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Batterie cinesi, la pacchia è finita. L’Europa alza le difese

Stessa storia, solo che al posto delle auto ci sono le batterie. Da quando l’Europa ha imparato a difendersi dalla Cina, molte cose sono cambiate nel Dragone. I costruttori di auto della Repubblica popolare, per esempio, hanno cominciato a girare al largo dal Vecchio continente, complici le regole sempre più stringenti messe in piedi da Bruxelles, a cominciare dall’accordo bilaterale che dimezza i veicoli ibridi cinesi da piazzare sul mercato dell’Unione. Adesso sembra essere arrivato il turno delle batterie, settore direttamente connesso alla mobilità elettrica e di cui la Cina, nemmeno a dirlo è monopolista. Colossi come Catl, Gotion e Sungrow stanno infatti continuando a rafforzare la propria presenza all’estero, anche per espressa richiesta del governo cinese.

Ma, ed è questa la novità, calcolando molto bene le proprie mosse. Non bisogna mai dimenticare che la Cina è orfana da tempo dei propri cavalli di Troia nel Vecchio continente. Vale su tutti il caso dell’Ungheria che all’indomani della caduta di Viktor Orban, che al contrario al Dragone aveva aperto le braccia, ha improvvisamente voltato le spalle ai produttori di batterie cinesi. Il fatto è che le barriere occidentali aumentano e di questo la concorrenza sleale cinese non può non tenere conto. Ora, se è vero come ha scritto il centro studi Climate Energy Finance che le aziende della Cina hanno annunciato 12 miliardi di dollari in investimenti all’estero spalmati su 14 accordi quest’anno e circa 90 miliardi di dollari dal 2023 è altrettanto vero che le autorità di regolamentazione occidentali stanno diventando più severe.

Un esempio? Il Regno Unito ha bloccato le turbine Ming Yang lo scorso marzo, la Germania ha bloccato poche settimane fa un’acquisizione da parte di imprese cinesi nei suoi porti. Non è allora una caso se, tornando alle batterie, le azioni di Catl negli ultimi giorni sono crollate di oltre l’8% dopo risultati del terzo trimestre, ben inferiori alle attese. Mentre Sungrow è sì in trattative con importanti aziende statunitensi di intelligenza artificiale per quanto riguarda lo storage, ma Ubs altre banche d’affari dubitano della possibilità di accesso al mercato statunitense del colosso cinese a causa di dazi e divieti imposti dall’amministrazione Trump.

Tutto questo mentre le restrizioni previste dall’intesa preliminare tra Unione europea e Cina sulle importazioni di auto ibride potrebbero rendere nuovamente interessanti per gli investitori i titoli dei costruttori automobilistici europei. Un messaggio chiaro che emerge da un’analisi di Citi, secondo cui il contenimento della crescita delle quote di mercato dei marchi cinesi potrebbe favorire una rivalutazione del settore, penalizzato negli ultimi anni dalla pressione competitiva asiatica. L’intesa tra Bruxelles e Pechino prevede, giova ricordarlo, un tetto iniziale di 350mila vetture ibride prodotte in Cina importabili nell’Ue nel 2027, a fronte di un volume atteso di circa 800mila unità nel 2026.

C’è però il caso inverso. Yes-Eu, società europea specializzata nell’assistenza alle batterie ad alta tensione, ha inaugurato nell’area di Oslo, in Norvegia, quello che definisce il più grande centro europeo di assistenza per batterie, con una superficie di oltre 10mila metri quadrati. L’iniziativa nasce dalla partnership con Ning Service, il marchio del gruppo cinese Catl dedicato ai servizi post-vendita.Il nuovo polo offrirà servizi di diagnostica, riparazione certificata e gestione dell’intero ciclo di vita delle batterie destinate ad auto, autobus, camion elettrici e sistemi di accumulo energetico. L’obiettivo è ridurre i costi di manutenzione intervenendo, quando possibile, sui singoli moduli difettosi anziché sostituire l’intero pacco batteria.

