❌

Reading view

Droni e guerra ibrida, cosa rivela l’allarme Usa sulla sicurezza degli Stati. Scrive Preziosa

L’avvertimento del contrammiraglio statunitense in congedo Mark Montgomery sulla non completa preparazione americana contro le minacce dei droni pone una questione che riguarda l’intero sistema internazionale. Se gli Stati Uniti, pur disponendo di capacità militari, tecnologiche e informative fra le più avanzate, presentano lacune nella protezione delle proprie installazioni e infrastrutture, quale preparazione possono presumere di avere gli altri Paesi esposti alla stessa minaccia?

Nell’intervento a The Capitol Show, ripreso dalla Foundation for defense of democracies il 16 ottobre 2026, Montgomery richiama le lezioni della guerra in Ucraina, la necessità di intercettori economicamente sostenibili e la protezione delle infrastrutture americane e degli alleati del Golfo. Il problema che emerge è lo scarto fra la rapidità con cui evolvono le minacce e il tempo necessario alle istituzioni per adeguare mezzi, organizzazione e modalità d’impiego.

L’allarme americano permette di osservare il fenomeno dal punto di vista degli Stati ossia: la diffusione di capacità offensive accessibili modifica le condizioni nelle quali una potenza può proteggere il proprio territorio e conservare libertà d’azione.

La questione geopolitica nasce dalla possibilità, per attori anche relativamente deboli, di incidere sulle attività di soggetti molto più forti. Per esercitare questa pressione può essere sufficiente interrompere un collegamento, minacciare un’infrastruttura o costringere un governo a redistribuire risorse per la difesa. La superiorità militare complessiva deve quindi confrontarsi con vulnerabilità locali attraverso le quali l’avversario può imporre costi economici, vincoli operativi e conseguenze politiche. La capacità di uno Stato di operare oltre i propri confini si fonda anche sulla sicurezza del territorio e delle infrastrutture che sostengono la sua azione. Il caso del pallone cinese abbattuto negli Stati Uniti mostra come questa sicurezza richieda di integrare capacità militari, valutazioni politiche e tutela della popolazione.

Il 4 febbraio 2023, un F-22 americano abbatté al largo della Carolina del Sud un pallone ad alta quota che Washington identificava come piattaforma di sorveglianza, mentre Pechino ne dichiarava la finalità civile e meteorologica. Gli Stati Uniti possedevano i mezzi per intervenire, ma dovevano contemperare protezione delle informazioni, sicurezza delle persone, tutela della sovranità e conseguenze diplomatiche. Un singolo mezzo aveva coinvolto intelligence, difesa aerea, autorità politiche e relazioni fra due grandi potenze. Pur essendo tecnicamente diverso dai piccoli droni, il pallone mostrava come la protezione del territorio richiedesse una valutazione più ampia della sola possibilità di neutralizzare un oggetto. Anche un’attività di osservazione può assumere rilievo strategico e richiedere una risposta nella quale capacità militari e responsabilità politiche risultano strettamente collegate.

Il caso di Lipsia introduce una dimensione direttamente legata alla sicurezza europea. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 2026, nell’area cargo dell’aeroporto di Lipsia/Halle fu rinvenuto un drone dotato di ordigno esplosivo. La Procura generale di Dresda e la polizia criminale della Sassonia confermarono la rimozione dell’innesco e la temporanea interruzione delle operazioni aeroportuali. Il governo tedesco ha successivamente attribuito alla Russia il tentato attentato, distinguendo questa attribuzione politica dagli accertamenti penali ancora in corso. La rilevanza di Lipsia deriva dalla funzione dell’infrastruttura. Lo scalo partecipa alle attività di trasporto strategico del programma Salis, attraverso il quale Paesi alleati accedono a capacità di trasporto aereo per carichi di grandi dimensioni. Un aeroporto civile è quindi anche un nodo della capacità logistica e della mobilità militare europea. Un Paese può trovarsi lontano dai combattimenti e contribuire comunque al sostegno di uno Stato coinvolto nel conflitto. Attraverso i suoi aeroporti, porti e collegamenti ferroviari possono transitare rifornimenti e materiali, mentre le sue imprese possono fornire mezzi e servizi. Queste attività lo espongono alla possibilità di azioni ostili contro le infrastrutture che rendono concreto quel sostegno. Minacciarle o interromperne il funzionamento può perseguire due obiettivi collegati: ostacolare gli aiuti e far ricadere sul Paese che li fornisce costi economici, disagi e timori per la sicurezza.

La pressione può così estendersi alle decisioni del governo, cercando di indebolire la volontà politica di continuare a sostenere il partner. Questi scenari trovano spazio nelle zone grigie della conflittualità contemporanea, nelle quali azioni ostili possono svilupparsi mantenendo incerti la loro origine, la portata e il rapporto con una strategia più ampia. Gli attori possono sfruttare questa ambiguità combinando strumenti militari e non militari, iniziative manifeste e operazioni clandestine. È in tale combinazione che si esprimono le modalità della guerra ibrida: sabotaggio, attacchi informatici, disinformazione, pressione economica e impiego di intermediari possono concorrere a condizionare le decisioni della controparte.

Queste azioni possono avere anche una funzione di comunicazione strategica ossia mostrare una capacità d’intervento, mettere alla prova le difese o segnalare i costi del proseguimento di una determinata politica. Il messaggio può accompagnarsi a conseguenze materiali, come l’interruzione di un servizio o il danneggiamento di un’infrastruttura. Chi agisce cerca così di esercitare una pressione riconoscibile, conservando margini per negare il proprio coinvolgimento e complicare la risposta. Il confronto può svilupparsi senza sfociare in una guerra aperta oppure accompagnare un conflitto già in corso, estendendone gli effetti a territori e attività lontani dai combattimenti.

I droni possono essere impiegati sia nel combattimento convenzionale sia nell’ambito di campagne ibride. Il carattere ibrido dipende dalla strategia nella quale vengono inseriti: osservazione, sabotaggio e intimidazione possono combinarsi con altri strumenti per condizionare le decisioni della controparte. Nel caso di Lipsia, il governo tedesco ha qualificato l’episodio come attacco ibrido, collegando la risposta alla protezione delle infrastrutture, al sostegno all’Ucraina e al coordinamento con Nato e Unione europea. L’allarme americano evidenzia che la preparazione alla guerra convenzionale non assicura, da sola, un’analoga capacità di affrontare le minacce ibride. Uno Stato può disporre di forze armate efficienti e incontrare difficoltà nel riconoscere e contrastare una campagna che combina sabotaggi, attacchi informatici e pressioni sulle infrastrutture civili, coinvolgendo competenze distribuite fra più istituzioni. Le analisi della Nato individuano nell’ambiguità delle azioni ibride un ostacolo alla comprensione della situazione e alla rapidità delle decisioni. La vulnerabilità può quindi manifestarsi prima dell’intervento difensivo. Una presenza sospetta può essere trattata come questione aeroportuale, un’interruzione digitale come incidente informatico, un danneggiamento come episodio criminale. Se le informazioni raccolte dai diversi apparati restano separate, può diventare difficile riconoscere eventuali collegamenti fra gli episodi e valutarne il significato strategico.

