Musk vuole usare i profitti di Starlink per finanziare le ambizioni industriali di Tesla

La possibile fusione tra SpaceX e Tesla, annunciata da Elon Musk, rischia di concentrare nelle mani di un unico gruppo privato il controllo di infrastrutture sempre più decisive per l’economia e la sicurezza internazionale. E pone una domanda ineludibile al settore aerospaziale: quanto potere possono accumulare le imprese private in un settore da cui dipendono ormai anche le capacità militari degli Stati? Le due società hanno avviato una valutazione formale dell’operazione, che potrebbe creare un colosso da circa 3.500 miliardi di dollari. Musk vuole integrare la capacità produttiva di Tesla con le infrastrutture di SpaceX per finanziare l’espansione nell’intelligenza artificiale, fino alla costruzione di data center in orbita. Un progetto ancora pieno di incognite, come accade sempre con Musk, che potrebbe consolidare ulteriormente il primato americano nell’industria spaziale. Un primato costruito proprio da SpaceX grazie al dominio dei lanci commerciali e le comunicazioni satellitari.
La Cina sviluppa una propria industria sostenuta da grandi investimenti pubblici. L’Europa fatica invece a tenere il passo: dispone di competenze tecnologiche avanzate, ma sconta un ritardo nel modo in cui organizza e finanzia capacità spaziali. Una debolezza industriale diventata anche politica. Lo si è visto pochi giorni fa in Ucraina, quando le restrizioni al servizio satellitare Starlink di SpaceX hanno compromesso alcune operazioni militari, mostrando quanto Kyjiv dipenda da un’infrastruttura privata americana che gli alleati europei non sono in grado di sostituire.
I rapporti di potere nell’industria spaziale sono cambiati. Per decenni il settore è stato dominato dai governi; oggi il mercato più importante è quello dei servizi satellitari. Secondo l’Agenzia spaziale europea, nel 2025 la produzione di sistemi spaziali e i lanci valevano circa 75 miliardi di euro, contro i 490 miliardi delle attività che utilizzano infrastrutture satellitari. Reti ormai essenziali per l’economia e le operazioni militari, il cui controllo garantisce anche una crescente influenza politica.
Musk ha sfruttato prima dei concorrenti questa trasformazione: SpaceX ha ridotto i costi del trasporto orbitale riutilizzando il primo stadio del Falcon 9, contribuendo a raggiungere 165 missioni nel 2025. La scelta lungimirante è stata creare un cliente stabile per i propri razzi: Starlink. I lanci alimentano una rete che genera ricavi per finanziare nuove missioni.
La costellazione conta oltre 10.000 satelliti e 13,6 milioni di abbonati, offre connessioni anche ad aerei e navi ed è diventata essenziale in alcune operazioni militari. Gli altri concorrenti devono ancora costruire un sistema capace di sostenere questa scala industriale.
I profitti di Starlink consentono a Musk di finanziare l’espansione di SpaceX nell’intelligenza artificiale. Nel terzo trimestre il gruppo ha registrato ricavi per 14,58 miliardi di dollari, in crescita del 161 per cento. Di questi, 7,56 miliardi provengono dall’IA, che ha superato le comunicazioni satellitari per fatturato. Pur generando più ricavi, l’IA è ancora meno redditizia di Starlink: 431 milioni di dollari di utile operativo contro i 2,4 miliardi delle attività di connettività. La crescita richiede investimenti enormi, arrivati a 19,6 miliardi nel trimestre, in gran parte destinati alle infrastrutture di calcolo.
Le due aziende hanno già stretti rapporti finanziari: secondo il Financial Times, SpaceX ha acquistato quasi un miliardo di dollari di prodotti Tesla, mentre i due miliardi investiti da Tesla in xAI sono diventati una partecipazione in SpaceX. Secondo le stime raccolte dal quotidiano britannico, il gruppo combinato potrebbe fatturare 153 miliardi di dollari nel 2026, ma registrare un flusso di cassa libero negativo di almeno 54 miliardi. La quotazione in Borsa di SpaceX, avvenuta a giugno con un’offerta da 75 miliardi, ha portato la sua valutazione da circa 1.770 miliardi a quasi 2.000 miliardi in ottobre. Musk conserva il controllo dei diritti di voto, ma deve convincere gli investitori a finanziare questa espansione. La fusione permetterebbe inoltre di integrare le competenze industriali di Tesla, dalle batterie all’automazione, nel progetto Terafab per la produzione di semiconduttori avanzati destinati all’IA.
