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Così le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno fatto esplodere i prezzi, alimentato rabbia nelle piazze e blocchi delle merci. Mentre i salari ristagnano

Ci sono le spirali inflazionistiche ravvicinate causate dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente dietro le proteste di piazza contro il carovita che tra sabato e domenica a Milano sono degenerate in violenze e saccheggi. E sono legati a doppio filo alle conseguenze dei conflitti pure i blocchi degli autotrasportatori che iniziano a svuotare gli scaffali dei supermercati al Sud. Per capirlo basta mettere in fila qualche numero sull’andamento dei prezzi negli ultimi cinque anni: un boom alimentato dai costi dell’energia e dei carburanti mandati alle stelle dall’invasione russa e poi dagli attacchi statunitensi e israeliani che hanno innescato la guerra con l’Iran. Se poi si tiene conto che nel frattempo le buste paga sono rimaste stagnanti e nel capoluogo lombardo gli affitti e i prezzi delle case sono volati alle stelle complici gli enormi investimenti dei fondi immobiliari, ecco il mix che fa scendere in strada studenti e collettivi pacifici e insieme a loro qualche centinaio di giovani e giovanissimi che sono e si sentono ai margini e rispondono con la devastazione. Il governo sembra intenzionato a rispondere con l’ennesima stretta sulla sicurezza. Che del resto non costa nulla, a differenza delle misure per la “tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili”, promesse nel Documento programmatico di bilancio ma per le quali di risorse, nella prossima manovra, ce ne saranno ben poche.

Con la guerra in Ucraina prezzi su del 17% in quattro anni

Mentre la guerriglia urbana monopolizza l’attenzione e rischia di oscurare le oggettive ragioni di malcontento sociale, conviene riavvolgere il nastro per ricostruire quanto i fronti di battaglia abbiano impattato sulla vita di tutti. L’offensiva di Mosca contro Kiev è iniziata nel febbraio 2022, quando i mercati energetici erano già sotto pressione causa eccesso di domanda di materie prime nella fase post Covid. E ha immediatamente fatto impennare i prezzi di gas ed elettricità. Poi, con l’usuale effetto domino che passa per l’aumento dei costi di trasporto, i rincari si sono trasmessi al resto dell’economia. L’Istat ha registrato per quell’anno una crescita media dell’inflazione dell’8,1%, la più alta dal 1985, con il “carrello della spesa” (il paniere che contiene beni essenziali come cibo e prodotti per la cura della casa e della persona) a +13,1%. L’anno dopo l’indice ha fatto segnare un altro progresso fuori scala, +5,7%. Tra 2024 e 2025 la situazione si è normalizzata. Ma indietro non si è tornati: ai consumatori è rimasto in eredità un livello dei prezzi più alto del 17% rispetto a quattro anni prima. Alimentari e bevande sono lievitati ancora di più, di oltre il 27%.

Il salasso dopo l’escalation in Medio Oriente

Era appena tornata la calma quando, nel marzo 2026, ci ha pensato Donald Trump a riaccendere la miccia, con l’attacco congiunto con Israele all’Iran e la nuova escalation in Medio Oriente. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz le ripercussioni sui mercati energetici sono state immediate. Nei primi 28 giorni del conflitto, ha calcolato il Consiglio Ue, i prezzi europei del gas sono saliti di circa il 70% e quelli del petrolio del 50%, facendo lievitare di 13 miliardi di euro la fattura delle importazioni di combustibili fossili dell’Unione. Gli effetti hanno man mano travolto i consumatori italiani, nonostante gli oltre 2 miliardi spesi dal governo per finanziare piccoli (e regressivi) tagli delle accise sui carburanti. A settembre l’inflazione è risalita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. Agricoltori e autotrasportatori lamentano di non poter andare avanti senza aiuti strutturali. Per le famiglie i nuovi aumenti si sono sommati alla stangata precedente e il risultato è stato un salasso: tra luglio 2020 e luglio 2026 il costo del cibo è schizzato del 30% e le spese per la casa del 43%.

