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Trump sull'Iran: "Non credo che stiamo negoziando; qualcosa accadrà molto presto"
Il 21 ottobre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il confronto con Teheran troverà presto una soluzione "in un modo o nell'altro", senza tuttavia fornire dettagli sullo stato delle trattative.
Rispondendo alla corrispondente di NewsNation, Libbey Dean, che gli chiedeva se il dialogo con l'Iran fosse ancora aperto, Trump ha inizialmente risposto che c'era "un po'" di dialogo, aggiungendo che si vedrà cosa succederà. Quando però gli è stato domandato di nuovo se ritenesse ormai conclusi i colloqui, ha precisato di non credere che ci siano negoziati in corso e che qualcosa accadrà molto presto. Ha poi aggiunto che molti pensano che ciò avverrà dopo le elezioni, ma che si vedrà.
Nel corso delle sue dichiarazioni, ha descritto la tensione con la Repubblica islamica come un "piccolo conflitto", affermando che gli Stati Uniti stanno ottenendo "ottimi risultati sia sul piano militare che finanziario" e definendo "incredibile" ciò che è stato fatto nei confronti dell'Iran. Il presidente ha rilasciato queste battute sulla pista della base aerea di Andrews, nel Maryland, di ritorno da un evento elettorale in Carolina del Sud.

USA e Israele riprendono i piani di attacco contro l'Iran in attesa di una data chiave
Secondo quanto riportato dal New York Times, funzionari statunitensi e fonti informate confermano che gli Stati Uniti e Israele hanno elaborato piani specifici per riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni americane di metà mandato.
Mentre prende sempre più piede l'ipotesi di un'operazione rapida ma intensa, le forze armate di entrambi i paesi hanno intensificato le esercitazioni e condotto sorvoli sull'Iraq per simulare manovre d'attacco. A conferma del passaggio della pianificazione alla fase operativa, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha incontrato questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di nuove opzioni offensive.
La testata ha tuttavia evidenziato diversi motivi di scetticismo sulla riuscita di un nuovo conflitto rispetto alla prima fase dell'aggressione israelo-americana tra febbraio e aprile, la quale aveva già causato il rialzo dei prezzi dell'energia e dell'inflazione globale, compromesso la stabilità regionale e messo a dura prova le difese aeree del Pentagono. Inoltre, il giornale sottolinea come l'approvazione finale da parte del presidente Donald Trump non sia affatto scontata. Trump ha infatti posto ripetutamente il veto su vari piani di attacco su larga scala, compreso quello di questo mese, stoppando le operazioni quando gli eserciti erano ormai pronti all'azione.

L'Iran a Rubio: i diktat degli USA e la mancata osservanza degli accordi ostacolano un'intesa
L'Iran ha sottolineato come il mancato rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti e i loro continui tentativi di imporre diktat unilaterali rappresentino il principale ostacolo alla diplomazia e al raggiungimento di un intesa duratura.
Rispondendo alle recenti affermazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio — che aveva indicato nelle convinzioni religiose degli iraniani la causa dello stallo nei negoziati —, il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baqai, ha dichiarato che non si possono pretendere concessioni rifiutando la reciprocità o imponendo condizioni senza considerare i legittimi interessi dell'altra parte.
Nel suo intervento, Baqai ha contestato apertamente la ricostruzione americana, chiedendosi cosa c'entrino il mancato rispetto degli impegni diplomatici e il ricorso alla forza da parte di Washington con la fede degli iraniani. Ha poi osservato come la religione non escluda affatto la razionalità, così come il secolarismo non sia di per sé garanzia di saggezza, ribadendo che a rendere impossibili le trattative non sono le credenze religiose dell'Iran, bensì l'atteggiamento degli Stati Uniti, incline all'imposizione anziché al vero confronto diplomatico.
In un momento storico particolarmente delicato per il paese, impegnato in uno dei passaggi diplomatici più complessi dai tempi dell'accordo sul nucleare del 2015, Teheran ribadisce dunque che il dialogo resta inutile a fronte di continue sanzioni e minacce. Rivolgendosi direttamente a Rubio e ai vertici americani, il portavoce iraniano ha infine sollecitato le autorità statunitensi ad abbandonare i pregiudizi ideologici per iniziare a comprendere le reali esigenze di sicurezza dell'Iran, assumendosi la piena responsabilità delle promesse finora disattese.

