❌

Reading view

Bari, il capo dipartimento della Regione Puglia Annibale D’Elia morto a 56 anni in un incidente stradale

Il capo del dipartimento Cultura della Regione Puglia, Annibale D’Elia, è morto martedì pomeriggio a 56 anni in un incidente stradale. Il dirigente era in sella alla sua moto sulla strada che va da San Giorgio a Torre a Mare, nella zona sud di Bari, quando ha perso il controllo del mezzo andando a finire contro un muretto. L’impatto è stato fatale e ha reso inutioli i soccorsi del personale del 118, giunti immediatamente sul posto. La dinamica dello schianto non è ancora chiara, ma alcuni testimoni hanno riferito che non sono coinvolti altri veicoli, così come non ci sono segni di frenata sull’asfalto: l’ipotesi più accreditata è quella di un malore era alla guida. Sul luogo dell’incidente si è recato anche il presidente della Regione, Antonio Decaro, che lo scorso 14 luglio aveva nominato D’Elia al vertice del Dipartimento facendolo trasferire da Milano, dove lavorava come dirigente al Comune.

Il nome di D’Elia è legato al progetto Bollenti Spiriti, un programma ideato per sostenere i giovani pugliesi e dare loro opportunità di partecipazione, formazione e innovazione sociale. Nel 2000 una cooperativa da lui fondata era stata premiata come migliore impresa under 32 in Italia; sotto il governo Monti, era stato selezionato dal ministero dello Sviluppo economico come membro della task force istituita per creare la prima normativa quadro sulle startup innovative in Italia. “Per raccontare chi è stato Annibale D’Elia non basterebbe ricordare i progetti che ha realizzato o gli incarichi che ha ricoperto, bisognerebbe ascoltare le storie di tutti quei ragazzi e quelle ragazze che, grazie al suo lavoro, hanno trovato qualcuno disposto a prendere sul serio le loro idee”, lo ricorda in una nota il gruppo consiliare del Pd.

Il presidente del Consiglio regionale, Toni Matarrelli, lo definisce un “uomo luminoso nei valori, nel talento, nella professionalità, nel sorriso”. Cordoglio anche dal sindaco di Bari, Vito Leccese: “Aveva il dono di leggere i cambiamenti della società prima degli altri e di trasformare le intuizioni in progetti concreti per la collettività”.

L'articolo Bari, il capo dipartimento della Regione Puglia Annibale D’Elia morto a 56 anni in un incidente stradale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Ho conosciuto la povertà, li capisco e ne soffro. Riesco a fare il contadino semplicemente perché il cantante lo sostiene”: così Al Bano sulle proteste contro il caro carburanti

Al Bano commenta le proteste degli autotrasportatori che stanno coinvolgendo il Sud Italia, in particolare Puglia e Calabria, per il caro carburanti e lo fa premettendo che, “vivendo qui, il disagio lo percepisco, lo vivo”. Poi aggiunge: “Riesco a fare il contadino semplicemente perché il cantante lo sostiene, ma qui la vita è veramente dura, veramente durissima”.

Il cantante di Cellino San Marco spiega all’Adnkronos di capire chi protesta: “Li capisco e ne soffro perché so cosa vuol dire povertà: l’ho conosciuta molto bene e per moltissimi anni”. Poi l’artista allarga il discorso alla situazione del Paese: “Questo benedetto ‘miracolo economico’, ogni volta che incomincia a nascere, c’è subito una forza che è pronta a distruggerlo. Se non troviamo un equilibrio, l’Italia viene sempre martellata: è sempre così, sempre, e mi dispiace molto”.

Per risolvere la situazione, “ci vuole l’unione di tutte le forze intellettuali e culturali. È necessario unirsi per risolvere le problematiche, qua invece ci dividiamo per appesantirle”. Al Bano si augura quindi che le istanze degli autotrasportatori possano essere accolte: “Mi auguro che ci sia benzina per tutti; mi auguro che si possa raggiungere quel pizzico di benessere che è frutto di un grande lavoro, mi auguro che tutti possano godere del bello di questo meraviglioso Paese. Ieri per la prima volta sono stato nel Colosseo e tanta storia mi ha commosso ancora una volta. Quindi dico: ispiriamoci al passato per trovare una strada per il futuro”.

L'articolo “Ho conosciuto la povertà, li capisco e ne soffro. Riesco a fare il contadino semplicemente perché il cantante lo sostiene”: così Al Bano sulle proteste contro il caro carburanti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Dentro la città di Casillo, dove ripensano la farina

Analisi di campioni all’impianto Next Gen Food di Casillo, foto di Gabriele Ferraresi

Dall’aeroporto di Bari a Corato si attraversa lungo la Provinciale una quantità di ulivi che rende superfluo ogni tentativo di contarli. Poi verso Ruvo di Puglia, basta ulivi. Vite ovunque, e anche lì, non se ne scorge la fine e l’orizzonte è bello lungo, nella pianeggiante Puglia. Infine si arriva da Casillo, in un impianto molitorio che ha le dimensioni di una cittadina di provincia, fatto di stabilimenti che sono più grandi di palazzi, alti sei piani, e poi silos e vari impianti collegati fra loro.

Quella di Casillo a Corato è una piccola città che lavora il grano dentro un territorio che, fra Casillo e i pastifici della zona, sul grano ha costruito parecchio. Chi arriva dal Nord con l’idea che certe dimensioni industriali appartengano soltanto alla propria geografia può approfittarne per aggiornarsi: siamo a Corato, vicino Bari, ma è identico al nord-est, per esempio a certe aree industriali dell’industria alimentare vicino Verona. Identico, e la cosa curiosa è che ci si respira la stessa identica aria, che come si può descrivere? Sa di giornate fatte di tre turni e di fabbriche che non si spengono pressoché mai, di impieghi stabili per decenni quando il resto del mondo sembra andare – piuttosto di fretta – in malora, aria di chi sa di fare le cose a modo, e che volendo sa anche di orgoglio locale.

La storia di Casillo comincia nel 1958 con un piccolo molino a Corato e cresce insieme ai grandi produttori di pasta, ai quali servono semole, continuità nelle forniture e soprattutto caratteristiche costanti, ma per capire dove siamo oggi bisogna anche distinguere due nomi: Casillo è il gruppo che macina e commercia cereali, con attività industriali e logistiche su scala internazionale, mentre Molino Casillo è il marchio di farine e semole rivolto a panificatori, pizzaioli, pasticcieri e consumatori.

Casillo a Corato, foto di Gabriele Ferraresi
Casillo a Corato, foto di Gabriele Ferraresi

Il grano non viaggia da solo
Venerdì 16 ottobre, però, a ricordarci le dimensioni di questo sistema sono i camion che non arrivano. Siamo a Corato e dobbiamo cambiare programma per le strade bloccate dalle proteste di agricoltori e autotrasportatori: per noi niente di grave, ma quella mattina i mezzi non raggiungono neppure Casillo e probabilmente poche o nessuna azienda della zona. Fuori dagli impianti la mobilitazione attraversa da giorni diverse regioni del Sud, con modalità e adesioni differenti. In Sicilia, dove a Gela gli agricoltori sono in presidio dalla fine di settembre, il 16 ottobre comincia anche il fermo dei trasportatori; in Calabria la protesta arriva dopo le manifestazioni dei primi giorni del mese. In Puglia interessa quel giorno anche Corato, mentre presidi e disagi si estendono a Basilicata, Campania e Molise.

Non ovunque le strade vengono chiuse: ci sono rallentamenti, cortei e camion lasciati nei piazzali. Ci sono distributori di benzina che hanno finito ogni genere di carburante e il risultato è comunque una distribuzione delle merci che procede a singhiozzo. Per un gruppo con ricavi superiori al miliardo di euro, questa dipendenza resta concreta quanto per il panificio che aspetta la consegna. L’automazione può sicuramente governare la macinazione, ma il grano in qualche modo deve pur arrivare e la farina deve pur partire.

