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Ti ricordi… “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick”

Urbex vuol dire “urban exploration”: esplorazioni urbane che avvengono in luoghi abbandonati e che oggi hanno un discreto seguito in rete e sui social. La matrice del seguito è per lo più la nostalgia, visto che i luoghi visitati sono vere e proprie capsule del tempo. D’altronde cos’è, se non una capsula del tempo, una discoteca abbandonata? Già, perché luoghi di questo tipo sono tra le mete principali degli esploratori urbani e tra i più apprezzati dagli utenti. E tra consolle abbandonate, strobo pendenti, divanetti ormai logori pare di ricordare serate di altri tempi e persino di percepirne la musica: dance, house, techno a seconda delle preferenze, capolavori o pezzi meno impegnativi che pure chi non era amante del genere né frequentatore di quel mondo ricorderà con un pizzico di nostalgia. Non era un capolavoro ad esempio La vie c’est fantastique degli Sms, che ha fatto ballare giovani in Italia e in Europa nel 2001, ma provate ad accennarne il titolo a qualcuno che all’epoca aveva vent’anni o giù di lì all’epoca e inevitabilmente vi risponderà “Pourquoi tu te la complique?”, ovvero il seguito del motivetto. Provate a dirlo a chi aveva vent’anni o giù di lì all’epoca ed era pure calciofilo e vi sentirete rispondere “Quando segna Mario Frick”.

Già, non era un capolavoro la canzone, non era un memorabile bomber Mario Frick, attaccante nato in Svizzera ma di nazionalità liechtensteinese che vent’anni fa di questi tempi era vicecapocannoniere in Serie A. Nato in Svizzera, ma cresciuto a Balzers, in Liechtenstein, Mario Frick avrebbe dovuto intraprendere la carriera di tutti gli altri ragazzi della sua zona: l’economia bancaria. E se proprio c’è da fare sport ci sono gli sci. Invece Mario vuole giocare a pallone e per quello entra in rotta di collisione col papà, che non vede di buon occhio la passione del ragazzo e non vede proprio un futuro nel calcio professionistico. D’altronde i precedenti in Liechtenstein non sono moto favorevoli. Eppure, a dispetto dei dubbi paterni e di una tradizione sportiva che offriva ben pochi appigli, Mario sceglie il pallone. Muove i primi passi tra San Gallo, Basilea e Zurigo, mostrando subito due tratti distintivi che ne segneranno il percorso: un fiuto del gol non comune e un’indole del tutto priva di filtri. Giovanissimo, apre un proprio sito web personale in cui inserisce una rubrica spietata: le pagelle dei suoi stessi allenatori. Quando il tecnico del Zurigo, Gilbert Gress, lo esclude o ne limita il raggio d’azione, Frick non ci pensa due volte e scrive nero su bianco che il mister è “un uomo dell’età della pietra per quanto riguarda la gestione umana“.

Ma dietro la maschera del calciatore irriverente si nasconde presto un’ombra profonda. In quegli anni Mario precipita nel tunnel della ludopatia. Inizia a scommettere su tutto, travolto da una spirale di azzardo e frenesia: “Scommettevo, e tanto. Ero fuori controllo, sommerso dai debiti. All’inizio vincevo e mi sentivo infallibile, poi ho iniziato a perdere ed è diventato un incubo”, racconterà anni dopo a cuore aperto. Un baratro da cui riesce a riemergere grazie al supporto incrollabile del suo procuratore, della famiglia e soprattutto della moglie, che lo aiuta a saldare i debiti e a rimettersi in carreggiata. È proprio all’inizio di questa rinascita, nel novembre del 2000, che il destino gli tende la mano in Serie C1. Il direttore sportivo dell’Arezzo, Tito Corsi, va a vederlo giocare con la Nazionale del Liechtenstein contro la Germania. Finisce 8-2 per i tedeschi, ma Frick segna una rete con una sfrontatezza tale da convincere la dirigenza toscana ad ingaggiarlo. Al debutto nel derby contro la Lucchese firma una doppietta conquistando all’istante la Curva Sud amarantina. È il trampolino di lancio verso il grande palcoscenico della Serie A.

L’anno successivo passa all’Hellas Verona. La squadra ha un organico stellare per l’epoca — tra le sue fila militano futuri campioni del mondo e talenti come Camoranesi, Gilardino, Mutu, Oddo e Italiano —, ma è Mario ad accendere le fantasie delle gradinate del Bentegodi. Durante la settimana, un tifoso gli consegna una maglietta intima personalizzata chiedendogli di mostrarla al primo gol. L’occasione arriverà a dicembre, in una sfida infuocata contro il Brescia: Frick mette a segno due reti e, sollevando la divisa gialloblù, rivela al mondo la scritta diventata cult: “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick“. Un connubio perfetto tra tormentone dance e passione calcistica che farà storia. Dopo la sfortunata retrocessione degli scaligeri e un passaggio a Terni, trova la sua vera isola felice a Siena. In terra toscana diventa il simbolo di una squadra capace di conquistare salvezze epiche che per la piazza valevano quanto scudetti. Frick corre, si batte su ogni pallone, segna gol pesanti e si trasforma in un eroe popolare, amatissimo per la sua umiltà e la sua generosità in campo.

