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Witkoff-Putin, un passo avanti ma senza svolte. Cosa si sono detti

Si è concluso l’incontro tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il presidente russo Vladimir Putin, con il primo che avrebbe chiesto al secondo, in base a quanto si apprende sino ad ora, di valutare la ripresa dei negoziati trilaterali con Ucraina e Stati Uniti sospesi da febbraio, e di esaminare nuove proposte per porre fine al conflitto. Mosca avrebbe anche rilasciato Stephen Hubbard, insegnante americano in pensione detenuto in Russia da anni.

Witkoff ha riferito a Putin dei colloqui tenuti ieri a Oslo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, i leader di Finlandia e Norvegia e rappresentanti europei e della Nato, definiti produttivi. Secondo un funzionario Usa, Kyiv ha presentato nuove proposte e si sono registrati progressi verso un approccio coordinato nei confronti di Mosca. Sul tavolo garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un piano economico postbellico e una nuova architettura di sicurezza europea.

L’inviato speciale ha detto di auspicare un confronto sulla ripresa del formato a tre, aggiungendo che anche in assenza di un risultato immediato sarebbe importante discutere il passo successivo, ma il Cremlino ha ribadito che un eventuale incontro con il leader ucraino richiederebbe una lunga preparazione. L’inviato ha consegnato documenti con diverse ipotesi di accordo. Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, si sarebbe collegato telefonicamente per illustrare ulteriori idee.

Putin si è offerto di aiutare Washington sul dossier nucleare iraniano, facendo leva sui rapporti decennali con Teheran, e ha proposto forniture di fertilizzanti agli agricoltori americani. Il presidente russo ha inoltre indicato di voler discutere un possibile incontro con Trump in Cina il mese prossimo, a cui prenderebbe parte anche il presidente cinese Xi Jinping.

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Orbita bassa, tensione alta. Cosa sappiamo sul “caso Kosmos 2612”

Ventisei metri al disastro. Tanto sarebbe stata, secondo i dati di tracciamento pubblici, la distanza minima tra il satellite militare russo Kosmos 2612 e l’Iceye X36, satellite radar ad apertura sintetica (Sar) registrato negli Stati Uniti e appartenente alla società di origine finlandese Iceye. L’incontro è avvenuto il 19 ottobre, come riporta The War Zone. LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio orbitale, è più prudente e parla di circa 500 metri, che rimane una vicinanza comunque anomala per due oggetti che viaggiano a migliaia di chilometri orari senza alcun coordinamento. Nel 2020 bastò che il Kosmos 2542 si avvicinasse a 150 chilometri da un satellite spia americano per scatenare un caso internazionale. Oggi, la distanza è una frazione di quella.

Il bersaglio non è casuale. Le immagini Sar di Iceye, utilizzabili di giorno, di notte e con qualsiasi condizione meteo, sono impiegate da anni dalle autorità ucraine anche per l’individuazione degli obiettivi, e secondo voci mai confermate l’X36 opererebbe sotto un controllo più diretto di Kyiv. Il Kosmos 2612 fa parte di un gruppo di sei satelliti lanciati da Mosca lo scorso aprile con un unico vettore Soyuz, con ogni probabilità “ispettori” capaci di avvicinarsi ad altri oggetti in orbita. Già a maggio tre di loro avevano sfiorato l’X36, e secondo l’amministratore delegato di Iceye, Rafal Modrzewski, lo spostamento del satellite da parte dell’azienda aveva provocato nuove contromanovre russe.

La fase decisiva è iniziata il 30 settembre, quando il Kosmos 2612 si è riportato sullo stesso piano orbitale e quasi alla stessa quota del bersaglio. L’astrofisico Jonathan McDowell l’ha definito il primo rendez-vous in orbita bassa tra due satelliti attivi senza il consenso di uno dei proprietari. LeoLabs descrive un avvicinamento controllato, l’aggiramento dell’obiettivo, una lunga permanenza nelle sue vicinanze e un allontanamento altrettanto preciso: capacità che richiedono pianificazione, propellente e sensori di bordo sofisticati.

