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La battaglia per gli Orti urbani di Livorno, il costruttore tira dritto: salda il prezzo ed evoca lo sgombero. Gli attivisti: “Porteremo la protesta in Regione”

Nello stesso giorno in cui a Livorno si radunavano circa un migliaio di persone per difendere gli Orti urbani, il costruttore Frangerini annunciava di star perfezionando l’acquisto dell’area e di voler andare avanti con il progetto. La giornata di venerdì 16 ottobre segna un passaggio importante della battaglia per i sei ettari di verde di via Goito. Studenti, docenti e comitati hanno sfilato in corteo, ripetendo lo slogan: “Chi semina cemento raccoglie resistenza”. Da piazza Cavour sono arrivati proprio in via Goito, dove si sono riuniti in assemblea per capire come proseguire la mobilitazione nelle prossime settimane. Soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni di Stefano Frangerini. L’imprenditore edile ha spiegato in un’intervista a Il Tirreno che entro lunedì salderà il prezzo per proseguire con l’acquisto dell’area degli Orti, che si è aggiudicato all’asta a fine giugno, per circa un milione e 200mila euro, versando una caparra intorno ai 100mila. Non intende mollare, dunque, nonostante il Collettivo – che 14 anni fa ha ripulito e occupato i terreni e li ha trasformati in uno spazio sociale autogestito – continui a battersi per lo spostamento degli indici edificatori su un’area già urbanizzata, per evitare un’ulteriore cementificazione e altro consumo di suolo.

Il pagamento, però, non equivale ancora alla consegna materiale del terreno. Come dichiarato dallo stesso Frangerini, sarà il tribunale a dover completare il trasferimento dell’area, che il costruttore pretende di ricevere libera da persone e cose. Il suo legale ha già sollecitato l’Istituto vendite giudiziarie affinché venga eseguita la liberazione. Sullo sfondo c’è anche il cambio al vertice della Prefettura: Giancarlo Dionisi andrà in pensione il primo novembre e Frangerini ha lasciato intendere di attendersi che il suo successore affronti la questione dello sgombero. Uno scenario che preoccupa gli attivisti. “Ora che Frangerini perfeziona l’acquisto, la partita politica torna tutta nelle mani dell’amministrazione comunale”, dice a ilfattoquotidiano.it Giovanni Ceraolo di Usb, tra i promotori della mobilitazione. La richiesta resta quella avanzata da settimane: aprire un nuovo tavolo con il costruttore per trasferire altrove la capacità edificatoria prevista dal Piano operativo. “È una strada percorribile e a Livorno è già stata utilizzata in passato. Il Comune deve scegliere se vuole che in via Goito si costruisca oppure se vuole davvero cercare una soluzione alternativa”.

In queste ultime settimane, il confronto istituzionale si è fermato. “Negli ultimi quindici, venti giorni non abbiamo più avuto contatti né con il Comune né con la Prefettura”, spiega Ceraolo. Il Collettivo annuncia però di voler continuare la battaglia su due fronti: da una parte la mobilitazione e la resistenza pacifica a un eventuale sgombero, dall’altra quello amministrativo e legale. “Abbiamo incontrato avvocati e giuristi esperti di urbanistica e presenteremo una diffida formale all’amministrazione sul Piano operativo. Se poi verrà approvato un piano attuativo, valuteremo anche eventuali ricorsi al Tar”, aggiunge. Per ora, dicono gli attivisti, non è ancora arrivata un’intimazione formale di sgombero. Ma il timore è che la situazione possa accelerare dopo il perfezionamento dell’acquisto e l’arrivo del nuovo prefetto. “Siamo preoccupati che il costruttore possa entrare nell’area e iniziare a intervenire prima ancora che la partita politica sia chiusa, come successo a Reggio Emilia con il Bosco Ospizio”, dice Ceraolo. Il Collettivo ribadisce quindi di essere pronto a opporsi pacificamente alla liberazione dei terreni.

In ogni caso, quella di venerdì non è stata e non sarà l’ultima manifestazione. Dall’assemblea negli Orti è uscita la proposta di portare la vertenza direttamente a Firenze, davanti alla Regione Toscana. La data deve ancora essere decisa, ma Ceraolo assicura che sarà il prossimo passaggio della mobilitazione. “La Regione e il governatore Eugenio Giani devono dirci se intendono difendere questo spazio verde o sostenere la possibilità di costruirci”, commenta Ceraolo. E conclude: “Le istituzioni politiche devono prendersi la responsabilità di fare una scelta definitiva. Se il Comune deciderà di proseguire con lo sgombero, dovrà essere pronto ad accettare tutte le conseguenze sociali e politiche del caso”.

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Stelvio di cemento: arriva un hotel da 15mila metri cubi nel cuore del Parco. Ricorso degli ambientalisti al Tar per fermare la costruzione in mezzo ai boschi

“Rispetta la montagna”. La leggenda racconta che un giorno il padrone del maso di Stallwies, il più alto della Val Martello, prese il fucile e seguì il sentiero per la montagna. Andava dietro a un cervo bianco per cacciarlo, ma quello non la smetteva di salire e l’uomo dietro di lui. Su per valli, canaloni, precipizi. Finché a un certo punto il cacciatore capì che doveva fermarsi. Imparò la lezione: “Rispetta la montagna”, appunto. Chissà se tra sindaci e consiglieri della Val Martello qualcuno ricorda la leggenda che si tramandavano i loro antenati. Siamo ai piedi dell’Ortles, in Alto Adige, nel cuore del Parco dello Stelvio. Proprio qui si trova la zona chiamata Gallenmahd: sono boschi e prati a perdita d’occhio. Eppure il comune di Martello il 25 giugno scorso ha dato il via libera alla realizzazione di un nuovo albergo quattro stelle: 15.650 metri cubi (cioè oltre 5mila metri quadrati di superficie che sarà coperta di cemento) per 120/140 letti e 70 stanze. Senza contare una ‘diga’ anti valanghe lunga 150 metri, larga alla base 40 e alta 12. Non esattamente una costruzione che possa passare inosservata. Siamo a 1.665 metri, persi nei boschi di conifere, e il paese più vicino è a oltre sei chilometri di distanza.

