❌

Reading view

Scontri in Duomo a Milano, in carcere 4 maggiorenni. Il gip: “Preciso progetto di destabilizzazione, alto rischio riaccada”

Il rischio che “possa accadere di nuovo nel breve termine è altissimo” ed “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. Sono alcune delle motivazioni con le quali il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Fabrizio Ficile, ha disposto il carcere per quattro giovani arrestati sabato scorso durante i disordini in centro, mentre per un quinto ragazzo è stato posto ai domiciliari con il braccialetto elettronico. I cinque, tutti maggiorenni, sono accusati – a vario titolo – di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata. Per quanto riguarda i minorenni, invece, sono stati collocati in comunità o ai domiciliari gli 11 arrestati: in alcuni casi hanno rigettato la richiesta del carcere avanzata dalla procura.

Secondo il giudice del tribunale ordinario, gli scontri corpo a corpo con le forze dell’ordine in piazza Duomo e l’assalto ai negozi nelle vie del centro potrebbe essere ripetuti: ritiene, infatti, “altissima” la possibilità di un bis, “bastando considerare che il giorno successivo ai fatti, domenica 18 ottobre, si è creata una situazione analoga e che dal giorno successivo si sono diffuse nuove convocazioni via social” dagli account Italia in piazza e Movimento 17 ottobre. Canali, questi ultimi, si legge nell’ordinanza con la quale è stata decisa la detenzione, sui quali “sono in corso indagini” e che puntano a mantenere “un profilo decisamente violento e insurrezionale”. Non solo: si indaga anche, si legge nelle carte, “su quanto ci fosse di programmato in tale degenerazione sin dalla convocazione via social della protesta” e “su se vi fosse una regia organizzativa dietro gli eventi”.

“È importante notare come la ‘creazione’ di una situazione quale quella occorsa sabato 17 e domenica 18 ottobre, funga proprio da ‘detonatore esponenziale della violenza’”, una tentazione che impone come unica misura – a dire del giudice – il carcere, non essendo gli indagati di auto-contenersi di fronte ai propri istinti violenti. Il “battage via social” per convocare altre proteste nei prossimi fine settimana, ad avviso del gip, rende “evidente” che “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico, che conta proprio sulla spontanea partecipazione di molti giovani”, i quali “perdono completamente il controllo dei propri impulsi e diventano a propria volta attori violenti e antisociali” trovandosi “in quella situazione di sfogo collettivo di rabbia e violenza”, conclude il giudice.

L'articolo Scontri in Duomo a Milano, in carcere 4 maggiorenni. Il gip: “Preciso progetto di destabilizzazione, alto rischio riaccada” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Quando le pene rendono la violenza più letale

Quando la vittima è anche il principale testimone, come succede nelle violenze sessuali, una pena più alta per il reato può aumentare l’incentivo dell’aggressore a ucciderla. Per evitarlo, bisogna tener conto delle relazioni tra diversi crimini.

L'articolo Quando le pene rendono la violenza più letale proviene da Lavoce.info.

  •  

Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia: abbiamo bisogno della loro lotta nonviolenta

L’Italia è al quarto posto in Europa per spese militari e quart’ultimo per investimento in istruzione: investe appena il 4% scarso del PIL per la scuola (a fronte del 7% della Svezia) e si è impegnata a raggiungere il 5% in spesa per gli armamenti. Eppure, prima dello sciopero studentesco di venerdì 16 ottobre, l’unica relazione tra armi e scuola nel discorso pubblico era legata ai metal detector all’ingresso delle scuole, voluti della coppia Piantedosi e Valditara (e per lo più rifiutati dai dirigenti scolastici), per contrastare la possibile presenza di coltellini negli zaini. Contrasto ai coltellini, a fronte di 36,4 miliardi di euro per 78 programmi di riarmo pesante autorizzati dal Parlamento nei quattro anni di legislatura, sottratti anche all’investimento in scuole sicure e vivibili.

