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Protesta dei tir, Salvini annuncia “un miliardo” ma i nuovi fondi si fermano a 160 milioni (da trovare). E i rimborsi in arrivo erano bloccati da 7 mesi

“Abbiamo sbloccato un miliardo di euro”. Parola del viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi che, dopo l’incontro in Prefettura a Milano con le associazioni di rappresentanza degli autotrasportatori in protesta, ha annunciato “da domani” il rimborso degli extracosti dovuti al caro gasolio. Dal canto suo Matteo Salvini, pur ostentando soddisfazione, ammette che “è l’inizio di un percorso”. La realtà è che le risorse nuove che dovrebbero arrivare via decreto legge nei prossimi giorni si fermano a poco più di 160 milioni. E i pagamenti in arrivo non sono altro che aiuti già attesi da almeno sette mesi (una parte è ancora più risalente nel tempo) ma che finora sono rimasti sulla carta. Non a caso le sigle di categoria hanno già in agenda un altro vertice tra una settimana – il 27 ottobre, stavolta al ministero – per verificare che stavolta i ristori arrivino a destinazione. E se il Comitato dei trasportatori siciliani ha revocato il fermo, in Campania e Calabria i blocchi rimarranno. Con il rischio che la carenza di prodotti nei supermercati si aggravi.

Il primo e più importante punto dell’intesa di martedì è lo sblocco immediato dei pagamenti dei crediti di imposta pari al 70% della maggior spesa per il gasolio sostenuta tra marzo e agosto rispetto ai costi di febbraio, prima dell’inizio della guerra in Iran e della conseguente esplosione dei prezzi. Un supporto previsto già dal decreto varato dal governo il 18 marzo, quello che ha riconosciuto il primo taglio delle accise per gli automobilisti. Da allora a fine settembre oltre 30mila aziende hanno fatto domanda. “Erano stati stanziati 100 milioni poi via via aumentati fino ad arrivare a 434“, spiega Sergio Lo Monte, segretario nazionale di Confartigianato Trasporti e segretario di Unatras, il coordinamento unitario delle associazioni nazionali dell’autotrasporto merci. “Ma tra mancanza di liquidità e burocrazia che si è messa di traverso non è mai arrivato un euro”. Considerato che tra febbraio e agosto il rincaro medio alla pompa è stato di circa 33 centesimi al litro, con punte di oltre 40 centesimi in aprile e agosto, un’impresa con una piccola flotta di cinque camion e un consumo medio mensile di 15mila litri ha speso 4.900 euro in più ogni mese, 30mila nel semestre, senza ricevere alcuna compensazione.

“Ora ci è stato assicurato lo sblocco”, prosegue Lo Monte, “con l’aggiunta di ulteriori 50 milioni al plafond, per coprire tutte le domande. In più ci hanno annunciato che sono stati trovati altri 60 milioni che consentiranno di coprire anche settembre e ottobre: le domande si faranno nella prima decade di novembre e tra gennaio e febbraio dovrebbero arrivare i versamenti. E il termine del 31 dicembre per la fruizione è stato prorogato al 31 marzo, altrimenti chi non aveva scadenze fiscali da compensare avrebbe perso i crediti”.

Nel decreto legge che dovrebbe arrivare a giorni entrerà anche, è la promessa, “il rafforzamento della clausola di adeguamento automatico dei corrispettivi versati dal committente al prezzo del gasolio, il cosiddetto il fuel surcharge. Abbiamo chiesto che venga prevista per legge l’incidenza e che vengano fissati parametri certi in modo che valga per tutti i contratti, anche quelli in forma non scritta, che sono quelli prevalenti e diffusi soprattutto al Sud. In questo modo ci sarà automaticamente la possibilità per gli autotrasportatori di ribaltare il sovra-costo in fattura“.

A novembre infine è stato garantito l’arrivo del contributo noto come marebonus, riservato alle imprese insulari che utilizzano le “Autostrade del mare“. Anche qui ci sono contributi che “non vengono pagati fin dalle annualità 2023-24 e 2024-25”, racconta il segretario di Unatras. “Mancava la cassa, ora verranno avviati i pagamenti grazie a un’altra sessantina di milioni”. Ma per finanziare anche gli imbarchi del 2026 serviranno altre risorse, pena ritrovarsi di nuovo di fronte a una pila di istanze non pagate.