 

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La vera malata d’Europa è la Germania, non la Francia. Gros spiega perché

Sì, un rischio di contagio dalla Francia c’è per l’Europa. E comunque, se proprio la si vuol raccontare tutta, la Germania è messa peggio dei cugini d’Oltralpe. Daniel Gros, economista tedesco, direttore dell’Institute for European policymaking presso la Bocconi, la prende di petto quando gli si chiede se la polveriera francese, di cui sabato scorso qualcuno ha visto lo spettro per le vie di Milano, sia un rischio per il Vecchio continente, a quindici anni dal dramma della crisi greca. Mario Draghi, certo, non vede particolari pericoli, arrivando a giudicare del tutto fuorviante e dispersivo anche il solo immaginare un intervento della Bce sul debito francese. Per Gros, invece, un rischio, seppur calcolato e minimo, c’è.

Gros, la Francia è una pentola a pressione. Nessuno vuole tirare fuori dall’armadio i fantasmi della crisi greca. Però…

Un pericolo di contagio, contenuto per il momento, c’è. Dipenderà molto da quello che faranno gli altri Paesi e anche la stessa Bce. Ma il rischio, lo ripeto, c’è.

C’è chi ha fatto notare, con cognizione di causa, che oggi l’Europa sia decisamente più grande e vaccinata rispetto a dieci o quindici anni fa. Stiamo negando il problema provando a nasconderci dietro un dito?

No, oggi l’Europa è certamente più attrezzata di quindici anni fa. E anche per questo molti Paesi stanno meglio di anni fa. Però il vero punto sono le banche: oggi il sistema continentale del credito è molto più robusto e strutturato rispetto al 2008, quando esplose la crisi di Lehman Brothers ci colse impreparati.

Se le dico che oggi la Francia è la grande malata d’Europa, lei è d’accordo?

La Francia non è la Grecia. E comunque, l’economia di Parigi non è poi messa così male. Anzi, le dico di più, cresce più di quella tedesca, se in Europa c’è una grande malata, quella è la Germania.

D’accordo, concesso. Però le immagini delle devastazioni per le strade delle città francesi parlano chiaro. Come si è arrivati a questo?

La Francia, ed è questo il problema più della crescita, ha un sistema politico paralizzata ed è per questo che i conti pubblici sono sfuggiti di mano. Parigi viene da quindici anni di politiche keynesiane, l’austerità l’avrebbe dovuta fare quando le cose andavano meglio di adesso.

Lei ha citato la Germania. In effetti Berlino, tra concorrenza cinese e dipendenza energetica dalla Russia, è messa male. La crisi, drammatica, di Volkswagen sta lì a dimostrarlo. Come si immagina l’ex locomotiva d’Europa tra cinque anni?

Siamo vicini al fondo della valle, i settori energivori stanno lasciando la Germania, mentre il settore automobilistico si sta riconvertendo, passando dalle macchine agli armamenti. Toccando il fondo, forse, ci potrà essere qualche cambiamento significativo.

Parliamo di energia. L’Italia è tra i Paesi in Europa che batte maggiormente i pugni sul tavolo per riformare, se non azzerare, il meccanismo della tassazione del carbonio, l’Ets. Le pare una battaglia giusta?

Francamente, l’ultima cosa che cambierei in Europa è proprio il sistema Ets, che è indolore ed efficace nel ridurre le emissioni. Magari si possono abolire altri regolamenti che impattano sul prezzo dell’energia. Ma l’Ets credo che ci serva.

L’Europa e le banche. Il futuro, viene detto da più parti, è il consolidamento: spalle larghe per competere con i giganti di Cina e Stati Uniti. E l’immancabile mercato unico dei capitali…

Non sono d’accordo. Non vedo il bisogno di aggregazioni per competere con i colossi americani, che fanno profitto dalla loro posizione da oligopolio. Le ricerche non evidenziano economie di scala per le banche oltre una dimensione di bilancio di qualche miliardo.

Insomma?

La competitività delle banche europee dipende meno dall’assenza di un mercato unico dei capitali e più da costi di personale molto rigidi, che rallentano l’adozione di tecnologie. Il caso Commerzbank (la banca tedesca sempre più vicina alle nozze con Unicredit, ndr) ci insegna che è più importante avere un mercato e una concorrenza per corporate control, che un mercato unico dei capitali a livello europeo.

