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Colpo di Stato liberal: così le democrazie reprimono il dissenso

 

di Giuseppe Giannini

Cosa distingue i governi "liberali" dell'Occidente dalle autocrazie? Quando, in tutti i modi, si cerca di evitare che fuoriescano dalle elezioni volontà popolari antisistemiche, e quando le stesse non avendo possibilità di rappresentanza non hanno altra scelta che quella residuale della protesta, per far transitare, per vie diverse, le istanze che non trovano recepimento, ma anche per reclamare il rispetto di ogni condizione sociale, allora, accade che gli esecutivi di destra, ma spesso forze centriste sostenute da componenti socialdemocratiche, si comportino come i regimi stranieri che dicono di voler combattere in nome della libertà.

In questo modo, i media generalisti sostengono il gioco liberista, fingendo di indignarsi per la sorte degli altri popoli, ma non per i propri, sicuri e tutelati nelle mani “democratiche”.

Fanno notizia la repressione cui sono sottoposti i cittadini delle repubbliche islamiche, e le donne che reclamano laicità.

Le richieste di una vita autonoma dal pensiero teocratico e la libertà di scelta, la possibilità di manifestare il proprio dissenso.

Dall’esterno, gli osservatori, più o meno interessati, sono tutti, formalmente, d’accordo.

Se la questione velo, il numero degli studenti stranieri per classe, la presenza “formativa” (indottrinamento) dell’esercito nelle scuole o la stessa protesta degli studenti sulla condizione degli edifici, i costi per gli alloggi e la mancanza di risorse vengono proiettati nel nostro quotidiano la risposta degli esecutivi qual è? E il comportamento delle forze dell’ordine?

La differenza rispetto ai regimi oppressivi è palese, tuttavia, la libertà di espressione, movimento e scelta da noi sembrano essere sempre più ridotte.

Appannaggio di una parte ristretta delle nazioni, che si identifica e non contesta l’ordine liberista.

La costituzionalizzata democrazia borghese conteneva degli anticorpi contro l’autoritarismo, oggi, anche a causa di iter, procedure e cd. riforme, che vanno dalla decretazione d’urgenza al rafforzamento abnorme degli esecutivi, che fanno a meno del parlamentarismo, viene meno il quadro di riferimento normativo.

Le regole sembrano essere saltate. Questo comporta la messa in discussione degli assetti istituzionali; implica una distanza da coloro che dovrebbero essere rappresentati difficile da recuperare.

E, dinnanzi ad ogni evento complesso o difficile da interpretare l’unica risposta è data dall’uso della forza. Cosi, vengono approntate misure punitive per i minori, abbassando l’età per l’imputabilità.

Il populismo penale come sostituto dell’educazione e della prevenzione. La repressione come forma normalizzata dall’ordine capitalistico.

Lo stesso avviene contro qualsiasi forma di protesta sociale, che sia relativa alle condizioni lavorative, abitative, o al caro vita. Oppure che attenga ai diritti ambientali, civili, dei migranti, al ripristino di un sistema sanitario efficiente.

Ogni questione, colpevolmente trascurata, in questi decenni di austerità e policrisi è stata esasperata dagli ultimi anni di guerra interessata. E, adesso, sono tutti impoveriti ed arrabbiati.

Il potere, però, non tollera il dissenso.

In Francia ogni responsabilità viene addebitata all’Insoumise ed alle componenti di sinistra, sindacale, e antifascista. Uno Stato che assume sempre più le sembianze assolutistiche: coprifuoco e, addirittura, il tentativo di arresto di un parlamentare insoumis, in violazione delle prerogative (immunità) e delle prassi (approvazione parlamentare).

Sembra quasi che i governi europei, privi di autorevolezza e spessore internazionale, succubi dei ricatti di Trump cerchino, attraverso la repressione, di imitarne il modello tecno-autoritario.

Per il presidente tycoon le regole democratiche sono un orpello da rimuovere, sia con riguardo alle istituzioni (il condizionamento della giustizia, gli arresti arbitrari dell’ ICE) che verso i soggetti autonomi (i ricatti alle università,  i tagli agli organismi della cooperazione internazionale, il considerare i movimenti antifascisti alla pari delle organizzazioni terroristiche).