L’operazione incontra però ostacoli societari e geopolitici perché è vero che Musk controlla SpaceX, ma ha un peso minore nell’azionariato di Tesla, i cui soci dovrebbero approvare la fusione. C’è poi la Cina, dove Tesla realizza il 22 per cento dei ricavi e possiede una grande fabbrica a Shanghai. SpaceX, invece, lavora per il Pentagono e nell’ultimo trimestre ha ottenuto 18 nuove missioni per la sicurezza nazionale americana. Secondo il Financial Times, gli analisti di JPMorgan ritengono possibile che Pechino chieda di separare le attività cinesi di Tesla o trasferirne il controllo a investitori locali prima di autorizzare la fusione.
Resta incerta anche la fattibilità economica di uno dei progetti più ambiziosi di Musk: costruire data center in orbita, alimentati dall’energia solare. Le difficoltà riguardano la dispersione del calore prodotto dai server e la protezione dalle radiazioni. Secondo Boston Consulting Group, queste infrastrutture costano ancora da due volte e mezzo a tre volte più di quelle terrestri. Per renderle competitive SpaceX dovrebbe abbattere il costo dei lanci. È la scommessa di Starship, il nuovo razzo pesante progettato per recuperare e riutilizzare entrambi gli stadi. A settembre ha raggiunto l’orbita, trasportando 26 satelliti Starlink di terza generazione che, secondo SpaceX, aggiungono alla rete una capacità dieci volte superiore a quella di un normale lancio con Falcon 9. La piena riutilizzabilità resta però da dimostrare.
Dal successo del programma dipendono anche gli impegni con la NASA per l’esplorazione lunare. L’agenzia governativa statunitense ha affidato a SpaceX lo sviluppo di una versione di Starship per riportare gli astronauti sulla Luna, ma il programma Artemis ha accumulato ritardi. Nel 2027 Artemis III testerà in orbita terrestre i sistemi di attracco con i veicoli di SpaceX e Blue Origin, mentre l’allunaggio con equipaggio è previsto nel 2028. Il principale ostacolo tecnico resta il rifornimento di Starship nello spazio, che richiederà diversi lanci e trasferimenti di propellente su una scala ancora da dimostrare.
Blue Origin è ancora più indietro sul piano operativo dei lanci, anche se dispone di ingenti risorse finanziarie. Il razzo New Glenn ha effettuato soltanto tre voli dal debutto nel gennaio 2025. Dopo un problema tecnico in aprile e un incidente alla piattaforma di lancio in maggio, il ritorno operativo è previsto per l’inizio del 2027. Blue Origin sta ampliando gli stabilimenti per aumentare la frequenza dei voli e ha sospeso il turismo spaziale di New Shepard per concentrarsi sui programmi lunari.
Il ritardo complica anche la sfida di Bezos a Starlink. Amazon Leo, già Project Kuiper, prevede 3.232 satelliti, ma a metà ottobre ne aveva lanciati soltanto circa 400, ricorrendo perfino ai razzi di SpaceX. Amazon può contare su grandi capitali e sull’esperienza nei servizi cloud, ma deve ancora costruire una rete paragonabile a Starlink. Blue Origin sta inoltre sviluppando TeraWave, una seconda rete satellitare per governi e grandi imprese. Cerca di costruire un’alternativa industriale a Musk, senza averne ancora raggiunto la capacità operativa.
La competizione fra gli imprenditori americani si svolge all’interno di una sfida strategica più ampia, nella quale la Cina è ormai il principale avversario degli Stati Uniti. Pechino dispone di lanciatori autonomi, della stazione orbitale Tiangong e del sistema di navigazione BeiDou, alternativo al GPS. E punta a portare astronauti sulla Luna entro il 2030. Pechino sta inoltre finanziando nuove imprese private, sostenute dallo Stato per recuperare il vantaggio americano.