Blocco stradale a Corato, foto di Gabriele Ferraresi
Blocco stradale a Corato, foto di Gabriele Ferraresi

Un mugnaio, molti piani
Dentro il molino l’immagine del mugnaio coperto di farina, per carità, va decisamente rivista. La stragrande maggioranza delle persone che frequentano un supermercato non ha mai visto né vedrà dall’interno una grande industria alimentare, non può per comprensibili ragioni immaginarla. Quante persone servono a un impianto alto come un edificio di sei piani? Una. Il controllo dell’impianto – cioè questo palazzo alto alcuni piani, con decine di macchinari su ogni piano – è affidato a un operatore per turno, assistito dall’automazione, con personale di supporto e manutenzione solo quando serve, se si rompe qualcosa, ma di solito non si rompe mai.

Il grano viene pulito, separato per provenienza e qualità, miscelato secondo il prodotto da ottenere perché la semola richiesta da un pastificio e la farina destinata a un biscotto rispondono a esigenze diverse: contano proteine, granulometria, comportamento nell’impasto. Dietro una materia prima apparentemente elementare come la farina – la farina, probabilmente uno dei principali motivi per cui gli esseri umani esistono – c’è una quantità di decisioni che al supermercato rimane invisibile.

Smontare un chicco
Macinare cereali è uno dei gesti su cui abbiamo organizzato la nostra alimentazione. Oggi la farina resta un prodotto di base, comprato e venduto anche in enormi, inimmaginabili volumi e con margini tutt’altro che sontuosi, che di conseguenza rendono decisivi proprio i volumi e l’efficienza. Eppure, proprio dentro questa industria, si cerca di capire quanto altro si possa ricavare dal chicco. Il nuovo impianto di Casillo Next Gen Food, la società del gruppo dedicata alla ricerca e all’innovazione alimentare, è collegato ai cinque mulini del polo di Corato. La materia di partenza arriva da lì.

Next Gen Food, Casillo, foto di Gabriele Ferraresi
Next Gen Food, Casillo, foto di Gabriele Ferraresi

Il passaggio è abbastanza semplice da raccontare, molto meno da realizzare. Nella macinazione si separano frazioni ricche di germe e aleurone, uno strato del chicco che contiene proteine e fibre. Il germe contiene anche olio, soggetto a irrancidimento, un problema quando si vuole conservare il prodotto. L’impianto estrae la componente oleosa, rendendo più stabili le frazioni rimaste. Queste vengono ulteriormente lavorate e selezionate; l’olio segue una propria lavorazione, che può portarlo anche alla forma in polvere per l’impiego negli alimenti. Si ottengono così ingredienti diversi da componenti che nella filiera molitoria finiscono anche nell’alimentazione animale.

Da questo processo nasce Altograno. Il nome potrebbe suggerire una nuova varietà di frumento, è invece una miscela con una base di farina o semola e componenti recuperate dal grano, dosate secondo l’uso finale. Le formulazioni cambiano fra pasta, pizza e altri prodotti da forno e fra impieghi domestici e professionali e il progetto punta ad aumentare la presenza di proteine e fibre, mantenendo un ingrediente che si possa impastare e trasformare senza dover reinventare il mestiere.

Analisi di campioni all’impianto Next Gen Food di Casillo, foto di Gabriele Ferraresi
Analisi di campioni all’impianto Next Gen Food di Casillo, foto di Gabriele Ferraresi

Il pane che diamo per scontato
Intorno ci sono tutte le relativamente nuove parole che abbiamo imparato a conoscere della nutrizione: la densità nutrizionale, le proteine, le nuove abitudini di consumo. Al Casillo Lab arrivano pane, focaccia barese, spaghettoni preparati con Altograno – questi ultimi ricordano, all’assaggio, una pasta integrale, anche se non lo sono; nel pane invece la differenza rispetto a una preparazione tradizionale al palato è molto meno riconoscibile, chi non è un sommelier di lievitati non noterà alcuna differenza.

A Corato si studia come sarà la farina di domani, mentre là fuori, si discute se convenga ancora trasportare quella di oggi. Il pane lo diamo per scontato, è tutto quello che serve per farlo arrivare in tavola che continuiamo a non volerlo vedere.

Casillo a Corato, foto di Gabriele Ferraresi
Casillo a Corato, foto di Gabriele Ferraresi

L'articolo Dentro la città di Casillo, dove ripensano la farina proviene da Linkiesta.it.

  •  

Marracash sulle proteste a Milano: “Aspettavo questa reazione da tempo, siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose”

Uno per le proteste e le devastazioni al centro di Milano tra sabato e domenica, l’altro per le proteste contro il caro carburanti in Puglia. Anche Marracash e Kid Yugi scendono in campo in giorni di tensione in Italia, tra le manifestazioni nel sud Italia e quelle per il caro vita al nord. “Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose“. È il finale di un post su Instagram di Marracash, che si è schierato a proposito delle devastazioni nel centro di Milano di sabato e domenica. “Non ho mai creduto nella protesta attraverso i social, l’ho sempre trovata troppo facile, cheap, non costa niente. Certo, rispetto chiunque cerchi di far sentire la propria voce con ogni mezzo, ma dal canto mio ho sempre creduto che l’impegno e l’autorevolezza si dimostrino e guadagnino nel tempo. Attraverso le nostre scelte, la nostra etica, il nostro lavoro, oltre ovviamente a ciò che diciamo e facciamo tutti i giorni, non solo in una storia o un post nei momenti critici“, ha scritto il rapper milanese.

Marracash ha poi proseguito: “Semplicemente questo non è il mio canale preferito. Lo sono i testi, la musica, i concerti, le interviste. I social per me sono un ufficio stampa. Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita. Ecco da che parte sto”, ha aggiunto. “Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio. Due anni fa pubblicavo un disco catastrofista già dal titolo. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose“, ha concluso il rapper.

Dopo una serie di commenti di critiche e indignazione, Marracash ha commentato il suo stesso post scrivendo: “A tutti gli indignati sotto questo post, io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni. Cambiate artista. La violenza va condannata ma anche quando la polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di matricola, lo scudo penale. Per una generazione senza futuro, che studia per niente, distrutta dagli psicofarmaci, messa ai margini davanti a una vetrina di status symbol che non avrà mai e il mantra che sei quello che hai e cioè niente. Esistono molte forme di violenza”.

Francesco Stasi – in arte Kid Yugi -, invece, ha parlato della “sua” Puglia, dove negli ultimi giorni ci sono state diverse proteste per il caro carburanti: “Sono appena rientrato a Massafra e mi è stato riferito per filo e per segno tutto quello che è successo in questi giorni. Strade bloccate, supermercati vuoti, stazioni di benzina senza neppure una goccia di carburante, file interminabili di camionisti e agricoltori che chiedevano in ginocchio tutele che gli son state negate e la dignità di cui sono stati privati. Tutto questo nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali. Lo stato italiano è ormai uno stato fallito. Il patto sociale è stato infranto”, ha spiegato il rapper.

Poi la conclusione del suo pensiero nella storia Instagram: “La classe politica non è più serva del popolo (premettendo ingenuamente che lo sia mai stata, ma in questo momento più che mai la contraddizione è lapalissiana) bensì è prostituita a tutti i poteri sovranazionali che la finanziano e la manovrano. Mi fate schifo, la mia gente non merita questo, la Puglia non merita questo, il meridione non merita questo. Però so che prima o poi scoprirete cosa meritate voi, e sarà troppo tardi per fare ammenda“.

L'articolo Marracash sulle proteste a Milano: “Aspettavo questa reazione da tempo, siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Caro carburanti e caro vita, la protesta dei tir si allarga: dalla Puglia alla Campania. Nuovi presidi anche a Potenza

La mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori continua a creare disagi nel Mezzogiorno. Nuovi presidi anche in Basilicata, mentre in Campania le manifestazioni hanno provocato chiusure autostradali e chilometri di code. Preoccupano i rifornimenti di carburante e la distribuzione alimentare. Martedì è previsto l’incontro con il ministro Salvini.

Chiuso il raccordo A1-A30 nella notte, camion agli svincoli di Potenza e problemi per la distribuzione

Alle tre del mattino, la protesta degli autotrasportatori ha provocato la chiusura temporanea del collegamento tra l’A1 Milano-Napoli e l’A30 Caserta-Salerno, per chi proviene da Napoli. La giornata è cominciata con lunghe code in Campania: due chilometri tra Villa Literno-Pomigliano e la barriera di Napoli Nord, altrettanti tra Napoli Nord e Caserta Nord e tre chilometri sulla A30, nel tratto tra Maddaloni e il collegamento con l’A1. Polizia Stradale e personale di Autostrade per l’Italia sono intervenuti per gestire la circolazione.