Da noi sta accadendo lo stesso con la sospensione dei diritti, la deportazione dei migranti, l’intoccabilità di Israele, ed i decreti che impediscono il dissenso.

Focalizzare l’attenzione sulle città ricche messe sotto sopra e gli episodi di violenza, accomunando le ragionevoli richieste agli atti vandalici di giovanissimi, protagonisti e vittime dell’assenza genitoriale e di una socialità che si spende on line, e del consumismo indotto, lo stesso che simboleggia l’immagine di quelle opulente città-vetrina (ma non per quanto riguarda i quartieri periferici) già convertite e da preservare per il turismo delle élite, serve a distrarre, a fare propaganda interessata.

Mentre ciò che accade al centro-sud con i blocchi stradali degli autotrasportatori, la disperazione degli agricoltori che hanno difficoltà ad andare avanti, e che incidono sugli approvvigionamenti della grande catena di distribuzione non fa notizia.

Non vende come un episodio di cronaca qualunque.

Meglio concentrarsi per altri mesi sulla vicenda di Garlasco, per distrarre e controllare i bravi cittadini ubbidienti.

 

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Continuons le combat: le piazze d'Europa contro carovita e guerra

 

di Giuseppe Giannini

L'ondata di proteste che sta travolgendo l'Europa (e non solo) in queste settimane rappresenta una bella ondata di aria fresca. C'è la necessità di sconvolgere quel sistema di potere consolidato, che appare sempre più distante dalla volontà popolare.

La classe dirigente abbottonata nelle stanze del privilegio, ha dimostrato di essere sorda agli appelli e alle rivendicazioni dei sudditi. In particolare, gli interessi legati alla guerra in Ucraina e la questione palestinese sono la dimostrazione di come il no al riarmo e lo stop al genocidio reclamato dalla maggioranza della popolazione mondiale vengano disattesi, appunto, da superiori mire geopolitiche, che passano sopra vite e territori, e dalla contiguità di un mondo della comunicazione, asservito ai giochi del potere, e che fa propaganda, censura, inventa categorie da demonizzare.

Accanto, e come conseguenza delle politiche di guerra, oltre alle speculazioni, e all'immanenza del capitalismo, è esplosa la rabbia di categorie che, a loro volta, fanno da traino per intere fasce di popolazioni depauperate da un trentennio di politiche neoliberiste. Generazioni invecchiate con la speranza di risposte mai arrivate; pensionati in lotta quotidiana con la carenza di servizi e che hanno difficoltà ad affrontare le spese; giovani che da troppo tempo sono privi di prospettive ed ai quali si vuole negare il futuro (l'assenza della stabilità lavorativa, la guerra come certezza del presente).

che caratterizza le manifestazioni di protesta è, più di tutte, la componenente sociale. In Albania, Francia, Spagna ed Italia si scende in piazza anche per motivi, apparentemente distanti (la corruzione, il caro vita, l'assenza di politiche abitative, la scuola a pezzi, ecc.)  ma legati da un filo conduttore: l'abbattimento delle politiche del welfare e la privatizzazione di ogni aspetto dell'esistente. Dalla gentrificazione come dato attualizzato delle nostre città, con assenza di alloggi popolari, affitti impraticabili per studenti e lavoratori, già compromessi dall'inflazione, i rincari energetici ed i salari fermi, all'aumento del prezzo dei carburanti e delle utenze energetiche, che rendono difficile affrontare le incombenze quotidiane. Tutto comporta delle ripercussioni, soprattutto sui redditi medio bassi. In particolare, sono gli addetti ai settori indispensabili le vittime di un sistema basato sulle iniquità.