La casa inaccessibile

Il mercato immobiliare, i cui squilibri in Spagna hanno innescato la mobilitazione sfociata nella convocazione di elezioni anticipate, è un tassello cruciale. Secondo l’Osservatorio Casa Abbordabile promosso dal Politecnico di Milano, nel 2024 i canoni dei nuovi contratti di locazione sono aumentati del 6,8% sull’anno prima mentre i salari medi sono cresciuti solo del 4,2% e quelli degli impiegati appena del 2,6%. Non solo: tra 2020 e 2024 la quota dei contratti a lungo termine è scesa dal 64,3% al 51%, mentre quella di locazioni temporanee, per studenti e brevi è salita dal 34% al 49%. I dati dell’Agenzia delle Entrate dicono che nel 2024 l’affitto medio era già di 17,3 euro al metro quadro al mese: significa, calcola Bankitalia, che per un’abitazione di 75 metri quadrati il canone annuo assorbiva oltre il 30% del reddito medio netto dei residenti, superando il 40% nelle zone più periferiche e arrivando al 70% nella cerchia più interna. In base agli annunci sul portale idealista nel terzo trimestre 2026 la cifra media è di 22,4 euro al metro quadro al mese. Sul fronte delle compravendite va peggio: nel 2024, un operaio con un reddito netto medio di 1.542 euro al mese poteva permettersi di acquistare con un mutuo dalla rata sostenibile la bellezza di 16 metri quadri di casa. Per un impiegato, con 2.707 euro netti medi mensili, la superficie abbordabile era di 22 metri quadrati. Dal 2015 la metratura che un lavoratore con qualifiche medio-basse può permettersi di acquistare si è ridotta del 27,7%. Chi vive del suo stipendio deve scegliere tra andarsene e tagliare su tutto il resto.

I salari al palo

A fronte dello sprint dell’inflazione, gli stipendi italiani hanno continuato ad arrancare. A differenza che in quasi tutti gli altri Paesi avanzati, i salari reali – cioè la quantità di beni e servizi che il lavoratore può effettivamente comprare con quel che guadagna – non sono nemmeno tornati ai livelli del 2021. L’Ocse nel suo Employment Outlook di luglio ha calcolato che nel primo trimestre 2026, nonostante una crescita anno su anno dell’1,3%, erano ancora del 6,1% più bassi rispetto allo stesso periodo di cinque anni prima. Quella ovviamente è la media, che soprattutto nella città regina delle disuguaglianze di reddito tra residenti nei quartieri storicamente ricchi o “riqualificati” e chi abita nei quartieri periferici dice poco. Ma la stessa organizzazione parigina nell’ultimo rapporto sull’economia italiana dà un elemento in più: “Sebbene la crescita dell’occupazione abbia interessato in particolare i lavori meno qualificati e a bassa retribuzione, i relativi salari lordi sono aumentati meno rispetto a quelli dei lavoratori con redditi più elevati”.