Contemporaneamente, la mobilitazione ha raggiunto anche gli ingressi di Potenza. Questa mattina sono stati segnalati presidi di tir nei pressi degli svincoli di Potenza Est e Potenza Ovest e nella zona industriale di Tito, lungo il raccordo autostradale Potenza-Sicignano degli Alburni. Altri disagi si registrano sulla statale 106 Jonica, nel Metapontino, al confine tra Basilicata, Puglia e Calabria, senza blocchi completi della circolazione. Nella regione lucana, dopo giorni di difficoltà, la situazione ai distributori di carburante sta invece tornando quasi alla normalità.

Sono gli ultimi sviluppi di una protesta che da settimane attraversa il Sud Italia, coinvolgendo agricoltori, autotrasportatori e altre categorie produttive. Camion e trattori sono presenti lungo arterie stradali, svincoli autostradali e collegamenti strategici per il trasporto delle merci. Le conseguenze cominciano a interessare anche chi non partecipa alle manifestazioni, con difficoltà nelle consegne, scaffali meno riforniti in alcuni supermercati e timori per la disponibilità di gasolio.

Perché protestano agricoltori e autotrasportatori: il gasolio vicino a 2,30 euro al litro

All’origine delle mobilitazioni ci sono soprattutto l’aumento dei carburanti e dei costi di produzione, che stanno riducendo i margini economici delle imprese. Secondo le rilevazioni diffuse dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio del gasolio self service aveva raggiunto 2,296 euro al litro sulla rete autostradale e 2,257 euro sulla rete stradale ordinaria. Il Codacons ha stimato un rincaro del 39% rispetto allo stesso periodo del 2025, pari a circa 31,65 euro in più per un pieno da 50 litri.

Per gli autotrasportatori il gasolio rappresenta una delle principali voci di spesa. Le imprese denunciano anche il costo dei collegamenti marittimi, particolarmente rilevante per chi lavora in Sicilia, e chiedono interventi sul credito d’imposta e sulle accise. L’aumento dei costi rischia di rendere economicamente insostenibili numerosi viaggi, soprattutto quando le tariffe riconosciute ai trasportatori non crescono nella stessa misura.

Le difficoltà dell’agricoltura sono in parte differenti e precedono gli ultimi rincari estivi. Gli agricoltori denunciano costi sempre più alti per carburante, energia e fertilizzanti, mentre in alcuni comparti i prezzi riconosciuti alla produzione sono diminuiti. È il caso dell’olio d’oliva. Le rilevazioni Ismea indicano che sulla piazza di Bari il prezzo all’origine dell’extravergine è sceso a 4,30 euro al chilogrammo. Un prezzo che riguarda la vendita all’origine, non quello pagato dai consumatori al supermercato. Gli olivicoltori chiedono controlli più rigorosi sulle importazioni e sulle possibili frodi, oltre a misure di sostegno e prezzi capaci di coprire i costi produttivi. La protesta agricola riguarda anche allevatori e altri produttori, preoccupati per la sostenibilità delle aziende e per la concorrenza di prodotti provenienti dall’estero.

Calabria e Puglia, i trattori in strada da settimane e gli scaffali dei supermercati si svuotano

La Calabria è stata tra le prime regioni a mobilitarsi, con iniziative spontanee degli agricoltori già dalla fine di settembre. Nelle ultime settimane i presidi si sono estesi dalla Sibaritide al Pollino, dal Cosentino alla provincia di Catanzaro, fino ad alcuni snodi importanti per i collegamenti regionali. Domenica 18 ottobre la protesta coinvolgeva una quindicina di aree, tra cui la statale 534 nei pressi di Firmo-Sibari e la statale 106 nel territorio di Cassano allo Ionio. Nel pomeriggio si è registrato anche un blocco dello svincolo autostradale di Falerna, lungo l’A2.

Accanto agli agricoltori, dal 16 ottobre si sono fermati gli autotrasportatori aderenti alla Fedralog Calabria, con una mobilitazione programmata fino alla mezzanotte del 20 ottobre. I manifestanti hanno ribadito la volontà di proseguire in assenza di provvedimenti ritenuti sufficienti. “Se non avremo risposte certe e concrete, andremo avanti, intensificheremo la mobilitazione e niente è escluso”, ha dichiarato uno dei partecipanti ai presidi calabresi. Anche in Puglia i disagi si stanno prolungando. Nel Foggiano i presidi coinvolgono la zona di Poggio Imperiale, vicino al casello dell’A14, e diversi collegamenti della statale 16. Altre manifestazioni hanno interessato il Brindisino. Il rallentamento dei trasporti sta incidendo sulla distribuzione alimentare, con carenze già segnalate in alcuni supermercati della provincia di Foggia, soprattutto per i prodotti freschi.

Gli agricoltori rischiano a loro volta di subire ulteriori danni. Frutta, verdura, latte e altri prodotti deperibili devono raggiungere rapidamente i mercati e i punti vendita. Quando le consegne vengono ritardate o sospese, aumenta il rischio che la merce si deteriori prima di essere commercializzata, con nuove perdite economiche per chi l’ha prodotta.

Sicilia, dai supermercati agli autobus: cresce la preoccupazione per i rifornimenti

In Sicilia il fermo dei servizi di autotrasporto merci proclamato dal Comitato Trasporto Siciliano è iniziato il 16 ottobre e dovrebbe terminare il 20. Numerosi mezzi sono rimasti nei piazzali delle aziende e nelle aree portuali, con ripercussioni sulle consegne. A Palermo, nei giorni scorsi, la preoccupazione per la disponibilità di carburante ha provocato code alle pompe, mentre diversi cittadini hanno anticipato gli acquisti nei supermercati.

A preoccupare sono anche i trasporti pubblici su gomma. Il presidente di Anav Sicilia, Antonio Graffagnani, aveva denunciato già sabato 17 ottobre la mancata consegna di gasolio ad alcuni depositi aziendali. Senza nuovi approvvigionamenti, le imprese private che effettuano servizi di linea potrebbero essere costrette a ridurre le corse, concentrando le riserve disponibili sui collegamenti indispensabili per studenti e lavoratori.

La regolare distribuzione dei beni alimentari resta un’altra incognita. Le difficoltà potrebbero aggravarsi se il fermo dei camion dovesse proseguire oltre le date annunciate, interessando anche le imprese di trasformazione che dipendono dall’arrivo quotidiano di materie prime.

A Taranto la crisi dell’ex Ilva ha aggravato le difficoltà nei rifornimenti

Alle proteste di agricoltori e autotrasportatori si è aggiunta nei giorni scorsi quella degli operai dell’ex Ilva di Taranto. I lavoratori dello stabilimento siderurgico contestano le prospettive occupazionali e il piano governativo, chiedendo garanzie per il futuro della produzione e dei posti di lavoro, oltre a un progetto industriale che affronti la decarbonizzazione.

La vertenza è distinta da quella sul caro carburanti, ma i suoi effetti hanno coinvolto gli stessi territori. Il blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto ha interrotto o rallentato il transito delle autocisterne, contribuendo alle carenze di carburante registrate in Puglia, Basilicata e Calabria. Le difficoltà hanno interessato anche i rifornimenti degli aeroporti di Bari e Brindisi, dove nei giorni scorsi erano state introdotte limitazioni.

Venerdì 16 ottobre i sindacati hanno deciso di rimuovere il blocco davanti alla raffineria, mentre lo sciopero dei metalmeccanici è stato sospeso in attesa di nuovi confronti con il governo. Per il 27 ottobre è previsto un incontro dedicato al futuro dell’acciaieria. La rimozione dei blocchi ha consentito di riavviare i rifornimenti, ma non ha interrotto le mobilitazioni degli autotrasportatori.