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Petrolio, così l’India diventa partner strategico per il Venezuela

L’India mette ufficialmente un piede, o forse anche due, nel Venezuela della seconda vita, almeno se il metro di misura è il petrolio. Pochi giorni fa questo giornale ha dato conto delle prime, vere, connessioni tra il Paese degli elefanti e il governo di Caracas, che da quando è stato affidato a Delcy Rodriguez, ha intrapreso la strada del libero mercato e dell’apertura dell’industria del greggio. Adesso sta succedendo, per davvero. Gli Stati Uniti guardano ufficialmente alle raffinerie indiane per aumentare la disponibilità di carburanti sui mercati internazionali, messi sotto pressione dalla guerra in Iran e dalle difficoltà della navigazione nel Golfo. Al centro dell’iniziativa americana c’è, dettaglio anche questo anticipato da Formiche.net, Reliance Industries, il conglomerato controllato da Mukesh Ambani, che Washington vorrebbe coinvolgere in una maggiore lavorazione del petrolio venezuelano.

A indicare questa prospettiva è stato il segretario di Stato americano Marco Rubio, arrivato a Mumbai per una visita di tre giorni. Rubio che ha annunciato l’intenzione di discutere la questione con Ambani e con i dirigenti di Reliance, riconoscendo all’India un ruolo di primo piano nella raffinazione internazionale. D’altronde, il greggio venezuelano presenta caratteristiche che ne rendono complessa la trasformazione in carburanti commerciali. È generalmente più pesante rispetto ad altre qualità di petrolio e richiede impianti dotati di tecnologie specifiche. Le grandi raffinerie indiane, e in particolare quelle di Reliance, dispongono di capacità adatte a trattare anche queste forniture.

Non a caso Rubio ha definito l’India una potenza mondiale della raffinazione, sottolineando che alcune imprese del Paese possiedono inoltre interessi petroliferi già esistenti in Venezuela. Per Washington, questa combinazione di capacità industriale e rapporti commerciali potrebbe contribuire ad aumentare la quantità di prodotti petroliferi disponibili in una fase di forte instabilità energetica. Tutto questo mentre Caracas si avvicina alla cosiddetta quota Trump. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Il Venezuela avanza a passo spedito.

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Senza la Cina l’auto europea può tornare a volare sui mercati. Parola di Citi

Sono tanti, forse inaspettati, gli effetti benefici dell’accordo tra Cina ed Europa sulle importazioni di auto ibride. Primo tassello, per non dire pietra angolare, della strategia messa a punto dalla Commissione europea per tentare di pareggiare il conto con Pechino sul versante commerciale. Dopo aver costretto i costruttori cinesi a deviare il loro percorso verso il Golfo, reazione naturale al fatto che in Europa i costruttori del Dragone potranno vendere la metà delle auto fin qui piazzate, adesso saranno i mercati a sorridere alla case europee. Parola di Citi, una delle più grandi banche d’affari del mondo. La quale in un report mette nero su bianco i nuovi vantaggi dell’intesa sottoscritta dieci giorni fa.

Ebbene, le restrizioni previste dall’intesa preliminare tra Unione europea e Cina sulle importazioni di auto ibride potrebbero rendere nuovamente interessanti per gli investitori i titoli dei costruttori automobilistici europei. Un messaggio chiaro che emerge da un’analisi di Citi, secondo cui il contenimento della crescita delle quote di mercato dei marchi cinesi potrebbe favorire una rivalutazione del settore, penalizzato negli ultimi anni dalla pressione competitiva asiatica. L’intesa tra Bruxelles e Pechino prevede, giova ricordarlo, un tetto iniziale di 350mila vetture ibride prodotte in Cina importabili nell’Ue nel 2027, a fronte di un volume atteso di circa 800mila unità nel 2026. Il meccanismo, della durata di quattro anni, consentirebbe un aumento del limite del 6% annuo.

