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Le tre proposte di Travaglio al Parlamento per l’editoria: “Servono riforme per la libertà di stampa”

“Secondo me ci sono delle riforme che possono essere fatte per migliorare ed ampliare la libertà di stampa che non è mai stata così ristretta come oggi. Descrivere la realtà è quello che proviamo a fare”. Il premio ricevuto è l’occasione per Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano dire “che il Parlamento potrebbe e dovrebbe fare molto per la nostra professione”. Per Travaglio “è incredibile che una legge sul conflitto d’interesse non sia stata ancora varata. Poi una legge che la faccia finita con la concorrenza sleale di coloro che prendono i finanziamenti pubblici dallo Stato rispetto a quei fessi, noi in particolare, che non li prendono. Noi vediamo – continua Travaglio – altri giornali che possono pagare molto meglio i collaboratori, possono assumere più firme, più feste promozionali perché ogni anno vanno a Palazzo Chigi e ricevono più assegni. A noi è stato offerto anche l’anno scorso e l’abbiamo rifiutato”.

Altra riforma dirottare “un po’ dei fondi che vengono dati a pioggia ad editori che sono già miliardari per gli edicolanti perché il problema nostro principale è il crollo delle vendite in edicola dipende dal fatto che le edicole non ci sono più”. In ultimo Travaglio indica una battaglia storica: “le querele temerarie. Non può una battuta satirica essere messa sullo stesso piano dell’attribuzione di un fatto determinato. Facciamo una legge sulle querele che intanto distingua l’opnione legittima di un giornalista e valorrizziamo il valore della rettifica e soprattutto mettiamo un freno alle richieste di risarcimento intimidatorie”.

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“La legge del governo contro le azioni temerarie non protegge quasi nessuno, va cambiata”: il flash-mob di Case Italia con gli ombrelli bucati

Un decreto recepito in ritardo, in modo a dir poco restrittivo e ignorando le raccomandazioni Ue. Nei fatti, “un’occasione sprecata, che lascerà senza tutele 9 vittime di querele temerarie su 10″. Con un flash mob a Piazza Capranica a Roma, la rete CASE Italia – il gruppo di lavoro italiano della Coalition Against SLAPPs in Europe che riunisce 17 organizzazioni,
da The Good Lobby all’Osservatorio Balcani Caucaso, fino ad Amnesty International Italia, Rete No Bavaglio e tante altre realtà – ha protestato contro il provvedimento con cui è stata recepita in Italia la direttiva europea 2024/1069 contro le azioni temerarie, le cosiddette “cause bavaglio”. In pratica, tutte quelle azioni legali manifestamente infondate, o sproporzionate, avviate prevalentemente da politici, esponenti del mondo imprenditoriale e aziende, con il solo intento di intimidire, silenziare o scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico di giornalisti, attiviste, ricercatrici, whistleblower e, più in generale, di chi esercita il diritto di informare o di esprimere opinioni su questioni di interesse collettivo.

La necessità di recepire la direttiva era l’occasione per fornire le tutele necessarie contro queste azioni, ma alla fine il decreto è stato bocciato dalla società civile come “inefficace e deludente”, dato che addirittura finirà per restringere la portata delle tutele previste dalla direttiva europea contro le SLAPP che colpiscono giornalisti, attiviste e whistleblower.

Il motivo? In attesa della pubblicazione del testo in Gazzetta ufficiale, protesta Case Italia, va in direzione opposta rispetto qualsiasi buona pratica usata dagli altri Stati. L’esecutivo Meloni non ha mai coinvolto la società civile nella discussione sul provvedimento, tanto che l’unica audizione riservata a loro in Parlamento ha visto la partecipazione di soli tre parlamentari M5s e le osservazioni non sono mai state recepite riducendo il processo a “un mero esercizio formale“, come ha ricordato la portavoce Sielke Kelner nel corso del presidio, organizzato proprio a pochi giorni dall’anniversario dell’omicidio ancora impunito della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, avvenuto il 16 ottobre 2017, vittima di una cinquantina di SLAPP.

Ma soprattutto, ha ribadito Kelner, il decreto lascerà fuori la gran parte delle vittime di azioni temerarie. Questo perché “offre protezioni solo ai bersagli di azioni legali temerarie con implicazioni transfrontaliere, escludendo di fatto le controversie domestiche, che rappresentano almeno il 90% dei casi registrati”. Ma c’è di più: perché la direttiva prevedeva una nozione di caso transfrontaliero più ampia, in quanto il testo Ue “stabilisce che un caso può essere considerato transfrontaliero anche quando, ulteriori elementi rilevanti della fattispecie presentano collegamenti con un altro Stato”. Con riferimento all’articolo 5, dove si richiede che “una controversia possa considerarsi priva di implicazioni transfrontaliere soltanto quando, oltre al domicilio delle parti nello stesso Stato membro, tutti gli ulteriori elementi pertinenti alla situazione siano situati unicamente in tale Stato”. Una formulazione che avrebbe permesso di ampliare l’applicazione del testo. Peccato che anche in questo caso il governo Meloni abbia invece deciso di non procedere.