I trentenni senza futuro descritti dall’Ocse

Il combinato disposto di “salari relativamente bassi, elevata incidenza dei contratti a tempo determinato e aspettative di una crescita salariale modesta e di una progressione di carriera lenta”, annota l’Ocse, spinge “molti giovani italiani a emigrare o a rimanere fuori dal mondo del lavoro”. Segue quella che, letta in questi giorni, sembra una lunga lista di motivi per scendere in piazza: “Non solo i salari sono generalmente bassi”, si legge, “ma tendono anche ad aumentare in base all’anzianità di servizio piuttosto che alla performance o alle qualifiche, e l’aumento avviene in età relativamente avanzata. Rispetto ai loro coetanei in Germania, ad esempio, i lavoratori in Italia percepiscono in media salari simili all’età di 20 anni, al momento del primo ingresso nel mondo del lavoro, ma in seguito i loro salari rimangono pressoché invariati, mentre quelli dei loro coetanei tedeschi arrivano a più del doppio nei successivi dieci anni di lavoro. Per raggiungere lo stesso livello salariale medio di un trentenne tedesco, un lavoratore italiano deve in media attendere fino alla fine dei quarant’anni“. “Pertanto”, è la conclusione, “i giovani sono esposti a un rischio di povertà più elevato rispetto alle generazioni precedenti”. Un circolo vizioso in cui la fuga all’estero riduce la crescita potenziale del Paese e contribuisce alla stagnazione. Nulla che giustifichi violenze, ma molto materiale per chi abbia interesse a capire perché la rabbia sociale cresce e le risposte securitarie hanno fatto il loro tempo.

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« Notre ami » Thaçi, criminel de guerre

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« La liberté a un nom : UÇK ». Slogan de l'Armée de libération du Kosovo au centre-ville de Pristina, devant la cathédrale orthodoxe à l'abandon, février 2023.
© Philippe Descamps

Les chambres spécialisées pour le Kosovo ont condamné le 16 septembre dernier l'ancien président de la République Hashim Thaçi et son principal comparse, M. Jakup Krasniqi, à 25 ans d'emprisonnement pour « crimes de guerre ». Elles ont également condamné deux autres anciens hauts responsables de l'Armée de libération du Kosovo (UÇK en albanais), MM. Kadri Veseli et Rexhep Selimi, à des peines un peu plus courtes (18 et 13 ans de prison). Tous plaidaient non coupables et peuvent faire appel.

Des magistrats internationaux composent ce tribunal de droit kosovar, délocalisé à La Haye. L'acte d'accusation visait la période du conflit armé qui a opposé l'UÇK aux forces de la République de Yougoslavie, entre avril 1998 et août 1999. À l'issue d'une très longue enquête, après l'audition de 156 victimes et 30 000 pages de procédure, les juges ont conclu que les quatre accusés « sont pénalement responsables, en raison de leur contribution significative à une entreprise criminelle commune, de crimes de guerre pour détention arbitraire à l'encontre [d'au moins] 385 personnes, traitements cruels à l'encontre de 49 personnes, torture à l'encontre de 303 personnes et meurtre à l'encontre de 96 personnes. »

Reprenant la formule de l'historien Howard Zinn, « aucun drapeau n'est assez grand pour couvrir la honte de tuer des innocents », les magistrats ont souligné qu'une cause ou un contexte de guerre ne saurait justifier de s'en prendre à des civils, en l'occurrence essentiellement de supposés opposants d'autres partis albanais et des membres de minorités (Serbes et Roms pour l'essentiel). Les chambres relèvent aussi que « ce procès s'est déroulé dans un climat permanent d'intimidation des témoins ».

Âgé de 58 ans, M. Thaçi a participé à la fondation de l'UÇK dont il fut commandant en chef. Après l'intervention de l'Organisation du traité de l'Atlantique nord (OTAN) et le retrait des forces serbes, il a été premier ministre de la province à plusieurs reprises, puis président de la République du Kosovo de 2016 à 2020, un État non reconnu par les Nations unies.

Présenté comme son « ami » par Bernard Kouchner, alors ministre des affaires étrangères, M. Thaçi a été très longtemps soutenu par les Occidentaux, et particulièrement les Français, en dépit des graves accusations dont il faisait l'objet depuis longtemps. En mars 2018, il était à Paris pour remettre la « médaille présidentielle du jubilé » à l'ancien président Nicolas Sarkozy et « la médaille de l'Ordre de la liberté » à l'ancien premier ministre Alain Juppé. Il indiquait à l'époque sur son compte Facebook : « L'avenir du Kosovo est assuré grâce à des amis issus de tout l'échiquier politique français qui, au fil des décennies, ont soutenu et encouragé la consolidation et le renforcement de l'État kosovar. » Lors des cérémonies du centenaire de l'armistice de novembre 1918, à Paris, il fut placé tout près du président Emmanuel Macron, dans la tribune principale des personnalités, tandis que le président serbe — un pays allié de la France pendant la première guerre mondiale — était relégué à une tribune secondaire.

