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Cupra Terramar plug-in, la prova de Il Fatto.it – Il lato sportivo dell’ibrido ricaricabile

Cupra uguale Padel. La partnership tra la Casa di Martorell e lo sport della racchetta piena ha trovato puntuale conferma per la recente tappa di Milano dell’Oysho Premier padel P1, il circuito che schiera i più forti giocatori del mondo. Con l’occasione, Cupra ha organizzato sulle strade del capoluogo lombardo un breve test drive di alcuni dei suoi modelli in gamma. Gamma che in Italia, quarto mercato europeo per il marchio nato da una costola di Seat, ha visto nei primi nove mesi dell’anno una crescita del 6% a quota 16.962 unità, 6.437 delle quali ibride plug-in.

E proprio una Phev (Plug-in hybrid electric vehicle), per la precisione la Terramar 272 Cv nell’allestimento Tribe Edition, è l’auto con cui abbiamo girato per le vie di Milano e del suo hinterland. Troppo poco per rendere conto dei consumi, abbastanza per familiarizzare con questo Suv e ricavarne parecchie impressioni di guida.

Intanto, inquadriamo brevemente la Cupra Terramar: il powertrain in prova è l’ibrido plug-in con un 1.5 quattro cilindri e un motore elettrico per un totale di 272 Cv e 400 Nm di coppia. Fa lo 0-100 in 7,3 secondi e tocca i 215 km/h di punta. Il cambio è l’automatico Dsg a 6 rapporti che si può controllare anche con i paddle. La Terramar è lunga 4,52 metri, larga 1,86 e alta 1,58. Il bagagliaio, dove nella plug-in è alloggiata la batteria da 19,7 kWh, si riduce di un centinaio di litri rispetto alle altre versioni, ma è pur sempre molto generoso e arriva a 400 litri senza abbattere i sedili posteriori.

All’interno, si percepisce immediatamente la cura dei particolari e una qualità costruttiva di altissimo livello, unite a una disposizione ergonomica dei comandi e a un sistema di infotainment completo e velocissimo nella risposta. Di classe superiore, praticamente hi-end, l’impianto stereo Sennheiser, ingegnerizzato per l’abitacolo e che restituisce una trasparenza di suono da sala concerto. Una firma luminosa, personalizzabile, incornicia la plancia e, in corrispondenza dei montanti anteriori e degli specchietti, fornisce anche segnali di allerta relativi alle carreggiate.

Salendo in auto, accendendo il motore e avviando il Suv, la prima sensazione, che rimarrà per tutto il tempo del test, è quella di solidità. Nulla di massiccio, molto di concreto. Si apprezza subito il telaio, che è rigido quanto basta per farti sentire in sicurezza e, grazie alle sospensioni (si possono avere quelle a controllo elettronico), diventa tutt’altro che inclemente su buche e caditoie. Lo sterzo diretto restituisce un buon feeling. Non altrettanto si può dire del pedale del freno, che ha una corsa molto lunga a cui bisogna abituarsi perché a primo impatto non si è preparati. La frenata risulta comunque all’altezza della situazione, sia pure con un accenno di imbardata.

I settaggi, azionabili dal pulsantino sul volante, modificano risposta e assetto della Terramar, che nella versione plug-in sfiora le 2 tonnellate e, come ci si aspetta, in curva contiene il rollio nonostante si avverta il trasferimento di carico. I 272 cavalli si dosano facilmente, la risposta è pronta e, tra le varie modalità, c’è anche quella che permette di conservare il livello della batteria. Notevole è la possibilità di ricaricare anche in corrente continua fino a 50 kw (dal 10% all’80% in 26 minuti). In elettrico, secondo la Casa, si superano i 100 chilometri di autonomia. Qualche neo? La maniglia sul tunnel rischia di ostacolare i passeggeri più alti e la visibilità posteriore non è eccezionale (ma il sistema delle telecamere a 360° elimina ogni inconveniente).

Cupra, che focalizza la sua crescita in Italia anche sulle flotte e sul noleggio a lungo termine (la rata da 395 euro al mese, zero anticipo, della Formentor Impulse Hybrid, è ai vertici di convenienza per la categoria), per la serie speciale della Terramar Tribe Edition Phev ha fissato prezzi a 51.050 euro per la versione d’ingresso da 204 Cv e a 58.950 euro per la 272 Cv.