Lo schema è noto. Nel 2020 il Pentagono accusò il Kosmos 2543 di aver testato un’arma antisatellite rilasciando un piccolo oggetto in orbita. La capacità di affiancare un altro veicolo apre a opzioni cinetiche e non: bracci robotici, aerosol per accecare le ottiche, disturbo elettronico, impatto diretto. Ma anche la sola minaccia produce effetti, costringendo il bersaglio a spostarsi, a consumare carburante e a ridurre la propria vita operativa, mentre l’osservazione ravvicinata ne rivela caratteristiche e punti deboli.

Sulle intenzioni di Mosca restano margini di incertezza, con gli analisti che non escludono nulla, dall’intimidazione al sabotaggio, ma anche l’opzione secondo cui quanto osservato non prova un intento ostile ma è compatibile con raccolta di intelligence, coercizione o preparazione di operazioni controspaziali. Ma al di là delle intenzioni, il messaggio è chiaro. Mosca ha dimostrato di poter raggiungere, affiancare e tenere sotto pressione un satellite commerciale occidentale che sostiene lo sforzo bellico ucraino, colpendo proprio quella democratizzazione dello spazio che ha permesso a Kyiv di compensare l’assenza di una costellazione propria. Con palesi ricadute in ambito strategico.

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Una rete senza alleanze. Il segreto della cooperazione tra Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang

Né la Russia né la Cina sono entrate nella guerra tra Iran e Stati Uniti. Non ne hanno avuto bisogno. È questa la constatazione da cui parte l’analisi pubblicata su Foreign Affairs da Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine, gli stessi autori che due anni fa, sulla stessa rivista, avevano coniato il termine “asse dello sconvolgimento” (axis of upheaval) per indicare la rete di cooperazione tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Oggi i due esperti tornano sul tema per sostenere che quella rete, nata attorno all’invasione dell’Ucraina, ha superato la prova della trasferibilità.

Gli esempi citati sono eloquenti. Prima dell’attacco missilistico iraniano del 17 luglio contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, costato la vita a tre militari americani, Teheran avrebbe ricevuto da entità cinesi immagini satellitari ad alta risoluzione dell’obiettivo. Altre immagini sarebbero arrivate dopo, utili alla valutazione dei danni. Due giorni prima del raid del 27 marzo su Prince Sultan, in Arabia Saudita, quattordici satelliti spia russi avevano sorvolato la base. I funzionari americani hanno poi concluso che Mosca aveva fornito intelligence a supporto dei colpi di precisione iraniani. A questo si aggiungono droni iraniani perfezionati sul campo di battaglia ucraino e ingegneri russi impegnati nello sviluppo di missili da crociera supersonici. Secondo gli autori, la cooperazione tra i quattro Paesi non è più una somma di scambi bilaterali al servizio della guerra russa, ma un sistema con delle fondamenta solide che is replica con facilità anche mutandone il contesto.

Il caso dei droni è emblematico. Gli Shahed iraniani sono stati prodotti in Russia con componenti cinesi, modificati di continuo in risposta alle difese ucraine e istituzionalizzati da Mosca con la creazione delle Forze dei sistemi senza pilota. Quelle stesse innovazioni ora tornano all’Iran insieme alle lezioni tattiche maturate in Ucraina. La Corea del Nord ha osservato la produzione nello stabilimento di Yelabuga e ottenuto aiuto per la propria. Mentre la Cina ha ricevuto addestramento e dati preziosi sulle prestazioni delle sue componenti in combattimento.