L’attore ostile può sfruttare questa frammentazione per ritardare l’attribuzione delle responsabilità e rendere più difficile una decisione politica sulla risposta. La capacità di ricomporre le informazioni diventa, perciò, parte integrante della difesa. Oggi è più che mai necessario coniugare difesa e sicurezza nella valutazione delle minacce e nella preparazione nazionale, mantenendo competenze e responsabilità definite. I domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico sono collegati dalle funzioni che consentono di osservare, comunicare, muoversi e decidere. La protezione del singolo mezzo o impianto deve essere valutata insieme alla continuità del sistema nel quale opera. La condizione degli altri Paesi va letta attraverso queste relazioni. Un bilancio militare elevato non misura, da solo, la preparazione contro minacce distribuite. Le lacune statunitensi non dimostrano che ogni altro Stato sia necessariamente meno preparato, ma mostrano che una grande superiorità tecnologica può convivere con problemi di protezione.  L’Ucraina evidenzia il valore dell’esperienza. La pressione della guerra ha imposto un apprendimento continuo nell’impiego dei droni e delle contromisure, che Montgomery richiama come patrimonio utile alla preparazione americana. Per i Paesi europei, assume particolare rilievo il rapporto fra infrastrutture interconnesse e protezioni organizzate prevalentemente su base nazionale. L’interruzione di un nodo logistico o energetico può trasferire conseguenze oltre confine. Le differenze nella preparazione diventano pertanto un problema collettivo: la sicurezza dell’Alleanza dipende anche dalla continuità delle reti attraverso le quali i suoi membri possono sostenersi.

Nei Paesi del Golfo, la concentrazione di funzioni energetiche e logistiche di interesse mondiale amplia la portata delle vulnerabilità locali. Gli attacchi del settembre 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais mostrarono come il danneggiamento di pochi siti potesse interrompere una quota rilevante della produzione petrolifera e produrre effetti sui mercati internazionali. La protezione di queste infrastrutture riguarda contemporaneamente la sicurezza dei produttori, gli interessi dei partner e la stabilità degli approvvigionamenti esterni. Il richiamo di Montgomery alla cooperazione con gli alleati del Golfo non è casuale. Le garanzie politiche e militari devono tradursi in strumenti effettivamente disponibili dove la minaccia si manifesta. Se anche il principale garante presenta lacune, i partner devono valutare quanto dipendano dalla sua protezione e quali capacità proprie debbano sviluppare. La sostenibilità economica attraversa tutte queste condizioni. Impiegare un intercettore costoso può essere giustificato dal valore delle vite e delle infrastrutture protette. La difficoltà emerge quando la difesa deve essere mantenuta contro azioni ripetute: diventano determinanti scorte, capacità produttiva, manutenzione e disponibilità di risposte differenti.

L’attore ostile può cercare di consumare risorse difensive e imporre una pressione prolungata anche senza ottenere ogni volta un danno materiale. L’aumento della spesa deve quindi accompagnarsi a scelte coerenti con la minaccia. Occorre valutare quali capacità vengano acquistate, quanto rapidamente possano essere aggiornate e come siano collegate all’organizzazione nazionale. L’esperienza operativa deve raggiungere industria, ricerca e decisori con tempi compatibili con l’evoluzione dei mezzi e delle modalità d’impiego. La velocità dell’adattamento diventa una componente della potenza, insieme alla quantità e alla qualità delle risorse disponibili. Per tutti gli Stati, l’allarme americano impone quindi di verificare la preparazione dell’intero sistema nazionale. Le capacità militari devono accompagnarsi alla condivisione delle informazioni, alla chiarezza delle responsabilità e alla possibilità di intervenire tempestivamente sulle vulnerabilità individuate. Quando l’avversario nasconde il proprio ruolo e distribuisce la pressione fra ambiti civili e militari, riconoscere il disegno che collega le sue azioni diventa essenziale per contrastarlo. Da questa capacità dipende anche la libertà dello Stato di perseguire i propri interessi senza che sabotaggi, interruzioni e intimidazioni ne condizionino le decisioni.

  •  

Vi spiego la narrazione che muove la guerra cognitiva del Cremlino. Scrive Pagani

Non menzogne, ma una visione del mondo

Quando si parla della macchina della propaganda del Cremlino si tende a ridurla a una sequenza di falsi: il video manipolato, il sito clone dell’operazione Doppelgänger, la rete di bot che rilancia l’ennesima teoria sui laboratori biologici in Ucraina. È una lettura comprensibile ma fuorviante, perché scambia i singoli messaggi per la strategia. Le menzogne sono le munizioni; ciò che conta è l’arma che le spara, cioè una cornice interpretativa stabile dentro la quale ogni notizia, vera o falsa, assume un significato già scritto. La guerra cognitiva russa non vince quando fa credere un fatto inesistente, ma quando riesce a far leggere i fatti reali attraverso le sue categorie. Per questo il fact-checking, da solo, arriva sempre tardi: smentisce il dettaglio e lascia intatto il quadro.

Lo Stato-civiltà e il katechon

Il fondamento di questa cornice è un’idea che ha smesso da tempo di essere solo retorica ed è entrata nei documenti ufficiali. Il Concetto di politica estera del marzo 2023 definisce la Russia “uno Stato-civiltà originale”[1]: non una nazione tra le altre, soggetta alle stesse regole, ma un mondo a sé, portatore di valori propri e di una missione storica. Il decreto presidenziale n. 809 del novembre 2022 sui «valori spirituali e morali tradizionali» ha tradotto questa autorappresentazione in politica di Stato, indicando nell’«ideologia distruttiva» occidentale una minaccia alla sicurezza nazionale[2].