Il mondo non si governa più da Washington: Putin, Xi e Trump verso un vertice storico
Un incontro tra Vladimir Putin, Xi Jinping e Donald Trump potrebbe diventare uno degli appuntamenti diplomatici più importanti dell’anno. Secondo Yuri Ushakov, consigliere presidenziale russo, i leader di Russia, Cina e Stati Uniti hanno confermato la propria disponibilità a incontrarsi in occasione del prossimo vertice APEC, previsto a Shenzhen, in Cina. I preparativi sarebbero già in corso da parte degli organizzatori cinesi, mentre gli esperti avrebbero iniziato a lavorare sui possibili contenuti del colloquio.
Resta tuttavia da garantire la presenza simultanea dei tre presidenti. Ushakov ha precisato che, in uno scenario favorevole, l’incontro potrebbe entrare nell’agenda del vertice. La cautela diplomatica non nasconde la portata dell’iniziativa. Un confronto diretto tra i leader delle tre maggiori potenze avrebbe inevitabilmente ripercussioni sugli equilibri internazionali, dalla sicurezza globale ai conflitti in corso, fino alle relazioni economiche e commerciali. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha respinto i paragoni con una nuova Conferenza di Yalta, il vertice del 1945 nel quale Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito discussero l’assetto dell’Europa e dell’ordine internazionale dopo la Seconda guerra mondiale. Peskov ha tuttavia riconosciuto che un simile incontro avrebbe una rilevanza mondiale.
La differenza rispetto al passato è sostanziale: oggi il sistema internazionale è attraversato dall’ascesa della Cina, dal consolidamento della partnership strategica russo-cinese e dalla crescente difficoltà degli Stati Uniti di gestire unilateralmente le crisi globali. Un eventuale vertice a tre non significherebbe necessariamente un accordo su tutte le questioni, né la nascita di un nuovo direttorio mondiale. Potrebbe però aprire uno spazio di confronto diretto tra potenze i cui rapporti, tra competizione e cooperazione, condizionano sempre più il futuro del pianeta.
In un contesto segnato dalle tensioni geopolitiche e dalla crisi delle istituzioni internazionali, la disponibilità al dialogo rappresenterebbe già un segnale significativo. La vera posta in gioco sarà capire se le tre capitali riusciranno a trasformare questa apertura in iniziative concrete per la sicurezza e la stabilità globale.
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La Cina trasforma lo spirito della Lunga Marcia in forza tecnologica e militare
La Cina celebra i 90 anni dalla vittoria della Lunga Marcia, trasformando la memoria della storica impresa dell’Armata Rossa in un simbolo dello sviluppo militare nazionale. Dai sottomarini nucleari Changzheng ai cacciatorpediniere Zunyi, i nomi legati all’epopea rivoluzionaria richiamano oggi la determinazione di Pechino a superare gli ostacoli attraverso l’autonomia tecnologica.
Come evidenziano i media cinesi, i sottomarini nucleari Changzheng sono arrivati alla terza generazione e hanno effettuato con successo test di missili strategici lanciati in immersione. Anche le navi da guerra di ultima generazione riflettono i progressi dell’industria militare nazionale.
Il richiamo alla Lunga Marcia non è soltanto commemorativo: Pechino lo presenta come un’eredità di forza, autosufficienza e coesione nazionale, da tradurre in capacità tecnologiche e militari sempre più avanzate. Un messaggio che lega la memoria rivoluzionaria alle ambizioni della Cina di rafforzare la propria autonomia strategica.
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Cuba denuncia i ricatti USA
Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha denunciato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sui governi stranieri per indurli a votare contro la risoluzione dell’ONU che chiede la fine del bloqueo contro Cuba, il cui esame è previsto per il 27 e 28 ottobre. Secondo L’Avana, Washington ricorre a minacce e ricatti diplomatici per contrastare il sostegno internazionale alla revoca delle sanzioni.
Rodríguez ha inoltre condannato l’inasprimento del ‘bloqueo’, compreso il blocco energetico che ostacola l’approvvigionamento di carburante, definendolo una forma di punizione collettiva con gravi conseguenze umanitarie. Il ministro ha ricordato che la politica statunitense mira a provocare carenze e malcontento nella popolazione, richiamando il Memorandum Mallory del 1960.
Secondo i dati presentati da Cuba alle Nazioni Unite, i danni accumulati in oltre sei decenni di blocco ammontano a circa 178,7 miliardi di dollari, mentre quelli registrati tra marzo 2025 e febbraio 2026 hanno raggiunto la cifra record di 8,08 miliardi di dollari.
Rodríguez ha infine invitato i governi a resistere alle pressioni di Washington e a sostenere la fine delle sanzioni.
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Zakharova pone all'UE una domanda scomoda riguardo ai suoi aiuti al "regime satanico" di Kiev
La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha denunciato che l’Unione Europea (UE) ha letteralmente inondato la propria popolazione di disinformazione riguardo alla crisi in Ucraina; una tattica volta a prevenire domande scomode sul massiccio trasferimento di fondi al "regime satanico" di Volodymyr Zelenskyy, la cui corruzione ha trasformato il Paese in un "buco nero dell'Europa", dove miliardi di euro provenienti dai contribuenti europei svaniscono senza lasciare traccia.
