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“Lady Diana di sera si metteva a guidare per dare soldi alle prostitute, ma anche per passare e vedere come se la cavavano i senzatetto”: lo rivela l’ex addetto stampa

“Mi chiedo perché la gente non riesca a lasciare che Diana riposi in pace. Sono quasi 30 anni che sentiamo ripetere sempre le stesse cose. Non c’è niente di nuovo da dire” è quello che sostiene Dickie Arbiter, ex addetto stampa della famiglia reale, che sta ora dando alle stampe il libro “On Duty with the Royals: The Inside Story of the Modern Monarchy”, nel quale ripercorre la storia dei Windsor. Vedendo quanto, però, lui stesso ha dichiarato a “Palace Confidantial” del Daily Mail il primo a cadere nella trappola è stato lui stesso.

Infatti le dichiarazioni che hanno fatto maggior rumore tra quelle pronunciate da Arbiter nel corso della sua chiacchierata con il giornalista Luke Blackall sono proprio quelle che riguardano la principessa Diana.

“Tutto ciò che aveva era un telefono per chiamare gli amici. I suoi amici erano riluttanti a superare i controlli di sicurezza. Doveva fornire alla sicurezza i nomi, gli indirizzi, le targhe delle loro auto, l’orario di arrivo e di partenza. Era estenuante come una maratona. Intratteneva gli ospiti a pranzo, ma non a cena, quindi era sempre alla disperata ricerca di qualcosa da fare” ha raccontato a propito di Lady D.

Fra i passatempi serali preferiti dalla principessa in particolare ce n’era qualcuno sicuramente particolare, come quello di andare per strada a dare soldi alle prostitute.

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Israele, entrano in vigore le sanzioni di Londra contro il commercio con le colonie: le banche di Tel Aviv rischiano di perdere accesso alla City

Da giovedì il Regno Unito può colpire con sanzioni chiunque partecipi alla costruzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Le nuove norme, entrate in vigore giovedì mattina, arrivano quattro giorni prima della chiusura del bando per E1, il progetto di oltre 1.200 case a est di Gerusalemme che mira a spezzare in due la Cisgiordania e a rendere impossibile uno Stato palestinese dotato di contiguità territoriale.

Il provvedimento segna un cambio di rotta per il governo laburista di Andy Burnham rispetto a quello di Keir Starmer, ed è motivato dall’impunità dei coloni ebrei in Cisgiordania. Il regolamento amplia il regime sanzionatorio globale sui diritti umani e aggiunge tre nuovi criteri: gravi violazioni del diritto internazionale umanitario (comprese le Convenzioni di Ginevra sull’occupazione), ostacolo all’assistenza umanitaria e seri attacchi al diritto alla libertà e alla sicurezza della persona.

Banche, imprese di costruzione, finanziatori, chiunque faciliti o tragga profitto dall’espansione coloniale rischia il congelamento di asset, divieti di finanziamento, ban di viaggio e l’interdizione da incarichi societari. A farli scattare basta il “ragionevole sospetto” di coinvolgimento.

Nell’illustrare la decisione alla Camera dei Comuni, a settembre, il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, ebreo, aveva parlato di “pulizia etnica” in corso in parti della Cisgiordania, avvertendo: “Affronterete tutta la forza delle sanzioni britanniche”.

Israele ha risposto chiudendo il consolato britannico a Gerusalemme Est e costringendo Londra a ritirare 21 diplomatici. Per Peace Now, pilastro del pacifismo israeliano: “Oggi è già chiaro che gli insediamenti non sono solo un ostacolo alla pace e un pericolo per la sicurezza di Israele: sono una minaccia economica per il futuro dello Stato. Netanyahu e Smotrich [il ministro delle Finanze, di estrema destra, che controlla di fatto l’amministrazione civile in Cisgiordania] giocano col fuoco. Mentre corrono verso l’annessione e spingono E1, il mondo dice “basta” e inizia a presentare il conto”.

Sul piano economico i numeri sono piccoli: dalle colonie provengono merci per un valore fra 11 e 45 milioni di dollari all’anno, una frazione dei 6 miliardi di sterline di interscambio totale UK-Israele.

Il vero nodo è finanziario. Se le banche israeliane che garantiscono i progetti di costruzione finiscono sotto sanzioni, rischiano di perdere accesso a Londra e, a cascata, ai mercati internazionali. Questa prospettiva potrebbe fare da deterrente alla partecipazione al bando di E1, che scade il 19 ottobre, anche se le buste non verranno aperte prima del 19 novembre, dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre.

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“È tornato a Downing Street dopo un piccolo intervento chirurgico ed è in via di ripresa”: l’aggiornamento di Downing Street sul celebre gatto Larry

Larry, il celebre gatto che dal 2011 vive a Downing Street, era stato avvistato nei giorni scorsi con una cicatrice che aveva fatto crescere molta apprensione sui social. Il governo britannico ha quindi voluto rassicurare tutti i cittadini inglesi circa il gatto noto nel Regno Unito come “Chief Mouser Larry“.