Dietro le formule burocratiche c’è un sincretismo che attinge a strati diversi della cultura russa: lo slavofilismo ottocentesco, che opponeva la comunità spirituale slava all’individualismo razionalista europeo; l’eurasismo degli esuli degli anni Venti, rilanciato da Aleksandr Dugin come scontro perenne tra potenza di terra, gerarchica e spirituale, e potenza di mare, mercantile e liberale; il mito di Mosca Terza Roma, ultimo rifugio della vera fede dopo Bisanzio. E soprattutto Ivan Il’in, il filosofo dell’emigrazione bianca più volte citato da Putin, teorico di uno Stato forte e redentore. Da qui proviene la figura del katechon, la forza che «trattiene» l’avvento del caos: la Russia si presenta come ultimo argine contro la dissoluzione morale dell’Occidente. Quando Putin, annettendo quattro regioni ucraine, ha parlato di «satanismo puro» e il patriarca Kirill ha descritto la guerra come una lotta “metafisica”, non improvvisavano: recitavano la liturgia di una teologia politica[3].

La fortezza assediata e il mito del 1945

Il secondo pilastro è il rovesciamento sistematico del rapporto tra causa ed effetto. Nella narrazione del Cremlino la Russia non agisce mai, reagisce. L’allargamento della Nato non è la libera scelta di Stati che temevano Mosca, ma un accerchiamento; la guerra non è un’aggressione, ma un’”operazione” resa inevitabile dalla minaccia occidentale; la fine dell’Urss non è l’emancipazione di popoli, ma «la più grande catastrofe geopolitica del secolo»[4]. A tenere insieme questo vittimismo strategico è la russofobia, presentata come odio ontologico dell’Occidente per la Russia in quanto tale: se il nemico ti odia per ciò che sei, nessun negoziato è possibile e ogni compromesso è un inganno.

Su questo impianto si innesta il mito fondativo della Grande guerra patriottica, l’unico capace di unire memoria zarista, sovietica e postsovietica. La sacralizzazione del 1945 permette un’operazione semantica potentissima: chiunque si opponga alla Russia diventa per definizione erede del nazismo. La “denazificazione” di un Paese guidato da un presidente ebreo è un nonsenso sul piano dei fatti, ma è coerente sul piano mitologico, perché riattiva un trauma collettivo e trasforma l’aggressione in liberazione. Il saggio di Putin del luglio 2021 sull’«unità storica di russi e ucraini» aveva già preparato il terreno, negando all’Ucraina una soggettività propria e iscrivendola nel Russkij Mir, lo spazio spirituale e linguistico che Mosca si arroga il diritto di proteggere.

Una sintassi modulare

La forza di questa architettura sta nella modularità. Lo stesso nucleo narrativo viene declinato in registri diversi, e talvolta opposti, a seconda del pubblico: al conservatore europeo si offre la Russia custode della tradizione, alla sinistra antiatlantista la Russia antimperialista erede dell’Urss, al Sud globale il “mondo multipolare” e un anticolonialismo di facciata che occulta la natura coloniale della guerra contro un vicino, al cittadino stanco e impaurito il disfattismo di chi ripete che resistere significa solo prolungare la sofferenza. Le versioni sono incompatibili tra loro, e non ha importanza: quando le contraddizioni affiorano servono a dissolvere l’idea stessa che esista una verità verificabile.

Le affinità elettive

Non tutti i pubblici, però, sono uguali. La narrazione del Cremlino trova il suo terreno naturale nelle destre populiste e sovraniste europee, con cui condivide il lessico prima ancora degli obiettivi: la nazione come comunità organica assediata, la diffidenza verso le istituzioni sovranazionali, il disprezzo per le “élite globaliste”, la famiglia tradizionale come trincea contro i diritti civili, l’uomo forte come rimedio alla presunta debolezza delle democrazie liberali. Non è un caso che proprio in quell’area politica Mosca abbia coltivato negli anni rapporti, convergenze e, in casi documentati, finanziamenti[5].

Per la sinistra, invece, quella stessa narrazione dovrebbe essere antitetica. Un regime che teorizza la gerarchia contro l’eguaglianza e la sovranità assoluta dello Stato contro i diritti universali della persona, che soffoca il dissenso e la società civile, che concentra la ricchezza in un’oligarchia e manda a morire al fronte soprattutto i figli delle regioni più povere, è quanto di più lontano si possa immaginare dagli ideali di progresso, solidarietà e giustizia sociale. Eppure una parte della sinistra europea si lascia sedurre dal travestimento antimperialista, scambiando l’ostilità all’egemonia americana per una forma di emancipazione. È l’errore più grave, perché consegna a un’autocrazia reazionaria le parole della propria tradizione: la pace che diventa resa, l’antimperialismo che diventa complicità con un impero.

Dalla persuasione al controllo riflessivo

Qui si coglie la differenza tra propaganda classica e guerra cognitiva. La prima cerca di convincere che la Russia ha ragione. La seconda non ha bisogno di farsi credere né amare: le basta indurre l’avversario a prendere, secondo la propria logica e in apparente autonomia, la decisione che conviene a Mosca. È il principio del controllo riflessivo, elaborato negli anni Sessanta dallo psicologo e matematico sovietico Vladimir Lefebvre e assorbito nella dottrina militare russa[6]. Lo si è visto in Crimea, quando l’ambiguità sui “piccoli uomini verdi” ha congelato la reazione occidentale il tempo necessario a chiudere l’annessione. Lo si vede ogni volta che l’evocazione dosata dell’escalation nucleare induce le cancellerie a rinviare forniture decisive: nessuno deve convincerci di nulla, la nostra avversione al rischio fa il resto. La narrazione, in questo schema, non è il fine ma il serbatoio di significati che rende plausibili le decisioni che si vogliono provocare.

Lo specchio delle nostre crepe

La conclusione più scomoda è che l’efficacia di questa macchina dipende meno dalla sua potenza che dalle nostre vulnerabilità. La propaganda russa agisce come un reagente: non crea le fratture, le rivela e le allarga. Si insinua nella sfiducia verso le istituzioni, nella polarizzazione alimentata dagli algoritmi, nella stanchezza per l’inflazione e la crisi energetica, nella falsa equivalenza che scambia il pluralismo per relativismo e invita in studio la “seconda campana” anche quando suona una menzogna. E sfrutta l’asimmetria tra un regime che non risponde a nessun elettorato e democrazie che vivono di cicli elettorali brevi.

La risposta, dunque, non può essere solo difensiva. Il prebunking, che smaschera i meccanismi della manipolazione prima che attecchiscano, e l’applicazione rigorosa del Digital Services Act contro le reti inautentiche sono necessari, ma non bastano. A una visione del mondo si risponde con un’altra visione del mondo. Finché l’Europa si limiterà a smentire, inseguendo la propaganda notizia per notizia, giocherà dentro la cornice disegnata a Mosca. Uscirne significa tornare a spiegare con convinzione perché la sovranità degli Stati, il diritto internazionale e la libertà delle persone non sono l’ipocrisia di una civiltà decadente, ma le ragioni per cui vale la pena difenderla.

