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Anche in Spagna la sinistra fa fatica a stare insieme: come si stanno organizzando i partiti alleati di Sànchez per il (difficile) voto di novembre

Il Frente Amplio che prova a riunire la sinistra spagnola alla sinistra dei socialisti, ha perso una delle sue figure più riconoscibili tre giorni dopo la presentazione. Martedì la ministra della Salute Mónica García, medico anestesista e leader di Más Madrid (la forza progressista della capitale), ha annunciato che non sarà candidata alle elezioni del 29 novembre. Il posto di numero due nella lista di Madrid andrà a una compagna di partito, la deputata Tesh Sidi, mentre lei si concentrerà sulle regionali di Madrid di maggio 2027, dove vuole togliere la presidenza della Comunità a Isabel Díaz Ayuso, la leader dei popolari (PP, centrodestra) che governa la regione.

La spiegazione ufficiale è una “profonda riflessione” e la volontà di mettere “il bene comune” prima dell’interesse personale. Il capolista di Madrid Emilio Delgado (vicecapogruppo di Más Madrid nell’Assemblea regionale) ha assicurato che García “starà dove vuole stare” e che avrà il suo sostegno. Perché una scelta così, a poche settimane dal voto? I motivi reali non li ha spiegati nessuno, ma le letture possibili sono due. La prima è che García preferisca preservare il proprio capitale politico per la sfida con Ayuso, evitando di legare il suo nome a un risultato che i sondaggi descrivono molto difficile: Sigma Dos, uno dei principali istituti privati, stima che il cartello perderebbe seggi anche a Madrid rispetto al 2023. La seconda, sostenuta soprattutto dai media di destra come Libertad Digital, è che sia stata scavalcata da Ada Colau, l’ex sindaca di Barcellona, diventata la candidata di tutta la coalizione.

Sabato scorso, in un auditorium all’aperto sulle rive del Manzanares (il fiume di Madrid), il Frente Amplio aveva aperto la sua campagna elettorale. Sul palco sette volti, alle spalle un grande striscione rosso e giallo. Doveva essere la fotografia dell’unità, ma lo scatto più eloquente era quello di chi non c’era. Il giorno prima, scaduti i termini per registrare le coalizioni, l’accordo con Podemos era definitivamente saltato.

Anche in Spagna la sinistra fa fatica a stare insieme: ecco perché

Il Frente Amplio riunisce quattro sigle. C’è Sumar, la piattaforma dell’ex vicepremier Yolanda Díaz, che fino a oggi ha governato con il Psoe (i socialisti del premier Pedro Sánchez). C’è Izquierda Unida, erede dei comunisti spagnoli. C’è Más Madrid, forza ecologista e progressista della capitale, nata in parte da una scissione di Podemos. E ci sono i Comuns, la formazione barcellonese di Ada Colau, oggi leader dell’intera coalizione e capolista a Barcellona.

Dall’altra parte c’è Podemos, il partito nato dagli indignados del 2014 e oggi molto ridimensionato, guidato da Ione Belarra e con Irene Montero, ex ministra dell’Uguaglianza ed eurodeputata, come candidata. Poi c’è Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), la sinistra indipendentista catalana, il cui volto più noto a Madrid è Gabriel Rufián, portavoce del partito al Congresso.

Fu proprio Rufián a lanciare l’idea di un fronte ampio, capace di rimettere insieme ciò che Sumar aveva lasciato in frantumi. Per mesi è stato il principale promotore del progetto, che sulla carta sembrava interessante, soprattutto considerando le frizioni tra i partiti alla sinistra del Psoe. Poi la svolta: lui e Montero hanno aperto un canale diretto tra Erc e i viola. Da lì le trattative con il Frente Amplio non sono più ripartite.

