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Netanyahu ha nutrito la destra che ora minaccia di divorarlo

Per leggere il complesso scenario elettorale di un Israele in cui si voterà il 27 ottobre, è indispensabile avere presente innanzitutto una delle ragioni di fondo della sua fluidità e imprevedibilità, una delle caratteristiche della democrazia israeliana. Oggi, infatti, ben 38 partiti si presentano al voto e di questi sicuramente 25, ma più probabilmente 28-30, non supereranno la soglia di sbarramento del 3,25 per cento, provocando così una grande dispersione dei suffragi. Un voto inutile e disperso che nel 2022 è stato pari all’8,8 per cento dei voti espressi, con cui si sarebbero potuti eleggere ben 10 parlamentari. Partiti strani, o addirittura bizzarri: c’è il partito della Cannabis, quello dei Pirati, quello che propugna il matrimonio universale, un altro che vuole la monarchia costituzionale, ovviamente quello che vuole abolire le tasse e persino quello che vuole trasferire la popolazione ebraica di Israele su un’isola artificiale nel Mediterraneo.

È questo, dunque, l’effetto di un tratto tipico della democrazia israeliana, partecipativa a ogni costo. Per presentare una lista al voto per la Knesset è infatti sufficiente fondare un partito con solo 100 iscritti, con organi dirigenti e statuto, e comunque il controllo della Corte Suprema è limitato a poche, ovvie condizioni. Il tutto è dovuto a un’esasperata attenzione a dare possibilità di rappresentatività in Parlamento ai tanti volti dell’ebraismo forgiati nei millenni della diaspora e poi nel ritorno. Proprio questo cosciente privilegiare la rappresentatività anche a scapito della governabilità, che impone un sistema elettorale proporzionale, è all’origine, negli ultimi decenni, di un fenomeno fortissimo di fluidità elettorale e addirittura delle cinque elezioni anticipate nell’arco di tre anni tra il 2019 e il 2022, dopo la morte e la scomparsa di tutti i leader storici del sionismo e di tutti i loro partiti storici, fatto salvo il Likud.

A questo si sommano la nascita e la rapida scomparsa di tanti effimeri partiti di opposizione al Likud e la debolezza politica delle figure a capo dell’opposizione a Benjamin Netanyahu, che invece ha una forte capacità e caratura da leader, che gli va riconosciuta e che è alla base dei suoi 19 anni di governo. Basti pensare alla figura opaca dello scialbo ex generale Benny Gantz, che sino al 2022 è stato il leader delle forze di contrasto al leader del Likud, che nel 2019, con il suo partito Blu e Bianco, era riuscito a essere il primo partito con il 25,95 per cento e 33 seggi e che invece ora non riuscirà neanche a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento e infatti ha dichiarato che si ritira. Lo stesso ex generale Gadi Eisenkot, il cui partito è stato appena formato e che oggi è dato dai sondaggi come il più votato, non ha alcuna esperienza politica o di governo, ha un’oratoria lenta, conosce a malapena l’inglese e soprattutto non è riuscito a farsi indicare dai leader degli altri partiti dell’attuale opposizione (Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Lieberman e Yoav Golan) come unico candidato premier contro Netanyahu, all’interno di una dinamica di sterile concorrenza tra leader alleati molto simile a quella del Campo Largo in Italia.

Una sola cosa è però chiara sulle cruciali elezioni in Israele, stando alla netta maggioranza delle rilevazioni pre-voto: Netanyahu ha perso la sua maggioranza, come indicano le rilevazioni della quasi unanimità dei sondaggi. La sua coalizione di governo è infatti quotata tra i 49 e i 51 seggi (la maggioranza alla Knesset è a 61 seggi), contro i 63 attuali (solo Canale 14, filo Netanyahu, gliene attribuisce 62). Israel Hayom, il più diffuso quotidiano israeliano, fondato nel 2007 proprio ed esclusivamente per sostenerlo, ma oggi molto critico, gliene attribuisce 50. Si vedrà ora quali effetti avrà sui votanti israeliani la tardiva sponsorizzazione a suo netto favore da parte di Donald Trump, ma non è affatto detto che sia decisiva.