Secondo Citi, la misura potrebbe rallentare significativamente la conquista di quote di mercato da parte dei costruttori cinesi, costringendoli a rivedere le strategie commerciali e di prezzo e ad accelerare la localizzazione della produzione in Europa. Tra i potenziali beneficiari figurano Volkswagen, Stellantis e Renault. Non è tutto. Anche JP Morgan ritiene che le restrizioni favoriranno il trasferimento di attività produttive dei gruppi cinesi all’interno dell’Unione europea, aumentando però gli investimenti necessari per competere sul mercato europeo. Secondo gli analisti, in sintesi, l’intesa potrebbe offrire ai costruttori europei una tregua sul fronte commerciale, pur nella consapevolezza che il recupero di attrattività dei titoli resta legato all’attuazione delle restrizioni e alla capacità dei gruppi di migliorare margini e competitività. Le misure non eliminerebbero infatti il divario tecnologico e di costo con i concorrenti cinesi, che stanno già accelerando gli investimenti produttivi all’interno dell’Unione europea.

Si diceva del Golfo. La verità, oltre al fatto che i costruttori europei potrebbero presto riguadagnare il terreno perduto, è che tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita.

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Ecco come il governo va ancora in soccorso delle imprese sul payback

Ci risiamo. Ancora una volta futuro delle imprese italiane dei dispositivi medici è a rischio. E, ancora una volta, la spada di Damocle si chiama payback. Un tema di cui questo giornale si è occupato spesso, dando contezza della grande incertezza che ha attanagliato, e ancora attanaglia, un intero comparto industriale. Quello cioè che rifornisce le Pubbliche amministrazioni dei macchinari con cui effettuare controlli, diagnosi, radiografia e molto altro.  Introdotto nel 2015, il payback dei dispositivi medici è diventato operativo nel 2022, col governo Draghi, anche per gli sforamenti relativi al periodo 2015-2018. Quando una Regione supera il tetto di spesa per i dispositivi medici, il 50% dello sforamento viene ripianato dalle imprese fornitrici, in proporzione al fatturato realizzato con il Servizio sanitario nazionale, mentre l’altro 50% resta a carico delle Regioni.

In altre parole, il payback costringe le aziende a pagare di tasca propria metà dello sforamento dei tetti di spesa che sono abbondantemente sottofinanziati e dunque da sempre vengono sfondati. Tutto questo è una vera e propria ipoteca sugli investimenti delle aziende che producono e vendono dispositivi medici. Per avere un’idea, dopo aver fatto pagare 500 milioni alle imprese per il triennio 2015-2018, resta oggi in sospeso la cifra di 5 miliardi per il 2019-2024 mentre solo per il 2025 lo sfondamento del tetto è di 2,8 miliardi con un payback stimato a carico delle imprese di 1,45 miliardi. Se poi al conto dei denari dovuti dalla filiera dei dispositivi si aggiunge anche il payback dovuto dalle aziende farmaceutiche, il totale arriva a sfiorare i 4 miliardi solo per l’anno scorso. Una somma insostenibile con le imprese che aspettano ora un segnale importante in manovra.

Segnale che potrebbe arrivare, anche se non sarà un colpo di magia. Le imprese medicali chiedono nella sostanza due azioni al governo: primo, alzare il tetto di spesa e tararlo su livelli coerenti con i fabbisogni e, secondo, l’azzeramento definitivo del meccanismo per la compartecipazione delle imprese al ripiano dei disavanzi (come invece potrebbe fare la Corte costituzionale a cui i giudici amministrativi del Lazio hanno sollevato la questione di legittimità). Ora, secondo quanto risulta a Formiche.net, la questione sarebbe ancora una volta stata presa a cuore da Fratelli d’Italia che, in vista della prossima manovra, punta a innalzare il tetto della spesa per i dispositivi dello 0,2%, dopo che il massimale dello scorso anno era stato portato al 4,6%. in questo modo, è il ragionamento si punta a smorzare un po’ la pressione sulle imprese, scongiurando una nuova mazzata per gli anni a venire. Ma, viene fatto notare da fonti vicine agli ambienti, se il pregresso è di 5 miliardi, e lo è, sarà impossibile in questa legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni, fare tabula rasa.