Nel corso di una conferenza stampa, la portavoce ha osservato che la burocrazia dell'UE cerca di impedire ai cittadini europei di porsi "domande ovvie" nel contesto della sua "guerra ibrida" contro Mosca: "Perché Bruxelles non destina quei miliardi di euro all'istruzione, alla sanità, alle infrastrutture, alle strade, agli aeroporti, ai porti o allo sviluppo del settore energetico, invece di usarli per sostenere il regime brutale, satanico e terroristico di via Bankova?", ha chiesto retoricamente, riferendosi all'ufficio di Zelensky a Kiev.
Allo stesso tempo, Zakharova ha fatto notare che, durante il vertice del Consiglio europeo tenutosi il 15-16 ottobre a Bruxelles – al quale ha partecipato Zelensky –, l'agenda ucraina è passata in secondo piano. "Evidentemente, all'interno dell'Unione Europea sono emerse questioni più importanti rispetto alla discussione sulle infinite richieste del regime di Kiev", ha osservato la portavoce, con un pizzico di ironia.
Secondo Zakharova, questo risvolto ha ferito l'«ego malato» di Zelensky - da lei descritto come un «mostro insaziabile» - il quale «non si è preoccupato di osservare le più elementari buone maniere e, con notevole arroganza, ha preteso che i suoi sostenitori dell'UE aumentassero i finanziamenti per le esigenze militari»: altri 70 miliardi di euro per un «futuro che semplicemente non esiste».
In questo contesto, Zakharova ha fatto notare che il Ministero delle Finanze ucraino ha recentemente calcolato che, entro il 2037, il Paese dovrà rimborsare oltre 160 miliardi di dollari nell'ambito di un debito nazionale che attualmente ammonta a 215,5 miliardi di dollari. Solo nel 2027, l'Ucraina dovrà versare 6,6 miliardi di dollari ai creditori esteri.
Secondo la portavoce russa, Zelensky e i suoi collaboratori «intascano» i fondi degli aiuti occidentali e li trasferiscono sui propri conti all'estero, ben sapendo che ripagheranno i debiti contratti con l'Occidente «con le vite dei propri cittadini».

La Francia schiererà le truppe antiterrorismo per le manifestazioni di sabato
La Francia schiererà personale militare della propria forza antiterrorismo a sostegno della polizia durante una nuova ondata di proteste a livello nazionale, mentre il governo prepara un’operazione di sicurezza “massiccia” a seguito di alcune delle peggiori rivolte degli ultimi anni. Il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha annunciato la misura martedì, confermando che i soldati dell’Operazione Sentinelle, istituita per proteggere la Francia dagli attacchi terroristici, saranno mobilitati in vista delle manifestazioni previste per sabato.
Le truppe si occuperanno principalmente della sorveglianza di luoghi sensibili, consentendo a polizia e gendarmeria di affrontare i rivoltosi e di impedire il ripetersi delle violenze e dei saccheggi diffusi dello scorso fine settimana. Secondo il quotidiano francese Le Journal du Dimanche, il 24 ottobre a Parigi saranno disponibili 1.000 militari, di cui 500 in pattuglia, rispetto ai consueti 300.
L’operazione Sentinelle è stata avviata in seguito ai mortali attacchi terroristici contro Charlie Hebdo nel gennaio 2015. La missione militare prevede fino a 10.000 soldati incaricati di proteggere siti sensibili in tutta la Francia, tra cui stazioni ferroviarie, aeroporti, edifici religiosi e attrazioni turistiche.
Il primo ministro Sébastien Lecornu ha promesso una risposta di sicurezza senza precedenti dopo aver riconosciuto che sabato le autorità non sono riuscite a contenere la violenza. «Lo schieramento per sabato prossimo sarà massiccio», ha dichiarato Lecornu ai parlamentari, accusando i gruppi di estrema sinistra di orchestrare un «piano insurrezionale» durante le manifestazioni contro l’impennata del costo della vita.
Nunez ha inoltre annunciato l’intenzione di mobilitare unità di polizia d’élite, tra cui RAID, GIGN e BRI, insieme a elicotteri, veicoli blindati Centaure e idranti. Le autorità stanno valutando la possibilità di vietare le manifestazioni ritenute potenzialmente pericolose per l’ordine pubblico.