Sono stati studenti e studentesse a squarciare il velo di ipocrisia, mettendo insieme dati e fatti nei loro cartelli e nelle loro rivendicazioni nello sciopero nazionale, in sintonia con gli scioperi europei: “più scuola, meno armi”; “più investimenti in istruzione, meno spese militari”. Altro che riarmo e preparazione della guerra: “non siamo carne da macello”; “disertiamo le vostre guerre”. Dopo la consapevolezza sulla crisi climatica, che ha spinto la generazione Zeta a lottare contro la catastrofe ambientale, ecco la piena consapevolezza che la guerra e la sua preparazione sono la nuova catastrofe incombente contro il futuro di tutti.

Gli studenti italiani, come quelli di tutta Europa non vogliono che la guerra, da argomento trattato negli insegnamenti di storia e geografia, impatti tragicamente sulle loro biografie, come avviene per una generazione di russi e ucraini mandati al macello. Hanno compreso che gli adulti bellicisti che ce li vogliono inviare, o non fanno nulla per impedirlo – mentre discettano sull’abusato tema del “disagio giovanile” – sono dentro un grave disagio etico e mentale che ha prodotto questa deriva di follia: “l’isteria di guerra” l’ha chiamata Edgar Morin. Che entra anche a scuola: mentre gli studenti protestano contro la leva militare e le spese per la guerra, gli Uffici scolastici regionali, che rispondono direttamente al ministro Valditara, chiedono ai dirigenti delle scuole secondarie di secondo grado di aprire le aule agli uffici reclutamento delle Forze Armate.

Attenzione alle date: con una manovra di accerchiamento degli adolescenti il 22 settembre esce sulla piattaforma Netflix la serie tv Minerva, un teen drama che normalizza e rende attraente la scuola militare; il 23 settembre esce sul sito dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna la comunicazione dell’esercito alle scuole che promuove, come primo punto, l’incontro con studenti e studentesse del primo e del secondo anno per “divulgare le modalità di ammissione e l’offerta formativa delle Scuole Militari”. Mentre ai più grandi, di quarta e di quinta, si divulga l’offerta formativa dell’Accademia Militare.

In una scuola dove è vietata (o limitata fortemente alle superiori) l’educazione sessuo-affettiva, dove si subiscono ispezioni e sanzioni se gli insegnanti parlano del genocidio in Palestina, dove l’ingresso di formatori nonviolenti è spesso censurato, o subordinato alla presenza di un cosiddetto “contraddittorio”, hanno libero accesso, e senza contraddittorio, le mimetiche e le stellette per convincere ragazzi e ragazze che l’unico modo di “risolvere le controversie internazionali” e “difendere la patria” è arruolarsi ed usare massicciamente le armi. L’etificazione della violenza, considerata “legittima” se voluta dalla Stato, all’interno del paradigma implicito della sua ineluttabilità.

Invece, la guerra è ripudiata dalla Costituzione che prevede, infatti – come da ripetute sentenze della Corte Costituzionale – anche la difesa non armata e nonviolenta del Paese e delle sue istituzioni. Contro la guerra globale permanente e il bellicismo dilagante è a questo che avrebbero bisogno di essere formati studenti e studentesse: all’obiezione di coscienza, alle tecniche di difesa nonviolenta, all’efficacia della resistenza civile, ai metodi di de-escalation dei conflitti, agli esempi di “pace con mezzi pacifici”. Insomma serve un cambio di paradigma culturale: dalla preparazione della guerra alla preparazione della pace. Per il superamento di ogni forma di violenza, interpersonale e internazionale.

E’ necessaria la forza della nonviolenza di studenti e studentesse per dire di no alla guerra ed alla sua preparazione, ma anche alle tentazioni della violenza di piazza, che della guerra è lo stupido scimmiottamento, oltre ad essere la tomba dei movimenti. In questo svolgono un ruolo fondamentale dirigenti scolastici e insegnanti, se diventano esempi di obiezione di coscienza e disobbedienza civile. Come le insegnanti che hanno sostenuto la lotta degli studenti con l’interposizione dei propri corpi alle cariche della polizia: una lezione viva di teoria e pratica della nonviolenza.