Dans nos archives

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La justice est-elle possible au Kosovo ?

L'ombre des crimes imputés à l'ancienne guérilla plane sur le Kosovo depuis deux décennies. L'arrestation, en novembre, du président Hashim Thaçi et de plusieurs de ses anciens compagnons de l'Armée de libération du Kosovo (UÇK) sonnerait-elle enfin le glas de l'impunité ? Jusqu'à présent, les Occidentaux avaient soutenu sans faille le nouveau pouvoir, au nom de la stabilité et au mépris des victimes.

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Albana Ejupi. — Sans titre, 2019
Lukas Feichtner Galerie, Vienne

Ce 5 novembre 2020, le président du Kosovo Hashim Thaçi s'est présenté devant les médias, le visage défait, pour annoncer sa démission et confirmer son inculpation par les chambres spécialisées pour le Kosovo, qui siègent à la Cour internationale de justice de La Haye. L'ancien porte-parole, puis chef politique, de l'Armée de libération du Kosovo (UÇK) doit être jugé pour des crimes de guerre et des crimes contre l'humanité commis durant le conflit armé de 1998-1999 contre le régime serbe de Slobodan Milošević et dans les mois qui ont suivi. Quelques heures plus tôt, le chef du Parti démocratique du Kosovo (PDK), M. Kadri Veseli, député et ancien chef du Service d'information du Kosovo (SHIK, les services de renseignement de l'UÇK), a lui aussi confirmé son inculpation, tout comme le député Rexhep Selimi. La veille, M. Jakup Krasniqi, ancien porte-parole de la guérilla et ancien président du Parlement (2007-2014), avait été arrêté à Pristina. La publication de l'acte d'accusation, le 24 juin 2020, avait déjà contraint M. Thaçi à annuler une rencontre à Washington avec son homologue serbe Aleksandar Vučić. Les quatre responsables politiques arrêtés par le bureau du procureur spécial et transférés vers une prison des Pays-Bas doivent répondre de crimes en bande organisée : persécutions, arrestations arbitraires, châtiments cruels, tortures et meurtres.

Chargées de juger les crimes commis sur le territoire de l'ancienne province serbe entre le 1er janvier 1998 et le 31 décembre 2000, financées principalement par l'Union européenne, les chambres spécialisées sont rattachées au système judiciaire du Kosovo. Délocalisées à La Haye, elles sont composées de magistrats étrangers et constituent donc une juridiction hybride, partiellement internationale, comme les tribunaux spéciaux pour le Liban, la Sierra Leone ou la Centrafrique. Depuis l'été 2019, plusieurs dizaines d'anciens guérilleros ont été entendus, parfois en qualité de suspects, parfois en qualité de témoins. Le 24 septembre 2020, un premier inculpé a été transféré devant ses juges. Ancien commandant de la région de Llap (nord-est du Kosovo), M. Sali Mustafa est accusé d'avoir commis ou ordonné des crimes contre des Serbes, des Roms et des Albanais (détention arbitraire, torture, traitement cruel et meurtre) (1).