Le prime risposte delle Regioni e l’incontro di Salvini con gli autotrasportatori

Le amministrazioni regionali hanno annunciato i primi interventi economici. In Calabria la Giunta ha approvato un pacchetto da 15 milioni di euro, di cui 5 milioni destinati alle imprese agricole e 10 milioni agli autotrasportatori. Sono stati definiti anche i criteri per l’assegnazione dei contributi, calcolati sulla base dei maggiori costi sostenuti e documentati per il carburante.

In Puglia la Regione ha annunciato un pacchetto da 30 milioni di euro per l’agricoltura, destinato a sostenere i costi di produzione e gli investimenti nelle filiere. Circa un terzo delle risorse potrebbe essere riservato alle spese per il gasolio. Si tratta di interventi diversi per destinatari e stato di attuazione, che non risolvono da soli le richieste avanzate dalle categorie.

L’attenzione si concentra adesso sull’incontro di martedì 20 ottobre a Milano, convocato dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, con la partecipazione prevista del viceministro Edoardo Rixi. Il confronto con le rappresentanze nazionali sarà affiancato da quello con i gruppi autonomi attivi nelle regioni meridionali, previsto nel pomeriggio.

Il governo sta lavorando per accelerare la disponibilità dei 590 milioni di euro già stanziati per il rinnovo del parco veicolare, ma rimasti rallentati da ostacoli burocratici, e per individuare ulteriori risorse a sostegno dell’autotrasporto. Le associazioni chiedono soprattutto misure immediate per compensare il rincaro del gasolio e ridurre i costi che gravano sulle imprese.

Il fermo proclamato in Calabria e Sicilia dovrebbe terminare alla mezzanotte di martedì. Le delegazioni porteranno al tavolo le proprie richieste, mentre la prosecuzione della mobilitazione dipenderà dalle risposte del governo. Nel frattempo, i presidi restano attivi e le imprese della distribuzione devono fare i conti con i ritardi accumulati nelle consegne.

LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DELLA SEZIONE ECONOMIA

L'articolo Caro carburanti e caro vita, la protesta dei tir si allarga: dalla Puglia alla Campania. Nuovi presidi anche a Potenza proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Proteste tir e scorte a rischio, Meloni: “Non firmo per dare un miliardo ai magistrati”

Supermercati con scaffali sempre meno riforniti, prodotti freschi che iniziano a scarseggiare e rischio di nuovi aumenti dei prezzi della spesa. La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti sta provocando difficoltà nella distribuzione delle merci, soprattutto nel Sud Italia. Il blocco dei camion interessa Sicilia, Calabria e Puglia, con conseguenze sulle forniture alimentari e sui rifornimenti di carburante. In questo scenario la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato di non voler firmare il decreto per gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati, dal costo stimato di quasi un miliardo di euro. La premier ha spiegato di considerare prioritario trovare le risorse necessarie per sostenere l’autotrasporto ed evitare il blocco delle consegne in tutta Italia.

Supermercati con scaffali vuoti, quali prodotti rischiano di mancare

Le proteste degli autotrasportatori stanno rallentando la distribuzione delle merci, con le prime conseguenze visibili nei supermercati delle regioni maggiormente interessate dai presidi. Le difficoltà riguardano soprattutto frutta, verdura, latte e carne, prodotti che richiedono consegne frequenti e tempi di trasporto contenuti per garantirne la conservazione.

In Sicilia, alcune attività della grande distribuzione hanno segnalato una riduzione delle scorte disponibili. Se il fermo dovesse proseguire, le difficoltà potrebbero estendersi ad altri punti vendita. I problemi non riguardano soltanto i supermercati. Anche le aziende agricole rischiano di subire perdite economiche a causa delle consegne bloccate. I prodotti deperibili possono deteriorarsi prima di arrivare ai mercati e ai consumatori.

Non risultano, al momento, assalti generalizzati ai supermercati, mentre aumenta la preoccupazione per la disponibilità dei beni essenziali.

Rischio aumento dei prezzi della spesa per il caro gasolio

Oltre alla disponibilità dei prodotti, un altro problema riguarda il possibile aumento dei prezzi al consumo. Il costo del gasolio si è avvicinato a 2,30 euro al litro, con un incremento stimato dal Codacons vicino al 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il carburante rappresenta una voce importante nei costi delle imprese di autotrasporto. Quando il prezzo aumenta, le aziende devono sostenere spese maggiori per consegnare alimenti e altri beni ai punti vendita. Una parte di questi costi potrebbe essere trasferita lungo la filiera commerciale, fino a raggiungere il consumatore finale.

Per le famiglie, questo potrebbe tradursi in una maggiore spesa per l’acquisto dei prodotti alimentari, soprattutto se le difficoltà nei trasporti dovessero prolungarsi. Non sono però disponibili stime precise su quanto potrebbero aumentare i prezzi nei supermercati a causa dell’attuale protesta. Il rischio riguarda anche la riduzione dell’offerta di determinati alimenti freschi. Se le consegne diminuiscono e la disponibilità dei prodotti si restringe, potrebbero verificarsi ulteriori pressioni sui prezzi.

Meloni: “Non posso mettere la mia firma su un Dpcm da quasi un miliardo”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha collegato la crisi dell’autotrasporto alla necessità di individuare risorse economiche per fronteggiare le difficoltà delle imprese. Intervistata telefonicamente dall’Adnkronos, la premier ha annunciato di non voler sottoscrivere il decreto sugli adeguamenti degli stipendi dei magistrati.

“Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”.

Secondo le stime riportate, per sostenere il settore dell’autotrasporto servirebbero almeno 100 milioni di euro.

Aumenti stipendi magistrati, perché la cifra è così alta

L’aumento degli stipendi ai magistrati nasce da alcune sentenze della giustizia amministrativa che hanno riconosciuto la necessità di rivedere il metodo di calcolo degli adeguamenti retributivi dei magistrati. A differenza di altre categorie professionali, gli stipendi dei magistrati vengono aggiornati periodicamente attraverso un meccanismo previsto dalla legge, che tiene conto dell’andamento delle retribuzioni nel pubblico impiego.

Con il precedente sistema di calcolo erano stati determinati aumenti del 4,85% per il triennio 2018-2020 e del 6,69% per il periodo 2021-2023. Dopo i ricorsi presentati dalle associazioni della magistratura, i nuovi valori sono stati rideterminati rispettivamente al 6,22% e al 12,32%. Secondo le stime circolate, l’applicazione del nuovo metodo comporterebbe per lo Stato una spesa complessiva di circa 979 milioni di euro, comprendendo anche gli arretrati. Le associazioni dei magistrati contestano però le cifre diffuse e ricordano che gli adeguamenti derivano da disposizioni di legge e da sentenze della giustizia amministrativa.

  •  

Prosegue la protesta degli autotrasportatori in Puglia e Calabria per il caro carburanti. Bus gratis a Reggio per 8 giorni

Il caro carburanti alimenta la protesta degli autotrasportatori e del mondo agricolo, con mobilitazioni in Calabria e nel Foggiano. Le manifestazioni denunciano l’aumento dei costi di gestione e chiedono interventi concreti per sostenere imprese e produttori, alle prese con difficoltà economiche sempre più pesanti.

In Calabria la protesta degli autotrasportatori prosegue da oltre 24 ore. Numerosi mezzi pesanti sono fermi lungo la Statale 18, nell’Alto Tirreno cosentino, con presìdi a Santa Maria del Cedro, Tortora e Guardia Piemontese, anche nell’area della rotatoria. La mobilitazione, avviata alla mezzanotte del 16 ottobre e annunciata fino al 20, potrebbe provocare rallentamenti nei tratti interessati. Al centro della contestazione ci sono il prezzo del gasolio e i costi di gestione, che secondo i manifestanti mettono a rischio la sostenibilità delle aziende di trasporto. Nel Foggiano, intanto, va avanti da lunedì 12 ottobre il presidio nei pressi del casello autostradale di Poggio Imperiale, lungo l’A14. In piazza agricoltori, olivicoltori e autotrasportatori, uniti dalla protesta contro il costo del carburante e le difficoltà del comparto agricolo. I manifestanti stanno valutando anche la possibilità di portare la mobilitazione a Roma nei prossimi giorni.

