come spiega un approfondimento dell’Economist, il problema riguarda anche il modo in cui vengono spese le risorse. L’Agenzia spaziale europea applica il cosiddetto principio del ritorno geografico: ogni Paese riceve commesse industriali proporzionate al proprio contributo finanziario ai programmi. Il sistema ha distribuito le competenze industriali fra gli Stati membri, ma ha anche frammentato la produzione, ostacolando le economie di scala. Negli Stati Uniti, NASA e Pentagono acquistano invece servizi dalle imprese private, garantendo una domanda stabile che ha favorito la crescita di SpaceX.

L’Unione europea sta investendo circa 15 miliardi di euro in IRIS², una costellazione di 348 satelliti per garantire comunicazioni sicure a governi e forze armate, ma i primi lanci sono previsti soltanto nel 2029. Oggi la principale alternativa europea a Starlink è OneWeb, che dispone di circa 600 satelliti contro gli oltre 10.000 della rete di Musk e non può offrire la stessa capacità di trasmissione. La Germania sta inoltre progettando una propria costellazione militare, con il rischio di duplicare gli investimenti europei. Restano soprattutto scoperte alcune capacità strategiche, come l’intelligence satellitare e i sistemi di allerta contro gli attacchi missilistici, ancora largamente dipendenti dagli Stati Uniti.

Per recuperare terreno, Bruxelles punta alla possibile fusione delle attività spaziali di Airbus, Leonardo e Thales, ancora al vaglio dell’antitrust europeo. L’ESA cerca invece di favorire la nascita di concorrenti di SpaceX con la European Launcher Challenge, un programma di sostegno ai nuovi produttori di razzi. A settembre la tedesca Isar Aerospace ha raggiunto l’orbita dalla Norvegia, mentre la finlandese ICEYE si è affermata nella produzione di piccoli satelliti radar, utilizzati anche in Ucraina. Molti vengono però lanciati da SpaceX, una dipendenza che un’intesa preliminare con Arianespace punta a ridurre.

La partita politica più urgente con Washington riguarda le frequenze radio necessarie a collegare direttamente i satelliti agli smartphone. SpaceX ha concordato l’acquisto di frequenze negli Stati Uniti, compresa un’operazione da circa 8 miliardi di dollari, per sviluppare Starlink Mobile, una rete che combinerà collegamenti satellitari e antenne terrestri per competere con gli operatori telefonici tradizionali. Il 19 ottobre Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e Vodafone hanno annunciato un’iniziativa comune per offrire un’alternativa europea. Bruxelles vorrebbe favorire gli operatori del continente nell’assegnazione delle frequenze, ma gli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni commerciali. L’Europa deve così decidere se sostenere la nascita di un proprio mercato satellitare, rischiando uno scontro con Washington, oppure lasciare spazio agli operatori americani, già forti di un considerevole vantaggio industriale.

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Meta è arrivata alla frontiera dell’intelligenza artificiale, ma è diventata un Far West

Meta è arrivata in ritardo nella corsa all’intelligenza artificiale, ma Mark Zuckerberg vuole recuperare il terreno perduto e conquistare il mercato degli assistenti personali. Dopo il passo falso di Llama 4, la famiglia di modelli di intelligenza artificiale lanciata nel 2025 che avrebbe dovuto sfidare OpenAI e Google, ma le cui prestazioni si sono rivelate inferiori alle aspettative, ha investito miliardi nei centri di calcolo, riorganizzato i laboratori di ricerca e assunto alcuni degli specialisti più contesi della Silicon Valley. Martedì ha presentato Muse Wonder, il nuovo modello con cui intende sfidare OpenAI e Anthropic. L’obiettivo è costruire un assistente capace di fare acquisti, prenotare viaggi e svolgere autonomamente attività su internet per conto degli utenti, trasformando Meta nell’intermediario di una parte crescente della loro vita digitale.