L'articolo Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia: abbiamo bisogno della loro lotta nonviolenta proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Devastazioni a Milano, 16 arresti e 22 denunciati dopo la guerriglia e gli scontri: 5 sono minorenni

Le telefonate tra la Questura e la Procura di Milano si sono susseguite per tutta la giornata di sabato, mentre in centro si consumavano gli scontri e le forze dell’ordine portavano via i primi fermati. Ora, dopo le ore concitate della manifestazione, comincia il lavoro per ricostruire le responsabilità individuali nelle devastazioni che hanno segnato una delle giornate più violente degli ultimi anni in città. Dopo gli accertamenti in Questura: 16 persone, tra cui 5 minorenni, sono state arrestate e 22 denunce. In attesa del dato definitivo, il numero complessivo dei fermati viene stimato in circa 60, circa la metà dei quali minorenni.

Sabato in piazza erano presenti circa 5mila manifestanti. Le azioni violente sono andate avanti fino alle 22.30 e 72 persone sono state accompagnate in Questura per essere identificate e sottoposte agli accertamenti. Al termine delle verifiche sono scattati gli arresti: sette riguardano cittadini italiani, cinque stranieri e cinque minorenni. Un bilancio che si affianca a quello riferito dall’Adnkronos al Tribunale per i minorenni, secondo cui i minorenni arrestati sarebbero 11, tra cui una ragazza. Le cifre, ancora in fase di definizione, dovranno essere chiarite con il consolidamento dei dati. Le contestazioni sono pesanti: a seconda delle singole posizioni, si va dalla devastazione alle lesioni aggravate, fino alla resistenza a pubblico ufficiale. Almeno 90 agenti sono stati medicati negli ospedali milanesi, un bilancio che restituisce la portata degli scontri.

La Digos di Milano “sta procedendo a ulteriori accertamenti volti a identificare altri responsabili dei disordini e dei danni compiuti in centro città”. Un messaggio quello della Questura che sembra preludere, dopo le 72 persone accompagnate negli uffici di via Fatebenefratelli, ad arresti in flagranza differita. Si tratta della possibilità di procedere poco tempo dopo i fatti all’arresto, sulla base ad esempio di immagini e video che dimostrano la responsabilità di chi viene immortalato. Oltre alle telecamere che coprono ogni palmo di piazza Duomo e delle strade limitrofe, l’esplosione social della guerriglia – migliaia i video postati su TikTok sulla guerriglia urbana – potrebbero dare una grossa mano alle forze dell’ordine.

È stato notificato l’avviso di avvio del procedimento amministrativo volto per il Daspo Urbano a 19 tra le persone identificate

Le Procure al lavoro, lunedì le prime direttissime

Dalla Questura sono stati trasmessi aggiornamenti continui alla Procura guidata da Marcello Viola, in un confronto serrato che ha coinvolto anche la Procura per i minorenni. Alle informazioni raccolte durante la giornata seguirà ora l’invio degli atti relativi agli arrestati, insieme a una prima relazione con nomi e volti di chi avrebbe partecipato alle devastazioni in piazza Duomo. L’obiettivo è ricostruire la dinamica degli episodi e individuare anche chi ha agito senza legami con centri sociali o gruppi già conosciuti.

A seguire il caso sarà la pm di turno Giovanna Cavalleri, insieme al procuratore Viola, che sarebbe pronto a cointestarsi il fascicolo. Per i maggiorenni arrestati le prime udienze per direttissima potrebbero tenersi già domani. Tra loro ci sarebbero anche persone ospitate al Beccaria e in altre strutture.

Il saccheggio in corso Vittorio Emanuele

Tra gli episodi su cui si concentrano gli accertamenti c’è l’irruzione nel negozio Foot Locker di corso Vittorio Emanuele. Alcune delle persone fermate avrebbero preso parte al saccheggio e si sarebbero barricate all’interno del punto vendita quando sono arrivate le forze dell’ordine.

La ricostruzione dei fatti e l’esame degli atti dovranno ora consentire di distinguere le singole condotte e definire le responsabilità per le devastazioni. Dopo una notte di scontri e danneggiamenti, la partita si sposta nelle aule giudiziarie: le prime udienze potrebbero arrivare già nelle prossime ore, mentre prosegue il lavoro degli inquirenti per completare il quadro dei fermati e degli indagati.

Le altre città

A Bologna, dove al corteo hanno partecipato circa duemila persone, gli agenti hanno arrestato cinque minorenni, uno dei quali straniero, con accuse che comprendono resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e travisamento. Altri sette manifestanti sono stati denunciati. Nel corso degli scontri sono rimasti feriti 38 poliziotti e sei carabinieri, mentre alcuni mezzi di servizio sono stati danneggiati. Secondo il resoconto del Viminale, al corteo era presente un numero consistente di giovanissimi di origine straniera, molti con il volto coperto.

