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Caro carburante, la protesta si spacca nel Foggiano: i tir arretrano ma non tutti. E a scuola puniscono gli studenti in piazza

La pioggia lava l’asfalto, ma non la rabbia. Davanti ai caselli autostradali del Foggiano, dove la protesta contro il caro carburante e il costo della vita è partita tra le prime in Italia, dopo oltre dieci giorni il fronte comincia a mostrare le prime crepe. I presidi di Candela, Poggio Imperiale, Foggia e Cerignola si alleggeriscono, qualcuno viene smontato, altri restano pronti a riaccendersi. Ma la domanda, tra camionisti e agricoltori, è sempre la stessa: quanto si può resistere senza lavorare e senza rimetterci anche i soldi per tornare a farlo? Nicandro Vigilante, portavoce degli autotrasportatori del presidio del Gargano, al casello di Poggio Imperiale, rivendica la scelta di abbassare momentaneamente i toni: “Noi vogliamo dare un segnale tangibile al ministro Salvini, perché abbiamo apprezzato il suo sforzo a riceverci. Ci ha garantito che ci sarà un altro tavolo tecnico il giorno 27 e, come segno di collaborazione, abbiamo pensato di rimuovere i presidi. Ci sono un po’ di focolai che non sono coordinati con noi, ma la maggior parte ha rimosso i presidi”.

Una linea che non convince Vincenzo Pinnelli, portavoce del presidio di Cerignola Est, dove la protesta continua, seppure con un alleggerimento. “Se oggi non si vedono presidi è solo perché piove, ma nessuno sta andando a lavorare. Magari non li vedi in piazza adesso, non li vedi al casello, li vedi più tardi. La gente, pure se non è al presidio, non va comunque a lavorare, bloccando le forniture”. Pinnelli che solo qualche giorno fa aveva contestato anche Gianni Alemanno, non usa giri di parole: “Non è che possiamo andare a lavorare in queste condizioni, non abbiamo i soldi per poterlo fare. Come lo devo spiegare? Per andare a lavorare devo scaricare il gasolio agricolo che oggi è venduto a 1,45 euro. E l’autotrasportatore deve mettere il gasolio a 2,40 euro. È cambiato qualcosa da ieri a oggi? Io non li vedo tutti questi cambiamenti e quindi resto a casa”. Il calendario, adesso, ha una data cerchiata in rosso: il 27 ottobre, quando è atteso un nuovo confronto con il governo.

“I presidi magicamente possono apparire anche da domani. Il caos non è dato dal presidio, ma quando manca il prodotto negli scaffali. Fra un po’ ne mancheranno tanti”, avverte Pinnelli, che invita a “restare uniti e manifestare pacificamente e civilmente per tutelare i nostri diritti”. E aggiunge: “Nel rispetto delle leggi, il diritto a manifestare resta sacrosanto e non intendiamo indietreggiare di un solo millimetro”. Sul versante agricolo, intanto, la mobilitazione rallenta senza spegnersi. Al presidio di Candela, Mauro Di Santo guarda all’incontro previsto per giovedì alle 15.30 al Masaf, con il sottosegretario Patrizio Giacomo La Pietra. “Vogliamo certezze sulle tempistiche del gasolio agricolo e sui fertilizzanti, date certe che garantiscano la semina. Altrimenti andassero loro a seminare e il grano se lo possono tranquillamente comprare dal Canada e dalla Turchia, tanto sono già abituati, perché lo fanno ogni anno. Basta vedere i documenti doganali”.

E mentre camionisti e agricoltori cercano di capire se il governo passerà dalle parole ai fatti, la protesta ha coinvolto anche gli studenti. In Puglia ragazzi sono scesi in piazza accanto a trattori e tir, rivendicando il diritto a un futuro meno precario. Ma a Canosa, al liceo di Scienze umane e Scientifico “Fermi-Einaudi”, l’assenza collettiva del 17 ottobre ha avuto un seguito inatteso: una comunicazione del dirigente scolastico pubblicata nella bacheca virtuale, con un richiamo alla frequenza e alle responsabilità educative. La lettera richiama espressamente “le possibili ricadute sul voto di comportamento”, ricordando che la valutazione incide sul percorso scolastico e, nel triennio, sull’attribuzione del credito. Una conseguenza che ha fatto infuriare alcune famiglie. “E cosa insegnano a fare educazione civica a scuola se poi negano i diritti costituzionali? È un enorme controsenso. Ma poi perché continuare a minacciare i ragazzi che rivendicano il loro futuro?”, protesta una mamma. Intanto il ministro Matteo Salvini ha annunciato l’avvio dei pagamenti a 32mila aziende di autotrasporto, duemila al giorno, mentre ha condannato gli atti intimidatori contro i camion.