“Stiamo pensando di recarci su Roma per farci sentire da chi governa davvero le nostre vite. Qui noi non ce la facciamo più”, ha dichiarato Rocco Romagnolo, rappresentante del comitato olivicoltori di Carpino. “Le aziende agricole sono al collasso”, ha aggiunto, invitando i politici a raggiungere il presidio per verificare direttamente le condizioni in cui operano i produttori. Alla manifestazione hanno partecipato numerosi sindaci del territorio e il presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti, che ha chiesto un intervento delle istituzioni: “Roma deve fare la sua parte e anche la Regione”. Presenti anche studenti e il vescovo di San Severo, Giuseppe Mengoli, che ha espresso vicinanza a chi vive una situazione di difficoltà, sottolineando la necessità di ascoltare un disagio diffuso. A rappresentare la protesta anche un asinello, presentato ironicamente dal proprietario come il possibile “futuro mezzo di trasporto”, e un manifesto con la scritta “Stato assente” affisso su un trattore. Segni di una mobilitazione che, tra costi crescenti e richieste di sostegno, punta a portare all’attenzione nazionale le difficoltà di chi lavora nei campi e sulle strade.

Intanto il sindaco di Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro, risponde all’emergenza carburanti rendendo gratuito il trasporto pubblico urbano ed extraurbano per otto giorni. Da giorni, gli agricoltori e gli autotrasportatori del Sud Italia sono in protesta contro il caro carburante e per il sindaco di Forza Italia rendere gli autobus Atam gratuiti per poco più di una settimana rappresenta “un gesto concreto di attenzione verso la comunità”. Per Cannizzaro, “un sindaco può fare poco di fronte a una crisi che investe l’intero Paese, ma qualcosa può comunque fare”.

L’aumento dei prezzi pesa sui bilanci familiari e sulla libertà di movimento e il comune di Reggio Calabria “è il primo in assoluto in Italia ad adottare una misura di questo genere in un momento così delicato”, ha comunicato in una nota il Municipio. Il provvedimento punta a promuovere anche l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico per una mobilità più sostenibile, anche se in una regione come la Calabria il modo principale per spostarsi resta l’automobile, in alcuni casi anche l’unico possibile.

L'articolo Prosegue la protesta degli autotrasportatori in Puglia e Calabria per il caro carburanti. Bus gratis a Reggio per 8 giorni proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Screening neonatali a due velocità, la Puglia è già oltre i nuovi Lea: test su oltre 500 malattie contro le 58 garantite a livello nazionale

Dopo anni di attesa, l’approvazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) ha finalmente ampliato gli screening neonatali garantiti gratuitamente in tutta Italia. Sulla carta, un passo in avanti verso un accesso più equo alla diagnosi precoce, che però per produrre effetti tangibili dovrà essere effettivamente attuato dai territori, garantendo a tutti i bimbi, indipendentemente dal luogo di nascita, un percorso chiaro e tempestivo di presa in carico. Ora il pannello nazionale dello Screening neonatale esteso (Sne) – un test obbligatorio e gratuito – copre 58 patologie. Nove in più rispetto alle 49 precedentemente garantite a livello nazionale, tra cui l’Atrofia muscolare spinale (Sma), il cui screening era già stato introdotto autonomamente solo da alcune Regioni. Ma questo tentativo di uniformare i diritti dei cittadini non basta a superare le disuguaglianze territoriali. I bimbi nati in Puglia hanno accesso a un servizio molto più avanzato. Tutti i neonati possono accedere gratuitamente, su base volontaria, a uno screening genomico che analizza 433 geni associati a oltre 500 malattie. Una differenza rilevante, che riapre subito il tema delle disparità: a seconda del Cap, aumentano o diminuiscono le possibilità di arrivare a una diagnosi precoce. E, di conseguenza, di intervenire prima della comparsa dei sintomi.

Il programma è diventato strutturale nell’aprile 2025, dopo una prima fase sperimentale. Secondo gli ultimi dati, sono ormai circa 33mila i neonati sottoposti allo screening, con un tasso di adesione del 90,6%. A differenza dello Sne previsto dai Lea, infatti, Genoma-Puglia non è obbligatorio: i genitori, dopo essere stati informati, devono firmare un consenso. In ogni caso, il servizio è totalmente gratuito ed è finanziato dalla Regione con circa 5 milioni di euro l’anno. Il numero di geni indagati, inizialmente più basso, è stato progressivamente ampliato fino agli attuali 433. Ma la differenza rispetto a quanto garantito dai Lea non è solo quantitativa. Lo screening genomico, infatti, oltre a cercare direttamente nel Dna alterazioni associate a un numero molto più ampio di patologie, permette continuamente di aggiornare il pannello di geni e malattie, sulla base delle nuove conoscenze e possibilità di cura. “Possiamo incrementarlo man mano che ci sono nuove scoperte e nuovi trattamenti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Mattia Gentile, direttore dell’Unità complessa di Genetica medica dell’ospedale Di Venere della Asl Bari e responsabile clinico di Genoma-Puglia. Lo screening si concentra solo sulle condizioni per le quali scoprire precocemente un rischio può consentire di intervenire con una terapia, con la prevenzione o con controlli mirati. Non su tutto ciò che è scritto nel Dna.

La possibilità di intervenire prima che la malattia si manifesti è decisiva. Per alcune patologie, infatti, aspettare il comparire dei sintomi significa agire quando una parte del danno è già avvenuta. Gentile racconta il caso di una bambina che a circa un mese di vita appariva perfettamente sana, ma nella quale lo screening aveva individuato un’alterazione associata a una malattia che normalmente si sarebbe manifestata mesi più tardi con problemi nello sviluppo neuromotorio. Gli accertamenti successivi hanno confermato il rischio e la terapia è stata avviata subito. “La bambina sta andando bene”, spiega il genetista. Questo non significa però che trovare un’alterazione genetica equivalga automaticamente a diagnosticare una malattia. A una possibile positività devono seguire accertamenti, consulenza e, se necessario, la presa in carico da parte di un centro specializzato. Ed è anche qui che si gioca la possibilità di replicare il modello pugliese: oltre alle tecnologie e ai finanziamenti, servono una rete sanitaria e professionisti in grado di accompagnare rapidamente il bambino dalla segnalazione alla diagnosi e alle eventuali cure.

Negli anni anche altre Regioni, tra cui Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna, hanno anticipato il livello nazionale introducendo autonomamente alcune patologie negli screening o avviando progetti pilota. Ma sul fronte genomico la Puglia rimane un caso a sé. “Il nostro è uno dei programmi più importanti a livello mondiale nella sanità pubblica – sintetizza Gentile -. Nel resto d’Italia esistono sperimentazioni, ma non un servizio strutturale di queste dimensioni offerto a tutta la popolazione neonatale”. Di fatto, mentre una parte d’Italia deve ancora organizzarsi per applicare pienamente gli standard previsti dai nuovi Lea, una Regione è già a un livello ulteriore di prevenzione. Un primo nodo per portare il modello su scala nazionale è quello delle risorse. Il gruppo di Gentile sta lavorando a una valutazione più precisa del rapporto tra costi e benefici, considerando anche quanto può essere risparmiato, in spese sanitarie e assistenziali, evitando diagnosi tardive, ricoveri, disabilità e trattamenti iniziati quando la malattia ha già prodotto conseguenze permanenti. “Ma non è solo un problema di fondi”, avverte il genetista: servono laboratori, personale, centri specialistici e soprattutto un’organizzazione capace di prendere in carico i bambini individuati dallo screening.

