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Caso Regeni, la famiglia chiede all’Egitto di pagare 500mila euro: “Rispettare la parola data”

A quasi dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, la sentenza di primo grado che ha condannato tre agenti dei servizi segreti egiziani torna al centro della vicenda giudiziaria con una richiesta concreta: dare esecuzione alle provvisionali riconosciute alla famiglia del ricercatore italiano. I genitori, Paola e Claudio Regeni, attraverso i loro legali Alessandra Ballerini e Giacomo Satta, hanno scritto all’ambasciatore egiziano a Roma sollecitando un intervento per ottenere il pagamento delle somme stabilite dalla Corte d’assise. La lettera, inviata oltre due settimane fa, è rimasta finora senza risposta.

I giudici hanno disposto provvisionali immediatamente esecutive per complessivi 500mila euro in favore dei familiari: 200mila euro ciascuno per il padre e la madre di Giulio e 100mila euro per la sorella Irene. Altri 150mila euro sono stati riconosciuti alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Le somme costituiscono un anticipo sul risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, che dovrà essere quantificato in sede civile.

Nella lettera, riferisce Repubblica, gli avvocati ricordano che per l’esecuzione delle provvisionali non è necessario attendere il giudizio definitivo. Occorre però la collaborazione delle autorità egiziane, chiamate a intervenire nei confronti di appartenenti ai propri apparati di sicurezza. Ballerini e Satta richiamano inoltre una promessa fatta personalmente dall’ambasciatore ai genitori di Regeni durante un colloquio privato: avrebbe “rispettato qualsiasi decisione della Corte”. Da qui la richiesta di un “attivo intervento per facilitare l’esecuzione del dispositivo della sentenza”, con la fiducia che il diplomatico non venga meno “alla parola data alla famiglia Regeni”.

La pronuncia di primo grado ha inflitto dieci anni a tre imputati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Le condanne riguardano il sequestro di Regeni, avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016: i giudici hanno escluso l’accusa di omicidio, riconoscendo quella di sequestro di persona.

Nel commentare la decisione, il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, aveva sottolineato il risultato raggiunto nonostante quella che ha definito una “cooperazione non particolarmente proficua” da parte delle autorità egiziane. Il procedimento, ha spiegato, rischiava di rimanere bloccato, ma è stato possibile proseguire anche grazie all’intervento della Corte costituzionale. Ora, mentre si attende di conoscere le ragioni della decisione dei giudici, la famiglia Regeni chiede che almeno le somme riconosciute in via provvisionale trovino concreta esecuzione.

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Netanyahu ammette per la prima volta in tv che il capo dei servizi egiziani è stato in Israele pochi giorni prima del 7 ottobre

Mancano solo dodici giorni alle elezioni israeliane. Per Benjamin Netanyahu, rimanere alla guida del Paese ha un valore esistenziale. Ma più ci si avvicina al voto e più cresce su di lui la pressione per le sue presunte responsabilità riguardo all’impreparazione di esercito e servizi segreti a rispondere all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. E questa volta è lui stesso a svelare un particolare mai fornito fino a oggi: il capo dei servizi segreti egiziani, Abbas Kamel, si è recato in Israele pochi giorni prima dell’attacco del partito armato palestinese al Festival Nova e ai kibbutz vicini alla Striscia di Gaza.

La questione è centrale perché da mesi circolano indiscrezioni sul fatto che l’Egitto abbia lanciato, fin dal giugno 2023, una raffica di avvertimenti al governo israeliano sui rischi provenienti dall’exclave palestinese. E la rivelazione di Netanyahu conferma per la prima volta che, almeno nei giorni immediatamente precedenti l’attacco di Hamas, l’Egitto si è mosso con i potenti vertici del Mukhabarat inviando direttamente Kamel nello Stato ebraico. Il premier israeliano lo ha dichiarato in una lunga intervista rilasciata al famoso talk show vicino al governo The Patriots di Channel 14, precisando però di non aver incontrato il capo dei servizi egiziani: “Non mi ha incontrato perché in quel momento stavo partecipando a una cerimonia commemorativa per i soldati dell’Idf – ha detto – Quando mai un capo dei servizi segreti incontra un capo di governo?”.

La risposta alla domanda apparentemente retorica c’è, in realtà. Basta fare una ricerca sul sito ufficiale del governo d’Israele per ritrovare fotografie di strette di mano tra Kamel e Netanyahu, nel 2021, nella residenza del premier a Gerusalemme. La bugia di Netanyahu solleva quindi dubbi su chi abbia veramente interloquito con Kamel e quale sia il messaggio recapitato dal Cairo a Tel Aviv: “Il capo dell’intelligence egiziana era qui – ha aggiunto il premier – Ha trascorso circa 50 minuti sul posto. Voglio sapere chi ha incontrato”.

Le parole di Netanyahu hanno scatenato di nuovo il dibattito intorno alle sue presunte responsabilità. Ma in serata si è assistito a un nuovo colpo di scena. La tv pubblica israeliana Kan ha smentito la versione del premier sostenendo che sul volo atterrato il 26 settembre in Israele dall’Egitto non si trovava Abbas Kamel, bensì due uomini d’affari egiziani. L’aereo, di proprietà della compagnia di charter egiziana Smart Aviation, riferisce Kan, è atterrato intorno alle 10 ed è ripartito per il Cairo alle 11 senza nessuno a bordo. Resta da capire perché il primo ministro dovrebbe aver mentito su un punto che rischia di aumentare i dubbi sulle sue mancanze nella prevenzione dell’attentato del 7 ottobre 2023.

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