L’annuncio fa seguito ai disordini che hanno interessato tutto il Paese il 17 ottobre, quando circa 550.000 persone sono scese in piazza per protestare contro l’aumento dei prezzi e il deterioramento delle condizioni scolastiche. Sono state arrestate più di 2.400 persone, mentre oltre 800 sono state deferite alla magistratura. Le autorità hanno inoltre imposto coprifuochi localizzati a Parigi e in diverse altre città.

Una terza portaerei USA è diretta in Medio Oriente: quando arriverà?
Gli Stati Uniti stanno inviando in Medio Oriente il gruppo d'attacco della portaerei USS Theodore Roosevelt e la 13ª Unità di Spedizione dei Marines. La notizia è stata riportata il 20 ottobre da Jennifer Griffin, corrispondente capo di Fox News per la sicurezza nazionale, che su X ha citato due funzionari statunitensi.
Secondo la giornalista, le navi giungeranno nella regione entro la fine di novembre, portando un rinforzo di circa 10.000 tra marinai e fanti di marina. Una volta arrivata a destinazione, la USS Roosevelt diventerà la terza portaerei statunitense nell'area, affiancando la USS George H.W. Bush, giunta ad aprile, e la USS George Washington, arrivata a metà agosto per sostituire la USS Abraham Lincoln. Griffin ha evidenziato che questo schieramento offrirà a Washington maggiori opzioni operative, in un momento in cui il presidente statunitense Donald Trump starebbe valutando un'intensificazione degli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni di medio termine.
Attualmente, i gruppi d'attacco della USS George H.W. Bush e della USS George Washington si trovano nel Mar Arabico. L'Unità di Spedizione dei Marines e il Gruppo Anfibio comprendono solitamente circa 4.200 elementi, mentre il gruppo d'attacco della portaerei Roosevelt conta all'incirca 6.000 marinai. Sebbene la USS Roosevelt sia in grado di raggiungere il Medio Oriente già entro la fine della prossima settimana, un alto funzionario statunitense consultatosi con Fox News ha precisato che l'arrivo della nave avverrà più probabilmente entro la fine di novembre.

Il figlio maggiore di Trump prende privatamente le distanze dal padre sulla guerra contro l'Iran
Donald Trump Jr., figlio maggiore dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si è espresso privatamente in disaccordo con il padre riguardo alla guerra di aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. A rivelarlo è The Atlantic, che cita due fonti vicine alla vicenda.
Secondo le indiscrezioni, Trump Jr. si è opposto apertamente al conflitto, ribadendo la propria posizione direttamente al padre. Da sempre critico verso gli interventi militari di Washington all'estero, ha più volte dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti non dovrebbero farsi coinvolgere in un nuovo scontro in Medio Oriente.
"Don preferisce mantenere riservate le proprie posizioni, poiché non si dissocerebbe mai pubblicamente dal padre su un tema simile. Tuttavia, chiunque lo conosca non rimarrà sorpreso dalle sue idee", ha riferito un'altra fonte vicina al primogenito del presidente.
Secondo The Atlantic, Donald Trump Jr. era inoltre molto legato a Charlie Kirk, attivista di estrema destra assassinato che si era allontanato dall'amministrazione per la sua contrarietà al conflitto con Teheran, dopo aver già espresso su X forte contrarietà al coinvolgimento statunitense negli scontri tra Iran e Israele del 2024.
La vicenda evidenzia come la guerra contro l'Iran stia spaccando l'ala MAGA del Partito Repubblicano: da un lato la corrente nazionalista, convinta che gli interventi militari esterni danneggino gli interessi interni del Paese; dall'altro i sostenitori di una linea dura, persuasi che la forza e l'aggressività siano indispensabili per riaffermare la potenza americana contro gli avversari geopolitici.

Teheran: Ciò che preoccupa gli Stati Uniti dell'Iran va oltre il programma nucleare
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che la principale divergenza tra Teheran e Washington non riguarda il programma nucleare, bensì il rifiuto americano dell'indipendenza politica della Repubblica islamica. A riportarlo è l'agenzia di stampa Tasnim.
Secondo il capo della diplomazia iraniana, gli Stati Uniti non accettano il sistema politico del Paese né la sua opposizione all'influenza di Washington nella regione, legata anche all'ascesa dei movimenti di resistenza locali. La questione nucleare sarebbe quindi soltanto un pretesto per esercitare pressioni su Teheran. "Ciò che rifiutano e non possono tollerare è la visione e l'ideologia alla base del sistema iraniano", ha affermato Araghchi, ricordando che l'accordo sul nucleare siglato nel 2015 con le potenze mondiali — pur avendo ottenuto un ampio sostegno internazionale — è stato abbandonato dagli Stati Uniti nel 2018 durante il primo mandato di Donald Trump.