A Bergamo sono stati arrestati due maggiorenni e denunciati cinque minorenni. Un ragazzo con meno di 14 anni sarà segnalato al Tribunale per i minorenni dopo aver lanciato oggetti contundenti e petardi contro le forze dell’ordine. Due agenti hanno riportato contusioni.

A Torino, dove si sono radunate circa tremila persone, è stato arrestato un maggiorenne per resistenza a pubblico ufficiale. Tre minorenni sono stati trovati in possesso di bottiglie incendiarie, mentre altre tre ragazze sono state denunciate perché avevano petardi e un ordigno artigianale. Altri quattro minorenni sono stati fermati e fotosegnalati dopo essere stati bloccati in relazione al danneggiamento della libreria Feltrinelli nella stazione di Porta Nuova. A Brescia, infine, durante la manifestazione è stato colpito da una pietra anche il dirigente del servizio di ordine pubblico. Undici i manifestanti identificati, sei dei quali denunciati.

L'articolo Devastazioni a Milano, 16 arresti e 22 denunciati dopo la guerriglia e gli scontri: 5 sono minorenni proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Francia, 1800 fermi dopo le violenze. A Parigi manifestante morto dopo un malore. Macron parla alle 20

È salito a 1.800 il numero delle persone fermate in Francia durante le proteste contro il carovita, segnate da saccheggi e violenze in diverse città. A Parigi, un manifestante è stato colto da un malore ed è morto dopo essere stato trasportato in ospedale. Lo riferisce Bfmtv, citando un rapporto della polizia secondo cui “una persona è morta a seguito di un arresto cardiorespiratorio“. A rendere noto il numero dei fermi è stato il ministro dell’Interno francese, Laurent Nuñez.

Nella capitale i disordini si sono protratti fino a notte fonda, con negozi saccheggiati e attacchi agli edifici. La prima vicesindaca di Parigi, Lamia El Aaraje, ha denunciato una carenza di risorse a disposizione delle forze dell’ordine per contenere le violenze. “Direi che ieri sera c’è stata chiaramente una carenza di risorse nella capitale”. El Aaraje, socialista e braccio destro del sindaco Emmanuel Grégoire, ha definito “inaccettabile” vedere persone vandalizzare i negozi e attaccare fisicamente gli edifici. El Aaraje ha inoltre descritto il livello di violenza registrato a Parigi come “senza precedenti, credo”.

La richiesta dei sindaci al premier

Le conseguenze dei disordini riguardano anche Marsiglia e Lione, le altre due grandi città francesi coinvolte nelle proteste. In una dichiarazione congiunta, i sindaci Emmanuel Grégoire, Benoît Payan e Grégory Doucet hanno chiesto di essere ricevuti dal primo ministro Sébastien Lecornu all’inizio della prossima settimana, insieme ai primi cittadini degli altri comuni colpiti.

“Di fronte all’entità dei danni e alla gravità della situazione, chiediamo di essere ricevuti dal primo ministro all’inizio della prossima settimana”, scrivono nella nota, sollecitando anche “un’analisi precisa e trasparente” per ricostruire la sequenza degli eventi che ha portato ai disordini. “Tali eventi non possono né devono ripetersi”, aggiungono.

A Marsiglia, il sindaco Benoît Payan ha denunciato una carenza di forze dell’ordine. In città alcuni facinorosi hanno fatto irruzione nel municipio, sfondando la porta. La richiesta di un confronto con il governo arriva dunque dopo una giornata di proteste accompagnate da danni, saccheggi e scontri, mentre resta da chiarire la dinamica della morte del manifestante a Parigi.

L'articolo Francia, 1800 fermi dopo le violenze. A Parigi manifestante morto dopo un malore. Macron parla alle 20 proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Non siamo preparati, temo siano le prime prove di violenza”, il sindaco Sala dopo la guerriglia a Milano

“La preoccupazione è altissima”. Il giorno dopo la guerriglia urbana che ha devastato il centro di Milano, Beppe Sala affida a Rtl 102.5 la sua inquietudine per quanto accaduto e per quello che potrebbe succedere nelle prossime settimane. Il sindaco condanna senza esitazioni le violenze della frangia di manifestanti che ha trasformato la protesta contro il caro vita in una giornata di scontri, ma solleva anche interrogativi sulla gestione dell’ordine pubblico e sulla capacità di affrontare manifestazioni sempre più difficili da prevedere.

