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"Sei troppo emotiva": la violenza verbale (invisibile) che riduce al silenzio

 

di Maylyn López | Neuropolitica

 

«Sei troppo emotiva». «Con te non si può scherzare». «Lascia parlare chi ne capisce». Immaginiamo queste frasi durante una riunione. Si sta discutendo un progetto, eppure il centro della conversazione cambia: dalle idee si passa alla legittimità della persona che le esprime.

Il linguaggio può riconoscere competenza oppure screditarla, aprire il confronto oppure renderlo rischioso. Per comprendere la violenza verbale occorre quindi osservare anche ciò che accade dopo: chi viene ascoltato, chi deve difendersi, chi comincia a tacere.

Il confine tra critica e umiliazione

Correggere un errore e chiedere risultati fanno parte della responsabilità professionale. La differenza emerge quando la comunicazione smette di riguardare il lavoro e diventa un attacco alla dignità. «Questa analisi va completata con dati verificabili» identifica un problema sul quale intervenire. «Sei incapace, come sempre» svaluta la persona e trasforma un errore in un’identità. Contano il contenuto, il contesto, i rapporti di potere e l’eventuale ripetizione. Anche un singolo episodio grave merita attenzione: la Convenzione 190 dell’Organizzazione internazionale del lavoro comprende comportamenti inaccettabili, o loro minacce, sia isolati sia ripetuti, capaci di provocare danni fisici, psicologici, sessuali o economici.

La violenza verbale ha conseguenze proprie. Presentarla soltanto come il preludio di un’aggressione fisica rischia di oscurarle: l’escalation non è inevitabile e il danno psicologico merita tutela in sé.

Il potere di chiamarla “battuta”

«È fatto così». «Era sotto pressione». «Non prendertela».

Espressioni apparentemente concilianti possono spostare la responsabilità dal comportamento di chi umilia alla reazione di chi lo subisce. È un problema di framing: la cornice interpretativa orienta ciò che consideriamo rilevante e il tipo di risposta che riteniamo necessario. Se un episodio viene definito “eccessiva sensibilità”, l’attenzione si concentra sulla persona ferita. Se viene riconosciuto come “umiliazione pubblica”, diventa necessario esaminare la condotta e la risposta dell’organizzazione. Questa è una chiave di lettura neuropolitica: il linguaggio contribuisce a stabilire quali comportamenti appaiono normali, quali obiezioni risultano legittime e chi deve giustificarsi. Significa osservare come le interpretazioni distribuiscono credibilità e responsabilità.

 

Dalla riunione all’opinione pubblica: il ruolo dei media

Queste dinamiche acquistano una dimensione collettiva quando entrano nel discorso pubblico. Teun A. van Dijk, tra i principali studiosi dell’analisi critica del discorso, mostra come il potere si eserciti anche attraverso l’accesso alla comunicazione: chi viene intervistato, quali voci ottengono autorevolezza, quali esperienze restano ai margini.

Nel suo approccio sociocognitivo, il discorso interagisce con conoscenze, convinzioni e rappresentazioni condivise. Titoli, fonti selezionate e informazioni omesse possono orientare il modo in cui il pubblico interpreta un evento. L’influenza non è automatica: dipende anche dalle convinzioni precedenti, dalle esperienze e dalla possibilità di confrontare narrazioni diverse. 

Applicando questa prospettiva alla violenza, la scelta delle parole diventa decisiva. Definire un’aggressione «lite di coppia» può suggerire una responsabilità reciproca; parlare di «raptus di gelosia» può concentrare l’attenzione sull’emozione dell’autore, oscurando eventuali precedenti condotte di controllo. Sono esempi di lettura critica, da valutare sui fatti di ciascun caso.

Anche insistere sull’aspetto o sul carattere di una donna, lasciando sullo sfondo ciò che sostiene, può spostare il giudizio dalla sua competenza alla sua conformità alle aspettative sociali.

Il giornalismo può contrastare questi meccanismi: verificare i fatti, rendere visibili le responsabilità accertate, dare spazio a competenze diverse ed evitare cornici che attenuino l’abuso. Le scelte editoriali contribuiscono a definire ciò che una società riconosce come accettabile.

Quando la fermezza di una donna diventa un difetto

La teoria della congruenza di ruolo di Alice Eagly e Steven Karau descrive un doppio vincolo: le aspettative associate al genere femminile possono entrare in conflitto con quelle attribuite alla leadership. Una donna può essere considerata poco adatta a guidare e, contemporaneamente, essere penalizzata quando esercita comportamenti riconosciuti come autorevoli in un uomo.

Etichette come “aggressiva”, “fredda” o “difficile” vanno quindi esaminate: descrivono una condotta osservabile oppure esprimono disagio davanti alla sua autorità?

La domanda è concreta: userei la stessa parola per descrivere lo stesso comportamento se cambiasse il genere della persona?