Zuckerberg vuole portare questa tecnologia anche fuori dagli smartphone: a settembre ha presentato Muse Charm, un piccolo dispositivo tascabile, dotato di schermo e connessione internet, che permetterà di interagire direttamente con l’assistente e che dovrebbe arrivare sul mercato entro dicembre. Il fondatore di Facebook ha detto al Financial Times che Muse Wonder «consentirà comportamenti molto più sofisticati, che si collocano alla frontiera di ciò che oggi viene realizzato nel campo dell’intelligenza artificiale». Ma conquistare la frontiera potrebbe essere più complicato del previsto perché è già diventato un Far West: gli agenti IA più avanzati si stanno rivelando sempre più difficili da controllare. 

Lo ha rivelato Anthropic, la società che sviluppa Claude, in una ricerca pubblicata il 12 ottobre. Secondo i ricercatori William Zhou e Daniel Freeman, entro pochi mesi potrebbero comparire agenti di intelligenza artificiale capaci di diffondersi autonomamente su internet, entrando nei dispositivi connessi alla rete, installando copie di sé stessi e ripetendo l’operazione su altre macchine. Per capire quanto sia vicino questo scenario, i ricercatori hanno collegato quindici piccoli dispositivi Android TV da circa 55 dollari ciascuno, facendo svolgere a ognuno una parte del lavoro normalmente affidato a un computer più potente. Il sistema riusciva a funzionare, ma rispondeva lentamente perché i dispositivi dovevano scambiarsi continuamente informazioni. La prova ha comunque mostrato che un modello complesso può essere eseguito anche senza i costosi computer dei grandi centri di calcolo.

Nel secondo esperimento, un modello più avanzato ha guidato l’installazione di un programma di intelligenza artificiale su otto computer collegati tra loro. La prova si è svolta però in una rete separata da internet, preparata dai ricercatori per facilitare l’operazione: i computer erano accessibili senza le normali password e il modello che dirigeva il processo funzionava su un server esterno. Nessuno dei due esperimenti ha quindi prodotto un agente capace di diffondersi liberamente su internet. Oggi i modelli abbastanza piccoli da funzionare su dispositivi economici commettono ancora troppi errori per riuscire a trovare altri computer, accedervi e installarsi autonomamente. Quelli capaci di affrontare queste operazioni hanno invece bisogno di macchine più potenti. Anthropic ritiene che questa distanza possa ridursi entro la fine del 2026 perché i modelli più piccoli stanno diventando rapidamente più capaci. Una previsione preoccupante che però dovrà essere verificata fuori dalle condizioni facilitate degli esperimenti.

Gli agenti artificiali hanno già mostrato di poter superare i limiti imposti dai loro sviluppatori, anche senza possedere le capacità di replicazione studiate da Anthropic. Il 9 ottobre la società aveva pubblicato un altro rapporto, dedicato a una serie di incidenti scoperti durante le prove dei modelli Claude e il loro utilizzo interno. Uno degli episodi più significativi ha coinvolto il dipartimento di polizia di Philadelphia. Claude Haiku 4.5 stava eseguendo una dimostrazione su alcune pagine internet scelte casualmente quando ha trovato un sito dedicato a un omicidio irrisolto. La pagina conteneva un modulo attraverso il quale eventuali testimoni potevano inviare informazioni agli investigatori. Il modello lo ha compilato inventando di aver visto una persona sospetta nei pressi del luogo del delitto e ha spedito la segnalazione. Per fortuna il messaggio è stato riconosciuto come spam e non è arrivato agli investigatori. 

Secondo Anthropic, il modello stava cercando di produrre un esempio coerente con il compito ricevuto, senza mostrare una volontà deliberata di ingannare la polizia. Resta il fatto che una testimonianza inventata è stata effettivamente inviata. A preoccupare è anche la cronologia: la falsa segnalazione era stata inviata il 18 luglio, ma Anthropic ha scoperto l’accaduto soltanto il 28 settembre e ha informato la polizia di Philadelphia l’8 ottobre, quasi tre mesi dopo l’incidente.