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Il muro Ue sulle auto cinesi funziona. E il Dragone vira sul Golfo

Funziona, ed è già una notizia. Nel lungo e faticoso cammino verso il riequilibrio dei pesi commerciali tra Cina ed Europa, quest’ultima raccoglie un primo, non scontato, frutto. Tutto merito dell’accordo raggiunto tra Bruxelles e Pechino a latere della delicata ma non ancora decisiva trasferta in terra cinese del commissario al Commercio  Maroš Šefčovič, due settimane fa, per limitare l’ingresso di auto elettriche e ibride cinesi sul mercato europeo. Non bisogna certo ricordare il conto dei danni causati ai costruttori del Vecchio continente dalla concorrenza sussidiata e per questo sleale della Cina, che produce di più e vende a meno. La crisi nella quale è precipitata Volkswagen è l’esempio più lampante di come l’industria cinese abbia demolito un poco alla volta quella europea.

Ora però l’accordo siglato pochi giorni fa, che nei fatti porta a 350 mila in numero di veicoli cinesi ibridi da commercializzare sul mercato europeo, genera i primi effetti benefici. Per esempio, costringere i costruttori cinesi a dirottare il grosso della auto che non possono più entrare in Ue, verso altri lidi: come il Golfo. E andando anche oltre il concetto stesso di veicolo. Proprio in queste settimane, Paesi quali Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman stanno diversificando le proprie fonti energetiche, puntando su energie alternative, perseguendo obiettivi ambientali e modernizzando le proprie infrastrutture di trasporto. Cosa c’entrano le quattro ruote? Allo stesso tempo, i produttori cinesi non si limitano più dunque a vendere solo auto economiche e basilari. Al contrario, stanno costruendo reti di distribuzione, stringendo partnership e introducendo tecnologie avanzate per le batterie in una regione a lungo dominata da marchi giapponesi, americani, sudcoreani ed europei.

Insomma, tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita. Altri stanno seguendo percorsi simili. Geely, per esempio, sta consolidando la sua posizione con auto tradizionali, modelli elettrici e marchi premium.

Il dato rilevante è comunque la buona riuscita dell’operazione dell’Ue sulle auto cinesi. Come sottolineato pochi giorni fa dall’istituto Bruegel, “se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Come a dire, funziona.

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100 miliardi, ecco come il Venezuela si avvicina alla quota Trump sul petrolio

La quota Trump, se così la si può chiamare, non è poi così lontana. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina. Caracas, per stessa ammissione della presidente ad interim Delcy Rodriguez, il cui insediamento ha certamente oliato gli ingranaggi per una rinascita industriale ed economica del Paese, anche grazie alla regia americana.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Rodriguez ha affermato che i progetti sono pensati per unire capitali esteri a risorse finanziarie e manodopera venezuelane.

Non è tutto. La stessa Rodriguez ha spiegato come gli investimenti previsti genererebbero oltre 324 mila posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotti. Una cifra che sottolinea quanto ampio sia l’obiettivo del Venezuela, che cerca di ricostruire un settore petrolifero ancora molto lontano dai suoi picchi storici di produzione, nonostante disponga delle maggiori riserve di greggio al mondo. Certo, tradurre gli impegni in produzione richiederà anni di perforazioni e spese per giacimenti deteriorati, sistemi elettrici e altre infrastrutture, oltre a garanzie per gli investitori preoccupati dalla storia di nazionalizzazioni del Paese e dai rischi politici e legali.

Lo sforzo, comunque, c’è. Chevron, tra le più grandi compagnie al mondo, di recente ha ampliato i propri diritti di sviluppo nella fascia dell’Orinoco e ha riveduto i termini delle sue attività in Venezuela, dichiarando che gli accordi sottoscritti tra Caracas e Washington aprono la strada a nuovi investimenti ma che restano ancora anni di lavoro. L’azienda ha affermato che la crescita a lungo termine dipenderà dalla prosecuzione delle riforme e dalla cooperazione tra industria e governo per migliorare le infrastrutture. Insomma, la campagna per gli investimenti è sempre più legata a uno sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per rilanciare il vasto ma persistentemente debole settore petrolifero venezuelano. Gli obiettivi mostrano quanto sia grande la sfida. Ma vale la pena tentare.