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GWM Tank 300, la prova de Il Fatto.it – Il fuoristrada cinese che non teme ostacoli – FOTO

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Il Lago Maggiore è lì vicino, ma oggi il panorama si guarda di sbieco. È una giornata d’autunno ancora calda, il cielo promette pioggia e poi ci ripensa. Nell’area tecnica dove proviamo la GWM Tank 300, invece, le intenzioni sono chiare: rampe, pendenze laterali e passaggi stretti servono a capire quanto valgano le promesse di questo fuoristrada cinese.

Dopo Ora 5 e H7, GWM porta in Italia il marchio Tank, dedicato all’off-road. Secondo le stime della casa cinese, i fuoristrada con telaio a longheroni nel marcato Italia circa duemila unità l’anno: una nicchia nella quale c’è spazio per chi offre meccanica specialistica e prezzi accessibili. GWM punta a dieci modelli italiani entro il 2027.

“Born to be wild”, cantavano gli Steppenwolf. Davanti alla Tank 300 il ritornello viene spontaneo: carrozzeria squadrata, fari rotondi, passaruota pronunciati e ruota di scorta sul portellone. Lunga 4,76 metri e larga 1,93, con una presenza robusta che trova sostanza nel telaio a longheroni, nell’assale posteriore rigido e nelle protezioni sottoscocca. Qui il vestito da esploratore ha parecchie tasche utili.

Saliamo a bordo e il registro cambia. La posizione di guida è alta e comoda, la plancia ben disegnata, i sedili rivestiti in pelle Nappa. Davanti abbiamo due schermi da 12,3 pollici: convincono le grafiche e il modo in cui si passa fra le schermate dell’infotainment. Ci sono Apple CarPlay e Android Auto wireless, climatizzatore bizona, tetto panoramico, ricarica senza fili e sedili anteriori riscaldati e ventilati, con massaggio per il driver. Un ambiente accogliente anche quando fuori il terreno suggerisce di tenersi forte.

La nostra prova riguarda la plug-in Hi4-T, che abbina un 2.0 turbo a benzina a un motore elettrico: 408 cavalli e 750 Nm complessivi, cambio automatico a nove rapporti e trazione integrale meccanica con riduttore. La batteria da 37,11 kWh offre un’autonomia elettrica dichiarata di 95 chilometri; il collegamento meccanico permette al termico di continuare a muovere le ruote anche quando la carica disponibile si riduce.

Sul percorso la Tank si comporta bene. Affrontiamo salite ripide, discese impegnative e pendenze laterali con una sensazione di controllo convincente. Le geometrie aiutano: sulla plug-in l’angolo di attacco è di 32°, quello di uscita di 33° e quello di dosso di 22°. L’altezza minima da terra è di 222 mm, mentre la capacità di guado dichiarata raggiunge 70 centimetri. Sul diesel i valori salgono rispettivamente a 33°, 34°, 23° e 224 mm.

Ridotte e bloccaggi dei differenziali anteriore e posteriore aiutano a trovare trazione nei passaggi più difficili. In discesa c’è l’Hill Descent Control; il Crawl Control, cruise control da fuoristrada, mantiene invece l’andatura impostata anche in salita, gestendo acceleratore, cambio e freni e lasciandoci concentrare sulla traiettoria. Le telecamere, con la vista virtuale sotto la vettura, mostrano il terreno davanti alle ruote: scegliere dove appoggiarle diventa molto più semplice.

Nei tratti stretti arriva il Tank Turn. Il sistema frena la ruota posteriore interna e aiuta il mezzo a chiudere la curva con un raggio sensibilmente ridotto. Lo proviamo e l’effetto è evidente: un aiuto concreto dove altrimenti servirebbero più manovre.

La gamma comprende anche il 2.4 turbodiesel da 184 cavalli e 480 Nm, con automatico a nove rapporti. Unico allestimento Premium, ricco di dotazioni e con oltre venti assistenti alla guida: 46.500 euro per il diesel, 51.400 per la plug-in, messa su strada inclusa e IPT esclusa. Il diesel parte al lancio da 39.940 euro con permuta o rottamazione, escluse messa su strada e IPT. Consegne da novembre e garanzia di sette anni o 150.000 chilometri. Una proposta convincente per chi guarda a mezzi con capacità fuoristradistiche ma anche confortevoli a un prezzo che merita attenzione.