Così nei giorni scorsi un gruppo di associazioni (Mountain Wilderness Italia, Federazione Ambientalisti Alto Adige, Heimatpflegeverband Südtirol, Umweltschutzgruppe Vinschgau e CAI Alto Adige) ha presentato ricorso al Tar. Il punto, dopo l’approvazione da parte del Comune, non è tanto se l’albergo si possa costruire. “La Val Martello – dicono le associazioni – promuove l’immagine di un luogo ancora in gran parte incontaminato, che punta sul turismo dolce. È proprio questo patrimonio che un grande albergo mette a rischio. La domanda non è se a Gallenmahd si possa costruire, ma se sia opportuno farlo”. Ma per portare la questione davanti al Tar serviva un appiglio giuridico. Ed ecco il nodo: “L’area dove si vuole costruire ricade in piena zona rossa per pericolo di valanghe, dove non è possibile edificare”. Ma allora come è stato possibile ottenere il via libera? “Si è prevista la costruzione di un grande vallo che proteggerà dalle valanghe”. Qui si scontrano le diverse tesi giuridiche: le associazioni che hanno proposto il ricorso sostengono che la diga anti valanghe sia in fondo opera accessoria all’albergo.

Qualcuno, intanto, fa notare che non molto lontano nel 1952 era già stato costruito un altro albergo, il Grand Hotel Paradiso della famiglia Fuchs, quella proprietaria della Birra Forst. L’edificio, firmato nientemeno che dal genio dell’architettura Giò Ponti, è da tempo abbandonato e in rovina. Ora l’ultima parola spetta ai giudici amministrativi. Però le stesse associazioni che hanno presentato ricorso ci tengono a precisare: “Noi non ci opponiamo allo sviluppo turistico di Martello. Un comune del parco nazionale ha bisogno di uno sviluppo adeguato alla propria realtà: di piccola scala, nell’esistente, con un reale beneficio locale”. Il punto è che Martello ha tutto il territorio compreso nel Parco, quindi pianificare è difficile. Soprattutto in assenza del famoso Piano del Parco che, fanno notare le associazioni, sarebbe compito della Provincia di Bolzano e che invece non arriva mai. Il sindaco Georg Altstatter spiega: “La possibilità di costruire è prevista nel piano urbanistico del 2000. Quando abbiamo votato il via libera al progetto c’è stata l’unanimità. Capisco le cautele degli ambientalisti, ma abbiamo 15mila ettari di territorio, siamo tra i comuni più grandi dell’Alto Adige, e appena 60mila prenotazioni l’anno. Selva di Val Gardena e l’Alta Badia sono sopra il milione. E io devo pensare ai 900 abitanti del mio paese, devo dare loro lavoro e non devo farli andare via. Oggi si basa tutto sull’agricoltura – le famose fragole – e l’artigianato”.

L’albergo della Val Martello, però, non è l’unico progetto che ha suscitato polemiche in Alto Adige. A Bressanone c’è il progetto per la costruzione del maxi hotel del gruppo Athesia sulla Plose: parliamo di 124 camere, cinque torri per 398 posti letto. A Riscone, ai piedi di Plan de Corones (Brunico) è stato dato il via libera all’ampliamento e alla costruzione di hotel a 5 stelle, tra cui l’hotel Heinz, che passerà da 70 a 142 posti letto. Il comproprietario della struttura, racconta Il Dolomiti, è il sindaco di Brunico, Bruno Wolf. La questione del cemento e degli alberghi da tempo divide l’Alto Adige, una provincia che ha fatto della cura del territorio una delle sue bandiere e delle sue ragioni d’orgoglio. Qui ogni balcone è ornato da gerani, ma negli ultimi decenni si è costruito, e non poco. In provincia di Bolzano viene promosso il turismo di lusso, con tutti gli impatti ambientali, energetici e di risorse naturali che comporta. È la cosiddetta battaglia per i letti freddi, quelli cioè destinati ai turisti e non agli abitanti. In alcuni paesi delle Alpi, soprattutto in Piemonte, si arriva fino al 90 per cento del totale. In Alto Adige si era deciso di porre un tetto, ma dal 2019 la corsa non si è fermata: si è passati da 230mila a 240mila posti letto in strutture ricettive (con 38 milioni di pernottamenti complessivi all’anno nella sola provincia di Bolzano).

Insomma, in discussione c’è l’intero modello economico. È il tema del turismo che porta da vivere, ma rischia di soffocare la stessa montagna che lo attira. L’equilibrio è molto fragile e non riguarda soltanto il cemento. Proprio sabato a Trento si terrà un convegno sullo sviluppo di nuove vie ferrate. E anche qui si confrontano opinioni opposte, tra chi chiede di realizzarne di nuove e chi invece sostiene che aprirne di altre renderebbe ancora più massiccio l’assalto alla montagna. Forse la vecchia leggenda raccontata in Val Martello sul padrone del maso di Stallwies che insegue il cervo bianco è stata dimenticata.

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