L’argomento più plausibile è che, quando è comparso il nome di Colau, Erc abbia deciso di sbarrare la strada a qualsiasi intesa. Il motivo è una ferita barcellonese. Nel 2019 Esquerra vinse le elezioni comunali con Ernest Maragall, ma Colau fu rieletta sindaca grazie ai voti della destra di Manuel Valls (ex premier francese, candidato a Barcellona), con l’obiettivo dichiarato di impedire agli indipendentisti di governare la città. Per Erc non è mai stata archiviata. Rufián, che parla di una “telenovela nefasta” e ammette il proprio fallimento, ha scelto il suo campo: sarà capolista di Erc in Catalogna, con Podemos come unico alleato. L’intesa è ormai operativa. Podemos non si presenta in Catalogna e sostiene Erc, che inserisce alcuni esponenti viola come indipendenti nelle sue liste. Rufián e Montero faranno campagna insieme in tutta la Spagna: il primo appuntamento è sabato 24 a Barcellona, nel quartiere popolare di Nou Barris, con lo slogan “Casa, Vida, Futur“.

Poche ore prima della scadenza il Frente Amplio ha messo nero su bianco l’ultima proposta: un capolista a Madrid e uno in Catalogna per Podemos, la portavoce al Congresso, risorse divise in modo equo. Diario Red, il media diretto dal fondatore di Podemos Pablo Iglesias, l’ha liquidata come una “trappola“, perché un seggio catalano ai viola avrebbe imposto di rompere con Erc. In cambio Podemos chiedeva a Izquierda Unida di fare un passo indietro nelle province più a rischio, ma i dirigenti territoriali hanno chiuso la porta, come aveva già annunciato il coordinatore Antonio Maíllo: niente accordi a pezzi. Montero e Belarra hanno poi sostenuto che le divergenze erano politiche e non di poltrone, rimproverando al Frente Amplio la vicinanza al Psoe. Un riferimento alla lista comune che le due forze presenteranno al Senato, con il nome “Senado de Progreso“.

Dal palco di Manzanares, Colau ha chiuso la questione: “Se qualcuno non vuole sedersi a un tavolo, non si può obbligarlo”. Poi ha ringraziato le 15 organizzazioni della coalizione e assicurato di aver dato “tutto”. Delgado ha scelto l’ironia: basta drammi, non siamo qui per contarci le ferite.

Perché Podemos non ha voluto l’accordo? La risposta più convincente guarda oltre il 29 novembre. I sondaggi sembrano anticipare un governo di PP e Vox (la destra radicale di Santiago Abascal), e Podemos sembra già posizionarsi sui quattro anni successivi. Presentarsi da sola, con una campagna centrata sulla critica al governo uscente, significa farsi trovare pronta a raccogliere la mobilitazione che un governo di destra produrrà quasi da sé. Il prezzo lo pagherà l’intera sinistra. L’unità si è fatta solo dove esiste un terzo attore forte. Nel País Valencià, storicamente terra di destra, Compromís (la sinistra valenciana), Podemos, Izquierda Unida ed Esquerra Republicana hanno firmato una lista unica, “Compromís-Front Valencià”, a poche ore dal limite. Alle Canarie nasce Unidad del Pueblo Canario, con Podemos; in Aragona, CHA-Frente Amplio, senza Podemos.

Cosa dicono i sondaggi: com’è messa la sinistra

Il Congresso ha 350 seggi e la maggioranza assoluta è a 176. La media degli otto principali sondaggi privati di ottobre dà il Pp al 31,9%, il Psoe al 26,5% e Vox al 18,7%: PP e Vox sommati sono in media a 201 seggi e superano la maggioranza in tutte le rilevazioni. Fa eccezione il Cis, l’istituto statistico pubblico, che a inizio ottobre (prima della rottura tra Frente Amplio e Podemos) vedeva il Psoe al 34%, il Pp al 22,2% e Vox al 17,1%.

Per la sinistra radicale le stime sono più basse di quelle che l’accordo avrebbe potuto produrre. Il Cis attribuisce al Frente Amplio il 6,1% e a Podemos il 3,1%. Sigma Dos per El Mundo lo dà al 7,2%, con 9-10 seggi: tra Frente Amplio, Podemos e alleanza valenciana si arriverebbe a 13 seggi, contro i 31 che Sumar aveva ottenuto nel 2023. Nei vari istituti l’area oscilla tra 5 e 17 seggi.