La questione è già arrivata in Parlamento. Nel marzo 2025 i senatori Alberto Losacco e Beatrice Lorenzin hanno presentato un disegno di legge per inserire lo screening genomico neonatale nei Lea e offrirlo a tutti i nuovi nati. Il testo è stato assegnato alla commissione Sanità del Senato, ma il suo esame non è ancora iniziato. È la stessa direzione indicata a ilfattoquotidiano.it da Fabiano Amati, avvocato e promotore della legge regionale che ha dato origine a Genoma-Puglia: “Invece di continuare ad aggiungere una malattia alla volta, bisognerebbe inserire nei Lea lo screening genomico”, mantenendo il pannello limitato alle condizioni per le quali esistono terapie o possibilità concrete di intervento. Oggi, osserva, il programma pugliese viene finanziato con risorse proprie della Regione: significa che la possibilità di accedervi continua a dipendere dal territorio in cui si nasce. “È un problema di uguaglianza”, sottolinea Amati. Gentile ricorda che tecnologie che solo pochi anni fa sembravano difficili da utilizzare su larga scala oggi consentono al suo laboratorio di processare centinaia di campioni ogni settimana. La prospettiva dei prossimi anni è che lo screening genomico possa acquisire un ruolo progressivamente sempre più importante nella medicina preventiva. Resta il dubbio se questa evoluzione procederà, com’è successo finora, a velocità diverse da Regione a Regione. O se diventerà un’opportunità garantita a tutti i neonati dal Servizio sanitario nazionale.

L'articolo Screening neonatali a due velocità, la Puglia è già oltre i nuovi Lea: test su oltre 500 malattie contro le 58 garantite a livello nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Carburante esaurito e scaffali vuoti, l’Ilva blocca il Sud: rischio stop nazionale

I blocchi degli operai dell’Ilva di Taranto, degli autotrasportatori e degli agricoltori stanno mostrando i loro effetti: le pompe di benzina appendono cartelli con la scritta “carburante esaurito” e nei supermercati gli scaffali sono vuoti.

La disponibilità ridotta di carburanti si fa sentire in ampie zone di Puglia e Calabria, dove per tutto il giorno (e anche la notte) sono state registrate lunghe code alle stazioni di servizio. Situazione critica segnalata nella provincia salentina, a Foggia, in Basilicata, nel Cosentino e nel Catanzarese.

Carburante esaurito: in quali regioni

Dal 12 ottobre, da quando gli operai dell’Ilva di Taranto hanno bloccato la raffineria Eni, le scorte di carburante hanno iniziato a scarseggiare. Per chi si muove in aereo e, peggio ancora, per chi si muove su strada, iniziano a diffondersi bollettini e cartelli con la scritta “carburanti esauriti”.

Così all’aeroporto di Bari si parte ancora, ma senza bagaglio per alleggerire il peso; mentre gli automobilisti cercano benzina e diesel anche di notte, alle volte senza successo.

È quello che sta avvenendo in diverse regioni d’Italia:

  • Puglia;
  • Basilicata;
  • Calabria.

Si tratta delle regioni che si riforniscono alla raffineria Eni di Taranto. A dare i numeri della carenza sono i sindacati di categoria: in Puglia sono rimasti a secco 7 distributori su 10. A Matera la polizia è dovuta intervenire per regolare il traffico nei pressi di alcune stazioni di servizio, mentre in Calabria aumentano i controlli in vista delle manifestazioni contro il caro carburanti promosse da agricoltori e autotrasportatori.

Verso il blocco nazionale

Le proteste a Taranto, quelle degli agricoltori e quelle degli autotrasportatori si stanno intrecciando in una non volontaria maxi manifestazione contro il caro carburanti. Nei prossimi giorni i blocchi all’Ilva potrebbero esaurirsi perché i sindacati hanno ottenuto la convocazione a Palazzo Chigi il 27 ottobre, mentre la protesta degli altri due settori potrebbe decollare.

Il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, spiega:

La situazione è molto preoccupante perché l’eccesso di prezzo che sta subendo l’autotrasporto ha generato una situazione di alta tensione fra le imprese del settore che è sfociata in proteste spontanee in alcune aree del Paese.

Proteste che si stanno allargando soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, dove si stanno organizzando blocchi stradali spontanei, non proclamati da associazioni di categoria. Per Russo “si stanno muovendo nell’ambito della disperazione degli imprenditori”.

Cosa chiedono al Governo

Anche se si tratta di proteste spontanee, il rappresentante di Conftrasporto ricorda al Governo la promessa fatta: le risorse stanziate e non ancora arrivate per il caro carburante. Che comunque non basterebbero, fanno notare: servirebbero tariffe fisse e il riconoscimento dei ristori anche a veicoli Euro 4 e di classe inferiore. Secondo Russo si dovrebbe mantenere l’impegno di prevedere ulteriori stanziamenti di risorse qualora il caro gasolio dovesse continuare ad avere queste dinamiche di prezzo.

Il rischio, prosegue, è che i focolai di protesta si compattino in un unico grande fronte. Anche per questo è stata chiesta una convocazione urgente delle associazioni, che il Ministero delle Infrastrutture ha accolto sempre per il 27 ottobre.

Scaffali vuoti: l’appello del settore agroalimentare

Anche dal settore degli agricoltori arriva il malcontento. In queste ore, con i serbatoi dei camion vuoti, si stanno registrando difficoltà di approvvigionamento nei supermercati. Iniziano infatti a scarseggiare i prodotti freschi come frutta e verdura.

Raffaella Altamura, presidente di Confesercenti Puglia, fotografa la situazione:

Se nei prossimi giorni non arriveranno segnali concreti o provvedimenti da parte del governo, le ripercussioni finiranno per incidere direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini.

Raffaele Drei, presidente di Confcooperative Agroalimentare, sottolinea la necessità di evitare che la protesta finisca per penalizzare produzioni che per loro natura non possono attendere.

Chiede agli autotrasportatori di pensare agli agricoltori come alleati, garantendo la circolazione di prodotti ortofrutticoli freschi e deperibili “che non possono attendere ai margini delle strade”.

  •  

Scarseggia il carburante in Puglia e Calabria: le lunghe file (anche di notte) a caccia di benzina e diesel

Una coda chilometrica in uno dei pochi distributori con ancora qualche disponibilità di benzina e diesel, mercoledì, a Catanzaro nella zona del viadotto Bisantis, all’ingresso della città. E poi le decine di auto in fila, durante la notte, per fare un pieno a San Giovanni in Fiore, nel Cosentino. Ancora: decine di veicoli incolonnati davanti a una stazione di servizio a Brindisi, sempre di sera, senza che tutti siano riusciti a effettuare il rifornimento, impiegando fino a due ore per trovare una pompa che erogava ancora gasolio.

Ci sono decine di video che circolano sui social e reperiti da Ilfattoquotidiano.it che testimoniano la situazione che stanno vivendo gli abitanti della Puglia e della Calabria, due delle regioni che dipendono dal carburante in uscita dalla raffineria Eni di Taranto, i cui varchi sono bloccati da lunedì dal picchetto degli operai dell’Ilva, in sciopero contro il governo per chiedere interventi in grado di evitare la cassa integrazione per oltre 7.000 persone dopo la chiusura dell’area a caldo, in seguito a un decreto della Corte d’Appello di Milano.

Le autocisterne bloccate all’interno da quattro giorni hanno portato molti distributori a esaurire diesel e benzina, così i cittadini stanno prendendo d’assalto quei pochi che hanno ancora disponibilità. La situazione è ulteriormente complicata dallo sciopero del mondo agricolo e dell’autrostrasporto, in atto in entrambe le regioni per chiedere al governo misure mirate contro il caro carburante che sta mettendo in ginocchio le imprese.

L'articolo Scarseggia il carburante in Puglia e Calabria: le lunghe file (anche di notte) a caccia di benzina e diesel proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Benzina e diesel finiti”: la Puglia in crisi per la protesta di Ilva. Centinaia di stazioni di servizio senza carburanti

Lo sciopero dei lavoratori tarantini di Ilva sta mettendo in ginocchio la Puglia. Sono centinaia le stazioni di servizio senza carburante dopo quattro giorni di picchetto degli operai davanti ai cancelli della raffineria Eni di Taranto, da dove le autocisterne non possono più uscire. Nel video di Local Team, le pompe di benzina a Cerignola, nel Foggiano, che hanno esaurito benzina e diesel giovedì.

Dalla raffineria di Taranto partono i rifornimenti per gran parte della Puglia e della Calabria, altra regione in forte sofferenza in questi giorni. Da mercoledì si segnalano lunghe code, anche notturne, davanti a quelle stazioni di servizio che hanno ancora disponibilità o che, essendo servite da altri impianti, riescono a rifornirsi.