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La protesta del mondo agricolo contro il caro gasolio alle porte d’ingresso della Puglia: “L’Italia rischia di fare la fame, nessuno ci ascolta”

Il rumore dei motori, qui, ha lasciato il posto al silenzio dei camion fermi. Al casello autostradale di Candela, porta d’ingresso e d’uscita della Puglia, il traffico si è trasformato in una lunga attesa. I tir sono parcheggiati uno accanto all’altro, gli autotrasportatori si radunano a discutere, gli agricoltori raccontano conti che non tornano più. Sono trascorsi circa cinque giorni dall’inizio della protesta e la sensazione, tra chi presidia le strade, è che questa volta non si possa semplicemente aspettare che passi la tempesta.

“Non chiediamo l’elemosina, ma dignità”, è il grido che accompagna la mobilitazione di autotrasportatori, olivicoltori, agricoltori, armatori e ambulanti della provincia di Foggia. Una protesta che nasce dal caro carburante, ma che affonda le radici in una crisi più profonda: produrre costa sempre di più, vendere rende sempre meno. E quando il lavoro non basta a pagare le spese, fermarsi diventa, paradossalmente, l’unico modo per provare a sopravvivere.

Il casello di Candela è uno dei punti simbolo di questa battaglia. Non soltanto perché rappresenta un nodo strategico per chi trasporta merci da e verso la Puglia, ma perché qui si incontrano due mondi che da tempo condividono lo stesso problema: il costo crescente di ogni giornata di lavoro. Da una parte i camionisti, schiacciati dal prezzo del gasolio e dai pedaggi autostradali; dall’altra gli agricoltori, alle prese con carburanti, concimi, lavorazioni e raccolti che spesso non garantiscono neppure il recupero delle spese.

“Tra un po’ non riusciremo neanche a mettere a tavola un piatto”, racconta Leonardo Di Stefano, imprenditore agricolo. La sua non è soltanto una lamentela sul prezzo del gasolio. È il ritratto di un settore che si sente stretto tra costi in salita e ricavi in caduta libera. “Il costo di una cisterna di gasolio è triplicato, mentre si dimezza il prezzo che ci viene corrisposto per il prodotto agricolo. La cosa più amara è che fanno finta che questa protesta non esista. Non parla nessuno, né le tv nazionali né i giornali. Siamo soli, noi e la nostra protesta”.

Il punto più doloroso, per molti olivicoltori, è l’olio extravergine della scorsa annata. Nei frantoi sono stati lavorati e stoccati ettolitri di prodotto, frutto di mesi di fatica, di raccolta e di investimenti. Un patrimonio agricolo che adesso rischia di trasformarsi in un peso. Il prezzo è sceso vertiginosamente e piazzare le scorte sul mercato è diventato sempre più difficile. Il risultato è un paradosso che in queste campagne si conosce bene: si produce un alimento prezioso, si sostiene il costo di tutte le lavorazioni necessarie, ma poi non si riesce a venderlo a condizioni economicamente sostenibili. Le cisterne sono piene, i magazzini custodiscono il lavoro di un’intera stagione e i conti restano in rosso. L’olio diventa così il manifesto di una crisi che non riguarda soltanto chi possiede un uliveto. Quando il produttore non riesce a recuperare i costi, si indebolisce una filiera fatta di frantoi, trasportatori, commercianti e lavoratori. E quando questa filiera si ferma, le conseguenze arrivano molto più lontano dei confini di un’azienda agricola.

La rabbia, intanto, si sposta lungo le strade della Capitanata. I presidi interessano anche i varchi di Poggio Imperiale, sull’A14, Cerignola, dove la protesta ha coinvolto anche tratti urbani, e Foggia, nella zona del Green Park. Altri punti di mobilitazione sono stati segnalati sulla Statale 17, nell’agro di Lucera, nell’area di servizio La Torre Petroli, al bivio di Ripalta sulla Statale 16 e agli accessi di Manfredonia. Una geografia di camion, trattori e mezzi da lavoro che racconta la dimensione territoriale della protesta. A Poggio Imperiale, alcuni olivicoltori sono arrivati dal Gargano settentrionale percorrendo circa cinquanta chilometri sui trattori. Un viaggio che, più che una manifestazione, somiglia a una richiesta di soccorso. L’appello rivolto ai cittadini, ai lavoratori, ai giovani, alle famiglie e soprattutto ai sindaci del Gargano è quello di non lasciare soli i manifestanti. “Quando muore l’agricoltura, muore un pezzo del nostro territorio”, è il messaggio che accompagna la mobilitazione.