Un roman national mis à mal

À l'origine de la création des chambres spécialisées, il y a le rapport du député suisse Dick Marty, approuvé en janvier 2011 par l'Assemblée parlementaire du Conseil de l'Europe (2). Déjà connu pour son travail sur les prisons spéciales de la Central Intelligence Agency (CIA), M. Marty a enquêté sur l'arrestation extrajudiciaire de plusieurs centaines de civils serbes ou roms, leur probable déportation en Albanie et leur disparition. Il a mis également au jour des détentions illégales, tortures et assassinats d'Albanais considérés par l'UÇK comme des adversaires politiques, le plus souvent des militants de la Ligue démocratique du Kosovo (LDK), la formation de la figure tutélaire de la résistance albanaise au Kosovo Ibrahim Rugova (mort en 2006). Ces crimes ont été commis durant le conflit armé, mais aussi par la suite, après l'instauration en 1999 du protectorat international des Nations unies sur le Kosovo, alors même que plus de quarante mille soldats de l'Organisation du traité de l'Atlantique nord (OTAN) venaient de prendre position dans cette ancienne province méridionale de la Serbie (3).

Les traitements inhumains et dégradants ainsi que les disparitions dénoncés dans le rapport Marty avaient déjà été établis par la Mission d'administration intérimaire des Nations unies au Kosovo (Minuk) et par l'Organisation pour la sécurité et la coopération en Europe (OSCE) (4). Le Tribunal pénal international pour l'ex-Yougoslavie (TPIY) avait également enquêté sur les crimes imputés à l'UÇK, mais Mme Carla Del Ponte, sa procureure générale entre 1999 et 2007, explique dans ses Mémoires avoir été empêchée de pousser plus loin ses investigations (5). Pis, elle dénonce la destruction délibérée de certaines pièces à conviction. Les incriminations du rapport Marty ont été confirmées, en juillet 2014, par celui de M. John Clint Williamson, un diplomate américain appointé comme procureur indépendant par l'Union européenne. La création d'une juridiction ad hoc pour juger ces crimes valait constat d'échec du TPIY. Il a cependant fallu de fortes pressions de Bruxelles et de Washington pour que le Parlement du Kosovo valide, en 2015, la création des chambres spécialisées par un amendement constitutionnel.

Le rapport de M. Marty mettait également en évidence un possible trafic d'organes prélevés sur des prisonniers serbes pour des transplantations à l'étranger. L'énormité de cette allégation a immédiatement focalisé l'attention, provoquant une vague de démentis, comme s'il était impossible d'attribuer un tel crime à l'UÇK : Mme Florence Hartmann, ancienne porte-parole de Mme Del Ponte, alla jusqu'à qualifier cette dernière d'« irresponsable », tout en évoquant le spectre du « révisionnisme », qui consisterait à vouloir « relativiser » les crimes commis par les forces serbes en mettant en avant d'autres exactions (6). Ces soupçons de trafic d'organes pourraient bien être l'arbre cachant la forêt des crimes : ce n'est qu'un élément du rapport et, s'il est avéré, il n'aurait pas concerné un nombre important de prisonniers. Le rapport Marty met surtout en lumière la manière dont un petit groupe de militants, pour beaucoup originaires de la Drenica, une région du centre du Kosovo, a préempté le monopole de la lutte armée contre le régime serbe. Souvent unis par des liens familiaux, les membres de ce groupe n'ont pas hésité à éliminer leurs potentiels rivaux, avant d'accaparer le pouvoir et ses prébendes.

L'UÇK a donné naissance au PDK, qui pouvait s'appuyer sur les réseaux de l'ombre du SHIK, dont les activités se sont poursuivies longtemps après la guerre, mais aussi sur les vétérans, dont le nombre a connu une augmentation exponentielle une fois la paix revenue. Devenu un instrument de clientélisme, le statut d'ancien combattant ouvre des droits à divers avantages sociaux, et il a été octroyé moins en fonction des mois passés dans le maquis que d'allégeances politiques. L'administration internationale a longtemps été tétanisée par la crainte d'entrer en conflit avec ce groupe de pression (7), mobilisé à chaque arrestation d'un ancien commandant de la guérilla. Les magistrats des chambres ont compris son importance : immédiatement après l'interpellation de M. Mustafa, ils ont ordonné celle des deux chefs de la puissante Organisation des vétérans de l'UÇK, MM. Hysni Gucati et Nasim Haradinaj, accusés d'offense envers la justice, d'intimidation de témoins et de divulgation des secrets de la procédure.

