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Caos Milano: la responsabilità è solo della Destra

Si chiama schizofrenia sociale ed è il risultato di un governo di Destra che dal 2022 risponde ad ogni problema con la punizione, la forza, la disciplina, l’arroganza del potere. Ciò che è accaduto in questi giorni a Milano altro non è che la prevedibile risposta a chi da quattro anni prova a zittire tutti. Ve lo ricordate il contrasto ai rave party? E il Decreto Caivano? Le norme più stringenti contro le occupazioni abusive? I metal detector nelle scuole? Il voto in condotta? L’introduzione del reato di “blocco stradale”? L’inasprimento delle pene per la criminalità minorile? Il divieto dell’uso degli smartphone in classe fino alla terza media? L’esame orale obbligatorio alla maturità? L’articolo undici ter del codice di comportamento disciplinare per i dipendenti dello Stato che impedisce di pubblicare sui social contenuti, commenti o espressioni che possano ledere il prestigio, il decoro o l’immagine dell’amministrazione di appartenenza? Le ispezioni di Valditara?

L’elenco è lungo e a questa lista va aggiunto l’aumento delle disuguaglianze economiche oltre al fatto che alcuni studi universitari basati sulle metriche Istat hanno isolato una categoria sociale in forte aumento in Italia: i “cittadini scontenti” (disgruntled). Si tratta di italiani che, a differenza del passato, partecipano attivamente alla vita sociale (votano, fanno volontariato, si informa), ma nutrono una profonda e radicata sfiducia negli altri e nello Stato.

Questo contrasto genera un atteggiamento cinico. Proprio i più giovani hanno provato in tutti i modi a dire la loro: al referendum sulla giustizia, all’esame di Stato, in occasione delle proteste sulla guerra tra Israele e Palestina, sui social, nelle loro aule ma non è bastato. Nessuno li ha presi davvero sul serio. Risultato? Il cortocircuito di un Paese: giovani (pacifici) contro altri giovani (violenti); adulti contro i ragazzi; adolescenti migranti contro compagni italiani e viceversa; politici che si accusano a vicenda; insegnanti contro i poliziotti; poliziotti contro i ragazzini e quest’ultimi in guerra con i primi.

Non è un caso nemmeno che il tutto sia avvenuto a Milano: una città edonista dove si respira l’individualismo e dove si toccano con mano le differenze sociali solo camminando per la strada. Inutile ora cercare di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Troppo tardi. Scriveva Sartre: “Che cosa vi aspettavate quando si sciolse il bavaglio che aveva reso mute le loro bocche? Che cantassero le vostre lodi’”.

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“Nella scuola di mia figlia controsoffitto crollato per la pioggia. I giovani sono il nostro futuro, non è accettabile trattarli così”

“Perché i nostri figli sono costretti a fare lezione in edifici che perdono pezzi? Che messaggio stiamo dando? I giovani sono il nostro futuro, non è accettabile trattarli così”. A parlare è la mamma di una ragazza dello storico liceo “Ugo Foscolo” di Albano Laziale. Nei giorni scorsi, alla prima ora, si è trovata a scuola tra pannelli di cartongesso caduti a terra e calcinacci. È bastata una violenta burrasca di pioggia per vedere a terra, prima una parte del controsoffitto impregnata d’acqua e poi la palestra allagata. Una situazione arrivata al nostro giornale che ha lanciato la campagna “Il futuro non si arma, si insegna” (firma qui) con una petizione per chiedere stipendi dei docenti adeguati all’Europa e una maggiore attenzione per la scuola. Chi ha strutture fatiscenti o non ha laboratori o registra altri problemi legati alla didattica può scriverci a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it.

Storie come quella del “Foscolo” che è stato costruito nel 1961 e da allora prova a resistere alle intemperie con la manutenzione ordinaria. “Il liceo di Albano Laziale – racconta la mamma che ci ha scritto – ha più di cinquant’anni. È un edificio vecchio. Ogni anno i genitori sono costretti a lamentarsi per qualche disagio. È una situazione che le istituzioni ben conoscono, ma non fanno nulla. Ci sentiamo presi in giro da annunci di interventi che non sono mai risolutivi. Stiamo abituando i nostri ragazzi alla rassegnazione, ad accettare tutto perché come si dice sempre ‘L’Italia funziona così’. Non è questo il messaggio che dobbiamo dare ai giovani”.