“Totale solidarietà alle forze dell’ordine, io sono con loro”, afferma il primo cittadino, che non nasconde tuttavia le proprie perplessità sul numero degli agenti impiegati durante gli scontri. “Soprattutto in piazza Duomo si vede una quantità di protestanti e uno sparuto gruppo di poveri poliziotti in un angolo“, racconta. Poi la valutazione sulla gestione della piazza: “Ho l’impressione che si sia sottovalutato il momento e che le forze dell’ordine non fossero adeguate, ieri mi sembravano tanti contro pochi”.

Una sproporzione che Sala descrive anche attraverso le dimensioni del dispositivo presente in centro: “Circa 200 poliziotti, erano pochi“. Il sindaco precisa di non voler mettere in discussione il rapporto con i responsabili della sicurezza: “Io non ce l’ho con il questore, e ci mancherebbe altro, con il quale lavoro ogni santo giorno”. Ma la sua impressione, ribadisce, è che “si stia sottovalutando il momento” e che le forze disponibili alla questura di Milano non fossero adeguate a fronteggiare quanto accaduto.

“Queste sono le prime prove che vedremo”

La preoccupazione del sindaco non riguarda soltanto le ore di guerriglia appena trascorse. A inquietarlo è soprattutto la possibilità che le violenze siano il segnale di una fase più difficile, in cui le piazze diventano imprevedibili e i gruppi più aggressivi riescono a prendere il sopravvento sulle manifestazioni. “Spazi di protesta che non sono decifrabili” si stanno manifestando, osserva Sala, “in tante città del mondo”. E la prospettiva di nuove tensioni lo induce a lanciare un avvertimento: “Dobbiamo essere più pronti, temo siano prime prove di violenza, si rischia tutti contro tutti”.

Il sindaco torna sulle difficoltà incontrate durante gli scontri, quando gruppi di manifestanti si sono staccati dal corteo principale e si sono dispersi in diverse zone del centro. Una dinamica che rende più complicato il lavoro delle forze dell’ordine e che, secondo Sala, impone di ripensare la capacità di risposta. “La polizia ha cercato di far arrivare degli idranti in zona Duomo e non è semplicissimo, noi dobbiamo essere ancora più pronti”, spiega. Poi aggiunge: “Io sono solo molto preoccupato che queste sono le prime prove che vedremo”.

Parole che accompagnano la condanna netta delle devastazioni. “È una violenza che io non ho la minima volontà di giustificare“, sottolinea Sala, tornando a esprimere solidarietà agli agenti impegnati negli scontri e a chi ha dovuto affrontare una situazione che il sindaco descrive come difficile da controllare.

La distinzione tra chi protesta e chi devasta

Nel ragionamento del primo cittadino c’è anche la necessità di evitare che la responsabilità delle violenze venga estesa indistintamente a tutti i partecipanti alle manifestazioni. Sala invita a distinguere i gruppi che hanno danneggiato la città dalle persone in piazza senza provocare disordini. La protesta contro il caro vita, dunque, non può essere identificata automaticamente con la guerriglia che ha segnato il centro. Il problema, nella ricostruzione del sindaco, è anche la complessità di cortei nei quali gruppi differenti possono separarsi, disperdersi e agire autonomamente, rendendo più difficile prevenire gli scontri.

Resta però la sensazione di una perdita di controllo che Sala dice di non aver mai provato prima, nonostante gli anni trascorsi alla guida della città e le numerose manifestazioni affrontate. “Questa sensazione di non controllo della piazza” è, per il sindaco, uno degli elementi più preoccupanti della giornata.

L’allarme sui social: “Si rischia che ci si faccia giustizia da sé”

Accanto alla gestione dell’ordine pubblico, Sala richiama un secondo rischio: quello che la rabbia per le devastazioni si trasformi in una reazione incontrollata anche fuori dalle strade teatro degli scontri.