“Il nostro cacciatore di topi, Larry, è tornato a Downing Street dopo un piccolo intervento chirurgico ed è in via di ripresa. Sta molto meglio, ma procede con cautela, un passo alla volta. Siamo grati ai veterinari per le loro cure eccezionali” ha spiegato in un post pubblicato su X l’ufficio del premier Andy Burnham.

Il gatto è arrivato a Downing Street è arrivato dalla Battersea Dogs and Cats Home, dietro la volontà dell’allora premier David Cameron. Il suo ingresso ufficiale nella sede del governo inglese avvene, infatti, il 15 settembre 2011.

Negli anni il gatto è diventato protagonista anche di alcune particolari incursioni durante le visite di capi di stato stranieri. Nel 2019, durante una visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è comparso nella fotografia ufficiale sulla soglia di Downing Street e poche ore dopo è stato visto dormire proprio sotto l’auto blindata del presidente americano.

Our Chief Mouser Larry is back at Downing Street following a minor operation, and is recovering well.

He is feline much better but taking things one paw at a time.

We are grateful to the vets for their outstanding care. https://t.co/ScZ82a5o7n

— UK Prime Minister (@10DowningStreet) October 9, 2026

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La Russia ha interferito sulla Brexit, e Londra ammette di non aver indagato abbastanza

Britain's Prime Minister Andy Burnham delivers his Leader's Speech during the Labour Party Conference in Liverpool, England, Tuesday, Sept. 29, 2026. (AP Photo/Jon Super)

La Russia ha interferito nel referendum sulla Brexit del 2016. La notizia non è poi così sorprendente: voci di questo tipo circolano già dal 2020. Ma stavolta le parole sono del premier britannico Andy Burnham, che ha raccontato di aver chiesto chiarimenti sull’eventuale coinvolgimento di Mosca quando è entrato a Downing Street, ricevendo una risposta affermativa. «Ho posto la domanda quando sono arrivato a Downing Street: c’è stata un’ingerenza russa nel referendum del 2016? Ho avuto una risposta chiara: sì, c’è stata», ha detto in un’intervista al podcast “The Rest Is Politics”.

L’intervento di Burnham segna una discontinuità rispetto alla posizione dei precedenti governi conservatori, che sostenevano non ci fossero prove di un’interferenza russa riuscita nel voto che portò il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Burnham, tuttavia, non ha precisato chi gli abbia fornito la valutazione, su quali prove si basi né se le attività russe abbiano effettivamente influenzato il risultato del referendum.

Già nel 2020, una commissione parlamentare britannica che si occupa dell’intelligence aveva criticato il governo e i servizi segreti per non aver indagato adeguatamente sui tentativi di interferenza di Mosca. Secondo il rapporto, non era stata richiesta una valutazione completa delle attività russe, nonostante gli indizi relativi all’uso di media controllati dallo Stato e account sui social network per influenzare la politica britannica. A differenza di quanto avvenuto negli Stati Uniti dopo le presidenziali del 2016, non era stata condotta neppure un’analisi complessiva successiva al referendum.

Per Burnham, rendere pubbliche queste informazioni è oggi particolarmente importante per aiutare le altre democrazie europee a riconoscere le operazioni di influenza straniere. «Credo che sia importante mettere chiaramente a verbale queste cose, anche per aiutare gli elettori in Germania e in Francia a capire che una parte di questa politica è fomentata dai nostri nemici, vale a dire la Russia», ha spiegato. «Siamo stati troppo sulla difensiva e non abbiamo informato abbastanza le persone sulla misura in cui dall’estero si cerca di destabilizzare il processo politico».

Il premier ha affrontato il tema durante la visita a Berlino della scorsa settimana, parlando con il cancelliere tedesco Friedrich Merz della minaccia rappresentata da Alternative für Deutschland (AfD), il partito di estrema destra. Secondo Burnham, Merz ha espresso preoccupazione per i legami tra la formazione e Mosca: «L’AfD è chiaramente legata alla Russia, finanziata, credo». Ha aggiunto che «dalla Russia arriva sicuramente disinformazione e informazione falsa diretta alla politica tedesca».

Londra sta intanto sviluppando un nuovo Centro nazionale per la difesa dell’informazione, incaricato di individuare e contrastare le campagne straniere che mirano a indebolire la democrazia britannica. Il governo ha inoltre annunciato una collaborazione con Berlino contro le minacce ibride.

Le dichiarazioni di Burnham arrivano mentre il premier ha riaperto anche il dibattito sul futuro rapporto con Bruxelles, lasciando aperta la possibilità di un ritorno del Regno Unito nell’Unione europea. La questione russa e quella europea si intrecciano così nella sua strategia: dieci anni dopo il referendum, Londra vuole fare i conti con le possibili interferenze che hanno accompagnato la Brexit e, allo stesso tempo, rivalutare il rapporto politico con il continente.

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