Ad agosto la società aerospaziale privata cinese LandSpace, fondata nel 2015 e con sede a Pechino, è riuscita a far atterrare il primo stadio del razzo Zhuque-3 nel deserto del Gansu, dopo un lancio dal centro spaziale di Jiuquan. È stata la prima impresa privata cinese a recuperare un primo stadio di un lanciatore orbitale, compiendo un passo importante verso la tecnologia dei razzi riutilizzabili sviluppata da SpaceX, anche se il primo stadio non è ancora stato impiegato in un secondo volo.
Pechino sta inoltre sviluppando Guowang e Qianfan, due costellazioni che prevedono complessivamente decine di migliaia di satelliti per competere con Starlink, ma ne hanno ancora soltanto poche centinaia in orbita. Secondo il centro studi americano CSIS, questa espansione commerciale è strettamente legata alla strategia militare cinese: le nuove reti potranno sostenere le comunicazioni delle forze armate e ridurne la dipendenza dalle infrastrutture occidentali, soprattutto in un’eventuale crisi su Taiwan.
L’Europa dispone di tecnologie avanzate per competere nel settore, da Galileo per la navigazione a Copernicus per l’osservazione terrestre, e di una filiera industriale che comprende Airbus, Leonardo e Thales. I razzi Ariane 6 e Vega C garantiscono inoltre l’accesso autonomo allo spazio. Manca però un operatore commerciale paragonabile a SpaceX. Nel 2025 gli investimenti pubblici europei sono cresciuti del 12 per cento, raggiungendo 13,5 miliardi di euro, mentre quelli privati sono scesi a 1,4 miliardi, contro quasi 8 miliardi negli Stati Uniti.
Come spiega un approfondimento dell’Economist, il problema riguarda anche il modo in cui vengono spese le risorse. L’Agenzia spaziale europea applica il cosiddetto principio del ritorno geografico: ogni Paese riceve commesse industriali proporzionate al proprio contributo finanziario ai programmi. Il sistema ha distribuito le competenze industriali fra gli Stati membri, ma ha anche frammentato la produzione, ostacolando le economie di scala. Negli Stati Uniti, NASA e Pentagono acquistano invece servizi dalle imprese private, garantendo una domanda stabile che ha favorito la crescita di SpaceX.
L’Unione europea sta investendo circa 15 miliardi di euro in IRIS², una costellazione di 348 satelliti per garantire comunicazioni sicure a governi e forze armate, ma i primi lanci sono previsti soltanto nel 2029. Oggi la principale alternativa europea a Starlink è OneWeb, che dispone di circa 600 satelliti contro gli oltre 10.000 della rete di Musk e non può offrire la stessa capacità di trasmissione. La Germania sta inoltre progettando una propria costellazione militare, con il rischio di duplicare gli investimenti europei. Restano soprattutto scoperte alcune capacità strategiche, come l’intelligence satellitare e i sistemi di allerta contro gli attacchi missilistici, ancora largamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Per recuperare terreno, Bruxelles punta alla possibile fusione delle attività spaziali di Airbus, Leonardo e Thales, ancora al vaglio dell’antitrust europeo. L’ESA cerca invece di favorire la nascita di concorrenti di SpaceX con la European Launcher Challenge, un programma di sostegno ai nuovi produttori di razzi. A settembre la tedesca Isar Aerospace ha raggiunto l’orbita dalla Norvegia, mentre la finlandese ICEYE si è affermata nella produzione di piccoli satelliti radar, utilizzati anche in Ucraina. Molti vengono però lanciati da SpaceX, una dipendenza che un’intesa preliminare con Arianespace punta a ridurre.
La partita politica più urgente con Washington riguarda le frequenze radio necessarie a collegare direttamente i satelliti agli smartphone. SpaceX ha concordato l’acquisto di frequenze negli Stati Uniti, compresa un’operazione da circa 8 miliardi di dollari, per sviluppare Starlink Mobile, una rete che combinerà collegamenti satellitari e antenne terrestri per competere con gli operatori telefonici tradizionali. Il 19 ottobre Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e Vodafone hanno annunciato un’iniziativa comune per offrire un’alternativa europea. Bruxelles vorrebbe favorire gli operatori del continente nell’assegnazione delle frequenze, ma gli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni commerciali. L’Europa deve così decidere se sostenere la nascita di un proprio mercato satellitare, rischiando uno scontro con Washington, oppure lasciare spazio agli operatori americani, già forti di un considerevole vantaggio industriale.
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