Ma come si arriva al “miliardo” evocato da ministro e viceministro? “Si è parlato anche del fondo da 590 milioni per il rinnovo del parco veicolare, destinato a incentivare la sostituzione dei mezzi più inquinanti. C’era già il decreto interministeriale, ma anche quella misura è bloccata da marzo al ministero dell’Economia. Ci dicono che dobbiamo sostituire i veicoli inquinanti e poi…”. E poi, stando a Salvini, “ci sono normative europee che limitano la possibilità di allocare questi soldi”. E qui la quadra è ancora da trovare: “Siamo in una discussione serrata con Bruxelles”. Come dire: l’attesa non è ancora finita.

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Così le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno fatto esplodere i prezzi, alimentato rabbia nelle piazze e blocchi delle merci. Mentre i salari ristagnano

Ci sono le spirali inflazionistiche ravvicinate causate dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente dietro le proteste di piazza contro il carovita che tra sabato e domenica a Milano sono degenerate in violenze e saccheggi. E sono legati a doppio filo alle conseguenze dei conflitti pure i blocchi degli autotrasportatori che iniziano a svuotare gli scaffali dei supermercati al Sud. Per capirlo basta mettere in fila qualche numero sull’andamento dei prezzi negli ultimi cinque anni: un boom alimentato dai costi dell’energia e dei carburanti mandati alle stelle dall’invasione russa e poi dagli attacchi statunitensi e israeliani che hanno innescato la guerra con l’Iran. Se poi si tiene conto che nel frattempo le buste paga sono rimaste stagnanti e nel capoluogo lombardo gli affitti e i prezzi delle case sono volati alle stelle complici gli enormi investimenti dei fondi immobiliari, ecco il mix che fa scendere in strada studenti e collettivi pacifici e insieme a loro qualche centinaio di giovani e giovanissimi che sono e si sentono ai margini e rispondono con la devastazione. Il governo sembra intenzionato a rispondere con l’ennesima stretta sulla sicurezza. Che del resto non costa nulla, a differenza delle misure per la “tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili”, promesse nel Documento programmatico di bilancio ma per le quali di risorse, nella prossima manovra, ce ne saranno ben poche.

Con la guerra in Ucraina prezzi su del 17% in quattro anni

Mentre la guerriglia urbana monopolizza l’attenzione e rischia di oscurare le oggettive ragioni di malcontento sociale, conviene riavvolgere il nastro per ricostruire quanto i fronti di battaglia abbiano impattato sulla vita di tutti. L’offensiva di Mosca contro Kiev è iniziata nel febbraio 2022, quando i mercati energetici erano già sotto pressione causa eccesso di domanda di materie prime nella fase post Covid. E ha immediatamente fatto impennare i prezzi di gas ed elettricità. Poi, con l’usuale effetto domino che passa per l’aumento dei costi di trasporto, i rincari si sono trasmessi al resto dell’economia. L’Istat ha registrato per quell’anno una crescita media dell’inflazione dell’8,1%, la più alta dal 1985, con il “carrello della spesa” (il paniere che contiene beni essenziali come cibo e prodotti per la cura della casa e della persona) a +13,1%. L’anno dopo l’indice ha fatto segnare un altro progresso fuori scala, +5,7%. Tra 2024 e 2025 la situazione si è normalizzata. Ma indietro non si è tornati: ai consumatori è rimasto in eredità un livello dei prezzi più alto del 17% rispetto a quattro anni prima. Alimentari e bevande sono lievitati ancora di più, di oltre il 27%.

Il salasso dopo l’escalation in Medio Oriente

Era appena tornata la calma quando, nel marzo 2026, ci ha pensato Donald Trump a riaccendere la miccia, con l’attacco congiunto con Israele all’Iran e la nuova escalation in Medio Oriente. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz le ripercussioni sui mercati energetici sono state immediate. Nei primi 28 giorni del conflitto, ha calcolato il Consiglio Ue, i prezzi europei del gas sono saliti di circa il 70% e quelli del petrolio del 50%, facendo lievitare di 13 miliardi di euro la fattura delle importazioni di combustibili fossili dell’Unione. Gli effetti hanno man mano travolto i consumatori italiani, nonostante gli oltre 2 miliardi spesi dal governo per finanziare piccoli (e regressivi) tagli delle accise sui carburanti. A settembre l’inflazione è risalita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. Agricoltori e autotrasportatori lamentano di non poter andare avanti senza aiuti strutturali. Per le famiglie i nuovi aumenti si sono sommati alla stangata precedente e il risultato è stato un salasso: tra luglio 2020 e luglio 2026 il costo del cibo è schizzato del 30% e le spese per la casa del 43%.

