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Classifica città smart d’Italia: Bologna si conferma prima ma cresce il divario col Sud

Bologna si conferma la città più smart d’Italia per il secondo anno consecutivo. A completare il podio della settima edizione del City Vision Score 2026-27 ci sono Pordenone, che compie un salto in avanti passando dall’ottavo al secondo posto, e Casalecchio di Reno, comune alle porte del capoluogo emiliano.

Il verdetto della graduatoria, presentata a Padova durante gli Stati generali delle città intelligenti, incorona nuovamente il Nord e traccia una mappa dell’innovazione nei territori italiani che riflette le croniche condizioni territoriali.

Cos’è City Vision Score

L’indice, curato dalle società Blum e Prokalos, misura il grado di intelligenza dei comuni italiani analizzando la totalità delle 7.896 realtà amministrative presenti sul territorio nazionale.

I tre centri urbani che guidano la graduatoria hanno ottenuto punteggi ai vertici della scala di valutazione (da 10 a 100): Bologna ha conquistato il punteggio pieno di 100 punti, seguita a brevissima distanza da Pordenone con 99,96 punti e da Casalecchio di Reno a quota 99.

I sei criteri di valutazione

La misurazione del livello di digitalizzazione e innovazione si basa su 30 indicatori analitici, ripartiti su sei dimensioni cardine della trasformazione urbana:

  • l’efficienza amministrativa, la digitalizzazione dei servizi pubblici e la trasparenza;
  • la vitalità del tessuto imprenditoriale, l’innovazione e la capacità di attrarre investimenti;
  • sostenibilità ambientale, gestione dei rifiuti e politiche energetiche;
  • qualità della vita, sicurezza, offerta culturale e inclusione sociale;
  • infrastrutture di trasporto sostenibile, mobilità elettrica e connessioni stradali;
  • competenze digitali dei cittadini, istruzione e capitale umano.

La top 10 delle città più smart d’Italia

Nove dei primi dieci comuni appartengono al Nord Italia, evidenziando una marcata concentrazione geografica dei centri ad alta tecnologia. Di seguito la classifica dei primi dieci comuni italiani:

  • Bologna, con 100 punti;
  • Pordenone, in Friuli-Venezia Giulia, con 99,96 punti;
  • Casalecchio di Reno, in Emilia-Romagna, con 99,00 punti;
  • Bergamo (Lombardia);
  • Brescia (Lombardia);
  • Rovereto (Trentino-Alto Adige);
  • Agrate Brianza (Lombardia);
  • Firenze;
  • Milano (Lombardia);
  • Udine (Friuli-Venezia Giulia).

Le città del Centro e del Sud Italia dove sono?

Dietro i successi dei primi dieci centri emerge una verità ormai cronica: il Centro e il Mezzogiorno restano completamente esclusi da qualsiasi caratterizzazione delle smart city. Nelle prime cento posizioni figurano 91 comuni del Nord e 9 del Centro, nessun comune del Sud o delle Isole.

Per trovare la prima realtà meridionale occorre scendere fino alla 301esima posizione, occupata da Pescara, che risulta anche l’unico comune di tutto il Sud a rientrare tra i primi 500. Per trovare la prima città insulare si deve arrivare all’865esimo posto con Cagliari, seguita da Bari al 1.456esimo posto, Avellino al 1.671esimo e Lecce al 1.688esimo.

Un’Italia a due velocità

Anche la media dei punteggi evidenzia la spaccatura. Mentre il Nord viaggia a una media di 63,2 punti, con il Nord-Est in vetta a 67,7, e le città del Centro si attestano a 57,1, il Sud si ferma a 37,8 punti.

L’Italia continua ad andare a due velocità, e senza un rafforzamento della capacità amministrativa e investimenti mirati al Mezzogiorno, i progetti di transizione digitale, energetica e ambientale rischiano di essere una realtà solo per una parte del Paese.

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Vermetal, intervista a Marco e Mauro Salvadori: verniciatura, qualità e innovazione

Da un’attività familiare avviata nel 1991 a fornitore di alcuni dei marchi più esigenti al mondo: stiamo parlando di Vermetal, l’azienda di Castegnero (in provincia di Vicenza) specializzata in trattamenti superficiali. Un vero e proprio colosso la cui storia è esemplare, ma non priva di sfide.