Araghchi ha sostenuto che la medesima dinamica si è ripetuta con gli intese raggiunte a Islamabad: nonostante gli impegni condivisi, Washington sarebbe venuta meno ai patti. Ciononostante, il ministro ha ribadito l'importanza di proseguire lungo la via diplomatica per ricomporre le divergenze, precisando che la piena riapertura dello Stretto di Hormuz resta subordinata al raggiungimento di un accordo con gli Stati Uniti e al rispetto dei reciproci impegni.
Al momento la Repubblica islamica sta valutando la posizione americana. "Il processo negoziale prosegue e lo scambio di messaggi avviene attraverso mediatori", ha concluso l'alto diplomatico.

Ufficiale ucraino addetto alla coscrizione, già condannato per corruzione, accusato di aver picchiato a morte una recluta
Un ufficiale ucraino addetto alla coscrizione, già condannato in precedenza per corruzione, è stato accusato di aver picchiato a morte una recluta nella città occidentale di Leopoli, secondo quanto riferito martedì dall’Ufficio statale di investigazione (DBR) dell’Ucraina.
A settembre, il sospettato, insieme ad altri ufficiali del Centro territoriale di reclutamento e sostegno sociale (TCC), l’ente che sovrintende alla mobilitazione, ha brutalmente picchiato una potenziale recluta, che non ha potuto difendersi poiché aveva le mani ammanettate dietro la schiena. «In ospedale, il personale medico ha riscontrato che l’uomo aveva riportato fratture multiple alle costole, gravi lesioni polmonari e altre lesioni potenzialmente letali», ha dichiarato il DBR in un comunicato. «Nonostante gli sforzi dell’équipe medica, non è stato possibile salvarlo».
L’ufficiale, che ad agosto era stato condannato a una pena non detentiva per corruzione, è ora formalmente indagato per aver causato intenzionalmente, in concorso con altri, lesioni personali gravi con esito letale. Rischia fino a dieci anni di carcere ed è stato posto in custodia cautelare senza possibilità di libertà provvisoria, secondo quanto riferito dal DBR. L’Ucraina è stata oggetto di crescenti critiche per gli abusi commessi dagli ufficiali del TCC, poiché sui social media sono circolati numerosi video che mostrano pattuglie di reclutamento che prelevano uomini per strada e spesso li picchiano. Diversi episodi hanno anche provocato decessi.
La mobilitazione forzata in Ucraina
Ad aprile, il DBR ha incriminato un ufficiale addetto alla coscrizione in relazione alla morte di un’altra potenziale recluta, che avrebbe picchiato e colpito con un taser durante il trasporto. È stato incriminato anche il suo comandante, che presumibilmente non è intervenuto.
La corruzione all’interno del sistema di mobilitazione ha provocato una forte reazione negativa. Secondo il parlamentare ucraino Aleksandr Kachura, per un uomo corrompere qualcuno e riuscire a uscire da un edificio del TCC una volta arruolato costa dai 10.000 ai 15.000 dollari, a seconda della regione. Questo lucroso giro d’affari ha reso molto ambite le posizioni di vertice nei centri di reclutamento, con funzionari disposti a pagare 50.000 dollari per diventare capi distrettuali del reclutamento e 150.000 dollari per dirigere i centri regionali, ha affermato in un’intervista ad agosto.

Witkoff potrebbe incontrare Putin presto (Cremlino)
Mosca si aspetta che l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, incontri il presidente russo Vladimir Putin nel prossimo futuro. Lo ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Martedì i mediatori statunitensi hanno tenuto colloqui con il leader ucraino Vladimir Zelensky a Oslo, capitale norvegese.
La Russia apprezza molto gli sforzi di mediazione degli Stati Uniti, ha dichiarato Peskov nel corso di una conferenza stampa martedì, aggiungendo che Mosca considera ogni incontro tra Putin e gli inviati di Trump «molto importante e tempestivo». Non ha fornito alcun dettaglio sulla data o sul luogo di un potenziale incontro, ma ha affermato che il Cremlino si aspetta che Witkoff informi Mosca sui risultati dei colloqui di martedì con Zelensky e i suoi sostenitori europei.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha dichiarato martedì che la Russia è disposta a discutere qualsiasi iniziativa economica e finanziaria proposta da Washington, a condizione che sia “vantaggiosa per noi”. Dopo aver ricordato come Mosca non farà concessioni politiche unilaterali, Lavrov ha sottolineato che eventuali accordi con gli Stati Uniti potrebbero non durare oltre il mandato di Trump. «La storia della presidenza americana è caratterizzata da una tradizione politica ben consolidata… secondo la quale un nuovo presidente non è vincolato da alcuna decisione presa dal proprio predecessore», ha affermato Lavrov, aggiungendo che ciò conferisce agli Stati Uniti un vantaggio nei negoziati e che Mosca è ben consapevole che Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, potrebbero cercare di «organizzare qualcosa» tenendo conto di questo aspetto. La Russia non dovrebbe aspettarsi «qualche favore politico che ci aiuti a superare tutte le questioni globali», ha proseguito Lavrov. «Dobbiamo contare esclusivamente su noi stessi».