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Audi A6 Allroad, la prova de Il Fatto.it – Sei anime, una missione: il piacere di guidare – FOTO

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Volete un’auto del secolo scorso che ha saputo rinnovarsi fino ai giorni nostri? Cercate una vettura capace di creare un segmento per poi abitarlo quasi da sola? Non potreste fare a meno di una macchina che si guida in sei modi diversi, tutti terribilmente appaganti? Eccola.

È l’Audi A6 allroad, che dopo 27 anni e cinque generazioni si ripresenta quatta quatta per la sesta occasione. Anzi, verrebbe da dire acquattata, visto che la novità più evidente è nelle proporzioni. Per la prima volta l’allroad è più larga della vettura da cui deriva, l’Audi A6 Avant: oltre 11 centimetri in più (11,1 per la precisione). È cresciuta inoltre di 8,4 centimetri rispetto alla generazione precedente. La carreggiata anteriore è aumentata di 7,4 centimetri in confronto con l’Avant e di 5,5 centimetri rispetto al vecchio modello, quella posteriore di 7 centimetri. Ne deriva una presenza scenica notevole, sottolineata dalle protezioni e dagli elementi a contrasto del look all terrain, dai blister quattro e dalle inedite feritoie alle spalle dei passaruota anteriori, di derivazione Audi Sport.

Le dimensioni parlano chiaro: 5,02 metri di lunghezza (+6,5 cm), 1,99 di larghezza, 1,51 di altezza, con un passo di 2,93 metri che favorisce l’abitabilità posteriore. L’altezza minima da terra è superiore di 3,4 centimetri rispetto all’Avant.

Al lancio la gamma offre una doppia scelta. Il V6 3.0 Tdi mild-hybrid plus a 48 Volt eroga 299 Cv 580 Nm, con 0-100 km/h in 5,4 secondi; il cuore della tecnologia Mhev plus è il powertrain generator, che può contribuire alla marcia con fino a 24 CV e 230 Nm e, in decelerazione, agisce da alternatore abilitando la frenata elettroidraulica.

Per la prima volta nella storia dell’A6 allroad arriva però anche il plug-in hybrid: 367 Cv e 500 Nm, motore 2.0 TFSI a ciclo Miller più propulsore elettrico sincrono a magneti permanenti integrato nel cambio S tronic a 7 rapporti, 0-100 in 5,5 secondi. La batteria da 25,9 kWh nominali (20,7 effettivi) garantisce fino a 102 km di autonomia elettrica WLTP, con ricarica a 11 kW in AC in 2,5 ore.

Di serie ci sono lo sterzo integrale, che a bassa velocità favorisce l’agilità e ad alta rinforza il rigore direzionale, la trazione quattro ultra, che attiva la coppia al retrotreno solo quando serve secondo una strategia predittiva, e le sospensioni pneumatiche adattive allroad, con escursione di 55 millimetri: da -20 mm fino a +35 mm rispetto allo standard.

Premesso che nel 2026 si fa grande fatica a trovare un’auto piena di difetti, qui sull’A6 allroad c’è il problema di individuarne anche uno solo. E, al volante, la ricerca diventa difficilissima. Le sei modalità di guida sono marcatamente diverse, con altrettante disponibilità per affrontare asfalto e sterrato in base a esigenze e sensazioni. Carico volante, corsa dei pedali, risposta delle sospensioni: tutto è tarato in modo ineccepibile.

Sulla statale del Casentino da Poppi a Firenze, smanettando sui set del V6 Tdi le centinaia di curve scorrono via senza problemi, in puro godimento di guida, con dynamic che ammansisce il rollio e fa pure la voce grossa, comfort che segue la strada in culla o efficency che veleggia e risparmia carburante.

Nella fase di accelerazione dalle marce basse si avverte quella specie di lamento-motore del diesel accoppiato al cambio Dsg: non che crei problemi, ma rende meno fluido al (nostro) orecchio il passaggio ai regimi successivi. Più oggettivo, invece, è un altro neo della A6 allroad: per liberare spazio sul tunnel molti comandi fisici sono stati spostati sul bracciolo della portiera lato guidatore. Se ne contano 14, alcuni dei quali (fendinebbia, per esempio) possono essere azionati anche in marcia, intralciando momentaneamente il focus visivo.

I prezzi, infine, partono da 82.350 euro per la V6 3.0 Tdi quattro 299 Cv S tronic e da 88.650 euro per la 2.0 e-hybrid quattro 367 Cv S tronic. Il mix atteso per i powertrain è 65% diesel e 35% e-hybrid, mentre sul totale della gamma A6 si prevede il 25% di allroad.

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