In un altro esperimento, Claude Mythos Preview doveva utilizzare uno strumento disponibile sul sito di un’università per completare un calcolo scientifico. Il servizio ha restituito un errore e il modello ha cominciato a cercare un modo alternativo per svolgere il lavoro. Esaminando il sito, ha trovato un programma che permetteva di leggere file conservati sul server dell’università. Lo ha utilizzato per ottenere il codice del programma stesso, nel quale ha individuato un difetto di sicurezza. Sfruttando quella falla, è riuscito a eseguire direttamente sul server i comandi necessari al calcolo. Il compito è stato completato, ma attraverso un accesso che non era stato previsto dagli sviluppatori.

La tendenza a cercare soluzioni alternative è una delle caratteristiche più apprezzate e temute degli agenti avanzati. Un assistente capace di risolvere problemi deve saper affrontare anche gli imprevisti, senza fermarsi ogni volta che un servizio non funziona come dovrebbe. Il problema nasce quando il sistema considera una restrizione di sicurezza alla stregua di un inconveniente tecnico. Durante l’addestramento, i modelli vengono premiati per la capacità di raggiungere un risultato e possono imparare che aggirare un ostacolo è una strategia efficace. Anthropic ha riconosciuto che le istruzioni impartite agli agenti non sono ancora sufficienti a impedire questi comportamenti. Ha quindi deciso di sospendere l’accesso diretto a internet durante tutte le proprie valutazioni interne, fino a quando non avrà verificato l’efficacia dei nuovi sistemi di controllo.

Per Meta la questione è particolarmente delicata perché una delle principali innovazioni annunciate con Muse Wonder consiste proprio nella capacità di continuare a lavorare quando un’attività diventa difficile. La società l’ha chiamata Active Focus: il modello prova altre soluzioni, corregge gli errori e cerca di completare il compito ricevuto. Un’altra funzione, Active Memory, gli permette di ricordare informazioni importanti emerse nelle conversazioni precedenti e di recuperarle quando possono essere utili. Meta sostiene di aver addestrato Muse Wonder a chiedere chiarimenti quando necessario e a consultare l’utente prima delle decisioni più importanti, sarà però l’impiego quotidiano a mostrare quanto siano affidabili queste protezioni. Rimanendo ottimisti, per ora, bisogna notare che le ricerche di Anthropic riguardano modelli differenti, sottoposti spesso a condizioni sperimentali particolari. Non è detto che Muse Wonder presenti le stesse vulnerabilità.

Il controllo degli agenti riguarda anche le informazioni alle quali viene concesso loro di accedere. Il 25 settembre OpenAI ha riconosciuto che alcuni suoi sistemi avevano pubblicato su servizi esterni 53 immagini provenienti da utenti ChatGPT. La società non ha chiarito se si trattasse di fotografie di persone reali o di immagini generate artificialmente, né quando fossero state diffuse. Gli agenti avevano potuto raggiungere quei contenuti attraverso dati utilizzati per una parte dell’addestramento, sottoposti preventivamente a procedure di anonimizzazione. 

La quantità di informazioni necessarie al funzionamento di un assistente personale rende anche questi precedenti importanti per la società di Zuckerberg. Muse dovrà conoscere le preferenze dell’utente e poter consultare documenti, messaggi e calendari per svolgere le attività richieste. Se gli venissero affidate operazioni finanziarie, potrebbe entrare in contatto con informazioni ancora più sensibili. Meta ha promesso che le conversazioni con Muse non saranno utilizzate dai propri sistemi pubblicitari e ha annunciato una nuova tecnologia, Muse Confidential VM, che dovrebbe rendere i dati inaccessibili persino all’azienda. La funzione deve ancora essere distribuita e le garanzie effettive dipenderanno dalla sua realizzazione. 