[1]Concetto di politica estera della Federazione Russa, approvato con decreto presidenziale del 31 marzo 2023.

[2]Decreto del Presidente della Federazione Russa n. 809 del 9 novembre 2022, «Sui fondamenti della politica statale per la preservazione e il rafforzamento dei valori spirituali e morali tradizionali russi».

[3]V. Putin, discorso per la firma dei trattati di annessione, Cremlino, 30 settembre 2022; patriarca Kirill, omelia del 6 marzo 2022, cattedrale di Cristo Salvatore, Mosca.

[4]V. Putin, messaggio annuale all’Assemblea federale, 25 aprile 2005.

[5]Il caso più noto è il prestito di 9,4 milioni di euro concesso nel 2014 al Front National dalla First Czech-Russian Bank.

[6]V. A. Lefebvre, Konfliktujuščie struktury, Mosca, 1967; sulla sua ricezione nella dottrina russa, T. L. Thomas, «Russia’s Reflexive Control Theory and the Military», Journal of Slavic Military Studies, 17 (2004), 2.

  •  

Quando la potenza di calcolo e l’AI diventano bersagli della guerra cinetica. L’analisi di Mele

Tra l’8 e l’11 ottobre, tre attacchi ucraini condotti attraverso l’utilizzo di droni hanno colpito altrettanti data center di Yandex in territorio russo. Il primo ha raggiunto il polo di Sasovo, nella regione di Ryazan, dove l’impatto ha provocato un incendio e costretto la società a sospendere tutte le operazioni. Il giorno successivo, una nuova incursione – probabilmente con droni d’attacco monodirezionali FP-1 – ha danneggiato il data center di Kaluga, mettendone fuori servizio una parte. L’11 ottobre, infine, un ulteriore altro attacco sempre per mezzo di droni ha danneggiato l’infrastruttura del sito di Vladimir, determinandone la completa chiusura. In quattro giorni, in sostanza, sono stati colpiti tre dei cinque principali data center di una tra le principali e più rilevanti imprese tecnologiche russe.

Il sito di Sasovo, in particolare, ospita decine di migliaia di server e, secondo informazioni rese pubbliche in passato proprio da Yandex, anche due dei tre supercomputer utilizzati dalla società per sviluppare i propri modelli di intelligenza artificiale.

Seppure, almeno allo stato attuale, non sia possibile stabilire se quei sistemi siano stati danneggiati, né se la loro presenza abbia influito sulla scelta del bersaglio, non si può sottrarsi dall’analizzare come, in un arco temporale molto breve, questi attacchi abbiano interessato una parte consistente dell’infrastruttura fisica sulla quale poggiano il cloud di Yandex, numerosi suoi servizi digitali e alcune delle più importanti capacità russe nel campo dell’intelligenza artificiale.

Appare evidente, allora, come la capacità di calcolo di una nazione in guerra sia oggigiorno esposta in modo diretto alla dimensione cinetica di un conflitto armato.

Gli attacchi contro Yandex, peraltro, si inseriscono nella sequenza di azioni e reazioni iniziata a metà settembre scorso con la campagna russa contro le infrastrutture digitali ucraine sempre contro data center e infrastrutture tecnologiche di Kyivstar, Vodafone Ukraine, Datagroup, Cosmonova, Omega Telecom, Ukrtelecom e altri operatori. Il 27 settembre, ad esempio, sono stati danneggiati dieci data center a Kyiv e uno a Dnipro. Cosmonova ha comunicato che il proprio impianto non sarebbe più tornato operativo, mentre Omega Telecom ha riferito la distruzione delle apparecchiature del suo principale nodo tecnico.

Il ministero della Difesa russo ha sostenuto che alcune delle infrastrutture colpite fornissero capacità di comunicazione, elaborazione e conservazione dei dati alle forze armate ucraine, ma gli elementi accessibili al pubblico non permettono di verificare questa affermazione con riferimento ai singoli impianti. Ciò che appare evidente, invece, è come nella grammatica moderna di un conflitto armato sia ormai saldamente presente la volontà di colpire e incidere il più possibile su quei sistemi dai quali dipendono, allo stesso tempo, comunicazioni militari, servizi pubblici, attività economiche, pagamenti e meccanismi di allerta contro missili e droni. Peraltro, quando il presidente Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina avrebbe risposto in modo speculare agli attacchi russi e ha ricondotto a questa logica anche l’azione contro Kaluga, ha reso esplicito il significato di quella campagna, ovvero come le infrastrutture digitali private siano ormai entrate nella logica dell’azione e della risposta militare, attraverso attacchi fisici capaci di produrre sulle reti, sui sistemi informativi e sui servizi informatici effetti estesi e tempi di ripristino ben più lunghi di quelli generalmente associati a molte operazioni cibernetiche.

Le imprese tecnologiche tra proiezione di potenza e scelta del bersaglio

Un precedente altrettanto rilevante si è verificato già nel marzo 2026, quando droni iraniani hanno colpito direttamente due strutture di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti, mentre un impianto in Bahrein ha subito danni per l’esplosione di un drone nelle vicinanze. UNIDIR ha qualificato quegli episodi come il primo caso documentato di attacco deliberato contro data center commerciali. Teheran, inoltre, ha apertamente incluso AWS, Microsoft, Google, IBM, Oracle e altre imprese tecnologiche tra i possibili obiettivi della propria ritorsione, sebbene non siano emerse pubblicamente prove dell’impiego militare delle aziende colpite.

Anche la scelta iraniana riflette una valutazione politica più ampia e da non sottovalutare nei conflitti armati moderni, secondo la quale le grandi imprese tecnologiche partecipano alla proiezione di potenza del Paese di origine anche quando operano nel territorio di uno Stato terzo.

Gli attacchi contro AWS, la campagna russa in Ucraina e la recente risposta di quest’ultima su Yandex indicano come questa postura tattico-operativa non sia più una mera ipotesi eccezionale. L’Iran ha cercato di esercitare pressione sugli Stati Uniti e sui loro partner tecnologici regionali, la Russia ha tentato di degradare i servizi sui quali poggiano la società e la difesa dell’Ucraina, mentre Kyiv ha rivolto la propria risposta contro l’impresa che concentra in Russia servizi cloud, applicazioni digitali e capacità di sviluppo dell’intelligenza artificiale. Pur nella diversità delle finalità, appare evidente come la scelta del bersaglio risenta – in tutti e tre i casi – della funzione attribuita all’impresa all’interno della potenza nazionale, anche quando la proprietà sia privata e gli utenti siano prevalentemente civili.