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AI, l’Europa può ancora giocarsela con la Cina. Grazie all’industria

Sì, la Cina è la fucina globale dell’Intelligenza Artificiale a basso costo, ma dalla qualità e sicurezza tutta da verificare. Ma l’Europa, almeno sul campo dell’industria la partita con Pechino se la può giocare, eccome. Nel grande gioco della competizione tra Europa e Cina, che valica anche il concetto stesso di Intelligenza Artificiale, il Vecchio continente ha i suoi assi, specialmente per quanto riguarda la tecnologia applicata alla manifattura. Bisogna solo andare un po’ più in profondità per accorgersene. Come a dire, se a prima vista la Cina sembra ben posizionata per dominare l’implementazione dell’intelligenza artificiale negli stabilimenti produttivi, con i suoi sistemi vicini a eguagliare le prestazioni dei principali concorrenti statunitensi, anche i più tradizionali conglomerati industriali europei stanno cercando di sfruttare l’Intelligenza Artificiale per dominare la prossima fase dell’automazione industriale.

Con un’enorme quantità di dati di produzione a disposizione, ha fatto notare l’agenzia Bloomberg in un’analisi dedicata proprio alla corsa dell’Ue all’AI, aziende europee quali Siemens, ABB e Schneider Electric sperano che il continente possa accaparrarsi questo redditizio settore dello sviluppo dell’IA, dopo aver fallito nella creazione di chatbot all’avanguardia come invece fatto dalle, rispettivamente cinese e americana DeepSeek o Claude. Ora, il successo delle imprese dell’Unione sul versante dell’AI renderebbe più difficile per i concorrenti emergenti, tra cui proprio gli unicorni cinesi, sottrarre loro clienti e quote di mercato, oltre che competitività. Contribuirebbe inoltre a limitare la dipendenza tecnologica ed economica dell’Europa da Stati Uniti e Cina.

Ora, secondo l’agenzia di stampa americana, il ruolo della Cina come officina del mondo è un fenomeno relativamente recente, “la qualità delle sue fabbriche varia notevolmente e molti impianti si affidano ancora in larga misura al lavoro manuale. L’Europa installa robot e digitalizza la produzione da più tempo, perché rappresentava un modo per affrontare i costi del lavoro relativamente elevati della regione. Inoltre, molte delle apparecchiature installate nelle fabbriche di tutto il mondo sono prodotte in Europa. Ciò significa che le aziende europee dispongono di una grande quantità di dati necessari per costruire i migliori sistemi industriali basati sull’Intelligenza Artificiale. E sono particolarmente abili nell’utilizzarla per prevedere i guasti delle apparecchiature, migliorare la qualità dei prodotti e rendere più efficienti i macchinari esistenti”.

Insomma, la Cina se proprio non si può battere, si può tenere a bada. Diverso, tuttavia, il discorso degli Stati Uniti, che sono un passo avanti a tutti. “Mentre i gruppi industriali europei sono profondamente radicati nelle fabbriche di tutto il mondo, le aziende statunitensi possiedono i sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati e si stanno impegnando a fondo per trasferire le loro capacità nel mondo fisico. Nvidia, con sede a Santa Clara, in California, detiene un vantaggio schiacciante nel settore dei chip per l’IA e quasi tutti i produttori che sviluppano l’IA industriale utilizzano le sue apparecchiature per addestrare i robot e velocizzare le simulazioni. Alcune startup americane nel campo dell’IA industriale stanno attirando valutazioni considerevoli. Prometheus, cofondata da Jeff Bezos e Vik Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari”. Solo nel mese di giugno.

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Petrolio e debito, il Venezuela scopre le carte

Un piano spiegato ai creditori. Perché chi ha un debito, e il Venezuela ne ha uno estero di 240 miliardi di dollari, tra i più consistenti al mondo, deve chiarire come e dove trovare i soldi con cui saldare il conto. Creditori tra i quali c’è il Fondo monetario internazionale che, non ultimo, ha accordato a Caracas alcuni finanziamenti per la ricostruzione all’indomani del sisma di pochi mesi. Ora, per un Paese che ha sotto i propri piedi un quinto delle riserve mondiali di petrolio, c’è solo un modo per onorare i propri impegni ed evitare il fallimento: vendere greggio. Prospettiva più che concreta, ora che gli Stati Uniti hanno rimesso in piedi l’industria petrolifera nazionale, anche grazie al coinvolgimento di grandi compagnie straniere.