Programmi e fragilità degli alleati a sinistra di Sànchez

Sommati, Frente Amplio e Podemos metterebbero insieme il 9,2% secondo l’istituto Cis, ma divisi restano entrambi sotto soglia in gran parte delle province. La Spagna non vota in un collegio unico: sono 52 elezioni provinciali, con il sistema d’Hondt (proporzionale, ma che premia chi arriva primo). Nel 2023 il seggio più economico di Sumar costò il 9,6% (a Murcia). Dove il collegio è piccolo l’effetto diventa paradossale: a Girona, Lleida e Tarragona, con 6, 4 e 6 seggi, solo i socialisti o Erc hanno speranze realistiche di ottenerne uno a sinistra. Ogni voto dato al Frente Amplio o a Podemos non produce deputati e finisce per favorire i partiti più forti, destra compresa. E superare il 10% non basta: in Navarra e nell’Araba (Álava, nei Paesi Baschi), con oltre il 12% nel 2023, non è scattato nessun seggio. Una coalizione nata per essere «ampia» si presenta, in questo momento, come una forza di nicchia.

Il discorso del Frente Amplio punta tutto sulla casa. Colau ha ricordato il suo passato da attivista contro gli sfratti e da sindaca, rivendicando più di 1.600 abitazioni espropriate e oltre mille costruite in cessione d’uso, e ha chiesto più coraggio al Psoe. L’ex ministro Ernest Urtasun ha evocato il governo di PP e Vox come una copia del “programma della motosega” di Javier Milei, il presidente argentino. L’ex ministro Pablo Bustinduy ha promesso lo stop agli affitti turistici. A convincere dovrà essere quel 21,8% di ex elettori di Sumar che a inizio ottobre non aveva ancora deciso, mentre sullo sfondo cresce il richiamo del voto utile al Psoe. Con l’addio di García e la campagna parallela di Montero e Rufián, il Frente Amplio ha poco tempo per dimostrare di essere qualcosa di più di una somma di sigle.

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“Interrompa subito la diretta”: in Ue scoppia il caso della consigliera dei Patrioti che trasmetteva all’esterno informazioni riservate sul bilancio

Mentre la Plenaria di Strasburgo iniziava a svuotarsi, con europarlamentari, staff e assistenti che prendono la strada di Bruxelles o dei rispettivi Paesi d’origine, nelle stanze dell’Eurocamera, giovedì mattina, si continua a lavorare. Uno degli incontri in corso, però, si interrompe bruscamente: “Fermi immediatamente quella registrazione o videocall“. A pronunciare queste parole, come hanno raccontato a Ilfattoquotidiano.it due diverse fonti presenti all’incontro, è l’eurodeputato bulgaro del Ppe, Andrey Novakov. La destinataria del messaggio è invece Tamara Volokhova, consulente per gli Affari parlamentari per il gruppo dei Patrioti, di nazionalità franco-russa e legata al Rassemblement National di Marine Le Pen.

L’accusa implicita è grave: trasferire informazioni riservate al di fuori di un ristretto gruppo di politici e funzionari deputati a discuterle. Perché in quel meeting si stavano prendendo decisioni fondamentali sul prossimo, molto discusso bilancio settennale 2028-2034 dell’Unione europea. Si tratta, per la precisione, della riunione congiunta di relatori e relatori ombra delle tre commissioni Bilancio, Sviluppo Regionale e Agricoltura sul Piano Nazionale e Regionale di Partenariato (Nrpp), lo strumento proposto per il prossimo QFP che ha lo scopo di accorpare decine di programmi fino a oggi divisi, come i fondi di sviluppo regionale, di coesione, Pac o sviluppo rurale, per un totale di circa 800 miliardi di euro: quasi la metà dell’ultima proposta di bilancio avanzata dalla presidenza di turno irlandese.