Lilia Cortina e colleghe hanno studiato l’“inciviltà selettiva”: forme di trattamento irrispettoso che possono veicolare discriminazione anche senza insulti apertamente sessisti. In tre organizzazioni statunitensi hanno rilevato legami tra genere e appartenenza razziale, esposizione all’inciviltà e intenzione di lasciare il lavoro.

La disparità riguarda anche la possibilità di concludere un intervento. Le ricerche documentano contesti nei quali le donne vengono interrotte più degli uomini. Lean In, in un aggiornamento del giugno 2026 basato sulle proprie indagini, riporta che le donne hanno una probabilità doppia rispetto agli uomini di dichiarare di essere interrotte o sovrastate nella conversazione più degli altri. Il dato riguarda esperienze riferite, non il conteggio di ogni interruzione.

Un’interruzione occasionale non equivale a violenza. Quando però togliere la parola diventa sistematico e colpisce selettivamente alcune persone, può limitarne l’autorevolezza e l’influenza sulle decisioni.

Il costo per chi lavora e per chi decide

Nell’ottobre 2026 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha richiamato i risultati dell’indagine globale ILO–Lloyd’s Register Foundation–Gallup, pubblicata nel 2022: circa il 23% delle persone occupate aveva sperimentato violenza o molestie fisiche, psicologiche o sessuali nel corso della vita lavorativa. È un dato complessivo, che riguarda donne e uomini e non misura specificamente la violenza verbale.

Il rispetto ha valore indipendentemente dalla produttività. Esistono però evidenze utili a contestare l’idea che l’aggressività favorisca i risultati.

In uno studio randomizzato pubblicato su Pediatrics nel 2015, Arieh Riskin e colleghi osservarono 24 équipe di terapia intensiva neonatale durante una simulazione. Quelle esposte a commenti scortesi ottennero prestazioni diagnostiche e procedurali peggiori rispetto al gruppo di controllo. La condivisione delle informazioni e la richiesta di aiuto contribuirono a spiegare gli effetti osservati.

Lo studio riguarda un contesto specifico, non ogni ambiente professionale. Indica tuttavia un rischio concreto: il trattamento irrispettoso può ostacolare processi necessari alla collaborazione.

Che cosa perdiamo quando parlare diventa rischioso?

La ricerca di Amy Edmondson sulla sicurezza psicologica collega la possibilità di assumere rischi interpersonali ai comportamenti di apprendimento nei gruppi. Segnalare un errore, chiedere aiuto o contestare una decisione richiede un ambiente nel quale esporsi non comporti umiliazione.

L’assenza di segnalazioni non certifica quindi il benessere. Nell’indagine ILO, tra le ragioni per non raccontare violenze e molestie comparivano il timore per la propria reputazione e la convinzione che parlarne fosse inutile.

Un’organizzazione apparentemente tranquilla può aver smesso di ricevere informazioni essenziali perché le persone hanno rinunciato a esporsi.

La responsabilità della leadership

Prevenire richiede scelte verificabili: criteri chiari sui comportamenti inaccettabili, canali di segnalazione credibili, gestione imparziale e protezione dalle ritorsioni. Richiede anche interventi quotidiani: fermare un attacco personale, riportare il confronto sui fatti, restituire la parola a chi è stato zittito.

Chi guida deve verificare la coerenza dei giudizi e valutare come vengono ottenuti i risultati. Premiare una prestazione ignorando le umiliazioni che l’accompagnano comunica una precisa gerarchia di valori.

Formare le donne all’assertività offre strumenti utili. La responsabilità di interrompere gli abusi resta però a chi li agisce e a chi ha il potere di intervenire.

La leadership è un’abilità universale, che ogni persona può sviluppare, indipendentemente dal genere. Parlarne significa costruire condizioni nelle quali ciascuno possa esercitare competenza, dissenso e responsabilità nel rispetto degli altri. Riconoscere gli ostacoli che colpiscono le donne è parte di questo impegno.

La qualità della leadership si vede anche da ciò che una persona può dire senza temere di essere umiliata. 

*E' autrice di "Leadershe: la tua voce è potente" nella quale approfondisce tutti i temi trattati nell'articolo

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Francia, il potere di definire il caos

 

di Maylyn López*

 

La Francia attraversa una nuova fase di tensione sociale. Le mobilitazioni di giovani e studenti hanno riportato nelle piazze temi che da tempo attraversano il Paese: condizioni della scuola pubblica, disuguaglianze territoriali, accesso alle opportunità, futuro delle nuove generazioni.

Accanto alle manifestazioni sono arrivate le immagini degli arresti, anche di giovanissimi.

Ed è qui che il racconto mediatico diventa decisivo.

Una protesta studentesca può essere presentata come espressione di disagio sociale oppure come problema di ordine pubblico. La differenza non è soltanto linguistica: cambia il modo in cui il pubblico interpreta ciò che vede.

George Lakoff ha mostrato come le parole attivino dei frame, cornici cognitive che organizzano la realtà. Se il racconto parte dagli studenti, dalle scuole e dalle disuguaglianze, l’attenzione si dirige verso le cause della protesta. Se parte da parole come disordine, radicalizzazione, sicurezza e violenza urbana, il centro si sposta verso controllo e ordine pubblico.