Occorre considerare, per di più, come il rapporto tra infrastrutture tecnologiche private e funzioni strategiche possa assumere forme diverse. Negli Stati Uniti, dove il contratto Joint Warfighting Cloud Capability consente al Dipartimento della Difesa di acquistare da Amazon, Google, Microsoft e Oracle servizi cloud destinati a ogni livello di classificazione e utilizzabili anche nel cosiddetto tactical edge, l’integrazione tra capacità tecnologiche commerciali e apparato militare risulta esplicita e formalizzata. Nel conflitto armato tra Russia e Ucraina, invece, la medesima integrazione si manifesta su entrambi i fronti in forme meno trasparenti e più difficili da ricostruire, poiché le infrastrutture private continuano a servire la popolazione civile, le imprese e le amministrazioni pubbliche, ma possono sostenere contemporaneamente comunicazioni, capacità di elaborazione e sistemi di conservazione dei dati rilevanti per lo Stato e per le forze armate. Questa sovrapposizione, infatti, riguarda tanto gli operatori ucraini colpiti dalla Russia quanto i data center di Yandex attaccati dall’Ucraina, che ospitano servizi cloud, applicazioni utilizzate da milioni di persone e risorse avanzate per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, senza che le informazioni pubblicamente disponibili consentano di accertare con sufficiente precisione il contributo concretamente fornito da ciascuna infrastruttura alle operazioni militari della rispettiva parte.

Considerati nel loro insieme, questi esempi mostrano come la proprietà privata e l’impiego prevalentemente civile non impediscano a una determinata infrastruttura di assumere rilevanza strategica o di concorrere, in circostanze specifiche, all’azione militare. Questo assunto, tuttavia, impone al contempo di dover evitare il ragionamento inverso, ovvero quello secondo cui il rapporto contrattuale con la difesa o l’importanza dell’impresa per l’economia nazionale siano elementi da soli sufficienti ad attribuire la medesima funzione a tutti i beni di cui si compone. La natura strategica o militare non può, in sostanza, essere estesa indistintamente all’intera organizzazione, ma deve essere accertata con riferimento alla funzione concretamente svolta da ciascun edificio, server o componente della rete.

La geografia fisica del cloud

È proprio la possibile compresenza di funzioni civili e militari nella medesima infrastruttura a rendere necessario considerare, come ulteriore approfondimento, la dimensione materiale del cloud e dell’intelligenza artificiale, troppo spesso nascosti dietro le semplificazioni giornalistiche e l’immagine di servizi accessibili ovunque. Il cloud, ad esempio, non elimina la dipendenza da luoghi e componenti fisici, ma organizza e distribuisce attraverso la rete risorse che continuano a essere concentrate in edifici identificabili e a dipendere da una catena composta da alimentazione elettrica, sistemi di raffreddamento, collegamenti in fibra, apparati di rete, forniture idriche e personale specializzato. Questa concentrazione è ancora più marcata nel campo dell’intelligenza artificiale, dove l’addestramento e l’esecuzione dei modelli più avanzati richiedono grandi quantità di energia e cluster composti da processori ad alte prestazioni (soprattutto GPU) collegati tra loro, la cui sostituzione o riallocazione non può avvenire rapidamente a causa della scarsità dei componenti, della complessità delle configurazioni e delle capacità infrastrutturali necessarie a sostenerli. La distribuzione logica dei dati e dei carichi di lavoro, quindi, può accrescere la resilienza del sistema, ma non elimina i punti di concentrazione materiale dai quali dipende la continuità delle sue funzioni.

Da questo stato di cose deriva una conseguenza operativa altrettanto rilevante: per ridurre o interrompere la capacità di calcolo dell’avversario non è sempre necessario distruggere in maniera mirata tutti i server e le infrastrutture che la producono. Il punto più vulnerabile può coincidere con il luogo che ospita gli apparati, con la sottostazione elettrica che ne garantisce l’alimentazione, con l’impianto di raffreddamento senza il quale le macchine non possono operare, così come con il collegamento in fibra o lo snodo di rete attraverso cui transita il traffico, sicché il danneggiamento di una singola dipendenza può compromettere un insieme di servizi molto più ampio rispetto all’area materialmente colpita.

La possibilità di produrre conseguenze così estese rende questi “nodi” particolarmente rilevanti per la pianificazione delle operazioni, senza che la loro utilità strategica ne determini automaticamente la qualificazione come obiettivi militari. Ciò spiega, al contempo, perché la protezione della capacità di calcolo di determinate infrastrutture tecnologiche non possa ormai essere più affidata soltanto alle misure di sicurezza informatica e di continuità operativa predisposte dalle imprese, ma richieda necessariamente il coinvolgimento dello Stato nel cui territorio esse sono situate.

Quando un data center diventa un obiettivo militare

Volendo analizzare brevemente i principali aspetti sul piano giuridico, la rilevanza attribuita a un’infrastruttura nella pianificazione delle operazioni militari o la sua importanza complessiva per il sistema tecnologico di una delle parti all’interno del conflitto non bastano da sole a qualificarla come obiettivo militare ai sensi del diritto internazionale umanitario. L’articolo 52, paragrafo 2, del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra richiede che, affinché un bene possa essere qualificato come obiettivo militare, devono concorrere due condizioni cumulative. Esso, infatti, deve offrire, per natura, ubicazione, destinazione o impiego, un contributo effettivo all’azione militare e la sua distruzione totale o parziale, cattura o neutralizzazione deve procurare, nelle circostanze esistenti in quel momento, un vantaggio militare preciso. La valutazione, quindi, deve riguardare ciascuna infrastruttura nella sua concreta configurazione e nel momento in cui l’attacco viene pianificato, senza poter essere estesa automaticamente all’intera infrastruttura tecnologica, rete o servizio informatico, così come men che meno all’intera impresa che la gestisce. Peraltro, trattandosi di infrastrutture normalmente destinate anche a usi civili, dovrebbe trovare altresì applicazione la presunzione prevista dall’articolo 52, paragrafo 3, secondo la quale, in caso di dubbio circa il loro impiego a sostegno dell’azione militare, esse devono essere considerate come non utilizzate a tale scopo.

Per di più, la reciprocità dell’attacco armato non modifica gli obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario, ove l’articolo 52, paragrafo 1, del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta espressamente di fare dei beni di carattere civile oggetto di attacchi o rappresaglie, con la conseguenza che, ad esempio, l’eventuale illegittimità degli attacchi russi contro le infrastrutture civili ucraine non renderebbe lecito colpire, a titolo di rappresaglia, un data center civile in Russia.