I lavoratori del settore primario, della trasformazione e distribuzione, dopo aver scontato decenni di globalizzazione economica, il potere ricattatorio della GDO, i ritmi estenuanti imposti dagli algoritmi della logistica, per i quali l'efficienza è sinonimo di competitività al ribasso, sacrificando tempi di vita e le esigenze fisiologiche, adesso debbono accollarsi anche i costi sociali imposti dal lobbismo militare, che affianca le pressioni delle multinazionali economiche. In pratica, in Occidente sta avvenendo quanto accaduto negli anni novanta in America Latina, Asia, ed Est, dove lo sfruttamento lavorativo e delle risorse è stata la prassi dei giganti dell’economia. Aziende occidentali che, attraverso le delocalizzazioni e la politica dei brevetti, hanno imposto standard subumani ed impattanti. Quello che, finora, è mancato, è stato un movimento esteso ed intergenerazionale che, facendo confluire le diverse rivendicazioni - il no alla guerra, la questione ecologica, e legata ai diritti, ed a un modello diverso di gestione delle risorse e del lavoro - riuscisse a canalizzare le istanze.

Per fortuna, le piazze ribollono. E' un movimento di protesta eterogeneo, che andrebbe approfondito ed analizzato perchè il rischio di derive reazionarie e di possibili infiltrazioni degli apparati è qualcosa con cui, da sempre, fare i conti. Intanto, in Francia viene rispolverata la ghigliottina come simbolo di ribellione verso governi neo-aristocratici.

In Albania la corruzione endemica e la svendita del Paese vedono mesi di protesta tracimati nello sfondamento delle porte dei ministeri. In Spagna gli acampados dimostrano che la bolla immobiliare non è mai finita. E poi vi sono altri milioni di rassegnati, che vengono sfrattati e dormono in "rifugi di salvezza", rinunciando alle cure mediche di base e ad un'alimentazione adeguata. In Italia, il governo dei cd. sovranisti, in realtà forze partitiche al servizio dell'Europa austeritaria e dell'imperialismo americano, ma che all'interno malgovernano, anche a causa di un riassetto degli equilibri costituzionali e di misure dal piglio autoritario, verrà ricordato come uno dei peggiori. Vengono snocciolati numeri ed imprese mai realizzate. La realtà è che il lavoro è sempre meno pagato, il complesso produttivo-industriale è in condizioni arretrate per garantire assetti adeguati, e il dieci per cento della popolazione è in povertà. La conseguenza sono le proteste.

Per delegittimarle partono le solite tattiche ed ingerenze sistemiche. Gli infiltrati sono un classico delle forze dell'ordine a disposizione del potere borghese. Servizi segreti, intelligence o semplici provocatori messi lì per "disturbare" le istanze dei movimenti. Negli anni '60 e 70 la conflittualità c’ha permesso conquiste sociali e civili messi in discussione dai regimi tecnocratici successivi; il G8 a Genova nel luglio 2001 è stata la data spartiacque, che ha messo fine alle rivendicazioni globali. Arriviamo, dunque,  ai giorni nostri, dove da Occupy Wall Street agli Indignados, fino alle tante organizzazioni di protesta presenti in Francia. La reazione del potere liberale è stata l’uso spropositato della forza. Con spari ad altezza d’uomo e diversi manifestanti che hanno perso un occhio o subito altri traumi psico-fisici indelebili.

La prassi delle forze dell’ordine in Italia sta nel travestirsi da black block, fare danni ai negozi e lanciare pietre, scaricando le colpe sulla intera piazza. Oppure portare le molotov nei luoghi della protesta. I servi dell’ordine precostituito conoscono solo l'autoritarismo e il manganello. Le violenze gratuite verso i pacifici manifestanti sono la prassi legittimate tanto dai governi reazionari, se non affini al fascismo, quanto da quelli liberali, che con l'appoggio dei partiti socialdemocratici parlano la legge del capitale.

