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Il Nord Africa e il nuovo gioco delle medie potenze. Come cambia l’ordine globale

Il Nord Africa sta diventando uno dei laboratori più significativi della trasformazione dell’ordine internazionale. In una regione tradizionalmente legata agli interessi strategici europei, la crescente presenza di Turchia, monarchie del Golfo e Russia rivela come la distribuzione dell’influenza globale stia cambiando, attraverso dinamiche che non possono essere ricondotte esclusivamente alla competizione tra Stati Uniti e Cina.

Un recente commentary dello Stimson Center, firmato da Stefan Lukas e Yusuf Can, ricostruisce questa evoluzione attraverso le strategie adottate dai diversi attori regionali. La tesi è che la capacità di incidere sugli equilibri politici e di sicurezza dipenda sempre più dall’integrazione di strumenti economici, militari e diplomatici, utilizzati con flessibilità e adattati alle specifiche condizioni locali.

La Russia ha consolidato la propria presenza attraverso la cooperazione militare, soprattutto in Libia, sfruttando l’accesso a infrastrutture strategiche e le relazioni con attori locali. Gli Emirati Arabi Uniti hanno combinato investimenti, sostegno politico e capacità militari, mentre l’Arabia Saudita ha privilegiato la leva finanziaria, particolarmente rilevante nei rapporti con l’Egitto. La Turchia ha sviluppato un modello più articolato, nel quale esportazioni militari, accordi energetici, investimenti infrastrutturali e diplomazia culturale contribuiscono a sostenere una presenza regionale duratura.

Queste strategie presentano differenze sostanziali, ma condividono una caratteristica: la capacità di trasformare risorse relativamente circoscritte in influenza politica, intervenendo su settori nei quali gli interlocutori locali manifestano esigenze immediate.

Il risultato è una progressiva moltiplicazione dei centri decisionali. I governi nordafricani possono diversificare le proprie relazioni, negoziare con interlocutori differenti e ridurre la dipendenza da un singolo partner. Tuttavia, questa maggiore disponibilità di alternative non coincide necessariamente con un rafforzamento dell’autonomia strategica. In alcuni casi, la diversificazione produce nuove vulnerabilità, soprattutto quando finanziamenti, forniture militari e infrastrutture critiche diventano strumenti di condizionamento politico.

È proprio questa ambivalenza a rendere il Nord Africa interessante per comprendere un fenomeno più ampio. Le medie potenze stanno acquisendo maggiore capacità di iniziativa all’interno di un sistema internazionale nel quale le gerarchie tradizionali risultano meno vincolanti. La loro influenza deriva dalla possibilità di costruire relazioni trasversali, partecipare contemporaneamente a reti concorrenti e utilizzare le proprie capacità settoriali per ottenere vantaggi diplomatici.

Il tema è emerso anche durante un recente confronto organizzato da Sioi e Formiche, dedicato alla geopolitica delle medie potenze. Dal Canada al Brasile, fino all’India e alle monarchie del Golfo, la ricerca di autonomia si traduce nella diversificazione delle partnership economiche, tecnologiche e di sicurezza, accompagnata dalla richiesta di partecipare maggiormente alla definizione delle regole internazionali.

Esiste tuttavia una distinzione importante tra le potenze intermedie che cercano di ampliare il proprio spazio decisionale e quelle che utilizzano le proprie capacità per condizionare gli equilibri di Paesi più vulnerabili. Le due dinamiche possono coesistere, ma producono conseguenze differenti sulla stabilità regionale e sulla governance internazionale.

Anche la categoria stessa di middle power richiede una certa cautela. La Russia, potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, occupa una posizione strutturalmente diversa rispetto alla Turchia o agli Emirati. Eppure, nel contesto nordafricano, alcuni strumenti della sua proiezione regionale possono essere analizzati attraverso logiche operative comparabili.

Per l’Europa, questa trasformazione presenta implicazioni particolarmente rilevanti. L’Unione europea conserva un ruolo economico centrale nel Nord Africa, ma l’intensità degli scambi commerciali non garantisce automaticamente un’influenza equivalente sulle dinamiche politiche e di sicurezza. La disponibilità di partner alternativi modifica il potere negoziale dei governi locali e riduce l’efficacia di strumenti tradizionali come la condizionalità economica.

La questione europea riguarda quindi la capacità di integrare relazioni economiche, cooperazione industriale, sicurezza e diplomazia in una strategia coerente, riconoscendo che gli interlocutori regionali dispongono oggi di margini di scelta più ampi.