Lo shadow meeting, al quale partecipano parlamentari, loro assistenti, adviser dei gruppi e delle commissioni, è poi proseguito come da programma, con la consigliera dei Patrioti che ha mantenuto il suo posto in sala, come confermano le due fonti, ma la storia si è velocemente sparsa tra europarlamentari e membri dello staff intenti a raggiungere la stazione ferroviaria di Strasburgo o gli aeroporti della città alsaziana o di Francoforte. Non è chiaro a chi la registrazione o videocall fosse destinata. Secondo alcune versioni non confermate, dall’altra parte dello schermo si trovavano giornalisti in ascolto per avere in esclusiva informazioni rilevanti sul dossier riguardante il prossimo bilancio settennale. Ilfattoquotidiano.it ha provato a contattare Volokhova per chiedere un chiarimento anche su questo punto ma, nel momento in cui si scrive, la funzionaria non ha risposto alla richiesta recapitata via mail. Lo stesso è stato fatto con l’eurodeputato Novakov che, ha spiegato un suo assistente, si trovava in viaggio e quindi impossibilitato, al momento, a rispondere.

Le speculazioni sulle motivazioni che hanno spinto la consigliera a trasmettere all’esterno di una riunione a porte chiuse informazioni riservate si rincorrono. E ad alimentarle c’è anche il passato della donna, noto a molti addetti ai lavori a Bruxelles. La consigliera ed ex modella nata a Rostov, nell’allora Unione Sovietica, era finita al centro delle cronache francesi nel 2024, quando il candidato di Renaissance poi diventato primo ministro, Gabriel Attal, nel corso del dibattito per le legislative mise in difficoltà Jordan Bardella (Rassemblement National) ricordandogli che, nonostante il suo partito proponesse di vietare incarichi rilevanti ai cittadini con doppia cittadinanza, allo stesso tempo la sua consigliera nell’allora gruppo europeo Identità e Democrazia era la franco-russa Tamara Volokhova.

Già nel 2019, un’inchiesta di Mediapart aveva rivelato che il nome di Volokhova figurava in una nota della Direzione Generale per la Sicurezza Interna (DGSI) francese sui “centri d’influenza” utilizzati dalla Russia per orientare le elezioni europee, insieme ad altri tre membri (o ex) del partito di Le Pen. Il portale francese ha così ricostruito la vita e la carriera della donna soffermandosi sulla sua assunzione, nel 2014, come assistente parlamentare a Bruxelles. Un incarico che ha destato perplessità nella DGSI, dato che è arrivato nel pieno delle intense attività di lobbying di Mosca in Europa in seguito all’annessione della Crimea. “Nel suo nuovo incarico – scrive Mediapart – Tamara Volokhova accompagna diversi eurodeputati in viaggi in Russia e Crimea e organizza alcuni viaggi per l’eurodeputato Aymeric Chauprade (che compare accanto a lei nella nota della DGSI)”. Senza dimenticare i presunti rapporti economici tra il partito di Le Pen e la Russia che risalgono proprio a quegli anni. Volokhova, scrive ancora Mediapart, era anche in contatto con la segreteria di Alexander Babakov, consigliere di Putin responsabile della cooperazione con le organizzazioni russe all’estero e intermediario per il prestito russo all’allora Front National, e con Alexei Kovalski, all’epoca consigliere politico dell’ambasciatore russo a Parigi ma considerato dalla DGSI un “ufficiale dell’SVR“, i servizi segreti russi all’estero.

Da lì è iniziata la lunga carriera di Volokhova all’interno delle istituzioni europee che oggi la vedono ancora nel ruolo di consigliere politico per il gruppo dei Patrioti, del quale fa parte la formazione di Le Pen. Con il suo nome che, a due anni di distanza dal dibattito interno francese scatenato dalle dichiarazioni di Attal, torna d’attualità per i suoi presunti rapporti fuori dai palazzi di Bruxelles.

