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Perché proprio Milano? Qualcosa vorrà dire se i redditi al Duomo sono cinque volte Quarto Oggiaro

di Carlo Sorgi

Parlare oggi di giovani appare perlomeno generico e fuorviante se pensiamo a quello che succede nelle piazze in Italia , in Europa e anche negli Stati Uniti. Specificità ci sono sicuramente nelle manifestazioni in Spagna, legate fondamentalmente al problema dell’abitazione ed al diritto di abitare negato. Contenuti analoghi animano le proteste in Portogallo.

Il tema dell’abitare possibile per altro costituisce uno degli argomenti fondamentali per il successo della campagna elettorale di Mamdani a New York ed anche del partito Die Linke a Berlino. Anche a Roma l’esperienza di Spin Time mobilita da tempo le forze progressiste. Le proteste in Albania nascono invece da un profondo malcontento sociale ed economico legato alla crisi delle università, al carovita, alla corruzione diffusa e al governo del primo ministro Edi Rama. Le rivolte studentesche sono invece caratteristiche della situazione francese e italiana, dove l’UDU e la Rete degli Studenti Medi organizza manifestazioni in molte città per il diritto allo studio e ad una vita dignitosa. Bellissima la manifestazione della Via Maestà a Roma del 17 ottobre.

In questo contesto di grande mobilitazione politica si inserisce la rivolta di giovani e giovanissimi scoppiata sabato 17 a Milano e in altre città del nord, proseguite a Milano domenica 18. Il 17 ottobre in piazza Duomo era stata convocata una mobilitazione contro il carovita, con appuntamenti in diverse città e un richiamo circolato su TikTok e su Telegram in particolare dalla piattaforma “L’Italia in piazza”. I protagonisti degli scontri non erano gli studenti che avevano convocato la manifestazione, ma ragazzi giovanissimi, italiani e stranieri, spesso minorenni, provenienti dalle periferie milanesi e da altri comuni del Norditalia. Giovani che il sabato pomeriggio frequentano il centro città e che, una volta innescato il conflitto, hanno approfittato della confusione per porre in essere violenza e devastazione.

Il 18 ottobre la dinamica è stata diversa. Non c’era una manifestazione politica convocata pubblicamente, ma un appuntamento che è circolato solo sui social media.

“Bisogna indossare occhiali nuovi e disporsi a categorie inedite per leggere ciò che avviene nelle piazze in questi giorni e per cogliere il senso politico dell’insorgenza dei giovanissimi che ha come epicentro Milano” ci dice Giuliano Santoro sul Manifesto e sicuramente le categorie di destra e sinistra non servono a niente se vogliamo cercare una spiegazione senza dare etichette a quello che è successo. Il passato in qualche modo ci aiuta. La mente torna a Parigi, 2005: “I giovani dalle banlieue misero a ferro e fuoco la città di Parigi con la rivolta portata nel cuore della Ville Lumière. Erano minorenni apparentemente senza guida politica anche allora, soprattutto ma non solo figli di immigrati, la seconda/terza generazione” ci ricorda Gigi Riva su Domani.

Perché è successo a Milano? Secondo le elaborazioni di Eures – European Employment Services- sui redditi dichiarati, il capoluogo lombardo ha l’indice di Gini (il coefficiente di Gini è un indicatore economico che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza) più alto fra le città italiane 0,54 contro una media nazionale di 0,43. E il quartiere dove la forbice è più larga, con un valore record di 0,71, è proprio Duomo-Crocetta – teatro delle devastazioni- dove il reddito medio lordo supera i 94 mila euro mentre a Quarto Oggiaro si scende a 18 mila euro, un rapporto quasi di uno a cinque. Qualcosa vorrà dire.

Allora cerchiamo non di giustificare ma di capire quello che sta succedendo perché altrimenti ci ritroviamo dieci, cento mille decreti sicurezza uno più inutile, pragmaticamente, e più pericoloso, in termini di spazi democratici, degli altri.
“Se non avessimo in Italia ben 1,28 milioni di minorenni in povertà assoluta forse non avremmo assistito a quanto accaduto nei giorni scorsi. Si tratta della fascia di età con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti nel nostro paese. E anche questa è violenza, di tipo strutturale” ha scritto Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone sul suo Blog sul Fatto Quotidiano.

Il problema centrale è di ridistribuzione della ricchezza, di lotta alla povertà e al disagio sociale. Se quella che è oggi l’opposizione non ha neppure il coraggio di parlare unitariamente di patrimoniale, affannandosi nelle alchimie incomprensibili di primarie, insieme con una lotta dura e inflessibile contro l’evasione fiscale dove li troviamo i soldi per la sanità, il lavoro, la casa, la scuola, in una parola per la giustizia sociale? Come facciamo ad attuare la Costituzione, che vuole che la Repubblica rimuova gli ostacoli economici e sociali per la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, se abbiamo una società sempre più diseguale?