Ma, comunque, bisogna spiegare. Per questo, in occasione degli incontri del Fmi organizzati a Bangkok, il vicepresidente Calixto Ortega ha presentato un piano per incrementare l’estrazione di petrolio e minerali, i cui proventi saranno destinati sia al ripristino delle reti idriche ed elettriche, sia al sostegno all’economia. Il che, ovviamente, è interesse dei creditori. Ortega ha descritto l’estrazione di petrolio e minerali come le principali fonti di valuta estera per il Venezuela. E secondo la Banca centrale del Venezuela, il piano stesso prevede anche di destinare le entrate ai servizi pubblici essenziali, ridurre l’inflazione a un livello a due cifre, ristrutturare il debito pubblico e semplificare le procedure burocratiche. Ortega ha affermato che le nuove entrate dovrebbero essere utilizzate per ripristinare i servizi idrici ed elettrici, che, a suo dire, erano stati trascurati per un decennio.

Non è finita. Il vicepresidente venezuelano ha inoltre affermato che dall’inizio dell’anno il governo si è adoperato per reinserire il Paese nel sistema finanziario internazionale. Ma, come prevedibile, Ortega ha respinto l’adozione del dollaro statunitense come valuta nazionale del Venezuela: il Paese deve rafforzare il bolívar, che nel medio termine dovrebbe essere in grado di sostenere l’intera economia nazionale. Allo stesso tempo, il dollaro rimane il principale punto di riferimento per i prezzi nei negozi venezuelani, dopo il periodo di iperinflazione del 2017-2021. Di sicuro, tra i creditori che rischiano di rimanere a bocca asciutta, c’è la Cina.

Caracas venderà sì petrolio, ma forse non al Dragone. Essendo la Cina creditore del Venezuela, l’unico modo che aveva quest’ultimo di onorare il debito era la vendita di petrolio. D’altronde, fin dai tempi di Hugo Chávez, Paesi come Cuba, Cina, Russia e Iran sono diventati i partner centrali di un’architettura che combinava fornitura di energia, crediti, cooperazione tecnica e sostegno diplomatico. Attraverso accordi bilaterali e multilaterali, Caracas ha iniziato a offrire petrolio a condizioni preferenziali, con schemi di finanziamento a lungo termine e meccanismi di compensazione non monetaria. Ma il nuovo corso americano, quei barili, forse li terrà lontano dalla Cina.

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Ets, il compromesso all’italiana al Consiglio europeo raccontato da Tabarelli

Il compromesso c’è, anche se le posizioni restano abbastanza lontane. Però il segnale è arrivato. Nella notte del Consiglio europeo, dove le partite di Giorgia Meloni sull’energia erano più di una, è arrivata una prima vera convergenza sul meccanismo per la tassazione delle emissioni, che molti Paesi, Italia in testa, affiancata dalla Confindustria, vorrebbero rivedere in profondità. Nella convinzione che far pagare le imprese produttrici di energia in base all’inquinamento prodotto sia una delle concause dell’aumento del costo dell’elettricità.

Le posizioni, si diceva. Da una parte il gruppo dei Paesi del gruppo di Visegrad, Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, che mira a rinviare l’Ets2 (il nuovo sistema dell’Unione europea per lo scambio di quote di emissione di CO2 creato per affiancare il vecchio sistema Ets1) al 2030, mentre i più convinti sostenitori delle energie rinnovabili puntano i piedi e ribadiscono l’indiscutibilità della transizione green e le sue tempistiche, anche a costo di affossare l’industria. Una posizione di mezzo, e qui viene il compromesso, è quella dell’Italia che, pur facendo asse con il Gruppo di Visegrad, non chiede uno slittamento dei termini, ma punta piuttosto a strappare una “eccezione temporanea nazionale”, sul modello di quella concessa a Spagna e Portogallo nel 2023, quando fu concessa la fissazione di un price cap sull’elettricità.