Il sostegno resta volutamente circoscritto, con l’eccezione rappresentata dall’invio delle truppe nordcoreane a combattere contro l’Ucraina. Per gli autori non è un segno di debolezza, ma anzi il tratto distintivo di queste partnership, basata sull’ aiutare quando conviene tenendo bassi i rischi. E ogni conflitto avvantaggia anche gli altri. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del greggio, regalando entrate al Cremlino e spingendo Washington ad allentare temporaneamente le restrizioni sul petrolio russo; allo stesso tempo, lo spostamento di difese aeree e portaerei verso il Medio Oriente ha lasciato l’Indo-Pacifico più sguarnito, a beneficio di Pechino.

E a Ovest? Gli Stati Uniti, notano gli autori, partivano con la rete più ampia e capace, ma molti partner si sono mostrati riluttanti e alcuni hanno negato, almeno per un periodo, forme specifiche di accesso militare. Dazi, minacce alla sovranità di Canada e Danimarca, aperture a Kim Jong Un a scapito di Seul, pressioni su Kyiv e perfino la minaccia di bombardare l’Oman finiscono, notano Fontaine e Kendall taylor, per rafforzare l’asse e indebolire la coesione occidentale.

Adesso, concludono, l’imperativo è di non fare ulteriori danni. Subito dopo, rafforzare i partner con filiere affidabili, condivisione tecnologica e una redistribuzione degli oneri che non corra più veloce delle capacità alleate. Il monito finale è che la competizione tra reti sarà lunga, quasi globale e senza scorciatoie. E l’occidente deve essere pronto.

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Fermare l’aggressione russa per proteggere gli Usa. La linea di Talarico (che manca in Italia)

Fermare Vladimir Putin in Ucraina oggi, per non doverlo fermare altrove domani. È la tesi con cui James Talarico, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, ha difeso il sostegno americano a Kyiv. durante un incontro pubblico con gli elettori organizzato da Cnn e Jubilee Media a Fort Worth mercoledì 14 ottobre. A spingere il candidato a rilasciare questo commento è stata la domanda di uno studente della Southern Methodist University, che gli ha chiesto perché Washington dovesse continuare a spendere per una guerra lontana mentre nelle comunità texane si vedono senzatetto sotto i ponti. Talarico ha rovesciato la prospettiva dello studente, presentando gli aiuti all’Ucraina non come un costo ma come un risparmio.

“Abbiamo imparato nella Seconda guerra mondiale che quando non ci opponiamo a un aggressore in Europa, la cosa torna a perseguitarci”, ha detto Talarico, aggiungendo che bisogna rafforzare l’Ucraina e gli alleati della Nato che resistono all’aggressione russa, “così che non dobbiamo farlo noi”. In questa chiave il sostegno a Kyiv diventa “una misura di risparmio. Se riusciamo a fermare Putin in Ucraina, non dovremo fermarlo altrove”.

Non è un ragionamento inedito a Washington, dove da anni chi sostiene Kyiv lo ripropone in forme diverse. Alla base c’è un calcolo di deterrenza, secondo cui le risorse impiegate per consentire all’Ucraina di logorare l’apparato militare russo abbassano la probabilità che Mosca arrivi un giorno a sfidare l’articolo 5 dell’Alleanza, ipotesi nella quale agli Stati Uniti verrebbe chiesto uno sforzo incomparabilmente maggiore, sul piano finanziario e forse anche in termini di vite. Talarico ha scelto di tradurre questo schema nel linguaggio del contribuente, richiamando il dovere di amministrare con cura il denaro pubblico e di sottoporre a verifica continua ogni spesa all’estero, e in questo modo ha provato a rivolgersi anche a un pubblico conservatore senza annacquare la propria impostazione atlantista.