La casa inaccessibile

Il mercato immobiliare, i cui squilibri in Spagna hanno innescato la mobilitazione sfociata nella convocazione di elezioni anticipate, è un tassello cruciale. Secondo l’Osservatorio Casa Abbordabile promosso dal Politecnico di Milano, nel 2024 i canoni dei nuovi contratti di locazione sono aumentati del 6,8% sull’anno prima mentre i salari medi sono cresciuti solo del 4,2% e quelli degli impiegati appena del 2,6%. Non solo: tra 2020 e 2024 la quota dei contratti a lungo termine è scesa dal 64,3% al 51%, mentre quella di locazioni temporanee, per studenti e brevi è salita dal 34% al 49%. I dati dell’Agenzia delle Entrate dicono che nel 2024 l’affitto medio era già di 17,3 euro al metro quadro al mese: significa, calcola Bankitalia, che per un’abitazione di 75 metri quadrati il canone annuo assorbiva oltre il 30% del reddito medio netto dei residenti, superando il 40% nelle zone più periferiche e arrivando al 70% nella cerchia più interna. In base agli annunci sul portale idealista nel terzo trimestre 2026 la cifra media è di 22,4 euro al metro quadro al mese. Sul fronte delle compravendite va peggio: nel 2024, un operaio con un reddito netto medio di 1.542 euro al mese poteva permettersi di acquistare con un mutuo dalla rata sostenibile la bellezza di 16 metri quadri di casa. Per un impiegato, con 2.707 euro netti medi mensili, la superficie abbordabile era di 22 metri quadrati. Dal 2015 la metratura che un lavoratore con qualifiche medio-basse può permettersi di acquistare si è ridotta del 27,7%. Chi vive del suo stipendio deve scegliere tra andarsene e tagliare su tutto il resto.

I salari al palo

A fronte dello sprint dell’inflazione, gli stipendi italiani hanno continuato ad arrancare. A differenza che in quasi tutti gli altri Paesi avanzati, i salari reali – cioè la quantità di beni e servizi che il lavoratore può effettivamente comprare con quel che guadagna – non sono nemmeno tornati ai livelli del 2021. L’Ocse nel suo Employment Outlook di luglio ha calcolato che nel primo trimestre 2026, nonostante una crescita anno su anno dell’1,3%, erano ancora del 6,1% più bassi rispetto allo stesso periodo di cinque anni prima. Quella ovviamente è la media, che soprattutto nella città regina delle disuguaglianze di reddito tra residenti nei quartieri storicamente ricchi o “riqualificati” e chi abita nei quartieri periferici dice poco. Ma la stessa organizzazione parigina nell’ultimo rapporto sull’economia italiana dà un elemento in più: “Sebbene la crescita dell’occupazione abbia interessato in particolare i lavori meno qualificati e a bassa retribuzione, i relativi salari lordi sono aumentati meno rispetto a quelli dei lavoratori con redditi più elevati”.

I trentenni senza futuro descritti dall’Ocse

Il combinato disposto di “salari relativamente bassi, elevata incidenza dei contratti a tempo determinato e aspettative di una crescita salariale modesta e di una progressione di carriera lenta”, annota l’Ocse, spinge “molti giovani italiani a emigrare o a rimanere fuori dal mondo del lavoro”. Segue quella che, letta in questi giorni, sembra una lunga lista di motivi per scendere in piazza: “Non solo i salari sono generalmente bassi”, si legge, “ma tendono anche ad aumentare in base all’anzianità di servizio piuttosto che alla performance o alle qualifiche, e l’aumento avviene in età relativamente avanzata. Rispetto ai loro coetanei in Germania, ad esempio, i lavoratori in Italia percepiscono in media salari simili all’età di 20 anni, al momento del primo ingresso nel mondo del lavoro, ma in seguito i loro salari rimangono pressoché invariati, mentre quelli dei loro coetanei tedeschi arrivano a più del doppio nei successivi dieci anni di lavoro. Per raggiungere lo stesso livello salariale medio di un trentenne tedesco, un lavoratore italiano deve in media attendere fino alla fine dei quarant’anni“. “Pertanto”, è la conclusione, “i giovani sono esposti a un rischio di povertà più elevato rispetto alle generazioni precedenti”. Un circolo vizioso in cui la fuga all’estero riduce la crescita potenziale del Paese e contribuisce alla stagnazione. Nulla che giustifichi violenze, ma molto materiale per chi abbia interesse a capire perché la rabbia sociale cresce e le risposte securitarie hanno fatto il loro tempo.