“Avevamo chiesto che il decreto si applicasse anche ai casi nazionali e soprattutto anche ai casi penali, inclusi i procedimenti per diffamazione, tra gli strumenti più usati contro chi informa o critica in Italia. Così invece questa legge finirà per non tutelare nessuno o quasi“. Eppure, in Italia si registra il numero più alto di SLAPP in tutta l’Unione europea, come hanno mostrato i report di CASE Italia.

“Gli ombrelli bucati che abbiamo portato in piazza rappresentano perfettamente una legge che, invece di proteggere chi è sotto attacco, lascia quasi tutti esposti alla pioggia di azioni legali temerarie”, ha attaccato Martina Turola, responsabile comunicazione di The Good Lobby, organizzazione non profit parte della rete CASE Italia. “Per questo oggi lanciamo una petizione in cui chiediamo al Governo e al Parlamento di correggere questa legge“, è l’auspicio delle rete.

In piazza erano presenti anche alcuni esponenti dell’opposizione, come Vittoria Baldino (vicepresidente e deputata M5s), Elisabetta Piccolotti (Avs) e Valentina Grippo (Azione), così come vittime di azioni temerarie, come il comico Daniele Fabbri, querelato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo che in un monologo satirico aveva definito la premier “puzzona” e “caccolosa”: “Mi ha chiesto un risarcimento da 20mila euro per ‘profondi strascichi sulla psiche’. Ora dovrebbe venire a processo in Aula per spiegare questi traumi come sono andati, ma non si è ancora presentata. L’idea che una persona di potere si accanisca contro un artista, neanche di quelli in vista, è un brutto segnale”, ha sottolineato il comico.

“Porteremo all’attenzione della Commissione Ue quella che per noi è una mancanza di conformità con la direttiva, almeno nel tentativo di ampliare la nozione di transfrontaliero”, ha concluso Kelner.

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Montecarlo, fermato inviato del “Fatto”: “Volevo seguire il summit di ‘Keren Ayeshod’, la più potente organizzazione sionista. Le mie tre ore con la polizia”

Montecarlo – Si chiama Keren Ayeshod. Fondata nel 1920 con l’obiettivo di sostenere il futuro stato di Israele, è una delle più antiche e potenti organizzazioni sioniste a livello mondiale. Non ha mai smesso di raccogliere fondi destinati a Israele ed è la ragione che ci ha portato nel principato di Monaco. L’appuntamento di questa sera, domenica per chi legge, è a una cena di gala alla Sala Empire del prestigiosissimo Hotel de Paris, centralissimo albergo di lusso di fronte al casinò di Montecarlo. Si entra solo con invito privato, riservato a un parterre selezionatissimo di miliardari e persone influenti. È un evento interessante, da un punto di vista giornalistico. Per cosa si propone di finanziare, per i suoi testimonial e per chi lo finanzia, e anche per l’aura di segretezza che lo circonda: pur essendo un evento di fundraising, non esistono avvisi pubblici di alcun tipo.

Sono arrivato nella piazza centrale di Montecarlo poco dopo le 18, un’ora prima dell’inizio della serata. A presidiare i due ingressi è un servizio d’ordine impressionante. È impossibile varcare la soglia dell’albergo. Provo a mischiarmi tra la folla di turisti, consapevole di non poter passare inosservato per molto tempo. Scatto qualche foto e un paio di video, molto da lontano e poco rilevanti, anche per quello che sarebbero gli obiettivi del servizio. È così che nel giro di poco, vengo approcciato dalla prima pattuglia. Vogliono sapere cosa sto facendo, mi qualifico come giornalista. Siamo ancora nella piazza e la procedura è lunga, dura quaranta minuti, comprende la consegna del documento di identità e della tessera professionale. Richieste comprensibili, come la testata per cui lavoro, insieme ad altre che ci si aspetterebbe in contesti criminali ben più gravi di questo, come le generalità dei miei genitori, una richiesta motivata con la necessità di identificarmi e non incorrere in omonimie. Chiedo se ho commesso qualche illecito, mi viene risposto che non si possono scattare foto a un evento privato. Faccio notare che sono su una piazza pubblica. Chiedo esplicitamente se posso restare dove sono e mi viene risposto di sì, a patto che non vada a infastidire gli ospiti. Vengo però avvicinato da una seconda pattuglia, cosa che inizialmente mi lascia interdetto: spiego di essere stato appena identificato. Mi spiegano che qualcuno all’interno si è lamentato. Ora gli agenti sostengono che il problema sia che la piazza sia privata, del casinò, non più pubblica come prima, e che non si possa sostare nemmeno lì. Dopo una comunicazione con un superiore vengo portato in commissariato. Nel frattempo si sono fatte le 21.30.

Una volta in commissariato non mi è più consentito di usare il cellulare. Vengo preso in carico da due ispettrici, giovani e gentili. Comincia una radiografia dei miei dati personali e familiari. Seguono foto segnaletiche. Poi le impronte digitali complete. C’è ancora tempo per un secondo passaggio dalla celletta. Poi vengo trasferito in sala d’aspetto. Posso tornare a usare il cellulare, ma, curiosamente, non posso lasciare il commissariato, non fino alle 23, ora della fine dell’evento. Evidentemente è troppo alto il rischio che chi si è sentito disturbato, si lamenti ancora.

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