Recuperare lo slogan del maggio francese diventa, dunque, un imperativo. In mezzo alla massiccia ondata di proteste si inseriscono, in maniera fuorviante, i gesti vandalici di minori che a Milano hanno avuto come scopo quello di saccheggiare le vetrine del lusso. In questo caso, parliamo, forse, degli stessi ragazzi che ascoltano la trap, desiderano l’ultimo modello costoso di telefonino e si danno l’appuntamento per risse o accoltellano coetani ed adulti. Qui, però, la questione è culturale, è chiama in causa la virtualizzazione delle esistenze, con un modello socio-educativo compromesso e deprivato alle fondamenta, da genitori e formazioni sociali avulsi dalla realtà.

 

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Era già tutto previsto

 

di Giuseppe Giannini

 

L’annuncio della tregua energetica tra Russia ed Ucraina fatto da Trump ha scombussolato i piani dei guerrafondai europei. Fidarsi del presidente americano non è facile, viste le continue giravolte. E’ capace di tutto. Ripetutamente ha smentito se stesso riguardo alle intese per porre fine a quel conflitto. Lo stesso vale anche per l’Iran, ma lì vi è un altro tipo di pressione, proveniente dalla realtà sionista che, così come condiziona la politica statunitense, oggi, ha compiuto un ulteriore salto anche all’interno dell’Europa. Ingerenze, controlli in nome della cybersicurezza, il Mossad, i militari, e semplici cittadini israeliani che si sentono padroni del mondo. Così l’Europa politica, persa nella guerra per procura degli USA/NATO e impelegata anche sulla questione antisemitismo, pare avviarsi sulla strada del tramonto.

Se fino ad oggi potevamo parlare di irrilevanza, quanto alla sua politica estera, adesso, dopo scelte sconsiderate - voler continuare la guerra a tutti i costi - e con economie, in specie i rifornimenti di gas e petrolio, dipendenti dall’estero, sembrano, almeno nell’immediato, non esservi vie di uscita. D’altro canto, non è che ci fosse bisogno di qualche indovino, era risaputo fin dall’inizio che ciò avrebbe comportato la sudditanza verso gli USA e la dipendenza energetica da Paesi altri, chiudendo gli occhi sui regimi e i diritti umani (vedi l’Egitto). I governi americani, democratici o repubblicani cambia poco, come è nella loro tradizione mirano, unicamente, a dominare il pianeta. Il MAGA trumpiano ribadisce il concetto.

 A discapito degli altri popoli (Venezuela, Iran, Cuba, ma anche la Groenlandia e gli europei, appunto) e dei suoi stessi cittadini, vittime del suprematismo, di una società interna sempre più preda della psicosi collettiva, dove le armi sostituiscono la ragione, e dove il tecnofascismo è un dato di fatto. Trump, cerca di tutelare gli interessi corporativi dei suoi amici: i giganti dell’high-tech che, da Peter Thiel a Elon Musk, sono tra i fautori del post-umanesimo. Della transizione, anche in altri mondi, verso una realtà dove la selezione viene operata dal darwinismo sociale, per il quale, chi non si allinea viene fatto fuori e relegato in luoghi di contenzione predisposti per lo scopo (migranti, working poor, organizzazioni antifasciste). E per assicurare il potere di questa élite la questione energetica diventa fondamentale, perché i big data e tutte le recenti innovazioni legate all’intelligenza artificiale consumano un quantitativo enorme di risorse.

 Delle conseguenze ambientali - inquinamento, desertificazione dei luoghi e conseguenti indotte migrazioni, fenomeni meteorologici estremi - poco importa, per chi è riconosciuto come negazionista climatico, e che molti proseliti fa in Europa tra i sostenitori del nuovo nucleare, le cui tecnologie non saranno disponibili prima di qualche decennio. In tanti, depauperati dalla scelleratezza di Ursula von der Leyen & co., se la prendono con le politiche green, senza rendersi conto che, a causa del conflitto ucraino sono state riviste.