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Smontata la propaganda di Meloni: nell’anno di abolizione del reddito di cittadinanza +145mila lavoratori in nero. Da quando c’è lei a Chigi +300mila

Sorpresa: abolire il reddito di cittadinanza non ha ridotto il lavoro nero. Anzi, nell’anno in cui il governo Meloni ha abrogato il sussidio anti povertà sostituendolo con misure meno generose e selettive le unità di lavoro irregolari sono aumentate, e non di poco. Nel 2024, calcola l’Istat nel report sull’economia non osservata, quell’aggregato statistico che traduce le ore lavorate in lavoratori a tempo pieno è salito del 4,6% toccando quota 3,27 milioni, oltre 145mila in più rispetto al 2023. Mentre la crescita del lavoro regolare si è fermata a +1,6% (sono cresciuti i dipendenti regolari ma diminuiti gli autonomi). Rispetto al 2022, quando la leader di Fratelli d’Italia è arrivata a Palazzo Chigi, si contano 298mila irregolari in più e il tasso di nero è passato dal 12,5% al 13,1%: più di uno su otto è fuori dalle regole. La narrazione della maggioranza di destra sulle cause della ripresa dell’occupazione con il superamento – da luglio 2024 – dei 24 milioni di persone al lavoro ne esce decisamente ammaccata.

Il Reddito “ha fatto proliferare il nero”, sosteneva nel marzo 2023 Meloni, rivendicando la decisione di cancellare la misura universale di contrasto alla povertà che era stata introdotta nel 2019 e evocando tra le righe una futura emersione del sommerso. Ma la presidente del Consiglio era evidentemente ben consapevole del fatto che, propaganda a parte, fare tabula rasa di quell’aiuto non sarebbe servito per ridurre il fenomeno: non a caso alla fine dello stesso anno, rinegoziando il Pnrr con Bruxelles, il governo ha chiesto e ottenuto la cancellazione dell’impegno a diminuire di 2 punti percentuali la quota di lavoro nero rispetto al dato 2020, sostituendolo con impegni su ispezioni, potenziamento dei centri per l’impiego e attivazione di un portale nazionale ad hoc. L’obiettivo sarebbe stato in effetti ampiamente mancato.

Tornando ai dati, i dipendenti irregolari – per responsabilità dei datori di lavoro – sono arrivati nel 2024 a 2,39 milioni, +121.800 in un anno (+5,4%), e gli autonomi a 881mila, 23.400 in più sull’anno prima (+2,7%). Il confronto con gli anni precedenti è impietoso e imbarazzante per il governo. Nel 2021 le unità di lavoro irregolari erano 2,98 milioni e nel 2022 erano rimaste stabili. Poi, nel primo anno pieno di Giorgia Meloni a palazzo Chigi, è arrivata l’inversione: 3,13 milioni nel 2023 e oltre 3,27 milioni del 2024. I numeri ovviamente non dimostrano un rapporto causale con l’abolizione del Rdc, ma di sicuro bastano per smentire la causalità inversa che la maggioranza dava per sicura.

L’aumento riguarda quasi tutti i settori, ma è particolarmente evidente in agricoltura, dove il tasso di irregolarità sale dal 17,6% al 18,4%, e nelle costruzioni, dove passa al 13,6%, +0,8 punti. Nei servizi alla persona, che comprendono il lavoro domestico, raggiunge il 41,4%, in crescita di 0,9 punti. Nel commercio, nei trasporti, negli alberghi e nella ristorazione arriva al 15,5%, mezzo punto in più rispetto al 2023.

In parallelo il valore aggiunto legato al lavoro irregolare è salito a 80,3 miliardi di euro: 3,1 miliardi in più. Mentre la componente legata alla sotto-dichiarazione, cioè i ricavi non dichiarati o costi sovrastimati dalle imprese per ridurre il reddito dichiarato al fisco, è scesa da 108,2 a 107,6 miliardi.

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