Il Nord Africa suggerisce, infine, una considerazione sull’evoluzione dell’ordine globale. La crescente influenza delle medie potenze non implica necessariamente la formazione di un sistema multipolare stabile. Può invece favorire una configurazione più fluida, nella quale il potere viene esercitato attraverso reti di relazioni, accesso a infrastrutture strategiche e capacità di intervenire su specifiche vulnerabilità.

In questo scenario, la competizione internazionale riguarda sempre più la possibilità di costruire e mantenere connessioni strategiche. Ed è proprio attraverso queste connessioni che le potenze intermedie stanno contribuendo a ridefinire gli equilibri del sistema internazionale.

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Lula da Silva o Bolsonaro? Il peso di Trump nel voto brasiliano

Ultimi giorni prima della grande scelta presidenziale in Brasile. Ad oggi, il candidato Flávio Bolsonaro si mantiene in testa nei sondaggi, che prevedono una sua vittoria nel ballottaggio di domenica 25 ottobre. Tuttavia, la distanza dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva è marginale, come nel primo turno. La possibilità di un pareggio tecnico c’è ancora.

Il sondaggio di Quaest pubblicato mercoledì scorso indica che il figlio dell’ex presidente Bolsonaro gode del 45% del consenso, con un solo punto di vantaggio rispetto a Lula, che ha il 44% del gradimento dei brasiliani. Il report di mercoledì è il primo studio sulle proiezioni di voti dopo il dibattito di domenica tra i due candidati. La scorsa settimana, la stessa impresa di sondaggi dava a Bolsonaro il 46% e a Lula il 44%.

Invece per Nexus, che ha eseguito un sondaggio lunedì, subito dopo il confronto tra Bolsonaro e Lula da Silva, la differenza sarebbe di soli 0,6%, vedendo in vantaggio l’attuale presidente con il 46,5% dei voti e Bolsonaro figlio con il 45,9%. Il sondaggio precedente registrava una distanza di oltre tre punti percentuali. Per Nexus, circa il 4,7% degli elettori avrebbe deciso di votare in scheda nulla o bianca e il 2,9% è ancora indeciso.

La consultazione della firma Datafolha del 15 ottobre indica che Bolsonaro avrebbe il 47% dei voti e Lula da Silva il 45%. Gli ultimi sondaggi sembrano avere dato conto dell’effetto della riforma del lavoro approvata dal governo di Lula e dal Congresso, che offre un giorno di riposo a settimana (pagato).

Nell’ultimo tratto della campagna elettorale, il candidato di destra invece si è concentrato sul bisogno di un cambiamento di direzione per il Paese e nelle potenzialità del Brasile, che potrebbe diventare una delle sette principali economie del mondo. “Avevano detto che il bolsonarismo era finito, ma si sono dimenticati che Jair Bolsonaro ha lasciato milioni e milioni di semi”, ha detto il figlio, Flávio. Il candidato ha mantenuto il discorso sulla lotta contro la criminalità e la proposta di ridurre la età di responsabilità penale per reati gravi.

“Non dite all’indeciso per chi votare – ha detto il presidente brasiliano -. Chiedetegli di pensare in quale Brasile vuole vivere. Sicuro che voteranno per noi, siamo l’unica opzione per migliorare il Brasile”.

Oltre agli argomenti e i progetti di governo, il tema dell’ingerenza degli Stati Uniti nelle elezioni presidenziali brasiliane è al centro del dibattito. Molti esperti sostengono che gli Usa hanno preso misure politiche, economiche e diplomatiche per favorire il candidato Bolsonaro – più vicino alla linea del presidente Donald Trump – perché una possibile vittoria della destra agevolerebbe gli interessi americani nella regione.

James N. Green, professore di storia politica del Brasile dell’Università Brown, ha detto alla Bbc che i dazi sono stati disegnati dall’amministrazione Trump per fare pressione sul governo di Lula: “Non c’era una giustificazione economica. Era semplicemente un’altra forma per interferire nelle elezioni”.

Anche il quotidiano Folha de São Paulo ha pubblicato un documento in cui l’Agenzia dell’Intelligence Brasiliana eleva a livello critico la possibilità di ingerenza degli Stati Uniti nel voto di domenica 25 ottobre. Per il Dipartimento di Stato americano, “qualsiasi insinuazione di una ‘strategia’ per danneggiare le elezioni in un Paese democratico è una bugia senza fondamento”.

Oggi ci sarà l’ultimo dibattito televisivo per confrontare le due proposte di Lula da Silva e Bolsonaro jr. prima del voto finale. Entrambi i candidati hanno promesso di svelare il loro patrimonio e quello delle loro famiglie in diretta.

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