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Premio Sacharov 2026 alla Corte penale internazionale. Il Parlamento europeo: “Difendiamo l’indipendenza dei giudici”

Il premio Sacharov 2026 per la Libertà di pensiero va alla Corte penale internazionale e ai suoi giudici. La Conferenza dei Presidenti, un organo del Parlamento europeo con a capo il presidente e di cui fanno parte i leader di tutti i gruppi politici, questa mattina a Strasburgo ha scelto il vincitore. L’organo con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, è stato colpito dalle sanzioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e per questo è stato proposto dal gruppo dei Socialisti come “simbolo della resistenza contro le guerre dell’amministrazione americana”. Dopo aver sanzionato singoli giudici e procuratori, l’amministrazione Trump ha deciso di colpire la Corte stessa, privandola delle risorse necessarie per operare. L’annuncio è arrivato il 9 ottobre, dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navi Pillay, che è stata giudice della Cpi e ha accusato formalmente Israele di aver commesso un genocidio a Gaza. Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della difesa Yoav Gallant, la Corte ha emesso i mandati d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

“L’Unione europea si fonda sul rispetto del diritto internazionale. Con questo premio conferito alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari, il Parlamento europeo riconosce l’operato di coloro che rendono giustizia alle vittime, anche attraverso indagini, azioni penali e processi. Questi devono poter svolgere il proprio lavoro in modo indipendente. Continueremo a difendere questo principio”, ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola nell’annunciare il vincitore. Gli altri due finalisti erano Tundu Lissu, avvocato, leader politico e difensore dei diritti umani perseguitato per motivi politici in Tanzania, e Taraneh e Romina Rahimi, a nome di tutte le persone perseguitate dal regime islamico iraniano.

La Corte penale internazionale indaga e giudica le persone accusate dei crimini più gravi per l’intera comunità internazionale: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione. La Corte svolge un ruolo fondamentale nella lotta globale all’impunità e attraverso la giustizia penale internazionale, chiama i responsabili a rispondere delle proprie azioni e si adopera per evitare che i crimini si ripetano. In qualità di organo giurisdizionale di ultima istanza, inoltre, integra l’operato dei tribunali nazionali. Disciplinata dallo Statuto di Roma, è la prima Corte penale internazionale permanente al mondo.

Il Premio Sacharov per la libertà di pensiero è stato assegnato per la prima volta nel 1988 a Nelson Mandela e ad Anatolij Marčenko ed è il massimo riconoscimento che l’Unione europea conferisce agli sforzi compiuti a favore dei diritti dell’uomo. È attribuito a singoli, gruppi e organizzazioni che abbiano contribuito in modo eccezionale a proteggere la libertà di pensiero. Ogni anno il Parlamento europeo consegna al vincitore del Premio Sacharov una somma di 50mila euro e i candidati possono essere nominati anche dai singoli deputati in Parlamento. “La giustizia deve fare il suo corso, piaccia o non piaccia ai potenti della terra: questo è il messaggio che arriva oggi dal Parlamento europeo con la decisione di assegnare il Premio Sacharov per la libertà di pensiero e per l’impegno a favore dei diritti umani proprio alla Corte penale internazionale. Finalmente arriva uno schiaffo a Trump”, così in una nota Gaetano Pedullà, europarlamentare del Movimento 5 Stelle.