Infine, anche qualora uno dei siti soddisfacesse i requisiti necessari per essere qualificato come obiettivo militare, ciò non renderebbe automaticamente lecito l’attacco, che dovrebbe rispettare comunque e sempre il principio di proporzionalità e gli obblighi di precauzione. L’articolo 51, paragrafo 5, lettera b), del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta gli attacchi armati dai quali possano prevedersi perdite incidentali di vite civili, lesioni ai civili o danni a beni di carattere civile eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso, mentre il successivo articolo 57 impone a chi pianifica o decide l’operazione di compiere tutto quanto sia concretamente possibile per verificare la natura militare del bersaglio, scegliere mezzi e metodi capaci di evitare o ridurre il danno incidentale e sospendere l’attacco qualora emerga che l’obiettivo non è militare o che le conseguenze previste sarebbero sproporzionate.

La capacità di calcolo come questione di sicurezza nazionale

Ad avviso di chi scrive, gli attacchi recenti contro i data center in Medio Oriente, Ucraina e Russia dimostrano che la protezione delle infrastrutture strategiche non può più essere organizzata meramente sulla base della loro titolarità pubblica o privata. Ciò, in quanto capacità essenziali per il funzionamento dello Stato, dell’economia e della difesa possono essere concentrate in beni appartenenti a operatori commerciali e, in alcuni casi, possono essere situate anche nel territorio di altri Paesi. Per comprendere quali infrastrutture debbano essere protette con maggiore priorità, lo Stato, quindi, non può più limitarsi a individuare gli operatori formalmente qualificati come critici, ma deve conoscere le funzioni concretamente sostenute da ciascun impianto, le sue dipendenze energetiche e di connettività, i punti nei quali si concentra la capacità di calcolo e le conseguenze che potrebbero derivare dalla perdita simultanea di più componenti. Soltanto una ricostruzione di questo tipo consente di stabilire quali siti debbano beneficiare di sistemi di allerta, sorveglianza fisica o protezione contro i droni, quali carichi di lavoro possano essere trasferiti in caso di attacco e quali comunicazioni debbano essere ripristinate per prime. Le imprese possiedono le informazioni tecniche indispensabili e possono rafforzare la resilienza dei propri sistemi, ma non dispongono degli strumenti militari necessari a proteggerli, né della legittimazione per bilanciare autonomamente la continuità dei servizi civili, le esigenze della difesa e i rapporti con gli Stati nei cui territori si trovano le infrastrutture. Decisioni, queste, che richiedono inevitabilmente una responsabilità pubblica chiaramente definita e meccanismi strutturati di condivisione delle informazioni.

Per l’Europa, gli attacchi contro queste infrastrutture spostano il problema oltre i termini nei quali è stato prevalentemente affrontato il tema della sovranità digitale, finora concentrato sul controllo dei dati e sulla dipendenza tecnologica dagli hyperscaler statunitensi. La questione riguarda ormai anche la protezione fisica della capacità di calcolo (così come di molto altro) e diventa particolarmente complessa quando l’impresa proprietaria, i soggetti che utilizzano i servizi e lo Stato nel cui territorio si trova l’infrastruttura appartengono a ordinamenti differenti.

La direttiva NIS 2, il regolamento DORA per il settore finanziario e la direttiva CER rafforzano, su piani differenti, la gestione dei rischi di cibersicurezza, la resilienza operativa digitale e la resilienza delle entità critiche anche rispetto a minacce ibride o di origine dolosa, ma non sono state concepite per stabilire quali impianti privati debbano beneficiare di protezione militare, come debbano essere assegnate le limitate capacità di difesa aerea e antidrone, oppure quando sia necessario separare i carichi civili da quelli militari per ridurre il rischio trasferito sulla popolazione. Non si tratta di una lacuna regolatoria in senso stretto, ma del punto nel quale la resilienza affidata agli operatori incontra la responsabilità degli Stati per la sicurezza nazionale e la difesa, rendendo necessari meccanismi di coordinamento che coinvolgano anche il Paese nel quale l’infrastruttura è materialmente localizzata.

Il sabotaggio avvenuto lo scorso 23 settembre contro una stazione terrestre Starlink nella Polonia centrale rende concreta questa esigenza, in quanto l’incendio ha colpito il sistema di alimentazione e il generatore di emergenza dell’impianto nel tentativo, secondo le autorità polacche, di interrompere servizi di connettività utilizzati anche dalle forze armate ucraine. Sebbene la responsabilità dell’azione non sia stata pubblicamente attribuita, l’episodio dimostra che la medesima funzione strategica può essere aggredita persino al di fuori del territorio nel quale si svolgono le operazioni militari, colpendo mediante strumenti clandestini non necessariamente l’infrastruttura digitale principale, ma una delle dipendenze fisiche dalle quali deriva il suo funzionamento. Il confine tra protezione delle infrastrutture critiche, contrasto al sabotaggio, risposta alle minacce ibride e difesa militare diventa così sempre meno netto, mentre resta indispensabile evitare che l’incertezza sull’autore o sulla natura dell’operazione conduca ad attribuzioni non sufficientemente dimostrate.

L’odierna vicenda Yandex conferma, in definitiva, che la dimensione fisica del potere digitale è entrata stabilmente nella guerra contemporanea. Server, sistemi di raffreddamento, collegamenti in fibra, stazioni terrestri e processori ad alte prestazioni, come le GPU, utilizzati per addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale non costituiscono soltanto componenti dell’economia tecnologica, ma sostengono ormai servizi essenziali, funzioni pubbliche e capacità operative dalle quali dipende la sicurezza degli Stati. La loro protezione, quindi, non può essere affidata esclusivamente alla cibersicurezza e agli obblighi di resilienza imposti alle imprese, ma deve essere integrata nella pianificazione della difesa attraverso attività di intelligence, sistemi di allerta, protezione fisica, capacità di difesa antidrone e cooperazione con gli Stati che ospitano quelle infrastrutture.

Questa crescente rilevanza strategica non consente, tuttavia, di qualificare automaticamente come obiettivo militare ogni bene appartenente a un fornitore tecnologico, poiché la funzione concretamente svolta dal singolo impianto deve continuare a essere distinta dall’importanza complessiva dell’impresa o dal suo generico contributo alla potenza nazionale. La questione posta ai governi dagli attacchi degli ultimi mesi consiste, pertanto, nel proteggere la capacità di calcolo come risorsa essenziale per la sicurezza nazionale, preservando al tempo stesso una distinzione giuridica e operativa credibile tra le funzioni militari e i servizi civili che condividono le medesime infrastrutture.