I giovani che hanno sfasciato le vetrine e ai quali questa società ha sfasciato il futuro non andranno a votare, ammesso che siano maggiorenni, perché nessuno risponde al loro grido disperato. Alla destra va bene, questo per loro non è un paese per giovani ancora di più da quando governa Meloni. Non a caso il suo primo atto è stata una dichiarazione di guerra nei loro confronti, il decreto rave. Completamente inutile che non ha portato a nessuna condanna definitiva. Chiacchiere e distintivo.

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“Torneremo in piazza, ora siamo parte di qualcosa”: le voci dei giovani di Milano. “Prima di sabato nessuno parlava di noi”

Le vetrine distrutte, gli scontri, le cariche. Delle due giornate di manifestazione a Milano, il 17 e 18 ottobre, sono rimaste soprattutto queste immagini. Gli scontri e i saccheggi erano cominciati già sabato. Domenica, però, molti ragazzi sono tornati in piazza, spinti dal passaparola e da una rabbia che non si era esaurita. Ma chi erano? Li abbiamo rintracciati a partire dai social, dove avevano pubblicato video e raccontato la loro partecipazione. Hanno tra i 12 e i 18 anni, vengono dalla periferia di Milano e dall’hinterland milanese e parlano di famiglie che non arrivano a fine mese, di discriminazioni e di un futuro che non sembra appartenergli. “Sembra che delle vetrine contino più di noi, del nostro futuro e delle parole che urliamo quando scendiamo in piazza. Cosa resta da fare per non essere più invisibili?”, chiedono.

Il futuro? “Non so neanche se ci sarà”

F. ha 16 anni, è italiano e vive con la famiglia in una casa popolare a Pero. Sabato è sceso in piazza per il carovita ed è rimasto fino alla fine. “Mio padre prima riusciva a darmi quei venti o trenta euro al mese, che erano già pochi per una città come Milano. Adesso non può più permetterselo. E mia madre, che fa le pulizie, sta perdendo una famiglia dopo l’altra”. A casa, racconta, basta una bolletta perché cominci la preoccupazione. “Vedi i tuoi genitori che fanno fatica anche per le cose più normali e ti chiedi che futuro puoi avere”. In manifestazione è andato con alcuni amici, anche loro alle prese con difficoltà simili. I genitori non volevano che finisse nei guai, ma lui si domanda come si possa essere ascoltati altrimenti. “Non sono sceso in piazza per spaccare tutto. Sono sceso perché sono stanco di vedere i miei genitori preoccuparsi per ogni spesa e di sentirmi dire che devo pensare al futuro, quando non so nemmeno se ci sarà“. Racconta di essere stato colpito ripetutamente dalla polizia, anche prima che cominciassero gli scontri: “La polizia ci ha manganellato solo perché per una volta ci stavamo facendo sentire”. La preoccupazione riguarda anche la scuola: F. frequenta un istituto tecnico e non vede nel percorso che sta facendo la promessa di un futuro migliore. “Sembra che ci stiano preparando soltanto per andare a lavorare in posti malpagati. Ma se uno vuole continuare a studiare, che possibilità ha?”.

“Lavorerò per non riuscire a vivere”

M. ha 18 anni, viene da una famiglia moldava ed è arrivato in Italia quando aveva due anni: vive a Gratosoglio, nella periferia milanese. Sta terminando le scuole superiori. Sabato ha seguito i video della protesta, domenica ha deciso di scendere in piazza. “Ma che futuro ci stanno dando? Sentiamo solo parlare di guerra, armi, sacrifici, sforzi. E noi? Ci era stato promesso che dopo lo studio avremmo avuto un futuro. Siamo stanchi, scendiamo anche in piazza per dire che non abbiamo più nulla da perdere”. I suoi genitori lavorano, ma faticano comunque ad arrivare a fine mese. M. non vuole ritrovarsi nella stessa condizione. “Che senso ha che andrò a lavorare per non riuscire a vivere?”.

“In piazza ti senti parte di qualcosa”

Y. ha 14 anni, è nato in Italia da una famiglia di origini egiziane e vive nell’hinterland milanese. È sceso in piazza dopo aver visto su TikTok i video di ragazzi che denunciavano l’assenza di prospettive e invitavano a manifestare. Ma le motivazioni, racconta, non erano tutte uguali. “Certo, una parte di noi è scesa anche per noia, per fare qualcosa di diverso dal solito stare nella piazzetta. Anch’io all’inizio ero andato per farmi un giro diverso e mettere qualche video online. Ma una volta lì ti senti parte di qualcosa e ti rendi conto che stanno parlando anche del tuo futuro e della tua vita”. Ammette che, una volta in mezzo alla folla, la tentazione di saccheggiare, come stavano facendo altri, è stata forte. “Non ho mai avuto nulla, solo vestiti delle bancarelle o che ci dà la Chiesa”. Alla fine ha scelto di non mettersi nei guai. Adesso ha paura del clima che si è creato, ma vorrebbe tornare in piazza. “Ho paura che, se smettiamo di andarci, nessuno si ricordi più di noi e dei nostri problemi”.