Nel corso dello stesso scambio il candidato ha tenuto separati i due fronti su cui oggi si misura la politica estera americana. A pesare davvero sulle casse federali, nella sua lettura, è il conflitto con l’Iran, che stima in un miliardo di dollari al giorno e al quale attribuisce il rincaro di benzina e diesel, oltre a un tributo di sangue che ha toccato da vicino anche il Texas con la morte di una militare di diciannove anni dell’area di Dallas-Fort Worth, colpita da un attacco iraniano in Giordania. Altrettanto severo il giudizio sulla disponibilità dell’amministrazione Trump a tornare ad acquistare petrolio russo, una decisione che a suo avviso nasce da obiettivi confusi e cangianti e che finisce per “assecondare e blandire” Putin.

Il peso politico di queste parole si comprende meglio guardando all’avversario. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano, nel 2024 si era scagliato contro il senatore uscente John Cornyn per il suo voto favorevole al pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan, accusandolo di essere un repubblicano “America Last”, più attento ai confini degli altri Paesi che a quelli americani. All’incontro di Fort Worth Paxton non si è presentato, come già accaduto in diverse occasioni di confronto pubblico nel corso della campagna.

Dinamiche che risuonano anche in Italia…

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Vescovi con la tessera. Così Pechino ridisegna la Chiesa cattolica cinese

Il mese scorso Chongqing ha avuto un nuovo arcivescovo. Si chiama Andrea Ding, ha 44 anni, fino a poco fa era un semplice parroco e il suo incarico più rilevante era la vicesegreteria del Consiglio dei vescovi cinesi, organismo legato all’Associazione patriottica cattolica. Più o meno negli stessi giorni a Zhangjiakou è arrivato Giuseppe Wang, vicedirettore dell’Associazione nell’Hebei, prendendo il posto di Agostino Cui Tai, detenuto per anni dal governo cinese e messo a riposo dal Vaticano senza che nessuno abbia chiarito se oggi sia libero.

Per Nina Shea, che dirige il Center for Religious Freedom dell’Hudson Institute, sono gli ultimi tasselli di un disegno preciso. L’accordo del 2018, il cui testo non è mai stato reso pubblico, dà a Pechino voce in capitolo nella scelta dei vescovi e lascia al papa un diritto di veto. Il Partito, sostiene Shea, lo sta usando per collocare alla testa delle diocesi i dirigenti dell’Associazione patriottica. Lo sono quasi tutti i 18 vescovi nominati finora, più i due che Roma dovette riconoscere come condizione per firmare.

L’Associazione fu creata sotto Mao per staccare i cattolici cinesi da Roma, e chi vi aderisce si impegna all’“indipendenza” e all’“autogestione” della Chiesa. Benedetto XVI, nella lettera ai cattolici cinesi del 2007, giudicò questo obiettivo inconciliabile con la dottrina. Dal 2018 l’organismo risponde al Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del Pcc e i sacerdoti sono stati spinti ad aderire. Il Vaticano, che pure lo considera illegittimo, ha lasciato correre.

Sono questi vescovi a far rispettare le regole della sinizzazione voluta da Xi Jinping, che prevedono omelie centrate sul suo Pensiero e il divieto di ingresso in chiesa per i minori. Giuseppe Shen Bin fu trasferito a Shanghai da Pechino nel 2023 senza consultare Roma, e papa Francesco ratificò la decisione tre mesi dopo. Da allora parla della sinizzazione come della strada obbligata per la Chiesa cinese. A Shantou siede Giuseppe Huang Bingzhang, che da deputato votò per inserire il Pensiero di Xi in Costituzione e che Roma aveva scomunicato nel 2011. A Mindong Vincenzo Zhan Silu nel 2019 portò 33 preti in un centro di “rieducazione” socialista. Lo scorso dicembre, nell’Henan, Francesco Li Jianlin ha fatto chiudere una chiesa perché alcuni ragazzi vi suonavano degli strumenti, e poi ha esteso il divieto a tutta la provincia. Un fedele ha commentato con AsiaNews che la polizia ormai non serve più.