Il tema è abbastanza delicato per Meta visti i precedenti di Cambridge Analytica e dei Facebook Files, quest’ultimi al centro di The Social Reckoning. Il film di Aaron Sorkin non ha colpito particolarmente l’immagine del fondatore di Facebook che nel frattempo ha abbandonato la maschera robotica degli ultimi anni, ma rimangono precedenti meno mediatici che catturano maggiormente l’attenzione degli investitori. Come l’accordo raggiunto nell’agosto 2026 con 47 Stati americani, tra cui California, New York, Illinois e Pennsylvania, oltre al District of Columbia e ad alcuni territori statunitensi. Meta ha accettato di pagare fino a 17,1 miliardi di dollari per chiudere il contenzioso sulle presunte pratiche che avrebbero favorito la dipendenza dei minori da Facebook e Instagram, continuando a negare ogni responsabilità.

I precedenti pesano sulla credibilità di Meta, ora intenzionata a convincere le persone ad affidare al suo assistente informazioni sempre più private. Ma i primi incidenti legati a Muse rischiano di riaprire proprio la questione della fiducia. A settembre Jason Aten, giornalista tecnologico della rivista Inc., ha denunciato che l’assistente aveva consultato messaggi privati conservati sul suo Mac senza che avesse autorizzato quell’accesso. Meta ha contestato la ricostruzione, sostenendo che Muse può leggere i messaggi soltanto dopo aver ricevuto specifici permessi dall’utente. Il caso ha contribuito a spingere Apple ad annunciare modifiche al sistema di autorizzazioni dei Mac, per rendere più evidente quando un agente artificiale chiede accesso ai dati personali.

Un episodio ancora più inquietante ha coinvolto Matt Robb, un recensore tecnologico di Toronto, che aveva incaricato Muse di rispondere agli interessati a un oggetto messo in vendita su Facebook Marketplace. L’assistente ha accettato un’offerta, comunicato al potenziale acquirente l’indirizzo di casa di Robb e organizzato un incontro senza avvertirlo. L’uomo si è ritrovato uno sconosciuto alla porta. Solo successivamente ha scoperto di avere selezionato un’opzione che permetteva all’agente di agire senza chiedere ogni volta conferma. Meta ha sostenuto che Muse aveva rispettato le autorizzazioni ricevute. Il caso mostra quanto possa diventare sottile la distinzione tra concedere a un assistente il permesso di svolgere un’attività e comprendere davvero fino a che punto potrà spingersi per completarla.

La questione preoccupa ormai anche le autorità finanziarie. Secondo un’inchiesta Reuters, la Federal Reserve e gli altri principali regolatori bancari americani stanno chiedendo agli istituti quali poteri concedano agli agenti IA impiegati nella difesa informatica, chi ne controlli le decisioni e soprattutto come possano essere fermati. Un sistema incaricato di contrastare un attacco potrebbe infatti bloccare per errore servizi essenziali. In Europa, la Bank of England sollecita le banche a preparare infrastrutture indipendenti per riprendere le operazioni dopo un incidente, mentre la BCE ha fissato alla fine di ottobre il termine per presentare piani contro le minacce informatiche potenziate dall’intelligenza artificiale. Il timore è che un attacco o un agente fuori controllo possa impedire ai clienti di accedere ai conti e interrompere i pagamenti.

Non è l’unico problema: Meta deve dimostrare a Wall Street che i miliardi investiti per recuperare il ritardo su OpenAI e Anthropic possono trasformarsi in profitti. Per questo Zuckerberg ha cambiato strategia: dopo aver puntato sulla distribuzione relativamente aperta dei modelli Llama, ha deciso di mantenere proprietarie le versioni più avanzate di Muse Wonder e venderne l’accesso alle imprese. Per i consumatori è previsto un abbonamento premium fino a 200 dollari al mese. Il vantaggio di Meta è la possibilità di portare questi servizi direttamente agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp, senza dover costruire da zero una rete di distribuzione. Zuckerberg punta a fare di Muse l’assistente attraverso cui le persone svolgeranno attività oggi distribuite tra decine di applicazioni, assicurandosi una posizione privilegiata nel mercato dei servizi digitali.