A buttare acqua sul fuoco è la dirigente scolastica Adele Bottiglieri che dice di aver seguito minuto per minuto quanto è accaduto tenendo informati gli studenti, le loro famiglie e l’amministrazione comunale. La preside non nega nulla di quanto raccontato dai genitori ma – contattata da ilfattoquotidiano.it – dichiara: “Città metropolitana è intervenuta immediatamente così i Vigili del fuoco che hanno fatto un sopralluogo, isolato la zona pericolosa ma garantito l’agibilità dell’edificio tant’è che i ragazzi sono stati solo spostati ma le lezioni sono proseguite. Si è trattato di un problema contingente a un potente acquazzone. Gli aghi di pino hanno ostruito i canali di scolo che sono stati subito ripristinati. Metà palestra ancora non si può usare perché la pavimentazione in parquet si è rigonfiata. Stiamo ragionando con Città metropolitana sull’intervento da farsi”. Bottiglieri conclude: “Città metropolitana non sempre riesce a seguire la manutenzione quotidiana ma in merito alla sicurezza è sempre stato fatto tutto il possibile. Sa che serve? Un nuovo Pnrr solo per l’edilizia”.

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Matera, la protesta degli studenti da anni senza una sede per il loro liceo: in corteo fino alla Provincia

“Diritto a restare, diritto a studiare”. Dietro questo slogan, in queste ore, centinaia di studenti dei licei classico e artistico “Emanuele Duni” di Matera sono scesi in piazza per manifestare in maniera pacifica i disagi che vivono da anni nella loro scuola. Una storia come tante altre in Italia di promesse mancate, di cantieri mai finiti, di alunni costretti a vagabondare da una parte all’altra della città (firma qui la petizione del Fatto quotidiano “La scuola non si arma, si insegna”). A preoccupare gli studenti sono gli interventi edilizi interni ed esterni alla scuola in atto da un anno e l’ipotesi che la Regione Basilicata possa rientrare in possesso delle aule al primo piano del plesso, con il conseguente trasferimento di una parte delle classi in un’altra sede, al momento non individuata.

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Una protesta che è servita dal momento che una delegazione è stata accolta dai vertici della Provincia e dal sindaco Antonio Nicoletti per un confronto che ha portato ad un obiettivo: istituire un tavolo di confronto mensile tra il rappresentante della Consulta provinciale degli Studenti, i futuri rappresentanti d’Istituto e la Provincia. I ragazzi avranno il compito di raccogliere e riportare le problematiche sollevate dalla componente studentesca, garantendo un dialogo diretto e continuativo con le istituzioni. Un traguardo a detta di Michele Caserta, rappresentante del classico che con i compagni ha organizzato la protesta. Gli studenti ci tengono a difendere il loro diritto di studiare. La storia del “Duni” risale al 1864: tra i suoi insegnanti più illustri c’è stato persino Giovanni Pascoli. Fino agli anni sessanta del secolo scorso il liceo si trovava a palazzo Lanfranchi, edificio del Seicento; successivamente è stato spostato in viale delle Nazioni Unite, in un edificio molto grande e rifornito di ogni mezzo per fare didattica.

“Nel settembre del 2018 – racconta Caserta – a seguito di carenze e problematiche strutturali di una certa importanza tutta la scuola è stata costretta ad abbandonare la sede storica trovando una prima sistemazione presso l’istituto agrario della città, per poi stabilirsi fino ad oggi nei locali della Regione Basilicata: un ex ospedale pediatrico che chiaramente non ha un’aula magna, dei laboratori, una palestra, una biblioteca. Fare scuola in queste condizioni è molto complicato”. Parole che sono diventate slogan per la manifestazione che ha visto le delegazioni dei licei in corteo fino alla Provincia per chiedere trasparenza sui tempi e sui piani degli interventi respingendo l’ipotesi di una divisione delle classi tra sedi differenti. La protesta sortito qualche risultato: “La Provincia ha chiesto alla Regione – continua Caserta – di posticipare gli interventi previsti nella nostra attuale sede di via Annibale Maria di Francia, riprogrammandoli per il periodo estivo, anche qualora ciò comportasse il pagamento di una penale. Allo stato attuale, non sono state individuate soluzioni che consentano di trasferire l’intera comunità scolastica in un’unica sede. Né la Provincia né il Comune dispongono, al momento, di strutture adeguate a ospitare tutte le classi del nostro liceo”.