Il problema vero, però, sempre secondo i sondaggi, è che il blocco dell’attuale opposizione è fermo tra i 54 e i 57 seggi e quindi non avrebbe la maggioranza, anche se potrebbe essere molto favorito in termini di seggi dalla decisione di Benny Gantz di ritirarsi dal voto e dovrebbe quindi incamerare come voti utili quelli del suo 1-2 per cento, che sarebbe andato disperso.

Ma in Israele c’è un terzo protagonista: i partiti arabi, a cui vengono attribuiti complessivamente 13-15 seggi. Il fatto è che, almeno prima dell’apertura delle urne, i partiti dell’opposizione a Netanyahu negano di voler fare un governo con il loro supporto (a urne chiuse, si vedrà). Torneremo più avanti su questo snodo cruciale.

Innanzitutto, una notazione politica fondamentale. La sciagurata decisione di Netanyahu nel 2022 di legittimare con la sua alleanza l’estrema destra non sionista di Itamar Ben Gvir, facendolo entrare nella Knesset con 6 deputati, ha trasformato il leader del Likud in un apprendista stregone. Infatti, questo violento e ignorante demagogo parafascista, che pure sino ad allora non era mai riuscito a entrare in Parlamento (nel 2020 aveva raccolto un indicativo 0,42 per cento), grazie al suo populismo, ai suoi cappi esibiti in Parlamento, alla legge sulla pena di morte solo per i palestinesi e al suo appoggio ai coloni suprematisti e razzisti, non solo ora è quotato dai sondaggi in grado di eleggere otto deputati, ma soprattutto, dopo avere fagocitato i voti di Bezalel Smotrich, meno demagogo di lui, ora aspira dichiaratamente a diventare premier, sostituendo un Netanyahu che è costretto a fare larga parte della campagna elettorale proprio contro di lui. Un indicativo precedente dell’«effetto Vannacci» sulla destra italiana.

In questo contesto, nel caso molto probabile, ma non certo, che i sondaggi abbiano ragione e che nessuno consegua quota 61 seggi alla Knesset, questi sono gli scenari possibili.

Primo scenario: un governo di minoranza guidato dall’ex generale Eisenkot, leader del partito più votato, con tutti i partiti di opposizione e che può ottenere la fiducia grazie all’astensione o all’uscita dall’aula dei partiti arabi (i cittadini arabi di Israele sono due milioni e centomila, il 21 per cento della popolazione).

Questo scenario è probabile, anche se è rigettato da Lieberman e rifiutato dallo stesso Eisenkot, perché non solo è nelle corde del partito Ra’am di Mansour Abbas, che già nel 2021 ha dimostrato grande flessibilità entrando nel governo di Bennett, ma anche perché gli altri partiti arabi della Joint List pare abbiano finalmente compreso che il loro storico estremismo islamista e jihadista non paga e che è l’ora di iniziare a fare politica. Il leader di questa alleanza tra tre partiti arabi, Yousef Jabareen, ha infatti «giurato di mettere in atto tutti gli strumenti e le scelte possibili pur di affossare la possibilità che Netanyahu formi un governo», e la strada dell’astensione è la più praticabile. Questa astensione non implicherebbe nessuna alleanza formale, ma impedirebbe a questo eventuale esecutivo di varare qualsiasi provvedimento contro gli arabi israeliani e anzi lo spingerebbe ad annullare l’orrore della legge sulla pena di morte solo per i palestinesi.

Si può anche ipotizzare che questo scenario potrebbe essere rafforzato dalla nomina a ministro per la Sicurezza urbana (è questo il principale problema della minoranza araba a causa delle mafie palestinesi) del sionista ed ex dirigente della polizia israeliana Yoav Segalovitz. Con eccellente intelligenza strategica, infatti, Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am, lo ha inserito in lista al secondo posto, facendo sì che si vedranno decine di migliaia di elettori arabi israeliani votare per un poliziotto sionista (a proposito dell’accusa di apartheid allo Stato ebraico). Molto poco probabile, se non impossibile, sarà invece un accordo formale di governo tra le forze di opposizione e il partito arabo Ra’am, con la nomina di suoi ministri. Lo choc del 7 ottobre in Israele è tale e tanto radicato ed esteso che quello che è apparso come un’eccellente novità nel 2021 può essere percepito come una minaccia nel 2026.