Oggi, Vermetal è guidata da Marco e Mauro Salvadori, che hanno raccolto l’eredità del padre Carlo dopo la sua scomparsa, nel 1995. Li abbiamo intervistati per farci raccontare la storia, i numeri, le occasioni e complessità di un settore che si gioca sempre più sul filo della qualità e dell’innovazione.

Una storia trentennale, sempre in evoluzione

Vermetal nasce nel 1991, fondata da vostro padre. Cosa significa per voi aver preso in mano l’azienda di famiglia ancora molto giovani, nel 1995?

«È stata una responsabilità arrivata presto e in circostanze difficili, ma anche una spinta enorme a non fermarci. Quando abbiamo iniziato eravamo due persone in tutto. Oggi siamo oltre 250 collaboratori, distribuiti tra la sede storica di Castegnero e lo stabilimento che abbiamo aperto in Romania. Ogni fase di crescita è stata anche un modo per onorare quello che nostro padre aveva avviato, portandolo dove lui aveva immaginato potesse arrivare».

Come si è evoluta l’offerta di Vermetal nel corso degli anni?

«Siamo nati come realtà dedicata alla semplice verniciatura, ma nel tempo abbiamo costantemente aggiornato i nostri processi e ampliato la gamma di lavorazioni. Oggi offriamo verniciatura a polvere e a liquido, smaltatura, ossidazione anodica, sabbiatura, verniciatura per cataforesi, tampografia e serigrafia, stampaggio e verniciatura del carbonio, stampa 3D e prototipazione, lavorazioni meccaniche di precisione, oltre ai servizi di assemblaggio e logistica. L’obiettivo non è solo verniciare un pezzo, ma offrire al cliente una soluzione completa, dalla consulenza tecnica iniziale fino al prodotto pronto per la consegna».

Tra i vostri committenti figurano marchi del calibro di Apple, Ferrari, Rolls-Royce, Lamborghini e il gruppo LVMH. Cosa richiede lavorare con clienti di questo livello?

«Lavorare con realtà così esigenti richiede innanzitutto costanza: non basta un lotto perfetto, serve garantire lo stesso standard su ogni lotto, ogni volta. Per questo abbiamo investito molto su impianti automatizzati di ultima generazione e su un sistema di controllo qualità molto rigoroso, certificato ISO 9001:2015.

Ogni lotto di produzione viene sottoposto a verifiche estetiche, fisiche e chimiche: dal controllo colore in cabina luce standard ai test di resistenza alla corrosione, fino alle determinazioni dinamometriche su campioni che archiviamo per ogni commessa».

Le due sedi e la sostenibilità

Con due sedi produttive e una struttura così ampia, come riuscite a gestire al tempo stesso grandi volumi e piccole produzioni su misura?

«È una delle caratteristiche che ci contraddistingue di più: la nostra struttura è pensata per elaborare e fornire ogni soluzione di finitura superficiale anche per grandi lotti, ma ci consente allo stesso tempo di gestire quantitativi più contenuti senza abbassare gli standard qualitativi.

Vermetal, sede

Operiamo in settori molto diversi tra loro (automotive, moda, sport, design, agricoltura, elettrodomestici, infrastrutture, medicale) e ognuno ha esigenze specifiche che richiedono flessibilità, non solo capacità produttiva».

Quanto conta oggi la sostenibilità nelle scelte dei vostri clienti, e cosa state facendo concretamente su questo fronte?

«È un tema che negli anni è passato da “elemento accessorio” a vero criterio di selezione del fornitore. Da parte nostra utilizziamo impianti di pirolisi che riducono in modo significativo le emissioni durante i processi di verniciatura, e promuoviamo l’uso di vernici all’acqua, che limitano il ricorso ai solventi chimici. Continuiamo inoltre a valutare l’acquisizione di ulteriori certificazioni, come la ISO 45001 per la salute e la sicurezza sul lavoro, perché un ambiente di lavoro sicuro per le persone è la prima condizione per garantire qualità nel tempo».

Il futuro e e l’importanza della consulenza

Guardando ai prossimi anni, qual è l’ambizione di Vermetal?