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L’Ue assegna il premio Caruana Galizia a un’inchiesta sulla violazione dei diritti umani nell’accordo Italia-Albania. Ma l’Europa lo considera un modello

L’assegnazione del Premio giornalistico Daphne Caruana Galizia 2026, in memoria della reporter maltese uccisa per i suoi lavori contro la corruzione, dimostra come, a volte, il destino sia in effetti un cinico baro. Perché il riconoscimento, istituito dal Parlamento europeo, è andato al giornalista italiano Giacomo Zandonini e alla collega olandese Maite Vermeulen per un’inchiesta pubblicata sulla piattaforma giornalistica De Correspondent. L’anomalia, però, sta nel tema trattato dal lavoro vincitore che ha come titolo Rinchiudere i migranti in una gabbia in Albania: l’Italia lo fa, i Paesi Bassi lo vogliono. Un prodotto giornalistico che è allo stesso tempo un atto d’accusa contro la volontà di sempre più Stati membri dell’Ue di rinchiudere i migranti in centri fuori dai propri confini. Un modello che lo stesso Parlamento europeo ha sposato de facto votando a favore dell’ultimo Regolamento Ue sui rimpatri.

Così, la cerimonia che si è tenuta nella sala stampa “Daphne Caruana Galizia” del Parlamento europeo a Strasburgo è diventata l’occasione per mettere l’operato delle istituzioni sotto esame fin dentro la loro ‘casa’. Emblematiche, in questo senso, le dichiarazioni della presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, pubblicate sul sito dell’Eurocamera e tutte incentrate sulla necessità di difendere la libertà di stampa, ben attenta a non entrare nel merito del lavoro premiato.

A farlo ci hanno pensato gli autori dell’inchiesta che alla stampa hanno dichiarato come la diffusione degli accordi con Paesi terzi per trasferire migranti comporti “rischi per i diritti umani, costi elevati e pochi risultati“: “È diventata quasi una prassi, tra i governi europei, cercare di creare strutture di questo tipo in Paesi terzi – ha dichiarato Vermeulen ricordando che anche il governo olandese sta trattando con il Rwanda – Spero davvero che questo premio e la nostra inchiesta possano servire da monito per i governi europei che stanno accelerando la stipula di tali accordi, mostrando cosa comportino concretamente. Non ho mai visto un accordo con un Paese extra-Ue in cui i diritti umani siano stati adeguatamente tutelati. Peraltro, si tratta di soluzioni estremamente costose che, alla fine, non risolvono nulla“.

Chissà cosa penserà Metsola di queste dichiarazioni, dato che la Plenaria ha approvato, il 17 giugno scorso, il nuovo Regolamento Ue sui rimpatri. Al suo interno, tra le altre cose, si legge che sarà possibile “l’allontanamento verso territori extra-UE, inclusi i cosiddetti ‘centri di rimpatrio‘, possibile sulla base di un accordo”. In poche parole, il Protocollo Italia-Albania oggetto dell’inchiesta è già da mesi un modello di riferimento per le istituzioni Ue e per tutti gli Stati membri.

A premiare il lavoro dei due reporter è stata una giuria indipendente, composta da giornalisti provenienti da tutti i Paesi europei, che ha selezionato dieci finalisti tra le 344 candidature pervenute prima di decretare il vincitore. L’inchiesta è stata pubblicata a gennaio, frutto di un lavoro di ricerca durato quasi due anni. Il focus del lavoro, ha poi spiegato Zandonini, era quello di rendere comprensibile il reale funzionamento dell’accordo Albania-Italia, mostrandone così le criticità, e questo ha richiesto l’analisi di numerosi documenti ufficiali. A questo punto è emersa la scarsa trasparenza delle istituzioni nei confronti della stampa: “Lo scoglio più grande è stato accedere alle informazioni”, confessa, dato che le richieste presentate al governo, al ministero dell’Interno e alle prefetture hanno ottenuto pochi riscontri. Dai Paesi Bassi sono arrivati 70 documenti, tra cui email su incontri, valutazioni e scambi relativi all’intesa tra Italia e Albania. “Dal punto di vista italiano c’è stata paradossalmente molta meno trasparenza, sia sui dati finanziari sia sulle condizioni e il numero e le situazioni delle persone trattenute nei centri”, continua. I giornalisti non hanno ottenuto l’autorizzazione a entrare nei centri e i governi italiano e albanese hanno anche rifiutato di rilasciare dichiarazioni o commentare i dati raccolti. Un modus operandi che, però, l’Ue ha deciso di elevare a modello.