La riconversione alle fonti fossili, addirittura il ritorno del carbone, c’ha fatto tornare indietro di parecchi decenni, mettendo a rischio la tenuta ambientale, economica e sociale. Quindi, per fare il gioco degli americani portiamo avanti una pericolosa guerra, senza preoccuparci delle conseguenze. Tutti coloro che quattro anni fa sollevavano criticità, evidenziando come lo sconfinamento ad Est e le promesse all’Ucraina di entrare a far parte del circolo occidentale UE/NATO, cercando di ridimensionare l’influenza russa nell’area, si sarebbe tradotta nella dipendenza dal gas e dalle armi americane, sono stati definiti putiniani. Adesso, anche il mondo liberal, sembra far finta di notare che i costi umani, sociali ed economici sono enormi. Se lo scopo degli USA è quello di contrastare, in tutte le sedi, la potenza della Cina, che pure, a differenza loro, ribadisce la necessità del multilateralismo, e dopo aver appurato che, militarmente è impossibile fronteggiare la Russia, a meno che non si voglia una guerra nucleare, allora bisogna sacrificare qualcuno: l’Europa, e non semplicemente la UE.

Perché le ripercussioni riguarderanno la ridefinizione delle future alleanze tra Stati sempre più isolati e dipendenti dal mercato di guerra (commerciale e militare). Nei Paesi interessati dagli scontri armati sono migliaia le vittime, e i civili vivono nel terrore. Il Vecchio Continente è preda del caos interessato tra aggressioni geopolitiche (far fuori l’Europa e parlare direttamente tra grandi potenze) e il ritorno dei nazionalismi. Le responsabilità chiamano in causa tanto la Commissione europea quanto l’arrivismo politico di partiti trasversali, che per un po' di delega di potere stanno sacrificando il futuro dei loro popoli. E’ ancora possibile salvarci? Se tutto è stato programmato da tempo, cercando solo il momento adatto per intervenire militarmente, ciò non impedisce di provare altre soluzioni. Ad esempio dire di no alla NATO, e cercare il dialogo e soluzioni negoziali in autonomia dagli Stati Uniti. E’ una questione di coscienza, morale, civile e di classe. Dubito che le leadership europee ne siano capaci.

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I persuasori occulti. Come manipolare le masse occidentali

 

di Giuseppe Giannini

Il racconto quotidiano dei media generalisti, nelle nostre formali democrazie, è intriso di fatti di cronaca e propaganda interessata. Da un lato, specie in Italia, vi è  l'accanimento sulle questioni giudiziarie (alcune ancora in corso di accertamento, altre su cui si è sentenziato lasciando aperti molti dubbi), che, forzatamente, spingono gli spettatori ad appassionarsi oltre il dovuto. Si insiste su particolari investigativi, che dovrebbero essere lasciati agli inquirenti con tanto di esperti (criminologi, psicologi, opinionisti) strapagati, ed inaspettati Parry Mason.

Il tutto avviene attraverso un costante bombardamento mediatico, dove si anticipano moventi e pronunce, e che dà luogo ad una maldestra gossipizzazione del dolore. Bisogna distrarre le masse, veicolare gli interessi, ed infine incattivirle a tal punto da farle desiderare una società securitaria (e certe pubblicità demenziali sulla sicurezza a questo servono). Quindi, dall’altro lato, abbiamo vite da dividere: noi e loro; la salvaguardia dello status di vita consumistico e borghese; la concezione proprietaria che scavalca i diritti della persona.

Traduzione: il bene sta solo da una parte e lotta contro un nemico presunto, immaginario, al quale addebitare ogni sorta di colpa. Una conflittualità all’interno della quale riproporre l’eterno scontro di civiltà tra l’Occidente e le alterità culturali (il comunismo, i migranti, l’islam, la Russia e la Cina). Dopo aver perso appeal le politiche nostrane puntano a salvaguardare una supremazia, che andrebbe riconquistata attraverso il consenso, e, invece, essa viene sostituita dalla paura.  Le armi, dunque, diventano il dispositivo da utilizzare per l’ordine interno e per novelli improvvisati sceriffi locali. Soprattutto, sono lo strumento privilegiato per imporre la visione occidentalocentrica denominata “esportazione della democrazia”. In questo senso, individuato il nemico, inizia la narrazione che mira a suffragare la verità di parte. Vengono sopravvalutate le mire espansionistiche ed attualizzati i pericoli.