La forza dell’ipotesi di un governo di minoranza permesso dall’astensione dei partiti arabi, o di un solo partito arabo, sta nel fatto che aprirebbe una fase di sedimentazione politica in cui alcuni parlamentari del Likud potrebbero rispondere alle incitazioni molto forti, già espresse da Lieberman, ad abbandonare finalmente il Likud di Netanyahu e passare con le attuali forze di opposizione, in modo da poter raggiungere in tempi brevi la quota di 61 deputati e varare un governo autosufficiente e non più subordinato all’astensione dei parlamentari arabi, come è peraltro suggerito da vari media israeliani.

Secondo scenario: il varo di un governo di unità nazionale, che è oggi quello che Netanyahu propone e caldeggia con vigore in campagna elettorale per riparare alla disastrosa e probabile perdita di voti della sua coalizione, che ha governato negli ultimi quattro anni. Un governo che escluda le estreme, quindi Ben Gvir e la sinistra unita di Yair Golan (accreditata tra gli 8 e gli 11 seggi). È questa la strada che Netanyahu avrebbe dovuto intraprendere dopo il 7 ottobre, come fece il laburista Levi Eshkol che, alla vigilia della guerra dei Sei giorni nel 1967, fece entrare nel governo il suo irriducibile oppositore di destra Menachem Begin, fondatore del Likud. Invece, Netanyahu – sintomo indiscutibile della sua miopia strategica – ha preferito legarsi e subire le pressioni della destra parafascista di Ben Gvir e Smotrich nella conduzione della guerra di Gaza, con esiti disastrosi.

Il governo di unità nazionale sarebbe una soluzione a prima vista pacificatrice e saggia, ma è irta di difficoltà. Infatti, la condizione non negoziabile che sicuramente Netanyahu porrà sarà la formazione di una commissione d’inchiesta sul massacro del 7 ottobre che gli garantisca l’assoluzione da ogni responsabilità. Questo in un contesto in cui più del 60 per cento degli elettori dichiara che la prima motivazione del proprio voto è appunto appurare la verità sulle colpe dell’incredibile serie di falle che hanno permesso a Hamas di penetrare in profondità in Israele, massacrare 1.166 ebrei e prendere 251 ostaggi.

Ma scaricare e liberare dalle sue evidenti responsabilità Netanyahu significherebbe sposare la sua incredibile tesi, che nega ogni e qualsiasi colpa del potere esecutivo e politico, quindi sua, caricando tutte le colpe sulle Forze armate, sullo Shin Bet e sul Mossad. Uno scenario che le forze oggi di opposizione, e le stesse Forze armate, non possono subire e men che meno può essere accettato dal loro leader, l’ex comandante delle Idf, il generale Eisenkot, che nella guerra di Gaza ha visto cadere suo figlio e due suoi nipoti.

Un Eisenkot, oggi favorito e sostenuto dal quadro dirigente delle Idf, che infatti nell’autunno del 2024 è uscito dal Gabinetto di guerra in rovente polemica anche con la conduzione della guerra di Gaza da parte di Netanyahu.

C’è uno scenario che potrebbe aiutare il concretizzarsi di questa soluzione, già ipotizzato da Lieberman, ed è che il Likud scarichi Netanyahu, escludendolo così dal governo. Ipotesi scarsamente praticabile, visto il ferreo controllo che questi ha sul suo partito.

Per inciso, per comprendere il contesto di questo voto e che cosa sia oggi Israele, va considerato che i media prevedono che circa il 25 per cento dei parlamentari che saranno eletti abbia subìto un lutto grave durante la guerra di Gaza: c’è chi ha perso un figlio o una figlia in armi e chi un altro parente.