“Siamo solo all’inizio”

R. ha 17 anni, è nato e cresciuto in Italia, ha origini arabe e vive a San Siro. È sceso in piazza sia sabato sia domenica, spinto non solo dalla rabbia per il carovita, ma anche dalla stanchezza di sentirsi giudicato per le sue origini. All’inizio pensava che gli appelli circolati sui social sarebbero rimasti parole. Invece, una volta arrivato, ha trovato anche alcuni compagni di scuola. “Mi sono stancato di sentirmi dire ‘tornatene al tuo Paese’. Ma quale Paese? Io sono nato qui, sono cresciuto qui. Quando sento parlare di remigrazione mi chiedo dove dovrei andare. Questa è casa mia”. A scuola, racconta, anche il cognome basta a farlo sentire giudicato. Nelle strade del centro, invece, dice di sentirsi subito sotto controllo: “Appena andiamo nelle vie del centro siamo subito controllati dalla polizia. Sembra che appena diventiamo visibili siamo un disturbo”. È anche contro l’etichetta di “maranza” che R. se la prende , con una provocazione sarcastica: “Sono stanco di essere definito così. Perché devo avere un’etichetta? E se poi devo averla, perché vengo contestato se rubo e rompo le cose? Non è l’etichetta che mi avete dato?”. Poi torna a parlare della polizia. Racconta che sabato gli agenti avrebbero cominciato a chiudere le strade e che da lì la situazione sarebbe precipitata. Sostiene che la polizia abbia colpito per prima e racconta di essere stato a sua volta colpito in faccia e sulle gambe. Da quel momento racconta: “Se tu mi colpisci, perché io devo rimanere tranquillo?” . La rabbia, però, non si è esaurita con quelle due giornate. “Lavoriamo, paghiamo le tasse, ma quando abbiamo bisogno noi sembra che il problema non sia altrettanto importante”. Domenica è tornato in piazza anche per questo. “Se la risposta è che dobbiamo stare a casa e non farci vedere, allora non è cambiato niente. Siamo solo all’inizio, torneremo in piazza”.

F. torna a parlare di quello che, secondo lui, è rimasto fuori dal racconto delle due giornate. “Adesso si parla soltanto delle vetrine rotte, ma prima di sabato chi parlava di noi? Di quello che succede nelle nostre case, dei soldi che mancano, del futuro che non abbiamo? Finché non si parlerà dei problemi veri e del futuro che ci aspetta, saremo costretti a scendere in piazza. Non abbiamo nulla da perdere”.

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Una misura del conto lasciato ai giovani

L’Italia ha introdotto la valutazione di impatto generazionale delle leggi. Perché non resti un adempimento formale, deve rendere visibili costi, benefici e rischi che le politiche trasferiscono avanti nel tempo. Cosa insegna l’esperienza internazionale.

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Dove i comuni si svuotano, il welfare locale “invecchia”

Nei comuni piemontesi più piccoli e in calo demografico la spesa sociale è più concentrata sugli anziani. Non si tratta tanto di scelte politiche. A pesare di più sono le rigidità dei contributi per l’assistenza e i limiti organizzativi degli enti.

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E se l’inverno demografico non fosse una tragedia?

Un autorevole studio mette in discussione alcune certezze che riguardano la demografia. Ha suscitato polemiche, ma porta a riflettere sulle risorse e sulle capacità di reazione spesso imprevedibili dell’intelligenza umana.

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Sorpresa: la spesa sociale per gli anziani è in calo

Negli ultimi anni c’è stata una ricalibratura del nostro welfare, malgrado il crescente peso elettorale degli anziani. Sono diminuite le spese in sanità, mentre sono cresciute quelle dirette ai giovani, per esempio per famiglia ed esclusione sociale.

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Indennità di accompagnamento tra nuovi ingressi e durata del beneficio*

Le indennità di accompagnamento crescono per due motivi: aumentano i nuovi ingressi e se ne beneficia più a lungo. Il dato è cruciale per programmare le risorse economiche, sanitarie e assistenziali necessarie a sostenere le persone non autosufficienti.

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Al Sud le gare pubbliche corrono più che al Nord *

Il Pnrr ha dimezzato i tempi di affidamento delle opere pubbliche al Sud, oggi più veloci rispetto al Centro-Nord. Ma le condizioni che hanno portato a questo risultato scadono il 31 agosto, mentre il Fondo sviluppo e coesione non è pronto a raccoglierle.

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