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Scuola e Pnrr, il Comune aspetta da due anni i rimborsi per le aule provvisorie: “Dal ministero nessuna risposta”

“È da due anni che aspettiamo il contributo del ministero dell’Istruzione e del Merito per il noleggio di strutture modulari temporanee prese durante la costruzione della nuova scuola con i fondi Pnrr. Abbiamo investito quasi due milioni di euro ma dopo averci erogato la prima tranche sono spariti. Nessuno ci ha più comunicato nulla. Aspettiamo…”. Alberto Olmi, sindaco di Quattro Castella, tredicimila anime in provincia di Reggio Emilia, allarga le braccia. Lui e la sua giunta hanno rispettato tutti i tempi, risposto in maniera puntuale a ogni richiesta burocratica arrivata da Roma, garantito la continuità didattica agli alunni della secondaria di primo grado “Balletti” e alla primaria “Pascoli” ma alla fine i soldi promessi dagli uffici di viale Trastevere non sono mai arrivati. Peggio ancora. “Li abbiamo sollecitati ma nessuno ci ha mai detto nulla”, specifica Olmi. Che avverte: “C’è una quarantina di comuni nella nostra stessa situazione”.

La vicenda ora è arrivata anche in Parlamento attraverso un’interrogazione dell’onorevole Ilenia Malavasi (Pd) rivolta al ministro Giuseppe Valditara. Inizia tutto nel 2023. All’epoca gli enti locali soggetti attuatori del Pnrr dovevano demolire e ricostruire edifici scolastici in situ. Durante il cantiere, tuttavia, avevano l’obbligo di garantire la continuità didattica affittando immobili o noleggiando strutture modulari temporanee. Per sostenere questi oneri il ministero aveva predisposto, con cadenza annuale, avvisi pubblici per assegnare contributi agli enti interessati. Il sindaco di Quattro Castella, avendo dovuto ricorrere al noleggio di alcune strutture per ospitare cinque sezioni di scuola media, aveva aderito all’avviso pubblico otto giorni dopo la pubblicazione. Diciassette giorni più tardi da viale Trastevere era arrivata una richiesta burocratica da risolvere in un solo giorno: fatto anche quello. Il 15 dicembre 2023 il ministero ha riconosciuto il contributo di 313.652,52 euro erogato, tuttavia, solo nel dicembre 2024. Poco male per la giunta di Olmi. Il problema è che, trattandosi di un contributo triennale, il Comune ha presentato domanda anche per gli anni successivi senza ricevere alcun riscontro.

“Un ente virtuoso – spiega Malavasi nell’interrogazione – come il comune di Quattro Castella, che ha rispettato ogni scadenza, anche la più stringente, ha sostenuto con risorse proprie per tre anni scolastici consecutivi i costi necessari per garantire il diritto allo studio dei propri studenti, anticipando l’intero importo. Parliamo complessivamente di una cifra molto significativa, pari a 2 milioni di euro. Questa situazione, che presumibilmente riguarda numerosi enti locali in tutto il Paese, pesa sugli equilibri di bilancio e sulla tenuta dei conti pubblici, andando a limitare la liquidità necessaria a garantire le risorse di spesa corrente indispensabili per la tenuta dei servizi pubblici locali e a compromettere la stessa capacità di programmazione degli enti coinvolti”. Parole che trovano conferma in quanto ci spiega Olmi: “Si tratta di un finanziamento importante per noi perché coincide con la capacità di investimento di un anno. Pensi, temevo di avere problemi a ricevere i soldi del Pnrr ma sono arrivati puntuali mentre il ministero dell’Istruzione e del Merito è sparito…”.