Comunque, in politica è bene non dire mai mai.

Terzo scenario: nuove elezioni anticipate, che sono possibili, in linea non solo teorica, se i due blocchi non raggiungono la maggioranza. Sarebbero da tenere in tempi stretti, nei primi mesi del 2027. È una strada di per sé pessima per il protrarsi dello stato di incertezza al comando politico in un Paese che continua a essere di fatto in guerra e avrebbe per di più un risvolto più che scabroso e negativo per le attuali forze di opposizione. Netanyahu rimarrebbe infatti in carica come premier con il governo attuale e avrebbe tutti gli strumenti per influenzare il nuovo voto.

Di fatto – ripetiamo, sempre che i sondaggi siano confermati – un ruolo decisivo verrà svolto dal presidente della Repubblica Isaac Herzog, già laburista, figlio di Chaim Herzog, già apprezzato presidente di Israele, eletto nel giugno del 2021, nei giorni in cui Netanyahu stava perdendo il governo a favore di Bennett, con una maggioranza schiacciante di 87 voti.

Il problema, non piccolo, è che la caratura dell’uomo, del presidente, non è quella di un leader forte, sicuro, incisivo e che ha dimostrato spesso di essere incline al compromesso al ribasso.

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La Francia ha perso il fronte repubblicano che per vent’anni ha fermato i Le Pen

French far-right leader Marine Le Pen greets the crowd at the end of her political meeting, Sunday, Sept. 13, 2026 in Henin-Beaumont, northern France. (AP Photo/Jean-Francois Badias)

La buona notizia per la sinistra francese è che Raphaël Glucksmann ha vinto le primarie per le presidenziali col sessantasei per cento dei voti (Ségolène Royal ha riscosso un umiliante sette per cento), ma la cattiva notizia, che dice tutto sullo stato di salute della gauche francese, è che al voto hanno partecipato solo centoventimila elettori, mentre alle primarie del 2011 che designarono la candidatura di François Hollande parteciparono 2.844.000 elettori. Un declino netto, che lascia ben poche probabilità che sia lui a vincere, al secondo turno, la sfida della sinistra contro Marine Le Pen, perché i sondaggi gli attribuiscono solo tra l’undici e il quattordici per cento dei voti. Di conseguenza, sempre stando ai sondaggi, a contendersi invece l’accesso al ballottaggio con Marine Le Pen saranno Jean-Luc Mélenchon e il centrista Édouard Philippe, leader del partito Horizons, dal 2017 indispensabile alleato di Emmanuel Macron, entrambi accreditati oggi di percentuali comprese tra il quattordici e il diciannove per cento, con un sensibile vantaggio per il primo.

Non solo, sulla candidatura di Raphaël Glucksmann – che non è iscritto al Partito Socialista ed è a capo di un suo movimento, Place Publique – incombe anche la minaccia di una candidatura in solitaria di François Hollande al primo turno, in preda a una senile ambizione di rivincita dopo una presidenza tanto disastrosa da indurlo a non ricandidarsi nel 2017, caso unico nella storia delle presidenziali francesi, per un secondo mandato consecutivo.