Depuis la fin du conflit, les références à la « guerre patriotique » sont omniprésentes au Kosovo. Dans le récit héroïque de cette « libération », les crimes de guerre sont l'apanage du régime serbe de Milošević (8). Les combattants de l'UÇK auraient été les « alliés de terrain » de l'OTAN, qui décida d'intervenir en mars 1999 (9), tandis que Rugova aurait veillé sur le pays, en dépit de son impuissance à agir à Pristina, contrôlée par l'armée serbe. Ce roman national se révèle toutefois de moins en moins mobilisateur. D'une part, la révélation des crimes commis contre les militants de la LDK de Rugova a mis à mal la fiction de l'unité politique des Albanais du Kosovo. D'autre part, les références à l'héroïsme du maquis ne suffisent plus à justifier la mise en coupe réglée du pays par les anciens guérilleros, souvent avec l'active complicité des fonctionnaires internationaux en mission sur place, tétanisés par le risque de violences (10).

Le TPIY a jugé plusieurs hauts responsables serbes, comme l'ancien vice-premier ministre Nikola Šainović ou l'ancien vice-ministre de l'intérieur Vlastimir Đorđević, tous deux condamnés à dix-huit ans de prison, respectivement en 2009 et 2014. En revanche, si le TPIY a inculpé plusieurs anciens commandants de l'UÇK, aucun n'a été inquiété définitivement, à l'exception de Haradin Bala, condamné à treize ans de prison en 2005 pour des crimes commis dans le camp de Llapushnik/Lapušnik durant l'été 1998. M. Fatmir Limaj, supérieur hiérarchique de Bala, a été arrêté en 2003, mais il a été acquitté deux ans plus tard. Rentré blanchi au Kosovo et auréolé d'une réputation de « martyr », il s'est aussitôt relancé en politique. La Mission européenne pour l'instauration de l'État de droit au Kosovo (Eulex) a certes ouvert une nouvelle procédure contre lui, pour le meurtre de sept prisonniers serbes et un albanais dans le village de Kleçkë/Klečka, mais il a de nouveau été acquitté en mai 2012.

Des familles de victimes sceptiques

La protection des témoins demeure un enjeu essentiel, comme le montre le cas de M. Ramush Haradinaj, charismatique commandant de la guérilla dans l'ouest du Kosovo. Inculpé en mars 2005, alors qu'il était premier ministre, il s'était immédiatement rendu à La Haye, mais avait été acquitté le 3 avril 2008. Ce verdict fut cassé le 21 juillet 2010 par la cour d'appel du TPIY, qui ordonna sa remise en détention en raison de soupçons de pressions sur des témoins. À quelques semaines de l'ouverture du premier procès, en février 2007, un témoin crucial, issu de la communauté rom du Kosovo, Kujtim Berisha, avait été fauché par une voiture dans une rue de Podgorica, au Monténégro. M. Haradinaj fut de nouveau acquitté en novembre 2012.

Menaces, chantage ou violences physiques ne sont pas réservés aux témoins eux-mêmes, mais s'étendent à leurs proches. Résultat : de nombreuses personnes entendues par l'accusation refusent de se présenter à l'audience ou se rétractent à la barre. Agim Zogaj devait témoigner dans le procès mené contre M. Limaj par la mission Eulex. Ancien chef de la police militaire de la 121e brigade de l'UÇK, il fut le chef de la prison clandestine de Kleçkë/Klečka, où plusieurs civils albanais et serbes auraient été détenus, torturés et assassinés en 1998 et 1999, sous les ordres de M. Limaj. Il a été retrouvé pendu dans un parc de Duisbourg, en Allemagne, le 27 septembre 2011. Même si l'hypothèse du suicide n'a pas été officiellement écartée, sa famille a dénoncé les très vives pressions dont il faisait l'objet (11). Le témoignage écrit qu'il a laissé, accablant pour M. Limaj, n'a pas été retenu par les juges.