Per riuscirci dovrà però ottenere anche la collaborazione delle aziende che controllano quei servizi. Amazon ha già impedito agli agenti Muse di effettuare acquisti sul proprio sito. Un assistente che cerca prodotti e completa ordini per conto degli utenti può sottrarre alle piattaforme commerciali una parte del controllo sulla relazione con i clienti. Meta dispone di un modello avanzato e di una grande rete di distribuzione, ma per svolgere determinate attività ha bisogno di autorizzazioni che altri operatori potrebbero non essere disposti a concedere. La diffusione degli agenti personali potrebbe quindi aprire un nuovo conflitto tra le grandi piattaforme tecnologiche, nel quale la capacità di controllare gli accessi ai servizi avrà un’importanza paragonabile a quella delle prestazioni dei modelli.

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L’America vorrebbe lasciare il Medio Oriente, ma non riesce a farne a meno

Sono passati quasi otto mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran e Donald Trump non è ancora riuscito a trovare una pace con Teheran, né a ripristinare il libero passaggio delle navi cargo nello Stretto di Hormuz. Oltre al conto geopolitico c’è quello economico: 38 miliardi di dollari secondo il Congressional Budget Office. Senza aspettare come finirà, alcuni osservatori hanno già aggiunto l’Iran alla serie di interventi americani conclusi senza i risultati politici sperati. Era già accaduto in Afghanistan, dove vent’anni di occupazione si sono chiusi nel 2021 con il ritorno al potere dei talebani. E in Iraq, dove la caduta di Saddam Hussein nel 2003 ha aperto una stagione di instabilità, finendo per rafforzare proprio l’influenza iraniana che Washington voleva contenere. Anche questa volta, la superiorità militare americana non è bastata a ottenere una soluzione politica.

Da oltre trent’anni il Medio Oriente continua ad assorbire una parte importante della politica estera statunitense anche se la sua importanza nelle priorità strategiche di Washington è progressivamente diminuita. Gli Stati Uniti considerano la competizione con la Cina il principale problema di sicurezza nazionale, eppure restano legati a una regione nella quale hanno costruito, a partire dalla guerra del Golfo del 1991, un sistema di alleanze e basi militari difficilmente smantellabile. Proteggono monarchie arabe che dipendono ancora dalla loro presenza, mentre la necessità di contenere l’Iran continua a trascinarli in crisi che ogni amministrazione promette di evitare.

Per Washington il problema è capire se la propria presenza militare contribuisca ancora alla stabilità del Medio Oriente o sia diventata una delle ragioni per cui gli Stati Uniti continuano a essere trascinati nei suoi conflitti. Le basi americane sono finite sotto attacco, mentre gli alleati del Golfo hanno subito le conseguenze di una guerra dalla quale avevano cercato di tenersi fuori. L’ultimo caso è quello dell’Arabia Saudita, dove il 10 ottobre un attacco rivendicato dagli houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, ha provocato 13 morti e oltre 300 feriti all’aeroporto internazionale di Riad. Eppure, senza la protezione americana, le monarchie arabe rischierebbero di trovarsi ancora più esposte alle pressioni di Teheran.

Sul dilemma del disimpegno si è aperto un confronto tra alcuni dei principali analisti della politica estera americana. La posizione più radicale è quella di Michael Fuchs, che su Foreign Affairs ha spiegato perché gli Stati Uniti dovrebbero ritirare interamente le proprie forze militari dalla regione e smettere di considerarsi responsabili della sua sicurezza. Secondo l’ex funzionario delle amministrazioni Obama e Biden, è l’intero sistema di alleanze costruito da Washington a essere diventato controproducente. Le basi militari vengono mantenute per scoraggiare gli attacchi, ma finiscono per creare nuovi bersagli che gli Stati Uniti devono difendere. Gli alleati, sapendo di poter contare sulla protezione americana, hanno meno incentivi a risolvere autonomamente le proprie controversie. E quando una crisi esplode, Washington si trova costretta a intervenire per non compromettere la credibilità delle garanzie offerte.