A Cerignola, tir e furgoni hanno attraversato il corso principale della città, portando la protesta nel cuore della vita quotidiana. E proprio qui emerge una contraddizione difficile da ignorare: chi manifesta chiede attenzione per un sistema produttivo in difficoltà, ma il blocco delle merci finisce inevitabilmente per coinvolgere anche cittadini e attività commerciali. La protesta, infatti, comincia a produrre effetti concreti sulla vita di tutti i giorni. Le difficoltà nei rifornimenti stanno facendo scarseggiare il carburante in diverse stazioni di servizio, mentre nei supermercati iniziano a mancare alcuni prodotti: è il punto in cui la crisi di una categoria diventa un problema collettivo.

“Ieri, per fare benzina, ho dovuto affrontare una coda di tre chilometri e mezzo. Sembrava scoppiata la guerra”, racconta un automobilista. “Ma, nonostante questo, siamo vicini alla protesta, perché anche noi, con questo caro carburante, siamo messi alle strette”. Una testimonianza che restituisce il clima di queste ore. La rabbia non è soltanto quella di chi ha lasciato il camion nel piazzale o il trattore ai margini della carreggiata. È anche quella di chi deve usare l’automobile per andare al lavoro, accompagnare i figli o raggiungere un ospedale e si ritrova a fare i conti con il prezzo dei rifornimenti. La solidarietà convive con il disagio, mentre cresce il timore che la situazione possa aggravarsi se non arriveranno risposte.

Per gli autotrasportatori, la scelta di tenere fermi i mezzi è diventata una questione di convenienza economica. In alcuni casi, lavorare significa spendere più di quanto si riesca a guadagnare. Pasquale Spinetti, autotrasportatore, non usa giri di parole: “Oggi conviene mantenere fermo il camion invece di muoversi”. La sua richiesta è rivolta direttamente al governo: “Vogliamo andare a Roma per spiegare alla presidente Meloni che il bollo auto tolto non serve a nulla se non possiamo manco prenderla l’auto. Per noi autotrasportatori è un vero delirio, sono aumentati tutti i costi. Oltre al carburante, anche l’autostrada ogni anno è sempre più cara, per un servizio spesso vergognoso. Questa situazione è per noi la morte e se noi moriamo l’Italia fa la fame”.

Le rivendicazioni degli organizzatori riguardano i costi minimi di sicurezza, un tetto massimo al prezzo del gasolio specifico per la categoria, la riduzione dei pedaggi autostradali, maggiore flessibilità nell’applicazione delle norme del Codice della strada e lo sblocco immediato del credito destinato agli autotrasportatori per il 2026. Non una sola misura, dunque, ma una serie di interventi che, secondo i manifestanti, dovrebbero impedire alle imprese di continuare a lavorare in perdita. La richiesta degli agricoltori è altrettanto urgente: riportare al centro il valore del prodotto, contrastare la svalutazione delle produzioni e garantire condizioni che consentano alle aziende di recuperare almeno i costi sostenuti.

C’è, però, un’altra questione che torna continuamente nelle conversazioni ai bordi della strada. È quella del silenzio mediatico. Tra i manifestanti prevale la convinzione che la protesta non abbia ricevuto l’attenzione che merita, soprattutto sulle principali reti televisive nazionali, accusate dai partecipanti di non aver dato sufficiente spazio a una mobilitazione che sta interessando diversi punti nevralgici della provincia e che rischia di incidere sulla distribuzione delle merci. “Siamo qui da giorni, ma sembra che non esistiamo”, è il sentimento che accomuna molti dei presenti. Una denuncia che non riguarda soltanto la visibilità della protesta, ma il timore di restare senza interlocutori. Se nessuno racconta quello che accade, sostengono i manifestanti, il rischio è che le loro richieste restino confinate alle strade bloccate della Capitanata. La mobilitazione, tuttavia, non è priva di tensioni. In alcuni casi si sono verificati contrasti con chi non intendeva aderire al blocco, compresi automobilisti e conducenti di mezzi pesanti. Sono stati segnalati episodi di danneggiamento, tra cui le gomme forate di un camion, e un tir colpito da pietre lanciate da un cavalcavia. Episodi che non rappresentano il senso delle rivendicazioni, ma che mostrano quanto sia delicato un presidio capace di condizionare la circolazione e la vita economica del territorio.

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