Quelques semaines après M. Marty, le député monégasque Jean-Charles Gardetto présentait un rapport devant l'Assemblée parlementaire du Conseil de l'Europe sur ce sujet brûlant de la protection des témoins (12). Il nous déclarait alors que celle-ci était « particulièrement difficile » dans un petit pays comme le Kosovo, où tout le monde se connaît. Il jugeait illusoire de se contenter de réinstaller ces témoins dans d'autres villes et régions que les leurs, tandis que leur accueil dans des pays tiers ne pouvait guère être envisagé à grande échelle (13).

L'entrée en fonction des chambres spécialisées s'est longtemps fait attendre, alimentant les doutes. Seraient-elles en mesure de juger des responsables de premier plan ou ne feraient-elles comparaître que des exécutants ? Les premières mises en accusation sont de nature à dissiper ces craintes. Pour autant, les chambres spécialisées réussiront-elles là où le TPIY a échoué, en faisant reconnaître l'impérieuse nécessité de la justice transitionnelle ? M. Negoman Marić, responsable de l'association des familles des disparus serbes de Rahovec/Orahovac, a perdu toute confiance en la justice et n'accepte qu'à contrecœur de répondre aux questions des journalistes. Pour lui, ces arrestations arrivent trop tard, plus de vingt ans après les faits, alors que beaucoup de témoins ont disparu. Les inculpés accepteront-ils enfin de parler ? Des « initiés » et des « repentis » auront-ils le courage de témoigner ? La société du Kosovo a certainement encore beaucoup de chemin à faire pour se réconcilier avec son passé et accepter de reconnaître les crimes commis par certains au nom de la lutte de libération.

Voir en ligne : /2020/12/DERENS/62566

(1) Audience de première comparution, chambres spécialisées pour le Kosovo, La Haye, 28 septembre 2020.

(2) Dick Marty, « Le traitement inhumain de personnes et le trafic illicite d'organes humains au Kosovo », rapport n° 12462, Assemblée parlementaire du Conseil de l'Europe, Strasbourg, 7 janvier 2011.

(3) Lire Jean-Arnault Dérens, « Au Kosovo, la “sale guerre” de l'UÇK », Le Monde diplomatique, mars 2011.

(4) « Human rights in Kosovo : As seen, as told », vol. II, 14 juin — 31 octobre 1999, OSCE, Vienne, 5 novembre 1999.

(5) Carla Del Ponte (avec Chuck Sudetic), La Traque, les criminels de guerre et moi, Éditions Héloïse d'Ormesson, Paris, 2009.

(6) Lire « Trafic d'organes au Kosovo : un rapport accablant », La valise diplomatique.

(7) Nathalie Duclos, Courtiers de la paix. Les vétérans au cœur du statebuilding international au Kosovo, CNRS Éditions, Paris, 2018.

(8) Sur le conflit, lire notre dossier en ligne « Vingt ans après, les plaies ouvertes du Kosovo », mars 2019.

(9) Cf. « Kosovo. Les fantômes d'une guerre de gauche », La Revue du crieur, n° 12, Paris, février 2019.

(10) Lire Ana Otašević, « Faillite de la mission européenne au Kosovo », Le Monde diplomatique, juin 2015.

(11) Jean Daville, « Crimes de guerre et protection des témoins au Kosovo : “Eulex m'a tuer” », Le Courrier des Balkans, 3 octobre 2011.

(12) « La protection des témoins : pierre angulaire de la justice et de la réconciliation dans les Balkans », résolution n° 1784 de l'Assemblée parlementaire du Conseil de l'Europe, 26 janvier 2011.

(13) Propos recueillis par Jean-Arnault Dérens, Le Courrier des Balkans, 26 janvier 2011.

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