Chi non si è piegato ha pagato. Shea conta dieci vescovi fedeli a Roma finiti in carcere, scomparsi, degradati o mandati in pensione. Taddeo Ma Daqin, a Shanghai, è chiuso in un seminario da 14 anni. Giulio Jia Zhiguo è morto l’anno scorso in una clinica, sorvegliato dalla polizia.

Intanto i cattolici in Cina restano fermi tra i 10 e i 12 milioni, secondo le stime citate dal Pew Research Center, metà dei quali nella Chiesa clandestina. I protestanti praticanti, secondo il sociologo Fenggang Yang della Purdue University, sarebbero invece circa 100 milioni, e crescono soprattutto nelle comunità non registrate. Proprio quel mondo sotterraneo che il Vaticano, non nominando più vescovi clandestini, ha di fatto abbandonato.

L’intesa è stata rinnovata nel 2024 fino al 2028 e il passaggio a Leone XIV non ha avuto impatti di sorta. Ma se Roma non cambia strada, suggerisce Shea, la Chiesa cattolica cinese è destinata a spegnersi.

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L’inverno più duro di Kyiv arriva sul tavolo dei leader Ue. Il commento di Ecfr

L’inverno alle porte rischia di essere il più duro dall’inizio dell’invasione. Da qui parte Jana Kobzova, senior policy fellow dell’European Council on Foreign Relations, per indicare ciò che i leader europei dovrebbero portare a casa dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles. Il quadro è noto, ma non per questo meno pesante. I raid russi continuano a colpire la rete energetica e l’economia ucraina, le difese aeree scarseggiano e su tutto pesa l’incognita dei contatti tra l’amministrazione Trump e Mosca.

In questo scenario, scrive Kobzova, l’Europa resta “il partner più forte e indispensabile” di Kyiv. Ha già finanziato i preparativi per l’inverno e, se il governo ucraino approverà questa settimana le riforme concordate, coprirà anche le necessità finanziarie più urgenti di fine anno. Il condizionale non è casuale. La bozza delle conclusioni del vertice insiste proprio sulle riforme, da cui dipendono i miliardi di aiuti previsti per il 2026. I leader avranno anche un confronto con il presidente Volodymyr Zelensky.

Sui missili balistici l’analista non si fa illusioni: una soluzione rapida, ammette, non esiste. Si può però lavorare su un fronte più alla portata, quello dei droni a reazione lanciati da Mosca. Per intercettarli servono sistemi a corto e medio raggio, che gli europei possono fornire, insieme a nuovi investimenti nell’industria della difesa ucraina. È anche una questione di conti: un Patriot usato contro un drone è un intercettore in meno quando arriva un Iskander.

Poi c’è il Mar Nero, che per la ricercatrice dovrebbe stare in cima all’agenda. Da lì passa gran parte dell’export ucraino e, con le rotte chiuse, nel 2026 Kyiv rischia di perdere la capacità di finanziarsi da sola. Un blocco prolungato, avverte, finirebbe per trascinare con sé anche altri settori dell’economia.

Il problema non resta confinato alla regione. Se il grano ucraino non parte e la Russia non riesce a spedire fertilizzanti e cereali, a pagare il prezzo sono i mercati alimentari globali. Sono già sotto pressione per la chiusura di Hormuz e per l’arrivo di un super El Niño. Qui, sostiene l’esperta, l’Europa può giocare una carta diplomatica: costruire con i Paesi del Sud globale qualcosa di simile all’accordo che nel 2022, con la mediazione di Ankara e dell’Onu, riaprì il corridoio del grano.

Resta la partita politica, forse la più delicata, ora che torna lo spettro di un’intesa tra Washington e Mosca sopra la testa di ucraini ed europei. In questo clima, scrive Kobzova, l’Europa “può e deve tenere accese le luci per l’Ucraina”. Un passo in questa direzione è arrivato con l’apertura dei cluster negoziali 2 e 3. Erano bloccati dal veto di Budapest, ritirato dopo le modifiche alla legge ucraina sull’istruzione nelle lingue minoritarie. Il presidente del Consiglio europeo António Costa vorrebbe aprire anche gli altri cluster entro dicembre. Per gli ucraini, osserva la senior fellow dell’Ecfr, è la conferma che il loro futuro è nell’Unione europea, per quanto buio sia il momento.