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“Violenze dei minori in piazza? Rabbia repressa e noia, fallimento educativo di famiglia e scuola”: parla il prof Enrico Galiano

Tra gli ottanta manifestanti fermati dalle forze dell’ordine, sabato a Torino, Milano e Bologna, c’erano molti minori. Ragazzini con bombe carta, fumogeni, pietre nello zaino. Dietro gli scontri con la Polizia c’erano 13-14enni che probabilmente non hanno per nulla a che fare con i black bloc e che nemmeno erano nati al G7 di Genova nel 2001. Ma perché tutta questa rabbia? Contro chi? Per mandare quale messaggio? O forse è solo per sfogarsi? Lo abbiamo chiesto al professore e scrittore Enrico Galiano che tutti i giorni entra in classe con studenti che hanno più o meno l’età di questi giovanissimi.

Professore, colpisce leggere nella cronaca di queste ore che tra le anime più violente della protesta messa in scena dagli studenti ci siano dei pre-adolescenti. Che sta accadendo? Sono manifestazioni d’odio ma contro chi?
È una domanda che mi mette in difficoltà. Pensando a quanto è accaduto mi sembra di vedere un’assemblea di classe convocata dalla maggior parte degli studenti per recriminare giuste rimostranze e dover fare i conti con l’unico compagno che vuol creare caos buttando per aria il banco. C’è una rabbia giovanile repressa che se viene sfogata attraverso forme distruttive è da condannare. Ma dobbiamo farci una domanda: cosa ci stanno dicendo? Mi riferisco, soprattutto, alla maggior parte che è scesa in piazza senza creare problemi. Ci sono ragioni che vanno comprese: perché in qualche scuola si inizia a fare matematica a novembre dal momento che non si trovano professori per questa disciplina? Perché il disabile non ha il suo insegnante di sostegno?

Qualcuno parla di un “vuoto educativo”.
È probabile che il sistema educativo abbia in parte fallito. Ma pensiamo anche alle loro famiglie: spesso i figli sono percepiti come un disturbo, come qualcuno da parcheggiare a scuola. E così ci si accorge di loro solo quando fanno “rumore”. Per loro è l’unico modo di farsi sentire.

Torniamo a parlare di quei ragazzini minori violenti. Si sfogano lanciando oggetti, spaccando tutto ciò che trovano sulla strada. Un modo come un altro per sfogarsi?
Dovrei conoscere ciascuno di loro per poter dare un giudizio ma attenzione: dietro tutto ciò potrebbe esserci anche la noia. Faccio io una domanda a lei: perché questo odio non è stato visto prima? Nessuno si è accorto di loro? Non mi si dica che la responsabilità è della scuola perché noi non siamo psicologi, psichiatri. Certo se avessimo qualche risorsa umana in più forse riusciremmo a fare qualcosa.

Non si rendono conto che ci sono leggi da rispettare?
Non hanno la percezione del reato. Si sentono immuni. Lo abbiamo già visto in altri fatti criminali. E poi c’è anche chi, ben informato, sa che prima dei 14anni non può essere arrestato.

Avrà visto anche lei le scene delle cariche delle forze dell’ordine: che ne pensa?
Certo, ho visto immagini che non mi hanno lasciato indifferente ma dovrei sapere cos’è accaduto prima. Allo stesso tempo mi ha colpito in positivo quel cordone di professori che proteggevano gli studenti. È accaduto come in Francia dove oltre agli insegnanti anche i sindaci si sono schierati con i manifestanti. Qualche adulto che sta dalla loro parte c’è ancora.

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Cosa nascondono davvero i dipinti di Marc Chagall? Dal Paradiso in cui uomo e donna diventano una cosa sola alle città della sua vita: viaggio nel museo di Nizza progettato dall’artista

Bisogna andare a Nizza, in avenue Dr Ménard, sulla collina di Cimiez, per conoscere da vicino Marc Chagall. E’ qui che si può vedere non solo il famoso “messaggio biblico” dell’artista ma toccare con mano un museo progettato, pensato ed inaugurato dallo stesso pittore russo. Ogni spazio, finestra e vetrata, parla di Chagall che ha saputo trasformare una villa in rovina dai primi del Novecento in un luogo capace di ospitare una collezione permanente e mostre come quella di quest’estate dedicata agli schizzi e ai modelli per il soffitto dell’Opéra Garnier.