L'articolo “Benzina e diesel finiti”: la Puglia in crisi per la protesta di Ilva. Centinaia di stazioni di servizio senza carburanti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Proteste Ilva e agricoltori: pompe di benzina a secco in Puglia e Calabria e code anche di notte per il pieno

Quattro giorni di blocchi degli operai dell’Ilva davanti alla raffineria Eni di Taranto e autotrasportatori in sciopero insieme agli agricoltori hanno ridotto la disponibilità di carburante in ampie zone di Puglia e Calabria, dove si segnalano lunghe code anche notturne davanti alle stazioni di servizio che, in molti casi, hanno completamente esaurito le scorte di benzina e diesel. Le proteste, in entrambi i casi rivolte contro il governo Meloni, stanno gettando nel caos la mobilità urbana e creando non poche difficoltà agli automobilisti. La situazione è particolarmente critica nelle province salentine, a Foggia, nel Cosentino e nel Catanzarese.

L’emergenza è nata in seguito al combinato disposto di due proteste, quella degli operai dell’Ilva – arrivata oggi al quarto giorno – che da lunedì presidiano la statale jonica 106 bloccando i varchi della raffineria Eni e quella del mondo agricolo e olivicolo, insieme agli autotrasportatori. I primi sono in sciopero dopo la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria che costringerà nei prossimi mesi a un uso quasi totale della cassa integrazione e chiedono al governo di intervenire con norme specifiche legate a prepensionamenti e riconoscimento della legge sull’amianto. Agricoltori e autotrasportatori, che da giorni bloccano i caselli autostradali nel Foggiano e da venerdì manifesteranno anche in Calabria, hanno deciso di scendere in strada contro il caro carburante che pesa sui bilanci di aziende e imprese.

Nel corso dei giorni sono via via cresciuti i disagi con le pompe di benzina che hanno iniziato ad affiggere i cartelli “carburante esaurito”. Un numero aumentato di ora in ora e che ormai coinvolge la maggior parte delle stazioni di servizio di diverse compagnie, non solo quelle di Enilive. La stragrande maggioranza dei distributori ha ormai esaurito benzina e diesel nel Cosentino. Mercoledì a Catanzaro era rimasto un solo distributore attivo e si è creata una fila chilometrica, mentre nel Foggiano iniziano a registrarsi disagi anche nelle consegne delle merci nei supermercati tra il blocco dei tir e la carenza di gasolio. A Brindisi, giovedì notte, si segnalavano file interminabili e alcuni cittadini riferiscono di impiegato fino a due ore per un rifornimento. Una situazione complicata dalla psicosi scatenatasi tra i cittadini che, dopo i primi giorni, hanno iniziato a prendere d’assalto le stazioni di servizio per fare il pieno e mettersi al riparo da possibili, ulteriori e ancora più gravi carenze di carburante. Decine le segnalazioni di file interminabili di auto incolonnate in attesa del proprio turno.

La crisi logistica che sta interessando la rete di distribuzione, legata alle difficoltà nelle consegne e alle ripercussioni sul comparto, si scontra ora con la tensione sociale sul territorio. Venerdì la situazione dovrebbe complicarsi ulteriormente in Calabria, dove sono previsti presidi e mobilitazioni da parte degli agricoltori e degli operatori del settore a Rende, a Montalto Uffugo, sullo Ionio e sul Tirreno cosentino. Una protesta che si preannuncia fortemente partecipata e che intende richiamare con forza l’attenzione del governo sulle criticità ormai croniche che da mesi mettono in ginocchio l’intera filiera, dal costo insostenibile del gasolio fino alla profonda crisi di mercato.

L'articolo Proteste Ilva e agricoltori: pompe di benzina a secco in Puglia e Calabria e code anche di notte per il pieno proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ex Ilva, cassa integrazione fino a giugno 2027: sciopero e proteste a Taranto e Genova

Proseguono gli scioperi e le manifestazioni dei lavoratori dell’ex Ilva. La cassa integrazione per i dipendenti dello stabilimento e dell’indotto è stata prevista fino a giugno 2027, ma il decreto del Governo non ha fermato le mobilitazioni.

Gli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure fanno tutti parte di Acciaierie d’Italia, ma dipendono dalla produzione tarantina per l’approvvigionamento di acciaio. Uno stop a Taranto si traduce quindi in uno shock per tutta la filiera.

Ex Ilva fra proteste e scioperi

Il punto di scontro è il futuro industriale dell’acciaieria: i lavoratori chiedono garanzie sulla continuità produttiva, sulla disponibilità delle materie prime e sul rilancio degli impianti.

A Taranto lo sciopero a oltranza è accompagnato dai blocchi stradali, che stanno provocando ripercussioni sui trasporti pubblici e sui rifornimenti di carburante.

A Genova, invece, i dipendenti chiedono di poter continuare a lavorare e di ricevere i rotoli di lamiera necessari ad alimentare le linee produttive.

Ex Ilva, cosa prevede il decreto del Governo

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che attiva la cassa integrazione fino al 30 giugno 2027 per circa 10.000 lavoratori dell’ex Ilva. E la misura riguarda anche migliaia di dipendenti delle aziende dell’indotto.

Acciaierie d’Italia è in amministrazione straordinaria sotto il controllo pubblico e ormai da anni il Governo cerca di venderla.

Oltre agli ammortizzatori sociali, il piano prevede programmi di ricollocamento e riconversione in lavori di pubblica utilità sul territorio.

Sono inoltre contemplati sgravi e contributi fino a 20.000 euro per lavoratore alle aziende che assumeranno a tempo indeterminato dipendenti dell’ex Ilva.

Il costo complessivo del provvedimento ammonta a 187 milioni di euro. Nella cifra è compreso anche un prestito da 40,5 milioni di euro destinato ad Acciaierie d’Italia.

La ministra del Lavoro Marina Calderone ha spiegato che il decreto comprende anche misure per il rilancio dell’azienda e del territorio.

Lavoratori contro la cassa integrazione

Lavoratori e sindacati considerano le misure insufficienti e chiedono una sola cosa, come detto: certezza per il futuro occupazionale. Ma tra le rivendicazioni figurano la decarbonizzazione e l’introduzione dei forni elettrici.

Si chiedono anche misure che consentano il pensionamento anticipato per chi svolge mansioni usuranti o è stato esposto all’amianto e agli agenti inquinanti, oltre a incentivi per l’esodo volontario.

Che succede a Taranto

La protesta a Taranto è arrivata alla terza giornata. I presidi sulle principali vie di accesso alla città, insieme ai blocchi che interessano la raffineria Eni, stanno ostacolando i rifornimenti di carburante. La situazione ha costretto a ridurre il servizio di circolazione degli autobus urbani per mercoledì 14 ottobre. Garantite soltanto le corse scolastiche, nelle fasce orarie dalle 6 alle 9 e dalle 12 alle 15.

Problemi di approvvigionamento anche per Aeroporti di Puglia. Le strade statali interessate dai blocchi risultano chiuse al transito da due giorni.

La situazione a Genova

La crisi coinvolge anche lo stabilimento di Genova Cornigliano, dove i dipendenti hanno trascorso la seconda notte in tenda davanti alla Prefettura. La protesta è entrata nella terza giornata e i lavoratori chiedono impegni scritti.

I dipendenti chiedono che arrivino i coils, i rotoli di lamiera necessari per alimentare le linee produttive, e contestano l’ipotesi di ricorrere alla cassa integrazione mentre lo stabilimento potrebbe continuare a lavorare. La scadenza indicata dalla gestione commissariale per lo stop degli impianti e il ricorso agli ammortizzatori sociali è il 15 novembre.

Il nodo della chiusura di Taranto e l’udienza del 20 ottobre

Tutto, come è evidente, parte dalla situazione di Taranto. Alla fine di luglio, la Corte d’appello di Milano ha stabilito la chiusura entro il 28 ottobre dell’area a caldo, la parte più importante dell’impianto ma anche quella maggiormente inquinante. Acciaierie d’Italia ha presentato due richieste per sospendere la chiusura, ma entrambe sono state respinte. Per il 20 ottobre è fissata l’udienza davanti alla Corte di Cassazione, chiamata a confermare o annullare la decisione della Corte d’appello.