“Ieri sera mi segnalavano dei post social che identificavano alcuni dei ragazzi vicini alla protesta…”, racconta il sindaco. Il timore è che la diffusione di nomi e informazioni personali alimenti iniziative di ritorsione: “Noi non siamo preparati e temo anche che all’interno della comunità poi inizi il tutti contro tutti”. La pagina in questione beceri 4.0, dopo i messaggi intimidatori, in storie successive ha lasciato intendere che fosse una provocazione. Il riferimento è ai contenuti circolati online dopo la guerriglia, compresi messaggi che indicavano presunti responsabili e indirizzi, accompagnati da inviti a raggiungerli. Quei post sono stati successivamente presentati scherno nei confronti della sinistra, con un contrordine che ha alimentato ulteriori interrogativi sulle intenzioni di chi li aveva diffusi.

L'articolo “Non siamo preparati, temo siano le prime prove di violenza”, il sindaco Sala dopo la guerriglia a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Nomi e indirizzi dei presunti responsabili delle violenze a Milano su Instagram: minaccia o provocazione? “Qualcuno ci è cascato”

La guerriglia urbana che sabato 17 ottobre ha devastato il centro di Milano lascia strascichi anche sui social network. Dopo gli scontri, le vetrine infrante, i negozi saccheggiati e gli incendi che hanno segnato il pomeriggio della città, online sono comparsi messaggi di minaccia rivolti a persone accusate di aver partecipato alle violenze. Tra questi, un contenuto pubblicato dalla pagina Instagram “Cori beceri 4.0”, che conta oltre 20mila follower, nel quale si annuncia l’intenzione di rintracciare alcuni presunti responsabili, coinvolgendo anche le loro famiglie.

“Molti sappiamo chi sono, nome, cognome e indirizzo, Vi prenderemo uno per uno a partire dai genitori per proseguire con voi”: è il passaggio più esplicito del messaggio, accompagnato da insulti rivolti a persone con cognomi stranieri accusate di aver distrutto Milano. La pagina ha inoltre pubblicato un elenco di nomi, cognomi e indirizzi, invitando gli utenti a contribuire ad ampliarlo.

La vicenda non si limita alla diffusione dei nominativi. In una storia successiva, la stessa pagina ha chiamato in causa i quartieri di Affori e Comasina, con un messaggio che invita a raggiungere alcune persone per affrontarle. Nel testo si fa riferimento anche al possibile arrivo della polizia e si aggiunge: “Quindi niente armi, niente lame, bastano le mani in caso di difesa“. Successivamente sulla stessa storia è comparso anche un contrordine e la frase su ronde mai evocate: “… Compagni era tutto finito. Nomi compresi eppure qualcuno ci è cascato in pieno contribuendo a diffondere una storia senza verificare nulla. Un ringraziamento speciale alle pagine con cui collaboriamo quotidianamente che si sono esposte. Alla prossima polemica, compagni”

Le parole pubblicate delineano un clima di intimidazione ma anche quello della provocazione e della polemica sotto forma di minacce o presunte tali che si inserisce nella tensione seguita agli scontri di sabato. Nel centro di Milano, la manifestazione nata per protestare contro il caro vita e il costo dei carburanti era stata travolta dall’azione di gruppi di giovanissimi, con sassaiole, bombe carta, lanci di bottiglie e pietre, vetrine distrutte e arredi urbani incendiati. Il bilancio provvisorio parla di circa sessanta fermati, più della metà minorenni, e almeno 25 feriti, nessuno in gravi condizioni.

Le prime ricostruzioni degli episodi hanno descritto una composizione eterogenea dei gruppi coinvolti, con giovani di origine straniera e italiani arrivati dalle periferie, dall’hinterland e da altre province. Le etichette utilizzate nel dibattito pubblico, tuttavia, non bastano a definire le responsabilità individuali né a identificare automaticamente chi abbia preso parte alle devastazioni.

È in questo contesto che la pubblicazione online di nomi e indirizzi e gli inviti a raggiungere persone in specifici quartieri assumono un significato ulteriore. Alle violenze nelle strade si aggiunge il rischio che le accuse diffuse sui social alimentino iniziative di ritorsione al di fuori di qualsiasi accertamento delle responsabilità. O servano come esca per innescare polemiche ulteriori.