Con la maglia della propria Nazionale, intanto, costruisce un legame quasi paradossale. È il miglior marcatore di sempre nella storia del Liechtenstein con 16 reti, ma negli ultimi anni di carriera, complice l’assenza di difensori di ruolo nel Paese, accetta di arretrare il proprio raggio d’azione fino a diventare difensore centrale. Gioca in retroguardia contro giganti come Ibrahimović e Lewandowski, mantenendo però con orgoglio sulle spalle la maglia numero 10. Un dettaglio surreale che ben riassume la sua parabola sportiva. Appesi gli scarpini al chiodo nel 2016, Frick intraprende la carriera da allenatore in Svizzera, sedendosi sulle panchine di Vaduz e Lucerna. Anche a bordo campo rimane lo stesso di sempre: viscerale, spontaneo, allergico alle convenzioni dei social media e capace di regalare perle memorabili ai microfoni della stampa, festeggiando i successi al novantesimo con uscite colorite che farebbero impallidire i puristi. Ma dietro l’impeto c’è soprattutto un uomo di grande spessore: forte dei demoni che ha dovuto affrontare da giovane, tiene la porta del suo ufficio sempre spalancata per ascoltare i problemi personali, psicologici o finanziari dei suoi ragazzi, offrendo loro l’aiuto di chi nel baratro c’è stato davvero. I tempi di quella Serie A nostalgica e patinata sembrano oggi lontani, custoditi come quei vecchi dischi in vinile nelle consolle delle discoteche ormai silenziose. Ma basta nominare il suo nome per far scattare un riflesso incondizionato in chiunque abbia vissuto quelle domeniche di inizio millennio. Un sorriso, un ricordo spontaneo e quella melodia che torna a suonare nella mente, pronta a riaccendere la festa. Ready, the DJ is on the door. J’adore.

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Donazione di rene madre-figlia, storia di Iris e del terzo trapianto ricevuto: “Come sta la mamma?”

La prima domanda, appena sveglia in terapia intensiva, è stata per la mamma: “Come sta la mamma?”. Iris, 23 anni, aveva appena affrontato un intervento delicato, il trapianto di un rene donato dalla madre Lidia, 49 anni. Eppure, al risveglio, il suo pensiero è andato subito alla donna che le ha appena dato una nuova possibilità. Una storia di malattia, attese e legami familiari che si è compiuta ieri all’ospedale Borgo Trento di Verona, dove madre e figlia si trovano ora entrambe ricoverate in terapia intensiva. Ci resteranno anche nei prossimi giorni.

Iris è affetta da fibrosi cistica e nel corso della sua vita ha già dovuto affrontare due trapianti bipolmonari, nel 2012 e nel 2019, a Padova. Il trapianto renale rappresenta un nuovo passaggio in un percorso sanitario complesso, affrontato insieme alla famiglia e ai professionisti che la seguono da anni.

A raccontare la vicenda è Nicole, sorella di Iris, che sottolinea il significato dell’intervento al di là dell’aspetto clinico: “Racconta non soltanto la complessità di convivere con una malattia cronica e affrontare interventi così delicati, ma anche la forza di una famiglia che non ha mai smesso di lottare e il valore inestimabile della donazione“.

La scelta della madre e l’attesa del trapianto

La famiglia Stan vive a Val Liona, in provincia di Vicenza, ma Iris è seguita fin da piccola all’ospedale Borgo Trento. Nel tempo si è così consolidato un rapporto con la comunità sanitaria veronese, che ha accompagnato la giovane nelle diverse tappe del suo percorso. La decisione di procedere con una donazione da vivente è stata legata anche ai tempi di attesa per un organo compatibile. “La lista dei trapianti può arrivare anche a due anni”, spiega Nicole. In questi mesi entrambi i genitori si sono sottoposti agli esami necessari per verificare la possibilità di donare un rene alla figlia. Alla fine, la scelta è ricaduta sulla madre, risultata leggermente più in salute e più compatibile.

“Mia madre e mio padre hanno fatto tutti gli esami in questi mesi, ma mia madre era leggermente più in salute e più compatibile. E fortunatamente qualche giorno fa ha avuto il via libera”, racconta Nicole. Per Lidia, dunque, la possibilità di donare è arrivata dopo un percorso di verifiche e accertamenti. Per Iris, invece, si è concretizzata l’opportunità di affrontare il trapianto senza dover attendere i tempi, potenzialmente lunghi, della lista.

“Sono doloranti, però è una cosa che aspettavamo da tanto”

Le ore successive all’intervento sono quelle del recupero e dell’assistenza medica. Entrambe sono ricoverate in terapia intensiva e, come riferisce Nicole, sono ancora doloranti. Ma alla sofferenza fisica si accompagna il sollievo per aver finalmente affrontato un’operazione attesa a lungo. “Sono doloranti, però è stata una cosa che aspettavamo da tanto”, racconta la sorella. “I tempi per gli esami sono un po’ lunghi, però sono entrambe molto contente di essere riuscite a fare questo trapianto”.

L’intervento rappresenta anche un traguardo per l’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona: è il 106esimo trapianto di rene eseguito nel 2026, dopo il superamento della soglia dei cento interventi all’inizio del mese. Ma per la famiglia Stan il significato di quel numero passa soprattutto attraverso una storia personale, fatta di cure, attese e sostegno reciproco. “Dietro ogni trapianto ci sono persone, famiglie, professionisti sanitari e nuove possibilità di vita”, sottolinea Nicole. Ora madre e figlia affrontano insieme i primi giorni dopo l’intervento. E quella domanda pronunciata da Iris al risveglio, “Come sta la mamma?”, restituisce in poche parole il legame che attraversa tutta la loro storia: anche dopo un’operazione così importante, il primo pensiero della figlia è stato per chi,

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