  •  

Ex Ilva Taranto, stop produzione anche agli stabilimenti di Genova e Novi Ligure: lavoratori in sciopero

Dopo aver appreso la notizia del possibile blocco della produzione nello stabilimento di Cornigliano e Novi Ligure a metà novembre, i lavoratori dell’ex Ilva sono scesi in sciopero, fermando la produzione per 24 ore. L’ingresso agli impianti è attualmente ostruito con mezzi pesanti. Anche a Taranto sono in corso mobilitazioni.

Secondo le dichiarazioni di Acciaierie d’Italia, che ha in gestione temporanea e straordinaria i centri dell’ex Ilva, la decisione non sarebbe altro che l’effetto di vincoli giudiziari e degli intoppi dell’approvvigionamento di materie prime alla casa madre di Taranto, da cui dipende la produzione degli altri due siti.

La lettera della Sindaca Salis al Ministro Urso

La mobilitazione, proclamata dalle rappresentanze sindacali unitarie (Fiom, Fim e Uilm) a seguito del tavolo a Palazzo Chigi, ha trovato l’immediata solidarietà anche della Sindaca Silvia Salis.

Si acquisti materiale sul mercato [internazionale] per garantire la produzione.

Secondo l’Amministratrice di Genova, che dovrebbe essere scesa in piazza in solidarietà ai lavoratori di Cornigliano, è inaccettabile lo stop della produzione di un asset strategico dello Stato, che registrerebbe un rialzo della domanda.

Nel frattempo a Taranto

Contemporaneamente all’assemblea di due ore nel parcheggio della direzione, un gruppo di lavoratori ha occupato un tratto della statale 106 verso la raffineria Eni. Non sono esclusi altri blocchi stradali e le iniziative di protesta potrebbero proseguire nei prossimi giorni

Gli operai chiedono al Governo garanzie diverse dalla prosecuzione della cassa integrazione. I sindacati chiedono:

  • un piano industriale di decarbonizzazione che riguardi tutti i siti;
  • un piano sociale che tuteli i lavoratori diretti e in appalto:
  • un piano di risarcimento per danni alla salute;
  • la presenza continua dello Stato come garante della transizione e della tutela occupazionale.

La cronologia dei provvedimenti Ex Ilva

La catena dei provvedimenti che ha condotto alla paralisi produttiva origina dal decreto del 27 luglio emesso dal Tribunale di Milano, seguito dalle prescrizioni della Corte d’Appello che hanno fissato in 90 giorni il termine ultimo per fermare l’area a caldo a Taranto.

L’11 settembre la Corte d’Appello di Milano respinge il primo ricorso presentato da Acciaierie d’Italia per ottenere una dilazione dei tempi. Le disposizioni imponevano il taglio delle emissioni di polveri sottili e la rimozione dell’amianto dalle coperture degli altiforni. Le prescrizioni sono state giudicate irrealizzabili dall’azienda, almeno nei tempi previsti dall’ordinanza, con la presentazione da parte del Mimit di un progetto di conversione green della fabbrica.

Il 5 ottobre i giudici milanesi negano anche la seconda istanza del ricorso, che chiedeva di mantenere gli altiforni almeno in fase di pre-riscaldo fino al verdetto della Suprema Corte.

Il 20 ottobre, infatti, è fissata l’udienza in Cassazione sui ricorsi straordinari per scongiurare lo spegnimento.

La replica di AdI alla Sindaca Salis

Oltre alle scadenze imposte dai giudici, Acciaierie d’Italia ha motivato il blocco anticipato delle strutture di Taranto con precise ragioni di tutela contabile. L’acquisto di nuove scorte da impiegare oltre il limite del 25 ottobre avrebbe infatti danneggiato i creditori per avere come unico risultato la conservazione di materiale inutilizzato nei magazzini.

Inoltre, la strada suggerita dalla Sindaca Salis è stata giudicata inagibile. I tempi d’attesa per le materie prime necessarie sono lunghi e comunque non è semplice reperire sul mercato internazionale semilavorati rispondenti ai requisiti tecnici richiesti dalla clientela.

Tutti gli occhi del settore industriale sono ora puntati sull’appuntamento di martedì 20 ottobre in Cassazione: il parere favorevole della

  •  

Affitti in aumento del 33,2% in 6 anni, Milano la più cara ma a crescere maggiormente è Bari

Una ricerca promossa da Immobiliare.it ha rilevato gli aumenti degli affitti in Italia tra il 2020 a il 2026, trovando che, in media, nel nostro Paese i canoni sono aumentati del 33,2% in 6 anni, a fronte di un’inflazione totale di circa il 20%. Il costo delle case sta quindi aumentando più rapidamente di quello della vita.

I dati differiscono molto tra città. Inaspettatamente, Milano è tra quelle che cresce di meno. Già sei anni fa, però, partiva da un costo medio che era più alto di buona parte di quello delle altre grandi città oggi. Le crescite più repentine sono avvenute invece a Bari e a Genova.

Quanto sono aumentati gli affitti in Italia dal 2020

La ricerca di Immobiliare.it prende in considerazione un periodo di forte inflazione per l’Italia, in cui l’aumento dei prezzi ha spesso superato la media del 2% annuo che dovrebbe rappresentare il riferimento per il lungo periodo.

Nonostante questo, la crescita dei canoni nelle grandi città ha superato di gran lunga l’inflazione. Un segnale che le città sono in crisi abitativa: c’è troppa domanda, a causa delle migrazioni dalle aree interne del Paese, e poca offerta.

L’aumento degli affitti nelle città del Nord

Al Nord la città con gli aumenti più forti è stata Genova, che in 6 anni ha visto i canoni crescere di oltre il 48%. A sorpresa, quella con meno crescita è Milano, ma questo dato va contestualizzato. Già nel 2020 il capoluogo lombardo aveva canoni medi di 19,7 euro al metro quadro. Sei anni dopo solo una città italiana, Firenze, è riuscita a superare quella cifra.

La classifica degli affitti più costosi al Nord recita:

  1. Milano, 22,3 euro al metro quadro (+13,4%);
  2. Venezia, 15,5 euro al metro quadro (+25,4%);
  3. Torino, 13 euro al metro quadro (+37,9%);
  4. Verona, 12,3 euro al metro quadro (+18,0%);
  5. Genova, 11,2 euro al metro quadro (+48,1%).

Il Centro, tra prezzi alti e grande crescita

Le città del Centro presentano al contempo prezzi molto alti degli affitti e una crescita tra le più intense d’Italia. Firenze è l’emblema di questa combinazione, seconda in assoluto in Italia dietro Milano a oltre 21 euro al metro quadro di canone medio ma con un aumento oltre la media nazionale.

La classifica delle città con gli affitti più costosi del Centro Italia recita quindi:

  1. Firenze, 21,7 euro al metro quadro (+38,1%);
  2. Roma, 19,1 euro al metro quadro (+29,9%);
  3. Bologna, 16,5 euro al metro quadro (+18,3%).

 

La rincorsa delle città del Sud

Il Sud è l’area geografica in cui gli affitti sono rimasti più accessibili. Anche in città molto attrattive come Napoli, i canoni rimangono sotto quelli delle grandi città del Nord. Si registrano però alcuni casi di forte crescita, che segnalano una grande migrazione dalle aree interne in via di spopolamento.

Le città con gli affitti più costosi al Sud sono:

  1. Napoli, 15,3 euro al metro quadro (+25,5%);
  2. Bari, 13 euro al metro quadro (+52,9%);
  3. Catania, 9,7 euro al metro quadro (+24,4%);
  4. Palermo, 9,7 euro al metro quadro (+35,8%).

Le soluzioni alla crisi abitativa

Paolo Giabardo, direttore generale di Immobiliare.it, ha commentato la ricerca segnalando due possibili soluzioni a questa situazione:

  • l’immissione sul mercato del gran numero di alloggi sfitti presenti in Italia;
  • la costruzione di più abitazioni.

Entrambe però hanno dei limiti. Molti degli alloggi sfitti non si trovano nelle città che sono soggette alla crisi abitativa. I progetti immobiliari di larga scala richiedono tempo ed enormi investimenti, soprattutto in un momento in cui anche i terreni delle aree sotto pressione hanno prezzi sopra la media.

  •  
❌