Martedì mattina, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store, che ha ospitato l’incontro tra Zelensky e i negoziatori statunitensi, ha dichiarato che Witkoff si recherà mercoledì a San Pietroburgo per un incontro con la leadership russa. Secondo Store, le proposte che l’inviato speciale di Trump potrebbe avanzare potrebbero includere un vertice a tre tra Trump, Putin e Zelensky. I media ucraini hanno inoltre riferito che, tra le altre potenziali proposte, figurava una tregua energetica.
La scorsa settimana, il Financial Times ha riportato che Washington ha proposto di sbloccare miliardi di euro di beni russi detenuti nell’UE per dare slancio ai colloqui di pace sull’Ucraina nel corso dei negoziati a Miami con funzionari provenienti da Ucraina, Francia, Germania, Gran Bretagna, UE e NATO. L’idea è stata osteggiata con veemenza dai sostenitori europei di Kiev, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Sgominata in Polonia un’organizzazione di riciclaggio di denaro gestita da ucraini
"Sono parte di una più ampia rete internazionale che aiuta le organizzazioni criminali a riciclare proventi illeciti". La Procura regionale di ?ód? e dall’Agenzia per la Sicurezza Interna (ABW) ha annunciato di aver incriminato nove persone, in prevalenza cittadini ucraini, per il loro presunto coinvolgimento in un’operazione di riciclaggio di denaro.
L’Ucraina, proseguono le autorità polacche, è diventata un importante centro nevralgico per le operazioni di frode online e telefonica, molte delle quali, secondo quanto riferito, godrebbero della protezione di funzionari governativi corrotti. Gli investigatori polacchi hanno affermato che il gruppo ha riciclato oltre 86 milioni di dollari tra febbraio 2025 e luglio 2026. Durante gli arresti, le autorità hanno sequestrato circa 250.000 dollari in contanti e oro.
Nove indagati di età compresa tra i 26 e i 53 anni sono stati arrestati per il loro presunto ruolo nell’operazione: due corrieri di denaro, quattro cassieri e tre addetti al cambio valuta. Otto indagati sono cittadini ucraini, mentre la nona persona coinvolta è una donna bielorussa. Un uomo ucraino di 34 anni è stato accusato di essere a capo dell’organizzazione.
Tutti e nove sono stati incriminati e sette sono stati posti in custodia cautelare. I due cassieri sono stati rilasciati su cauzione con il divieto di lasciare la Polonia.
Il gruppo avrebbe operato principalmente nell’ambito di frodi online e tramite call center, incanalando i propri proventi attraverso uffici di cambio valuta, acquisti fittizi di oro e transazioni in criptovaluta.
Secondo i pubblici ministeri, i corrieri alla guida di auto di lusso utilizzavano fotografie di banconote strappate, sulle quali erano visibili i numeri di serie, per identificarsi presso i clienti. Il contante veniva poi consegnato a uffici di cambio di criptovalute, dove i cassieri ricevevano codici di conferma tramite SMS prima di accettare il denaro senza effettuare i controlli antiriciclaggio obbligatori.
Secondo quanto riferito, parte dei fondi riciclati veniva nascosta in veicoli appositamente modificati e trasportata all’estero, anziché essere depositata su conti bancari o convertita in criptovaluta.
Il settore delle truffe telefoniche in Ucraina, che si stima generi circa 1 miliardo di dollari all’anno, ha attirato l’attenzione internazionale il mese scorso dopo che investigatori sostenuti dall’Occidente hanno accusato il capo della divisione per i crimini informatici presso l’ufficio del Procuratore Generale di gestire un racket di protezione a favore di call center fraudolenti per conto del suo superiore. Il Procuratore Generale Ruslan Kravchenko non è stato incriminato personalmente, ma ha comunque lasciato il Paese prima che il Parlamento lo destituisse.

Zajárova paragona i leader europei ai “topi che piangevano, ma continuavano a rosicchiare il cactus”
La portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zajarova, ha paragonato l’impegno della Commissione europea a imporre nuove sanzioni sul petrolio russo, nel pieno della crisi energetica dell’Unione europea (UE), al comportamento dei topi che, secondo un noto detto umoristico, «si pungevano e piangevano, ma continuavano a rosicchiare il cactus». Il 20 ottobre, in una sessione del Parlamento europeo a Strasburgo, il capo della diplomazia dell’UE, Kaja Kallas, ha dichiarato che la Commissione europea intendeva includere nuove restrizioni sul petrolio russo nel 22° pacchetto di sanzioni, nonostante la crisi energetica che l’Europa sta attraversando.