Dunque, mentre Marine Le Pen si consolida largamente al primo turno con una cifra tra il trentuno e il trentacinque per cento dei voti previsti dai sondaggi, lo sfidante verrà scelto dall’esito del confronto tra il candidato dell’estrema sinistra e il candidato centrista. E qui si misura il peso decisivo della decisione difficilmente comprensibile di Emmanuel Macron di non designare un suo erede. Infatti, la tenzone al primo turno tra due suoi ex primi ministri, Édouard Philippe, appunto, e Gabriel Attal rischia di rivelarsi fatale e di favorire nettamente l’ipergauchista Jean-Luc Mélenchon. Attal, che è stato primo ministro per soli nove mesi nel 2024 e che è stato travolto dall’improvvida decisione di Macron di indire elezioni politiche anticipate dopo un disastroso voto popolare alle europee, è accreditato al primo turno solo tra il cinque e l’otto per cento dei voti. Ma sono tutti suffragi centristi tolti a Édouard Philippe, che è stato premier per tre anni e che, a seguito di questa concorrenza nella sua area, rischia appunto di essere superato da Jean-Luc Mélenchon. Invece, se Attal non avesse deciso per questa candidatura suicida, che alcuni sospettano essere solo funzionale, appunto, a “impallinare” Philippe, tutti i sondaggi indicano che la sfida al secondo turno all’estrema destra sarebbe condotta dal candidato centrista, che batterebbe nettamente il leader dell’estrema sinistra. Philippe avrebbe infatti non poche chances di contrastare la Le Pen, tanto che oggi, a sette mesi dal voto, viene sì dato come perdente dai sondaggi, ma con un margine risicato che va dal quarantasei addirittura al quarantanove per cento dei voti. Una distanza che potrebbe essere colmata da una buona campagna elettorale.

Dunque, a oggi, due sole sono le certezze sulle prossime presidenziali, oltre a quella di una più che possibile vittoria di una Marine Le Pen favorita da una frammentazione dei suoi avversari che ricorda e supera quella del Campo Largo nostrano. La prima certezza, notevole, è che si è dissolto il Front Républicain, quel voto e quella mobilitazione corale di tutto l’elettorato francese contro l’estrema destra che il 5 maggio 2002 portò Chirac all’82,21 per cento contro Jean-Marie Le Pen. Si è infatti dissolto negli anni quel fronte antilepenista che ha poi funzionato contro Marine Le Pen nelle presidenziali del 2017, in quelle del 2022 e anche nel secondo turno delle legislative anticipate del luglio 2024.

Duplice la ragione dello sbriciolamento di questo argine all’estrema destra. Innanzitutto, un deciso riposizionamento centrista e addirittura neogollista della Le Pen, che ha addirittura espulso suo padre dal Front National nel 2015, che ha cambiato nome al movimento, che ha preso nette posizioni filo israeliane, condannando nettamente l’antisemitismo non tanto sotto traccia di Jean-Marie Le Pen, che ha virato su una posizione antirussa e a favore dell’Ucraina — ma con aiuti a Kyjiv, anche militari, calibrati pesantemente sulle difficoltà economiche della Francia — e che, soprattutto, nel 2022 ha sconfessato quel referendum che ancora nel 2017 aveva proposto per uscire dall’euro e dall’Unione europea.

Oggi, abbandonata ogni ipotesi di Frexit, il suo Rassemblement National non parla assolutamente più di uscita dall’euro, propone una riforma delle regole di Bruxelles dall’interno, in difesa delle prerogative nazionali — innanzitutto contro la prevalenza del diritto europeo su quello nazionale e contro le regole del patto di stabilità — e si presenta all’elettorato con un programma economico moderato. È suo un progetto di taglio della spesa pubblica di centoquaranta miliardi nel quinquennio, finalizzato non solo a contrastare l’aumento del costo della vita — prima motivazione del voto popolare — ma anche a ottenere l’appoggio fondamentale dei poteri economici, con una diminuzione del debito pubblico al centododici per cento del Pil (Macron l’ha portato al centodiciannove per cento) e una diminuzione del deficit sotto il tre per cento (sotto la presidenza Macron ha sfondato il cinque per cento).

La seconda certezza sulle presidenziali è che la rivolta degli studenti, fortemente intrecciata con quella dei giovani di seconda e terza generazione delle banlieues, non avrà un sensibile sbocco politico sulle presidenziali. I pronostici per Jean-Luc Mélenchon non hanno infatti subito una variazione verso l’alto dopo l’ondata di manifestazioni giovanili e resta solo confermato un dato già presente nelle rilevazioni da mesi di un suo consenso pari al quaranta per cento dell’elettorato giovanile.

Anche in Francia si assiste così a un probabile, se non certo, passaggio del governo alla destra, stranamente ma nettamente favorito dall’incapacità del centro e della sinistra riformista di fare fronte comune sul piano politico e programmatico per contrastarlo.

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