 

La domanda cambia.

Perché questi ragazzi protestano?

diventa:

Come fermiamo il disordine?

 

Ed è proprio questo passaggio a interessare la neuropolitica.

Da studenti a soggetti da controllare

“Studente”, “manifestante”, “agitatore”, “rivoltoso” non sono sinonimi.

Ogni parola attribuisce un’identità e suggerisce una valutazione.

Dire “ragazzi arrestati durante una protesta studentesca” non produce la stessa rappresentazione di “manifestanti fermati durante disordini”.

Il fatto può essere lo stesso, la scena mentale cambia.

Norman Fairclough ha mostrato come il potere del discorso dipenda anche dalla sua circolazione. Una definizione pronunciata dalle istituzioni, ripresa nei titoli, nei telegiornali, nei talk show e sui social può progressivamente diventare la categoria attraverso cui l’intero evento viene letto.

È qui che il ruolo dei media diventa centrale.

Non è necessario alterare un fatto per orientarne la percezione. È sufficiente scegliere quale parte mostrare più spesso.

Un’intervista a uno studente che spiega le ragioni della protesta costruisce un soggetto politico.

La ripetizione di immagini di arresti, cordoni di polizia e disordini può invece trasformarlo, nella percezione pubblica, in un soggetto da contenere.

La domanda diventa allora inevitabile:

quando uno studente smette di essere raccontato come studente e comincia a essere rappresentato come una minaccia?

 

Il potere del “noi” e del “loro”

Teun van Dijk ha analizzato il modo in cui il discorso politico costruisce frequentemente una separazione tra “noi” e “loro”.

Da una parte possono essere collocate istituzioni, Repubblica, cittadini, ordine. Dall’altra manifestanti, disordine e radicalità.

Questa polarizzazione semplifica una realtà molto più complessa.

Il punto non è accettare automaticamente una narrazione o quella opposta. È osservare chi viene presentato come legittimo, chi come pericoloso, chi riceve una voce e chi viene rappresentato soprattutto attraverso immagini selezionate da altri.

È in questa asimmetria che potere mediatico e potere politico si incontrano.

 

Le parole hanno memoria

Ruth Wodak ci ricorda che nessuna parola politica nasce nel vuoto.

In Francia termini come banlieue, sicurezza, ordine, polizia, protesta e gioventù portano con sé decenni di immagini, paure, conflitti e rappresentazioni collettive.

Anche la piazza possiede una memoria politica profonda. Dalla Rivoluzione francese al maggio 1968, dalle grandi mobilitazioni sindacali ai gilet gialli e alle proteste sulle pensioni, il conflitto sociale è parte della grammatica politica del Paese.

Per questo le proteste dei giovani di oggi vengono interpretate anche attraverso ciò che la Francia ha già vissuto.

Le parole non descrivono soltanto il presente.

Riattivano il passato.

Quando la sicurezza diventa il frame dominante

La sicurezza è uno dei frame più potenti della comunicazione politica perché richiama un bisogno difficilmente contestabile.

Quando occupa il centro del racconto, altre domande perdono visibilità: quali condizioni denunciano gli studenti, quali disuguaglianze attraversano le scuole, quali opportunità hanno davanti, quali risposte ricevono dalle istituzioni.

Non occorre cancellare queste domande.

È sufficiente renderle secondarie.

Ed è qui che il potere comunicativo diventa particolarmente efficace: non dice necessariamente al pubblico che cosa pensare, decide prima di tutto su che cosa concentrare l’attenzione.

Se il problema viene definito come sicurezza, diventano centrali controllo e autorità.

Se viene definito come disagio giovanile, emergono scuola, opportunità e futuro.

Se viene letto come crisi di rappresentanza, entrano in gioco fiducia, partecipazione e legittimità.

La cornice non determina automaticamente l’opinione.

Determina il terreno sul quale quell’opinione si forma.

Prima della decisione viene il significato

Lakoff ci aiuta a comprendere i frame, Fairclough il rapporto tra linguaggio e potere, van Dijk la costruzione del “noi” e del “loro”, Wodak la memoria storica delle parole.

La Francia rende oggi questi meccanismi particolarmente visibili.

Davanti alle immagini dei giovani nelle piazze e dei ragazzi arrestati, la domanda non è soltanto:

Che cosa sta accadendo?

Occorre chiedersi anche:

attraverso quali parole e quali immagini stiamo imparando a interpretarlo?

Perché il potere politico non consiste soltanto nel prendere decisioni e quello mediatico non consiste soltanto nel raccontarle.

Entrambi partecipano alla costruzione del significato.

Ed è nello spazio tra il fatto, la sua rappresentazione e la percezione pubblica che comincia la neuropolitica.

*Autrice di "Leadershe: la tua voce e' potente" da settembre in tutte le librerie

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