E se nel 1973, quando fu inaugurato il museo, a visitarlo erano in trenta mila oggi si registrano 200 mila presenze ogni anno. Ad attrarre così tante persone in avenue Dr Ménard sono, soprattutto, quei dodici dipinti che illustrano la Genesi e l’Esodo, esposti nella sala principale e le cinque tele che evocano il Cantico dei Cantici nella sala esagonale adiacente.

Certamente i colori in sé, restano la maggiore qualità espressiva dell’artista e balzano subito all’occhio ma il fascino di questo percorso sta nel fermarsi davanti ad ogni opera per meditarla. Solo sostando a lungo, in silenzio, dinanzi a “il Paradiso” si può cogliere l’intrinseco universale e rivoluzionario messaggio di Chagall: l’uomo e la donna sono una cosa sola.

E’ questo l’annuncio che continua a essere “nuovo” dopo decenni dalla creazione del quadro: la coppia primordiale è intrecciata come per diventare una sola cosa, con solo due braccia e tre gambe e sta per condividere insieme il frutto proibito, quello dell’albero della conoscenza del bene e del male che li renderà uguali a Dio. E’ l’Umanità non il maschio o la femmina. Così come in “Abramo e i tre angeli” le figure protagoniste (Abramo e Sara) spinte verso sinistra, sono eloquenti nell’esprimere lo stupore dell’annuncio della nascita di un figlio in età avanzata. Ma anche stavolta solo riflettendo su quest’opera si può cogliere – osservando i tre angeli seduti sulla panca – la lontana eco di quelli raffigurati nell’icona della Trinità di Andrej Rublev a Mosca.

Nel ciclo del “Cantico dei Cantici”, Chagall, riesce a parlare di Dio, incarnando la Parola biblica con la sua vita. Guardare a questi dipinti solo con idolatria per l’artista sarebbe sciocco perché ogni tela cela una complessità da decifrare con i giusti strumenti. Basti pensare al terzo quadro del ciclo. Chagall sembra aver voluto raccontare la propria storia in questo dipinto: la rappresentazione di Gerusalemme, al centro, è duplice: in alto, la città assomiglia alla sua visione di Saint-Paul-de-Vence, con le sue mura. In basso, capovolta, si trova Vitebsk (paese natio), riconoscibile dal santuario con il tetto verde che lo corona. L’intera sezione inferiore del dipinto, capovolta, evoca quindi la giovinezza dell’artista; quella superiore un inno alla sua nuova vita nel sud della Francia.

Unica anche la mostra permanente dal titolo “Chagall all’opera” realizzata in collaborazione con il Centre “Georges Pompidou” dove dal 2023 sono conservati 151 opere donate dai nipoti dell’artista. Il pittore, nel 1960, accettò l’incarico di rifare il soffitto dell’Opéra di Parigi, a condizione di non essere pagato. Ne uscì un dipinto – preceduto da quarantuno schizzi e modelli (in parte visibili a Nizza) – che omaggia i grandi compositori dell’opera e del balletto, Parigi e la Francia.

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I presidi italiani guadagnano tre volte gli insegnanti: il rapporto Eurydice fotografa il record europeo

I presidi italiani guadagnano quasi tre volte tanto gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado. A dirlo è il rapporto sugli “Stipendi dei capi d’istituto in Europa” pubblicato da Eurydice, che ha preso in esame i dirigenti impiegati a tempo pieno e in possesso di una piena qualifica, in 37 Paesi. L’Italia è al primo posto per differenza retributiva tra presidi e insegnanti. Dietro di noi, in seconda e terza posizione, Irlanda e Paesi Bassi. Nel grafico presentato, gli stipendi sono espressi in standard di potere d’acquisto (Pps): la retribuzione media annua lorda effettiva dei dirigenti scolastici raggiunge circa centomila unità di potere d’acquisto standard, contro circa 35 mila dei docenti.