Dalla capacità di compiere questa distinzione dipenderanno tanto la continuità dei servizi essenziali quanto la possibilità di sostenere le operazioni militari senza trasferirne in misura ancora maggiore i rischi sulla popolazione civile.

  •  

Fairford, per 32 Paesi Teheran è responsabile. C’è anche l’Italia

C’è anche l’Italia tra i Paesi che hanno deciso di schierarsi al fianco di Londra nell’attribuzione dell’incidente avvenuto il 27 settembre a RAF Fairford all’Iran. La dichiarazione pubblicata lunedì dal governo britannico porta la firma di 32 ministri degli Esteri, dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Francia all’Australia.

L’attribuzione

I firmatari dichiarano infatti di riconoscere formalmente la valutazione del Regno Unito sul coinvolgimento iraniano nell’episodio che ha interessato la base britannica. Secondo Londra, il caso Fairford mostra ancora una volta la disponibilità dei Guardiani della Rivoluzione islamica, l’Irgc, a condurre attività ostili all’estero servendosi di “covert networks and proxy actors”, reti clandestine e intermediari.

È questo il cuore politico della dichiarazione. Non una generica denuncia delle attività iraniane, ma l’adesione di un gruppo ampio di alleati alla lettura fornita dall’intelligence britannica di un episodio avvenuto sul territorio del Regno Unito.

Da Fairford ai Guardiani della Rivoluzione

Il premier britannico Andy Burnham, intervenendo alla Camera dei Comuni, è andato ancora più avanti. Secondo la valutazione del governo, quanto accaduto a Fairford sarebbe stato con “alta probabilità” coordinato in Iran e “quasi certamente” diretto dai Guardiani della Rivoluzione.

Londra ha quindi promesso nuove misure per ridurre la capacità dell’Iran e dell’Irgc di condurre operazioni nel Regno Unito e ha annunciato un giro di vite sull’utilizzo delle reti criminali da parte di Teheran. È da tempo che i servizi occidentali osservano il ricorso iraniano a soggetti esterni agli apparati formali dello Stato: intermediari, gruppi criminali e attori locali che permettono di mantenere una distanza tra il committente e l’azione materiale. Una modalità che complica l’attribuzione, riduce l’esposizione diretta e rende più difficile stabilire dove finisca la criminalità comune e dove inizi un’operazione di Stato.

Nello stesso giorno il Foreign Office ha convocato l’ambasciatore iraniano e sanzionato due cittadini iraniani. Uno è Ruhollah Bazghandi, indicato da Londra come responsabile delle operazioni di controspionaggio dell’Irgc. L’altro è Shahram Ali Reza Tamarzadeh Jakki, descritto dal governo britannico come facilitatore della rete criminale Zindashti e coinvolto in diversi complotti contro dissidenti iraniani.

Il dossier

A giugno, 24 Paesi – compresa l’Italia – avevano firmato una dichiarazione sulle minacce riconducibili agli apparati di sicurezza iraniani. Il documento citava espressamente l’organizzazione di intelligence dei Guardiani della Rivoluzione, la Forza Quds e il ministero dell’Intelligence, accusandoli di aver promosso complotti e altre operazioni contro dissidenti iraniani, giornalisti e comunità ebraiche e israeliane in Europa, Nord America e Australia. Un passaggio sottolineava in particolare i rapporti, definiti di lunga data, tra i servizi iraniani e gruppi criminali locali e internazionali.

C’è poi il capitolo HAYI, Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya, noto nel Regno Unito anche come Islamic Movement of Companions of the Right. Il gruppo ha rivendicato una serie di attacchi in Europa contro obiettivi legati alle comunità ebraiche, ai media iraniani e agli interessi statunitensi. Londra lo ha sanzionato a luglio, ricordando le sette azioni che l’organizzazione aveva pubblicamente rivendicato nel Regno Unito.

La dichiarazione del 12 ottobre inserisce esplicitamente anche questa campagna nel quadro delle attività che i governi occidentali stanno osservando: assassinii, incendi dolosi, sabotaggi, attacchi informatici e altre operazioni ibride. È un modello che gli apparati di sicurezza europei incontrano sempre più spesso. Cambiano gli attori e cambiano gli obiettivi, ma il principio resta quello di operare sotto la soglia di un confronto diretto, sfruttando intermediari che rendano più opaca la catena di comando. E Fairford, nella valutazione britannica oggi condivisa anche dall’Italia, appartiene esattamente a questa zona grigia.

  •  

Dark Clark, fronti fittizi e firme inesistenti. La nuova grammatica dell’IA nella guerra cognitiva

C’è un dettaglio, nel rapporto che OpenAI ha pubblicato l’8 ottobre, che vale più di molte previsioni sul futuro della guerra cognitiva . Gli operatori russi dell’operazione battezzata “Dark Clark” non usavano ChatGPT soprattutto per fabbricare propaganda, ma per scrivere i rapporti destinati ai propri superiori. E in quei rapporti si attribuivano meriti che non avevano: rivendicavano come frutto del proprio lavoro argomenti che Buenos Aires sostiene da decenni sulle Malvinas, o servizi della stampa brasiliana che si limitavano a citare il video di un prigioniero. Un’operazione d’influenza rivolta, prima ancora che al pubblico latinoamericano, ai propri committenti a Mosca.

L’aneddoto non è folclore burocratico. Racconta con precisione che cosa sia oggi l’intelligenza artificiale (IA) nelle mani degli apparati che conducono la guerra ibrida: non un’arma nuova, ma un acceleratore di processi antichi. Lo scrive la stessa OpenAI: queste operazioni assomigliano in modo impressionante alle campagne complesse dell’era pre-IA, con la differenza che l’IA rende più agevoli alcuni passaggi del lavoro. Chi si aspettava la rivoluzione degli eserciti di bot onniscienti deve prendere atto che la vera innovazione è un’altra, ed è più insidiosa.

Dalla quantità alla credibilità

Il dato strategico più rilevante del rapporto non riguarda la tecnologia, ma la distribuzione. Analizzando le trenta operazioni d’influenza smascherate negli ultimi due anni e mezzo, OpenAI osserva che quelle affidate soltanto ai social network non superano la terza categoria della Breakout Scale, mentre quelle che riescono a collocare i propri contenuti in testate reali raggiungono la quarta e la quinta. «Dark Clark» è la prima operazione di categoria 5 mai interrotta dall’azienda; l’iraniana «Bogus Bylines» si è fermata alla quarta.

È la conferma di un passaggio d’epoca. La stagione di Doppelgänger, con i cloni dei siti di Le Monde e Der Spiegel e le campagne a pagamento per spingerli, puntava sul volume. La nuova stagione punta sulla facciata: un’entità credibile, un nome, una firma, un istituto, che possa bussare alla porta di una redazione o di una scuola e ottenere ciò che nessun bot può comprare, cioè la fiducia di un intermediario umano. È la logica delle «misure attive» sovietiche, aggiornata ai costi marginali quasi nulli della produzione testuale.