Le nostre giornate sono immerse nel terrore e tutto diventa funzionale al racconto di guerra. La militarizzazione delle coscienze affianca quelle di società sempre più in bilico. Il rapporto tra decisori e cittadini vede una distanza di riconoscimento che tende ad allargarsi. Insensibili alla volontà popolare loro – i governi – procedono dritti ed imperterriti, come sotto ipnosi, o meglio sotto comando di strategie geopolitiche con al centro gli interessi lobbistici, mascherati in nome della difesa delle nostre democrazie. Sono i despoti del mondo liberal, in guerra con gli autocrati, ma che ambiscono ad imitarne le procedure (il trumpismo su tutti). Così autoreferenziali e distanti dalla volontà popolare, che pure ricercano quando è tempo di voto.

Perennemente in clima elettorale, i partiti sono organi accentrati in una dimensione elitaria dove la rappresentanza è qualcosa in via di sparizione. Se le enormi questioni emerse con il nuovo secolo - il susseguirsi delle crisi economiche, e quelle relative all’ambiente ed ai migranti - vengono affrontate in termini puramente propagandistici, alla fine, rimane un vuoto profondo da colmare, che spaventa. Risposte inevase finalizzate per il gioco del potere. Le guerre poi, hanno esasperato il clima. I cittadini reclamano soluzioni adeguate ma dall’altra parte non ci sentono. Anzi, continuano peggio di prima. E poi si lamentano del pericolo costituito dalle forze identitarie e dai partiti ultranazionalisti.

Quando la UE e la NATO, dietro le pressioni americane, decidono di dedicarsi, in pianta stabile, alla riconversione bellica di economie sempre più compromesse, rifuggendo dalla volontà popolare, che travolta dal caro vita e dall’inusitato spargimento di sangue non ne può più, alla fine, in concreto, significa che i singoli Stati non faranno altro che inseguire (ed instaurare) modelli dediti alla repressione delle proteste. In particolare, la Germania del contestato Merz, è diventata il braccio armato di Trump e von der Leyen, tirata dall’altra parte da rigurgiti nazisti, ma dove, per fortuna, sono presenti anche forme di resistenza (i voti alla Linke). La Francia, caratterizzata da tempo da forme organizzate di protesta (ultima quella studentesca) e la povera Italia della conservazione conoscono bene la forza del manganello. Tra interessi particolaristici, che mirano al potere, ed altri che li soverchiano – le faccende internazionali, il conflitto in Ucraina e la questione palestinese – la risposta è quella di mettere a tacere le critiche e il dissenso. Dando vita a fattispecie delittuose, a provvedimenti pensati ad hoc (la presunta lotta all’antisemitismo) e minando, di fatto, la tenuta stessa delle democrazie.

La già pessima gestione delle migrazioni (ma non vale per gli ucraini) è stata trasformata nella vergognosa deportazione in posti poco sicuri, ad opera di governi  democristiani (la Commissione UE e quelli nazionali ), che, per puro tornaconto elettorale, sacrificano esistenze, legami, affetti, famiglie. In effetti, hanno poco sia di democratico che di cristiano, poiché istituzionalizzano il razzismo bianco liberal, molto vicino alla visione suprematista dei reazionari. Legittimando, in tal modo, luoghi di detenzione, in nome di un panoptismo che, quando non abbisogna di forza lavoro da schiavizzare, preferendo lo sfruttamento autoctono, espelle gli indesiderati, relegandoli in posti dove il diritto e la civiltà sono scomparsi.

È tempo di selezione. Non c’è posto per tutti. Le risorse sono finite.

Le guerre, il genocidio, gli eventi climatici estremi, i regimi brutali, le diseguaglianze crescenti sembravano essere sufficienti ad eliminare l’eccesso di umanità. Occorre combinarli meglio, usufruendo dei prodigi della tecnica: profilazione, tracciamento costante, uso dell’intelligenza artificiale. Ci diranno che tutto avviene nel nostro interesse, per salvaguardare le popolazioni (occidentali).

Mentono, come sempre.

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