«Vogliamo consolidare la nostra presenza come punto di riferimento nel settore della verniciatura industriale e delle finiture speciali, continuando a investire in innovazione tecnologica e nella riduzione dell’impatto ambientale dei nostri processi. Negli ultimi quattro anni il nostro fatturato è raddoppiato, arrivando a 25 milioni di euro nel 2023, e siamo convinti che i margini di crescita siano ancora ampiamente da esplorare, soprattutto continuando a posizionarci come partner strategico e non come semplice fornitore.»

Un’ultima domanda: che consiglio dareste a un’azienda che deve scegliere un partner per la finitura superficiale dei propri prodotti?

«Di non guardare solo al prezzo del singolo lotto, ma alla capacità del fornitore di affiancarli davvero nelle scelte tecniche: il materiale giusto, il ciclo di lavorazione più adatto, gli obiettivi estetici e prestazionali del prodotto finito. Siamo consulenti prima ancora che verniciatori: è questo approccio, insieme a oltre 30 anni di esperienza, che ci ha permesso di crescere insieme ai nostri clienti, anche i più esigenti.»

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Perché gli Stati Uniti hanno chiesto di inviare uova dall’Italia

Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di fornire uova per far fronte all’aumento dei prezzi che, dopo la crisi nel 2025, hanno registrato un’impennata senza precedenti. Alla base dell’emergenza americana soprattutto i focolai di influenza aviaria, che avevano provocato la perdita di milioni di galline ovaiole, riducendo l’offerta proprio mentre le famiglie continuavano ad acquistare un alimento fondamentale nella loro dieta.

A chi si sono rivolti gli Usa in Italia per superare la crisi delle uova (e perché l’hanno fatto)

Nel marzo 2025, l’amministrazione statunitense ha contattato diversi Paesi per aumentare le forniture di uova e contenere l’aumento dei prezzi sul mercato interno. Tra i territori interpellati figuravano il Veneto e la Danimarca, mentre altri accordi o iniziative di importazione hanno coinvolto Paesi come la Turchia e la Corea del Sud.

La richiesta rivolta al Veneto non è stata casuale, poiché si tratta della prima regione in Italia per produzione di uova, con circa 2 miliardi di esemplari all’anno, pari al 26% del totale nazionale. La richiesta americana è arrivata in un momento politicamente delicato. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca da meno di due mesi, dopo aver promesso durante la campagna elettorale di ridurre il costo della vita e dei generi alimentari, e proprio le uova, diventate progressivamente più care, erano state utilizzate anche come argomento di scontro politico con la precedente amministrazione di Joe Biden.

Quando i prezzi hanno continuato a salire, quindi, il tema si è trasformato in un problema anche per il nuovo governo.
La crisi aveva raggiunto dimensioni tali che alcuni supermercati americani avevano introdotto limiti agli acquisti, mentre la catena di ristoranti Waffle House aveva applicato un supplemento di 50 centesimi per ogni uovo servito. La ricerca di fornitori esteri risponde quindi all’esigenza di aumentare la disponibilità di prodotto per provare a ridurre la pressione sui prezzi.

Cosa è successo negli Stati Uniti

La causa principale della crisi americana è stata l’influenza aviaria, un’infezione virale che ha colpito duramente gli allevamenti, imponendo l’abbattimento di milioni di galline ovaiole. Dal 2022, l’epidemia ha provocato perdite enormi nel patrimonio avicolo statunitense e ha ridotto la capacità produttiva proprio in un mercato caratterizzato da consumi elevati.

E come in ogni altro mercato, quello che succede è che quando un bene diminuisce drasticamente, se la domanda rimane elevata, il prezzo tende a salire, soprattutto quando non esistono scorte sufficienti per compensare rapidamente il calo dell’offerta.

La reperibilità è stata fin da subito un problema, ma il fenomeno è diventato particolarmente evidente nei primi mesi del 2025. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, il prezzo medio di una dozzina di uova è passato da 4,25 dollari nel dicembre 2022 a 4,82 dollari nel gennaio 2023, fino a raggiungere il picco di 6,23 dollari nel marzo 2025. In alcune situazioni, una confezione da dodici è arrivata a costare circa 8 dollari.

Considerando anche la centralità che le uova hanno nella dieta americana, l’impatto sui consumatori è stato evidente, tanto che a risentirne è stato prima di tutto il budget delle famiglie destinato alla spesa alimentare. L’impossibilità di riportare rapidamente i prezzi a livelli più bassi ha quindi reso necessario cercare soluzioni alternative, comprese le importazioni.

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