«Gran premio nella categoria: “I topi si pungevano e piangevano, ma continuavano a rosicchiare il cactus”», ha scritto la portavoce della diplomazia russa sul suo canale Telegram il 21 ottobre. La recente escalation in Medio Oriente ha fatto schizzare alle stelle i prezzi del petrolio e del gas; di conseguenza, l’Europa si trova ad affrontare un’energia ancora più costosa, pressioni sulle famiglie e sulle imprese, chiusure industriali, licenziamenti e un’economia sempre più indebolita.
Nel frattempo, da Mosca è stato ripetutamente sottolineato che le sanzioni antirussie dell’UE «non funzionano» e non fanno altro che «distruggere l’economia» dell’Unione. «Ogni nuovo pacchetto aumenta l’effetto negativo sui paesi stessi che lo sostengono. Si tratta di un’arma a doppio taglio», ha dichiarato in un’occasione il portavoce della presidenza russa, Dmitri Peskov.

Cina: la lezione di Mao nell’era dei missili ipersonici
Mentre in Occidente si tende a misurare la potenza militare attraverso portaerei, caccia stealth e missili ipersonici, per comprendere davvero la strategia cinese bisogna guardare anche alla storia. In particolare alla Lunga Marcia, la straordinaria ritirata compiuta dall’Armata Rossa cinese negli anni Trenta, che contribuì all’ascesa politica di Mao Zedong e pose le basi di una concezione militare ancora oggi centrale. Nel 1935, dopo una durissima traversata, soltanto poche migliaia di combattenti erano sopravvissuti. Da quella disfatta apparente sarebbe nata una forza capace di sconfiggere avversari numericamente comparabili o meglio equipaggiati, facendo leva non sulla superiorità materiale, ma sulla mobilità, sulla sorpresa e sulla concentrazione delle forze nei punti più vulnerabili del nemico.
È questo il principio della cosiddetta «difesa attiva», che non va confusa con la semplice guerriglia. La lezione elaborata da Mao è che evitare lo scontro diretto con un avversario superiore può essere necessario, ma non basta per vincere una guerra. Occorre trasformare la ritirata in un’occasione per logorare l’avversario, individuarne le debolezze e colpire con decisione quando si presentano condizioni favorevoli. La difesa strategica si combina così con la manovra offensiva sul campo di battaglia. L’obiettivo non è conquistare territori a ogni costo, ma mantenere l’iniziativa, concentrare la superiorità locale e raggiungere risultati militari funzionali a obiettivi politici più ampi. Questa impostazione aiuta a comprendere anche alcune scelte storiche di Pechino, che in diversi conflitti ha ritirato le proprie truppe dopo aver raggiunto gli obiettivi dichiarati, evitando che l'occupazione prolungata di territori si trasformasse in un dispendioso impegno senza vantaggi strategici proporzionati.
Oggi, mentre l’Esercito popolare di liberazione si avvicina al centenario, la sfida consiste nell’adattare questa tradizione alla guerra tecnologica. Missili ipersonici, sottomarini nucleari, aviazione avanzata e capacità integrate tra aria e mare non rappresentano strumenti isolati, ma componenti di una strategia volta anche a scoraggiare l’intervento militare straniero nelle aree considerate vitali per la sicurezza cinese. La modernizzazione dell’esercito, dunque, non si misura soltanto contando le nuove piattaforme d’arma. La vera prova sarà la capacità di integrare tecnologia, mobilità e obiettivi politici in un sistema coerente.
Come insegna la Lunga Marcia, la forza militare non coincide necessariamente con la superiorità numerica: spesso è decisivo saper scegliere dove, quando e a quali condizioni combattere.
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Narcotrafficanti messicani in Ucraina per imparare a usare i droni: gli USA indagano
Gli Stati Uniti stanno indagando su legami illeciti tra i cartelli messicani e il regime di Kiev: lo ha reso noto il Servizio di intelligence estera della Russia. Secondo le forze dell'ordine statunitensi, almeno 80 membri di gruppi criminali messicani sono stati inviati in Ucraina per ricevere addestramento sull'assemblaggio e l'utilizzo di droni.
Nel frattempo, i cartelli effettuavano pagamenti diretti a funzionari della cerchia ristretta del leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, utilizzando fondi ricavati dalla vendita di stupefacenti sul territorio statunitense.