La guerra contro l’Iran, secondo Fuchs, ha mostrato i limiti di questo sistema meglio di qualsiasi altra crisi recente. Gli Stati Uniti dispongono da decenni di una presenza navale permanente nel Golfo Persico, con il comando della Quinta Flotta in Bahrain. Eppure non sono riusciti a impedire a Teheran di compromettere il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo tra Iran e Oman da cui transita normalmente circa un quarto del petrolio commerciato via mare nel mondo. La presenza americana avrebbe dovuto garantire la sicurezza di quella rotta. Invece Washington si ritrova impegnata in una guerra che ha contribuito a provocarne la chiusura, con conseguenze sui prezzi dell’energia in tutto il mondo.

Per Fuchs, le monarchie arabe dovrebbero assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa e trovare accordi con l’Iran, il vicino con cui devono comunque convivere. Gli Stati Uniti potrebbero mantenere rapporti commerciali e diplomatici senza garantire automaticamente un intervento militare in caso di crisi. Anche il rapporto con Israele dovrebbe cambiare. Il sostegno quasi incondizionato di Washington, sostiene Fuchs, ha finito per ridurre la capacità americana di prendere le distanze da alcune decisioni del governo israeliano. Un ritiro consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare le proprie risorse sulla competizione con la Cina, evitando di consumarle in conflitti regionali che difficilmente possono risolvere con la forza.

Il ragionamento è convincente soprattutto quando descrive le conseguenze dell’eccessivo coinvolgimento americano. Diventa più problematico quando immagina ciò che accadrebbe dopo il ritiro. I Paesi del Golfo, per esempio, non avrebbero necessariamente la forza o la volontà politica di raggiungere un accordo stabile con Teheran. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti temono da decenni le ambizioni iraniane e continuano a dipendere dalle forniture militari occidentali. Senza la protezione americana potrebbero cercare nuove garanzie presso altri Paesi, aumentando la competizione regionale anziché ridurla.

È una delle obiezioni sollevate da F. Gregory Gause III, in un’analisi pubblicata dal Middle East Institute. Lo studioso delle monarchie arabe osserva che i governi del Golfo avevano cercato di evitare il coinvolgimento nella guerra contro l’Iran, rifiutando di autorizzare gli Stati Uniti a utilizzare il loro territorio per attaccare Teheran. L’Iran li ha colpiti comunque, prendendo di mira anche aeroporti civili e infrastrutture energetiche. La presenza delle basi americane non basta dunque a spiegare gli attacchi. Le monarchie arabe rappresentano una parte essenziale dell’economia mondiale e danneggiarle consente a Teheran di esercitare pressione indirettamente su Washington.

Gause propone una distinzione che aiuta a comprendere il cambiamento avvenuto negli ultimi mesi. Per decenni le basi americane hanno contribuito a scoraggiare aggressioni esterne. La situazione è cambiata quando Washington e Israele sono passati dal contenimento dell’Iran a una campagna militare che puntava a ridimensionarne radicalmente le capacità, senza escludere la caduta del regime. Le monarchie arabe si sono ritrovate così esposte alle conseguenze di una guerra che non avevano deciso di combattere. Rinunciare alla protezione americana le renderebbe più vulnerabili alle pressioni iraniane. Continuare a dipenderne significa invece accettare che la propria sicurezza possa essere compromessa dalle scelte militari di Washington.

Per Gause, la soluzione è tornare alla deterrenza, facendo capire a Teheran che nuove aggressioni contro i Paesi del Golfo provocherebbero una risposta militare americana. Washington dovrebbe però rinunciare all’obiettivo di rovesciare il regime iraniano, evitando di alimentare un conflitto più ampio. Il primo banco di prova sarebbe il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha acquisito un potere di interdizione che prima della guerra non esercitava.