Il rapporto è quindi vicino a 2,9 a uno, con una differenza di circa 65 mila Pps, la più elevata tra i sistemi educativi del vecchio continente. Non è un caso, infatti, se Il Fatto Quotidiano ha lanciato la campagna “Il futuro non si arma, si insegna” organizzando una petizione per chiedere che gli stipendi dei professori siano adeguati alle medie europee: “La professione docente – cita la raccolta firme – richiede preparazione universitaria, aggiornamento professionale continuo, responsabilità educative e formative, lavoro di progettazione, valutazione, relazione con studenti e famiglie: un impegno che non si esaurisce certo nelle ore trascorse in aula. Nonostante tali responsabilità, gli insegnanti italiani continuano a percepire retribuzioni molto più basse rispetto a quelle dei colleghi di numerosi Paesi europei”.

Considerazioni suffragate dai numeri di Eurydice, che mette in evidenza come in alcuni Stati la forbice si stringa: in Austria le retribuzioni medie sono pari a circa 85 mila Pps per i capi di istituto e 60 mila per i docenti, mentre in Francia il confronto è tra circa 63 mila e 43 mila Pps. Differenti anche i modi con cui vengono stabiliti gli stipendi, che spaziano da sistemi in cui vengono decisi dalle autorità di livello superiore o da contratti collettivi ad altri in cui la retribuzione viene negoziata dal capo di istituto con l’amministrazione locale o con il consiglio scolastico. In Norvegia e in Estonia, ad esempio, i capi di istituto negoziano i loro contratti individualmente con le autorità municipali o con il consiglio scolastico.

A fare la differenza tra i presidi e gli insegnanti (Italia compresa) sono anche le indennità aggiuntive, non previste per i maestri e i professori. Oltre allo stipendio ordinario, figurano i risultati professionali, il servizio in territori svantaggiati o remoti, il possesso di qualifiche ulteriori e lo svolgimento di lavoro straordinario. Le indennità aggiuntive possono riconoscere diversi aspetti delle responsabilità e delle condizioni di lavoro dei capi di istituto, sebbene la loro applicazione vari tra i diversi livelli di istruzione.

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“Chi ha chiamato i carabinieri a scuola? Nessuna minaccia”: gli studenti del Fantini di Vergato replicano alla preside

È muro contro muro all’istituto d’istruzione superiore Fantini di Vergato, in provincia di Bologna. Da giorni tra la dirigente scolastica, Alessandra Milella e un gruppo di studenti c’è in atto una battaglia senza tregua. L’ultimo episodio, il colloquio tra la preside e una delegazione di ragazzi, alla presenza delle forze dell’ordine e dei rappresentanti dei genitori ha acceso ancora più gli animi.

Alcuni giovani hanno contattato IlFattoQuotidiano.it per dare la propria versione. E rispondere pubblicamente alle parole della dirigente d’istituto, che al nostro giornale aveva spiegato le ragioni di un confronto presidiato da un carabiniere e l’esigenza dei cellulari spenti. “Gli uomini dell’Arma – spiega Alessandro – erano già a scuola a partire dalle sette del mattino ben prima che scoppiassero dei petardi e qualcuno lanciasse dei fumogeni. Non sappiamo chi li abbia richiesti ma pensiamo che non fossero necessari all’incontro con la dirigente. Abbiamo accettato di dialogare con lei non sapendo che ci sarebbero stati i genitori e le forze dell’ordine”.

Una sorta di “imboscata” a detta degli studenti, mentre Milella ha spiegato al nostro giornale di “non aver chiamato” i carabinieri: sarebbero stati loro stessi a chiedere di stare nel suo ufficio per vigilare sulla situazione già molto calda. Gli allievi del “Fantini” contestano anche il verbale della riunione perché, a detta loro , la preside omette di aver detto che i ragazzi sono stati manipolati dai docenti. “Quella frase l’ha pronunciata e vogliamo che sia messa nero su bianco. Nel documento non sono riportate molte delle espressioni adoperate dalla preside. Ho deciso – spiega ancora Alessandro – di contattare un legale di fiducia per dipanare questa questione”. Dal canto loro i ragazzi che martedì 6 ottobre hanno manifestato davanti alla scuola ammettono che degli intrusi abbiamo adoperato fumogeni e petardi: “Probabilmente si tratta di individui che nemmeno fanno parte della nostra scuola. Persino noi abbiamo urlato contro queste persone e non capiamo come possa essere accaduto”.