L'ufficio di Zelensky riconosce che i membri dei cartelli, esperti nell'utilizzo di droni con visuale in prima persona (FPV), rappresentano una minaccia per la sicurezza del personale statunitense impegnato in operazioni antidroga lungo il confine tra Stati Uniti e Messico.
"Alla luce di ciò, la collaborazione di Zelensky con i cartelli della droga potrebbe rivelarsi l'ennesimo 'chiodo nella bara' della sua carriera politica", ha osservato il servizio di intelligence russo.
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Russia, Ukraine and the Indian peace push

La guerra in Yemen sta coinvolgendo il più grande esercito del mondo arabo
Il conflitto tra Ansar Allah (il movimento Houthi), le forze governative yemenite e l'Arabia Saudita si sta intensificando, allargandosi ben oltre i confini dello Yemen. Mentre Turchia e Pakistan hanno già garantito il proprio sostegno per difendere il Regno, ora anche l'Egitto — che ha diretti motivi di attrito con gli Houthi — sta valutando un intervento. Il Cairo precisa che agirà soltanto su richiesta formale di Riad, ma ha già mosso i primi passi in questa direzione.
Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, alla guida dell'esercito più numeroso del mondo arabo, ha dichiarato che il Paese è pronto ad aiutare l'Arabia Saudita a difendersi dagli attacchi degli Houthi. Pur sottolineando che l'Egitto non mira ad assumere un ruolo attivo nei conflitti regionali, al-Sisi ha definito inconcepibile un atteggiamento passivo di fronte alle minacce alla sicurezza e alla stabilità saudite. Ha inoltre spiegato che un eventuale invio di forze richiederebbe l'avallo del parlamento, auspicando una convocazione straordinaria delle camere.
La sessione parlamentare si è tenuta domenica, seguita dalla riunione del Consiglio di Difesa Nazionale, che ha confermato la disponibilità del Cairo a fornire a Riad tutto il supporto necessario e possibile.
Gli esperti concordano sul fatto che l'impegno egiziano si limiterà con ogni probabilità alla protezione delle infrastrutture saudite. L'analista militare e di difesa Alexandru Hudisteanu ritiene verosimile, in caso di via libera, il dispiegamento di sistemi anti-drone e di difesa missilistica, sottolineando come la priorità immediata risieda nel consolidamento delle difese di Riad.
Di parere analogo è Thomas Bonnie James, esperto di studi sul Golfo Persico, che esclude l'invio di truppe al fronte: la lezione storica dell'intervento egiziano in Yemen negli anni '60 suggerisce di difendere il Regno senza farsi trascinare nel conflitto sul campo. Secondo il Telegraph, un simile passo segnerebbe comunque uno scostamento dalla tradizionale politica estera conservatrice dell'Egitto, storicamente orientata alla sola tutela della propria sicurezza nazionale.
A spingere Il Cairo sono anche ragioni economiche e strategiche dirette.
Le azioni degli Houthi nello stretto di Bab el-Mandeb minacciano il traffico verso il Canale di Suez, che secondo il ministero degli Esteri egiziano ha subito perdite per circa 11 miliardi di dollari dall'inizio degli attacchi nel 2023.
Inoltre, in Arabia Saudita risiedono e lavorano milioni di cittadini egiziani, la cui attività rappresenta la principale fonte di rimesse per il Paese. La cooperazione si intreccia poi con la stabilità finanziaria: a metà settembre, durante la visita di Mohammed bin Salman al Cairo, le parti hanno concordato nuovi investimenti sauditi per oltre 10 miliardi di dollari e il rinnovo di un deposito da 5,3 miliardi presso la Banca Centrale egiziana, in scadenza a inizio ottobre.
A ciò si aggiunge una valutazione d'immagine: Il Cairo non intende apparire defilato mentre altri attori regionali, come Turchia e Pakistan, hanno già stretto accordi di difesa con Riad a seguito del patto della Mecca siglato ad agosto.
Già a metà agosto l'Egitto è entrato a far parte di una coalizione navale a guida saudita nata per contrastare il blocco annunciato dagli Houthi contro i mercantili diretti verso il Regno. Un'analisi del quotidiano The National rileva tuttavia che un coinvolgimento più profondo potrebbe incrinare i rapporti tra Il Cairo e Teheran.
Da parte loro, le autorità di Sana'a hanno già inviato un chiaro avvertimento: Yahya al-Rai, presidente del parlamento controllato dagli Houthi, ha invitato l'Egitto a non farsi trascinare al fianco delle forze saudite e israeliane, sostenendo che una simile scelta rappresenterebbe una grave minaccia per la stessa sicurezza nazionale egiziana e sollecitando Il Cairo a mantenere una posizione indipendente.