La distinzione cruciale tra contenere l’Iran e tentare di cambiarne il regime è centrale anche nel ragionamento di Philip H. Gordon che è stato consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris. Sempre su Foreign Affairs, Gordon spiega come un ritiro completo priverebbe Washington degli strumenti per influenzare una regione le cui crisi continuerebbero comunque a coinvolgerla. Basta guardare al petrolio: è vero che gli Stati Uniti ne importano poco dal Golfo, ma il greggio ha un prezzo mondiale. Se le forniture si interrompono, aumentano anche i prezzi alla pompa negli Stati Uniti. E i rincari che frenano le economie europee e asiatiche finiscono per pesare sulle imprese americane. Teheran può così mettere sotto pressione Washington e i suoi alleati senza doverne affrontare direttamente la superiorità militare. 

Il rapporto tra Washington e le monarchie arabe, del resto, va ormai ben oltre il petrolio. Gordon ricorda che i fondi sovrani dei Paesi del Golfo amministrano oltre cinquemila miliardi di dollari e detengono fino a duemila miliardi di attività finanziarie americane. A questi legami si aggiungono gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Ad Abu Dhabi è in sviluppo Stargate UAE, un grande polo di data center progettato per raggiungere una potenza di cinque gigawatt, con la partecipazione di OpenAI e Nvidia. In Arabia Saudita, Amazon ha annunciato con la società statale Humain investimenti per oltre cinque miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale..

La posta in gioco riguarda direttamente la competizione con la Cina. Le monarchie arabe dispongono dei capitali e dell’energia necessari a ospitare grandi centri di calcolo, ma dipendono dalle imprese americane per ottenere i semiconduttori più avanzati. Washington utilizza l’accesso a queste tecnologie per consolidare la propria influenza e limitare quella di Pechino. I governi del Golfo, invece, cercano di trasformare la ricchezza petrolifera in un ruolo nell’economia digitale, mantenendo margini di trattativa con entrambe le potenze. Un eventuale disimpegno americano avrebbe quindi conseguenze anche su rapporti industriali e finanziari sempre più strategici.

Ma anche mantenere l’attuale presenza militare comporta rischi crescenti. Caitlin Talmadge e Mara Karlin, in uno studio pubblicato dalla Brookings Institution, osservano che durante la guerra l’Iran ha colpito oltre duecento obiettivi in sette Paesi, danneggiando anche aerei radar e aerocisterne indispensabili alle operazioni americane. Teheran ha preso di mira persino i radar della difesa antimissile, cercando di compromettere i sistemi incaricati di intercettare i suoi attacchi.

La minaccia dei missili e delle mine iraniane ha limitato anche i movimenti delle navi americane, mostrando come un avversario militarmente inferiore possa ostacolare le operazioni statunitensi senza affrontarle direttamente. Per Talmadge e Karlin è un precedente preoccupante soprattutto in vista di un possibile confronto con la Cina, che dispone di capacità missilistiche più avanzate. Le due analiste chiedono al Pentagono di investire maggiormente nei sottomarini e nei sistemi senza pilota, riducendo la vulnerabilità delle proprie forze. 

È anche per rispondere a queste debolezze che Gordon propone di ripensare la presenza militare americana nel Golfo. Le grandi basi permanenti, dove si concentrano uomini e mezzi, potrebbero essere sostituite da installazioni più piccole e distribuite sul territorio, in modo che un singolo attacco non comprometta intere operazioni. Parte delle funzioni di comando potrebbe essere trasferita negli Stati Uniti o in Europa, mantenendo la capacità di intervenire nella regione senza esporre altrettante forze ai missili iraniani. Ma una simile riorganizzazione richiederebbe un maggiore utilizzo delle basi europee e quindi la collaborazione dei governi alleati. Una dipendenza politicamente delicata, proprio mentre Trump continua a mettere sotto pressione i rapporti con la Nato.

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