Il clima resta teso. Milella a Il Fatto Quotidiano.it aveva detto di “sentirsi minacciata” e di aver presentato querela per diffamazione per un volantino diffuso dagli studenti. “Non riusciamo a dialogare con la dirigente” dice ancora Alessandro. “Non ci ha nemmeno spiegato i motivi dell’esposto che ha fatto. La protesta è servita a ottenere più ore di ricevimento della dirigente e la riapertura di alcuni laboratori ma resta il problema dell’orario e quello dei viaggi d’istruzione per i quali non è ancora stata nominata la commissione ad hoc”, spiega Alessandro. Per ora, nessuno degli studenti, sta pensando a un nuovo sciopero ma qualora non si riuscissero ad ottenere gli obiettivi prefissati, i ragazzi sono pronti a valutare altri modi per manifestare il loro dissenso.

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Da Torino a Roma e Napoli: le prime scuole occupate in Italia. Venerdì 16 sciopero nazionale e cortei

Il vento della protesta che tira dalla Francia inizia lentamente a sentirsi anche in Italia. Mentre Oltralpe gli studenti organizzano cortei e manifestazioni, qui sono iniziate le prime occupazioni studentesche. Le prime a essere interessate sono le città più grandi: Napoli, Roma, Bologna, Milano e Torino (scrivi a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it per segnalare anche la tua scuola). Una mobilitazione che venerdì 16, con lo sciopero nazionale indetto dal sindacato Sisa (Sindacato indipendente scuola e ambiente) potrebbe creare molti disagi. Dai licei all’Università tutti sono pronti a rivendicare e ad alzare la voce contro il decreto Scuola, i finanziamenti per il riarmo a discapito dell’Istruzione e il diritto alla casa.

Una battaglia lanciata anche dal “Fatto Quotidiano” che ha lanciato la campagna “Il futuro non si arma, si insegna” organizzando una petizione per chiedere che gli stipendi dei professori siano adeguati alle medie europee.

A Napoli la mobilitazione coinvolge una decina di scuole superiori, intrecciandosi con le proteste degli universitari contro il caro affitti davanti alla Federico II. Tra le scuole occupate o mobilitate figurano i licei “Tito Lucrezio Caro”, l’“Umberto Primo”, il “Sannazaro”, il “Mercalli”, il “Genovesi”, il “Mazzini”, il “Margherita di Savoia”, il “Serra”, l’“Alberti”, il “Giordani”, il “Diaz” e il “Panzini”. Inoltre davanti alla sede centrale della Federico II sono tornate le tende. Tra i temi della protesta, oltre a quelli già citati, c’è anche il progetto di realizzazione di un Cpr a Castel Volturno. Un clima di tensione che in queste ore è stato registrato soprattutto al “Mazzini” dove sono intervenute le forze dell’ordine e all’ “Alberti” dove alcuni professori hanno tentato di impedire l’ingresso a ragazzi con il volto coperto.

Anche nella Capitale la protesta si sta iniziando ad allargare. Tra i primi istituti a essere stati occupati e coinvolti nella mobilitazione si segnalano il liceo “Cavour” e gli istituti “Lattanzio” e Levi Civita” e successivamente altri otto. A Genova, gli studenti hanno occupato il “Gobetti” e il “Calvino” contro i tagli all’Istruzione. A Bologna è scattata la prima occupazione ufficiale dell’anno scolastico 2026-2027 al liceo “Laura Bassi” . A Torino si contano almeno dodici scuole coinvolte. In alcuni istituti si sono registrati forti momenti di tensione e danni causati da infiltrazioni di gruppi esterni, che hanno portato alla sospensione temporanea delle lezioni. Tra le scuole citate nelle proteste ci sono il liceo “Cattaneo”, gli istituti “Boselli”, “Peano”, “Copernico”, “Luxemburg”, “Santorre di Santarosa”, “Passoni” e “D’Azeglio” oltre al liceo “Regina Margherita” e l’istituto “Giulio”. Nei giorni scorsi oltre duecento studenti si sono riuniti davanti alla Città Metropolitana per chiedere interventi edilizi. Piano piano è iniziato l’autunno delle occupazioni.

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