L'articolo Nomi e indirizzi dei presunti responsabili delle violenze a Milano su Instagram: minaccia o provocazione? “Qualcuno ci è cascato” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Milano dopo la guerriglia urbana: vetrine in frantumi e danni. Una sessantina di fermati di cui la metà ragazzini e 25 feriti

Milano si risveglia lentamente, mentre la città prova a cancellare i segni della guerriglia urbana che sabato 17 ottobre ha trasformato il centro in un campo di battaglia. Le strade sono state ripulite, i tavolini dei bar tornano al loro posto e qualcuno si adopera per rialzare transenne e biciclette rovesciate. Ma le vetrine sfondate, i negozi saccheggiati e gli arredi bruciati raccontano ancora una giornata di violenza che, almeno nelle dimensioni raggiunte, nessuno sembrava aspettarsi.

Il bilancio è ancora provvisorio. Sono circa sessanta i giovani fermati, più della metà minorenni, mentre i feriti sono almeno 25, nessuno in gravi condizioni. Tra loro figurano anche appartenenti alle forze dell’ordine, una decina secondo una prima ricostruzione, mentre altri resoconti riferiscono di almeno quattro agenti feriti. Le cifre definitive sono attese nelle prossime ore, ma il quadro restituisce già la portata degli scontri: una città investita per tutto il pomeriggio da una violenza che ha rapidamente travolto la manifestazione contro il caro vita e il costo dei carburanti.

Da corteo contro il carovita a guerriglia urbana

La protesta era nata per denunciare l’aumento del costo della vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. La manifestazione principale, organizzata da Italia in piazza, è stata però progressivamente oscurata dall’azione di gruppi di giovanissimi che si sono mossi in modo frammentato, senza un coordinamento riconoscibile e in piccoli nuclei. Secondo la ricostruzione della polizia, centinaia di ragazzi sono arrivati dalle periferie milanesi, dall’hinterland e anche da altre province. Tra loro giovani di origine straniera e italiani, molti con il volto coperto. La protesta ha così cambiato natura, lasciando spazio a sassaiole, bombe carta, lanci di bottiglie e pietre, transenne utilizzate come ostacoli e cestini dei rifiuti incendiati.

Le prime cariche di alleggerimento, iniziate in via Broletto, hanno innescato una sequenza di inseguimenti e arretramenti tra le forze dell’ordine in assetto antisommossa e i manifestanti. La polizia ha dovuto ripiegare in attesa di rinforzi, mentre gli scontri si allargavano a diverse zone del centro.

Piazza Duomo sotto assedio

Il simbolo della giornata resta piazza Duomo, occupata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero. Sotto il lancio di bombe carta, bottiglie e transenne, gli agenti sono stati costretti ad arretrare. La piazza è diventata teatro degli scontri, fino alle immagini delle fiamme e dei turisti che continuavano a scattare fotografie e selfie anche mentre intorno si consumava la guerriglia.

Per contenere la situazione, la polizia ha circondato l’area con una ventina di mezzi, tra cellulari e jeep del reparto mobile. Ma il gruppo iniziale si è disperso in diversi rivoli, riproponendo lo stesso copione in altri punti della città: lacrimogeni, pietre lanciate contro le forze dell’ordine, vetrine distrutte e arredi urbani dati alle fiamme. Anche in serata la tensione non era del tutto rientrata: un gruppo ha circondato una volante della polizia, prima di essere bloccato e fermato.

I danni più evidenti alle attività commerciali si concentrano lungo corso Vittorio Emanuele II, una delle principali strade dello shopping, e in via Mazzini. La conta è ancora in corso: alle vetrine infrante si aggiungono i negozi saccheggiati, i tavolini divelti e i cestini bruciati. Un inventario ancora incompleto, destinato a restituire nelle prossime ore una misura più precisa delle conseguenze materiali della giornata.

I feriti e i fermati

Negli ospedali sono stati medicati almeno 25 feriti. Nessuno risulta grave, ma tra le persone coinvolte ci sono giovani manifestanti e agenti. Una ragazza ha riportato una ferita alla testa, mentre altri ragazzi sono rimasti in ospedale per accertamenti. Anche sui volti di alcuni poliziotti sono rimasti i segni degli scontri.