X: @GianniRosini

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L’Ue apre un’indagine su Booking su rischi di falsi annunci, phishing e visibilità degli annunci sponsorizzati

Un’indagine per accertare se Booking.com non abbia valutato con la dovuta diligenza né mitigato con efficacia i rischi legati agli annunci fraudolenti e alle truffe di phishing. È la mossa decisa dalla Commissione Europea che ha aperto un’indagine sulla possibile violazione del Digital Services Act, anche in materia di trasparenza in relazione a una segnalazione non chiara di annunci in cui gli inserzionisti pagano per ottenere un posizionamento più elevato nei risultati di ricerca mostrati agli utenti.

In particolare, la Commissione esaminerà se il gestore del noto sito per le prenotazione online, la Booking Holdings che è quotata al Nasdaq, abbia valutato correttamente i rischi connessi alla diffusione di contenuti illeciti come quelli relativi a strutture inesistenti, casi di furto d’identità e offerte di alloggio non conformi alle regole. L’indagine valuterà anche se la piattaforma abbia adottato misure efficaci per mitigare questi rischi, anche attraverso la rimozione di annunci fraudolenti o non in regola.

L’indagine si concentrerà anche sui rischi legati alle modalità di condivisione dei dati sulle prenotazioni e sugli ospiti con le strutture ricettive, nonché sulla progettazione e sul funzionamento del servizio di messaggistica di Booking.com. La Commissione verificherà inoltre se l’azienda offra garanzie sufficienti a impedire che i dati vengano utilizzati in modo improprio, per compiere operazioni di phishing o sollecitare pagamenti fraudolenti.

“Booking.com ha segnalato un aumento del 500% delle truffe a livello globale sulla propria piattaforma”, ha riferito un alto funzionario dell’Ue in merito all’indagine sulla piattaforma di prenotazione online. Il funzionario ha citato anche i dati dell’organizzazione Fraudehelpdesk che riguardano i Paesi Bassi: “Nella prima parte del 2026 sono state registrate 1.072 segnalazioni di frode, per danni pari a 82.000 euro”, ha spiegato la fonte, specificando che si è trattato di un numero di casi “dieci volte” superiore “rispetto all’anno precedente”. “È un vero problema”, ha sottolineato, specificando che “segnalazioni di questo tipo provengono da quasi tutti gli Stati membri”.

Infine, la Commissione deciderà se su Booking.com le strutture ricettive possono aumentare la visibilità dei propri annunci nei risultati di ricerca, pagando una commissione più elevata: gli utenti, sottolinea l’esecutivo Ue, devono essere in grado di riconoscere chiaramente che questi annunci sponsorizzati sono, a tutti gli effetti, pubblicità. Verrà inoltre esaminato se, per ogni annuncio visualizzato su Booking.com, gli utenti siano in grado di comprendere facilmente chi vi sia dietro, chi abbia pagato, perché lo stiano visualizzando e come possano modificare le impostazioni che determinano quali annunci vengono loro mostrati. Il Dsa prevede infatti che gli utenti hanno il diritto di sapere quando un annuncio pubblicitario viene loro presentato e per conto di chi: senza queste informazioni, non sono in grado di distinguere se un annuncio appaia in una posizione di rilievo perché è pertinente alla loro ricerca o perché la struttura ricettiva ha pagato per ottenere maggiore visibilità.

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A Bruxelles l’azione degli europarlamentari M5s a sostegno di autotrasportatori e agricoltori del Sud Italia: “Siamo con voi”

La protesta di agricoltori e autotrasportatori contro il caro carburante nel Sud Italia arriva al Parlamento europeo. A margine della plenaria di Strasburgo, la delegazione del Movimento 5 Stelle ha organizzato una manifestazione di solidarietà, esibendo cartelli con le scritte “Sud in crisi”, “Stop al carovita” e “Siamo con voi”. L’eurodeputato Mario Furore ha annunciato un’interrogazione urgente alla Commissione europea per sapere se il governo abbia informato Bruxelles delle proteste. Valentina Palmisano ha definito “sacrosante” le richieste dei manifestanti, mentre il capodelegazione Pasquale Tridico ha rilanciato la proposta di tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche per finanziare un credito d’imposta europeo sul carburante. Giuseppe Antoci ha criticato le politiche europee che penalizzano famiglie e lavoratori, rivendicando l’opposizione all’accordo Mercosur.