 

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Robot umanoidi al fronte. La promessa (difficile) di Fedorov

Da un “esercito di droni” a un “esercito di robot”. L’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov, rimosso lo scorso luglio dal presidente Volodymyr Zelensky, ha presentato a Leopoli un nuovo progetto che punta a rimpiazzare in larga misura i soldati sul campo di battaglia con sistemi robotici, inclusi robot umanoidi. Il lancio è stato accompagnato da un video in computer grafica di androidi che combattono in trincea e marciano in formazione. Gli obiettivi di Fedorov sono ambiziosi: l’ex plenipotenziario ucraino mira a schierare il primo umanoide al fronte entro sei mesi, e di realizzare entro un anno un’operazione offensiva in cui i robot eseguano da soli le fasi più letali della missione.

Dietro la retorica c’è un problema concreto, quello degli uomini. Secondo il comandante della Guardia nazionale Oleksandr Pivnenko, in alcuni settori del fronte i russi superano gli ucraini nel rapporto di sei a uno. I sistemi robotici sono già presenti, dai veicoli terrestri senza pilota per logistica ed evacuazione dei feriti alle torrette guidate dall’Ia installate a Kyiv contro i droni, ma non sono ancora impiegati su larga scala.

In un’intervista al Washington Post, Fedorov ha chiarito la filosofia dell’iniziativa. La priorità per l’Ucraina è “sopravvivere e preservare l’indipendenza”, e il dibattito sui rischi dell’IA viene categorizzato dall’ex ministro come un lusso che Kyiv non può concedersi. Il timore è che la Russia e i suoi alleati arrivino per primi a droni e robot pienamente autonomi, senza collegamento con un operatore. Una volta schierati i primi robot, sostiene Fedorov, il processo sarà “inevitabile e irreversibile”, e dovrà essere regolamentato in un secondo momento.  Ma nell’ottica odierna, l’obiettivo assoluto è quello di arrivare primi e dettare le regole del gioco. Fedorov paragona i sistemi autonomi alle armi nucleari, “più accessibili e incontrollati”, e invoca un nuovo Progetto Manhattan con le aziende occidentali. Compresa la sua. L’ex ministro ha fondato negli scorsi mesi una società privata operante nel settore della defense tech, che ha come primo investitore l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, il quale secondo quanto raccontato dallo stesso Fedorov è stato il primo a chiamarlo dopo il licenziamento, offrendosi di sostenere qualunque iniziativa avesse in mente.

Restano però molti dubbi sulla fattibilità del progetto. Nessun robot umanoide è mai stato impiegato in combattimento, e il salto dalle piattaforme attuali a quelle bipedi è tutt’altro che scontato. Il successo dei droni ucraini si è fondato su sistemi economici, semplici da produrre in serie e rapidi da riparare o aggiornare. Un umanoide è per definizione più instabile, più costoso e più complesso di un veicolo su ruote o cingoli, e richiede una filiera di componenti che oggi non esiste su scala industriale. C’è poi il nodo dell’autonomia in ambienti saturi di guerra elettronica, a cui si aggiunge un ritardo dottrinale che le forze armate non hanno ancora colmato. La scadenza dei sei mesi appare così più un obiettivo politico che una tabella di marcia realistica.