Il numero dei fermati, attualmente intorno alla sessantina, potrebbe aumentare. La metà, secondo le prime informazioni, è minorenne. Un dato che contribuisce a definire il profilo di una giornata in cui la violenza è stata esercitata soprattutto da giovanissimi.

Nei resoconti della giornata ricorrono etichette come “maranza” e “giovani di seconda generazione”. Ma queste definizioni, da sole, non spiegano chi fossero i partecipanti né le ragioni della loro presenza. I cognomi italiani tra quelli dei fermati testimoniano, del resto, una composizione che non si lascia ricondurre a una sola origine. Secondo la ricostruzione riportata, molti dei ragazzi che hanno devastato il centro vivono tra Milano e il suo hinterland.

La differenza rispetto alle devastazioni del primo maggio 2015, durante le proteste contro Expo, è evidente anche nel racconto degli episodi: allora la città era stata messa a ferro e fuoco da gruppi organizzati, mentre questa volta a emergere è stata l’azione di nuclei di giovani che si sono mossi senza un coordinamento apparente.

La città riparte, ma la ferita resta

Già dalla sera di sabato, alcuni cittadini si sono messi al lavoro per sistemare quello che era stato rovesciato. Tavolini rotti da spostare, transenne da rialzare, biciclette da rimuovere dalle strade: piccoli interventi che hanno accompagnato il tentativo di restituire al centro il suo volto abituale. Domenica mattina i tavolini dei bar erano di nuovo pronti ad accogliere i clienti e i turisti.

La normalità, però, non cancella le domande lasciate dagli scontri. Per il sindaco Giuseppe Sala, le ragioni della protesta erano comprensibili, ma “le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili”. Il primo cittadino ha invitato la politica a scegliere se strumentalizzare quanto accaduto per ottenere consenso oppure affrontare con saggezza un momento storico difficile.

La condanna del governo è stata altrettanto netta. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che manifestare è un diritto, ma che “mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è»” chiedendo alle opposizioni di non essere ambigue.

Le polemica sulle minacce dopo gli scontri

Alla violenza nelle strade si è aggiunta quella delle minacce online o presunte tali, perché a un certo punto l’autore dei post parla di “polemica” e ringrazia chi ci è cascato. La pagina Instagram “Cori beceri 4.0”, seguita da oltre 20mila persone, ha pubblicato un messaggio intimidatorio rivolto ai giovani accusati di aver distrutto Milano. Nel testo si afferma che alcuni utenti conoscerebbero nomi, cognomi e indirizzi dei presunti responsabili e si minaccia di andare a cercarli, coinvolgendo anche i loro genitori.

La pagina ha inoltre diffuso un elenco di nominativi e indirizzi, invitando altri utenti a contribuire. In una storia successiva è stato lanciato un appello a recarsi nei quartieri di Affori e Comasina per affrontare alcune persone, con un riferimento alla possibile presenza della polizia e all’uso delle mani in caso di difesa. Successivamente sulla stessa storia è comparso anche un contrordine e la frase su ronde mai evocate: “… Compagni era tutto finito. Nomi compresi eppure qualcuno ci è cascato in pieno contribuendo a diffondere una storia senza verificare nulla. Un ringraziamento speciale alle pagine con cui collaboriamo quotidianamente che si sono esposte. Alla prossima polemica, compagni”.

Sono messaggi che aprono un ulteriore fronte di tensione, oltre quello dei danni materiali e delle responsabilità per gli scontri, ma anche quello della provocazione e della polemica sotto forma di minacce. Mentre la città torna lentamente alla normalità e attende il bilancio definitivo di feriti, fermi e devastazioni, resta il rischio che la rabbia della giornata si trasformi in nuove intimidazioni. Milano si rimette a lucido, come già accaduto dopo altre giornate difficili. Ma questa volta, dietro le vetrine da riparare e le strade ripulite, rimane una domanda più difficile da archiviare: come una manifestazione contro il carovita sia potuta diventare, nel giro di poche ore, una guerriglia capace di travolgere il centro della città.

L'articolo Milano dopo la guerriglia urbana: vetrine in frantumi e danni. Una sessantina di fermati di cui la metà ragazzini e 25 feriti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