Tre architetture della finzione

La prima è il think tank con personale ignaro. Gli operatori russi controllavano il Social Research Center, una piattaforma di ricerca latinoamericana dedicata alla diaspora indiana e ai rapporti tra l’India e la regione, attraverso una persona fittizia, «Mia Clark». I dipendenti sul campo, a quanto risulta, non sapevano per chi lavorassero: intervistavano esperti e redigevano studi in buona fede, oltre sessanta articoli in gran parte originali. Intorno a questa facciata ruotavano i colpi veri. A maggio, una falsa e-mail della Direzione regionale dell’educazione di Lima ha invitato le scuole a celebrare l’Ucraina citando Stepan Bandera; alcune hanno risposto inviando le foto. La vicenda è rimbalzata sulla stampa peruviana e polacca, fino a provocare la proposta di un eurodeputato polacco di dichiarare persona non grata chi manifesta «antipolonismo». In Ecuador, un’altra e-mail falsa ha spinto alcune scuole a un giuramento di fedeltà al presidente Noboa e a Erik Prince, costringendo la ministra dell’Istruzione a una smentita pubblica. In Bolivia, nel pieno delle proteste, un falso audio attribuito a un dipendente dell’azienda idrica annunciava il taglio dell’acqua a La Paz. La filiera rimanda a «Politology», la struttura che diverse inchieste indicano come erede della galassia di Prigozhin, e il modello ricalca PeaceData, il falso giornale che nel 2020 reclutava reporter inconsapevoli.

La seconda architettura è il giornalista inesistente. «Bogus Bylines» ha gestito sette firme di presunti freelance occidentali, che dal luglio 2025 hanno collocato quasi cento articoli su oltre una dozzina di testate di politica internazionale, con un’impennata dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran. ChatGPT serviva a confrontare le bozze con i criteri editoriali di ciascuna testata e a scrivere le e-mail di proposta ai direttori. Una delle testate contava quasi due milioni di follower su Facebook. È la versione industriale di Alice Donovan, la finta giornalista dietro cui operava l’intelligence militare russa nel 2016-17. Il dettaglio più istruttivo è che i commenti generati in serie sui social non hanno prodotto quasi nulla, mentre gli articoli firmati sono entrati nel circuito dell’informazione: la credibilità rende, il rumore no.

La terza è il think tank di cartapesta. L’International Burke Institute, smascherato ad agosto , si presentava come comunità di esperti con sede in Israele, esibiva un «indice di sovranità» che collocava la Russia davanti alle democrazie occidentali e annoverava tra i propri autori, a loro insaputa, nomi come Fukuyama e Chomsky. Qui l’IA serviva soprattutto alla promozione, mentre i contenuti erano in larga parte plagiati. Eppure ancora a settembre una testata online trattava quell’indice come uno strumento serio: il riciclaggio informativo funziona anche quando la facciata è fragile.

Che cosa fa davvero l’IA

Se si scompone il lavoro di queste reti, il contributo dell’intelligenza artificiale è riconoscibile e circoscritto. Offre fluidità linguistica, perché un operatore a Mosca può chiedere di tradurre un testo in spagnolo ecuadoriano o di imitare lo stile di un ufficio pubblico peruviano. Offre conformità editoriale, perché un pezzo può essere tagliato su misura per le linee guida di ogni redazione. Offre scala, perché una piccola cellula può mantenere vive più identità contemporaneamente. E offre una burocrazia a basso costo: rendiconti, presentazioni, metriche gonfiate per chi paga.

Il vantaggio è un’asimmetria di costi. Produrre una facciata credibile costa sempre meno, mentre verificarla costa sempre di più a redazioni sottodimensionate, scuole, amministrazioni e piattaforme. Ma il punto vulnerabile non è tecnologico. È istituzionale: la fiducia con cui un preside esegue una circolare, la disponibilità di una piccola testata a pubblicare un collaboratore gratuito, l’assenza di qualsiasi controllo sull’identità di chi propone un articolo. La guerra cognitiva contemporanea non attacca le menti una per una; attacca i protocolli di fiducia attraverso cui le società si informano. E la frontiera successiva è già visibile: la rete «Pravda», inondando il web di contenuti pensati più per i crawler che per i lettori, ha mostrato come il bersaglio del riciclaggio informativo possa diventare la macchina stessa, il chatbot che poi restituisce quei contenuti come fatti .

La lezione per chi difende

La prima lezione è che l’esposizione pubblica funziona. Alice Donovan e PeaceData cessarono le attività dopo essere state smascherate, perché un’operazione fondata sulla copertura non sopravvive alla perdita della copertura. L’attribuzione tempestiva e documentata è un deterrente, a condizione che governi, piattaforme, aziende di IA e ricercatori condividano le informazioni invece di custodirle ciascuno nel proprio silo.

La seconda è che la difesa va spostata sugli intermediari. Servono procedure minime di verifica dell’identità dei collaboratori esterni nelle redazioni, sistemi di autenticazione della posta elettronica nelle amministrazioni e nelle scuole, canali rapidi di smentita istituzionale. Sono misure poco spettacolari, ma colpiscono proprio il punto in cui queste operazioni trasformano una falsità in un fatto pubblico.
La terza riguarda chi analizza. Gli operatori gonfiano il proprio impatto per compiacere i superiori: l’analista che prende per buone quelle rivendicazioni, o che descrive ogni campagna come un successo devastante, completa il lavoro dell’avversario. L’obiettivo di fondo della guerra cognitiva è la sfiducia generalizzata, l’idea che nulla sia credibile. Sopravvalutare il nemico serve quella causa quanto sottovalutarlo.

Resta un paradosso che merita attenzione. Affidando ai modelli linguistici la propria contabilità interna, gli operatori hanno aperto una finestra sul loro back office: il rapporto scritto per il capo è stato letto anche da chi li osservava. L’intelligenza artificiale moltiplica la capacità offensiva, ma lascia tracce. Per i servizi e per le democrazie la sfida dei prossimi anni sarà imparare a leggerle prima che una falsa circolare arrivi in una scuola italiana.

Per approfondire:

Dietro le quinte della guerra cognitiva. Come Mosca istruisce i suoi narratori italiani

Contro la guerra cognitiva russa serve una contro-narrativa. L’analisi di Pagani

L’Ombra del Cremlino. Anatomia della guerra cognitiva russa dall’Italia all’Europa

  •  
❌