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Scontro al Consiglio Ue sul sistema delle quote di emissione. Poi il compromesso: “Valutare gli impatti dell’applicazione a edifici e trasporti”

Dopo una giornata di stallo e scontri, nella notte i Ventisette leader della Ue hanno trovato un compromesso sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets), ma senza accogliere la richiesta di rinviare il nuovo mercato del carbonio per edifici e trasporti. Nelle conclusioni del Consiglio europeo entra, su pressione dell’Italia e dei Paesi del gruppo Visegrad, l’invito alla Commissione a rivalutare tutti gli impatti dell’Ets2, con particolare attenzione alla struttura del sistema e alle misure di salvaguardia. Un risultato politico per Giorgia Meloni, che però non cambia la tabella di marcia: l’allargamento del meccanismo a case e trasporti resta previsto dal 2028. La partita, del resto, va oltre il mercato delle emissioni. Al centro c’è il conflitto tra la richiesta di alleggerire i costi della transizione per famiglie e imprese e la difesa di una politica climatica che una parte dei governi considera indispensabile anche per ridurre la dipendenza europea dai combustibili fossili.

La mediazione raggiunta nella notte mostra tutti i limiti della strategia italiana. Roma ha fatto asse con i Paesi del gruppo Visegrad per chiedere correttivi al sistema, ma non ha trovato una sponda sufficiente per ottenere il rinvio dell’Ets2 che farà pagare un prezzo alle emissioni di anidride carbonica generate dai combustibili utilizzati per riscaldare gli edifici e alimentare i trasporti. Il nuovo sistema dovrebbe partire nel 2028.

Il testo delle conclusioni chiede un mercato del carbonio più trasparente e prevedibile, una riduzione della volatilità dei prezzi e misure per attenuare le ricadute sulle bollette elettriche. Ma ribadisce anche il ruolo dell’Ets nella transizione energetica e climatica, attraverso un prezzo delle emissioni capace di orientare investimenti e innovazione. La revisione, dunque, non mette in discussione il principio del sistema, ma apre alla possibilità di intervenire sul suo funzionamento. “Il Consiglio europeo invita la Commissione Ue ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’Ets2, in particolare per quanto riguarda la sua struttura e le sue misure di salvaguardia”, si legge. Il testo “ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, di ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e di mitigarne l’impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando al contempo il ruolo essenziale dell’Ets”.

La richiesta italiana di correggere gli effetti delle politiche climatiche si scontra con i governi nordici, contrari a indebolire la transizione, e con la posizione di Commissione, Germania e Francia. Proprio Berlino e Parigi stanno cercando una convergenza sul futuro dell’industria automobilistica europea, un dossier destinato a pesare sulle prossime decisioni comunitarie. Per Meloni, la strada potrebbe essere quella di chiedere deroghe temporanee nazionali, sul modello dell’eccezione concessa nel 2023 a Spagna e Portogallo per contenere il prezzo dell’elettricità. Ma per ora è un’ipotesi, non un risultato del Consiglio.

Meloni ha portato al vertice anche il tema della flessibilità delle regole fiscali di fronte al caro energia, chiedendo di considerare l’aumento dei prezzi come un fattore esterno determinante. Su questo punto, il sostegno è stato limitato: soltanto la Grecia si è schierata apertamente con Roma. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito la necessità di prudenza sui conti pubblici, indicando nella possibile proroga del regime degli aiuti di Stato per la crisi energetica una delle poche leve disponibili nel brevissimo periodo.

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