Al di là dei dubbi sulla fattibilità, l’iniziativa di Fedorov potrebbe rivelarsi un’occasione per l’Italia. L’ex ministro è stato chiamato come consulente dal ministero della Difesa, e porta con sé un’esperienza unica nella costruzione di un ecosistema capace di sviluppare, testare e produrre sistemi senza pilota a ritmi senza precedenti. Per Roma si apre la possibilità di attingere direttamente a quel modello. Potrebbe accelerare i processi di acquisizione, rafforzare il dialogo tra forze armate, startup e grandi gruppi industriali e posizionarsi tra i Paesi europei più avanzati nella robotica militare. In un momento in cui l’Europa è chiamata a colmare il proprio ritardo tecnologico nella difesa, avere accesso alle lezioni apprese sul campo ucraino rappresenta un vantaggio che l’Italia ha tutto l’interesse a sfruttare.

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Irkutsk mette alla prova l’asse Mosca-Pechino sulla biosicurezza?

Il caso di Irkutsk, dove una lavoratrice dell’Istituto anti-peste è morta in circostanze ancora da chiarire, offre preziosi spunti per l’approccio del Cremlino al tema della biosicurezza. Stupisce che gli Stati Uniti si siano offerti di aiutare Mosca. Il presidente Donald Trump ha infatti annunciato che “molto presto” ci sarà una telefonata con il leader russo Vladimir Putin, nonostante il partner con cui la Russia ha costruito negli ultimi anni una collaborazione strutturata in questo settore sia la Cina. Eppure Pechino ha finora scelto il silenzio.

Sul piano sanitario l’allarme resta contenuto. Il Cdc non vede minacce per gli Stati Uniti e l’Oms giudica basso il rischio per la popolazione. La notizia, quindi, non è tanto il decesso. È il modo in cui l’episodio viene gestito, raccontato e collocato nei rapporti tra le grandi potenze. Da parte russa la comunicazione è stata infatti tutt’altro che lineare, con il leader della vicina Buriazia aveva parlato di peste mentre Rospotrebnadzor, l’agenzia sanitaria federale russa, ha parlato di “polmonite di eziologia sconosciuta” e ha escluso incidenti all’interno dell’istituto. Una versione che non è bastata all’Oms, che ha chiesto chiarimenti sulla causa della morte e sull’eventuale patogeno, sollecitando informazioni “tempestive, complete e trasparenti”. Al 4 ottobre invece la Cina non aveva diffuso alcun avviso sanitario né sconsigliato i viaggi in Russia, mentre fino a sei voli al giorno continuavano a collegare Irkutsk a diverse città cinesi. Un silenzio che pesa, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi.

Ad agosto oltre 300 operatori cinesi, tra cui personale di un centro per il controllo delle malattie della People’s Liberation Army, avevano simulato con esperti russi la gestione di un’epidemia di peste importata. All’esercitazione aveva preso parte anche il direttore dell’istituto di Irkutsk. Il 29 settembre funzionari sanitari dei due Paesi si sono incontrati di nuovo, ma nel comunicato finale del caso non c’è traccia. Episodi che sostengono la tesi, espressa dalla Jamestown Foundation, secondo cui Mosca e Pechino stiano costruendo un sistema di biosicurezza condiviso a metà tra la dimensione civile e quella militare. Una rete che si starebbe allargando anche a Bielorussia, Asia centrale e organizzazioni regionali come la Sanghai Cooperation Organization.

Eppure, alla prova dei fatti, questa cooperazione non sembra tradursi in azione. Il caso di Irkutsk avrebbe tutte le caratteristiche per attivarla, essendo molto simile a quello scenario che, in sostanza, russi e cinesi avevano simulato ad agosto. Ma di quella macchina condivisa, oggi, non c’è traccia visibile. Le possibili spiegazioni sono diverse. Pechino potrebbe aver ricevuto da Mosca informazioni sufficienti a ritenere il rischio trascurabile, e scegliere quindi di non intervenire pubblicamente. Oppure la cooperazione potrebbe funzionare su canali riservati, senza alcuna proiezione esterna. O ancora, all’atto pratico questa solidarietà è molto meno forte di quanto potesse sembrare.

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