L’accordo del Consiglio sul capitolo Ets si è fatto attendere sino a tarda notte e il punto di caduta si è trovato su una formulazione delle conclusioni finali che “invita la Commissione europea ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’ETS2, in particolare la sua concezione e le sue garanzie”. Il Consiglio europeo, si legge nelle conclusioni, “sottolinea che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per conseguire l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre in modo strutturale i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro, accelerando l’elettrificazione e diffondendo le fonti energetiche rinnovabili e a basse emissioni di carbonio, le reti nonché lo stoccaggio di energia, come anche promuovendo l’efficienza energetica”.

Tuttavia, “nel contesto del riesame in corso del sistema Ets, e al fine di sostenere la competitività industriale europea, il Consiglio europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, proteggere efficacemente dalla rilocalizzazione delle emissioni di CO2, ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e attenuare il suo impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’Ets nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l’innovazione”. Tradotto, la transizione non si tocca, né tanto meno si discute, però il tema dei prezzi dell’energia non può essere ignorato.

Una questione, quella del costo dell’energia che si ripercuote sulla vita quotidiana, a cominciare dai generi alimentari, planata d’altronde sullo stesso tavolo del Consiglio, il quale “sottolinea l’importanza cruciale di affrontare il problema dei prezzi elevati dell’energia. Ha discusso l’impatto dell’attuale contesto geopolitico sulle catene di approvvigionamento globali, sulla sicurezza energetica e sui prezzi dell’energia e dei carburanti, nonché gli effetti sui cittadini , sull’industria e sull’economia nel suo complesso”. Eppure, per Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, non c’è troppo da gioire. “A me pare che quanto uscito dal Consiglio europeo sia solo un ributtare la palla in tribuna, un segno inequivocabile della grande contraddizione nella quale è imprigionata l’Europa”, spiega Tabarelli, raggiunto telefonicamente da Formiche.net.

“L’Europa si è data l’ambizioso, anzi direi ambiziosissimo, obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2040: un obiettivo, diciamocelo, quasi impossibile considerando che oggi siamo a -37% di emissioni. Ora, se la tassazione del carbone, ovvero l’Ets, si alza ancora, allora forse una possibilità c’è, ma questo significherebbe stroncare quel poco di industria rimasta. E in questo momento per molti Paesi alzare le tasse della decarbonizzazione sulle imprese non sarebbe concepibile. Dall’altra, se invece l’Ets cominciamo a smontarlo, è inutile continuare a parlare di transizione anche solo per un altro minuto. Eccola la contraddizione, fermare l’Ets e chiudere il discorso decarbonizzazione o renderlo ancora più pesante ma chiudere imprese e industrie. Per questo, il compromesso uscito dal Consiglio non risolve molto la faccenda”.

 

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Terre rare ed energia, perché all’Europa serve una vera politica industriale. Report Iai

Guai a pensare che le terre rare siano una cosa e l’energia un’altra. In un mondo ultraveloce, iperconnesso e molto tecnologico, chi ha più materia prima è quello che vince. Lo sanno, per esempio, gli Stati Uniti, che da molto tempo hanno posto le basi per una propria autonomia, sia in termini di estrazione, sia di raffinazione, tagliando i ponti con la Cina. Anche l’Europa dovrebbe fare altrettanto, anche se di minerali nel sottosuolo non ne ha poi in grosse quantità. Eppure, secondo gli esperti dell’Istituto per gli affari internazionali (Iai) autori di un voluminoso report dedicato alla politica industriale continentale, varrebbe la pena tentare.

“Materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali non devono essere considerate ambiti separati, ma parti di una medesima architettura industriale. La disponibilità di materiali critici e semilavorati condiziona la produzione di tecnologie verdi, sistemi digitali e componenti per la difesa”, si legge nel report. “L’energia determina la competitività dei processi produttivi e la sostenibilità della capacità di calcolo, mentre l’IA incide sull’organizzazione della manifattura, sulla logistica, sulla progettazione e sulla sicurezza; le infrastrutture cloud, data storage, telecomunicazioni e satellitari costituiscono la base materiale della sovranità digitale. Ne deriva l’esigenza di una politica industriale realmente olistica, capace di integrare politica energetica, politica digitale, sicurezza economica, difesa, ricerca e manifattura, superando la frammentazione tra capitoli settoriali e tra competenze amministrative”.

Guardando alle materie prime critiche, “costituiscono la base materiale della transizione verde e digitale. La loro criticità deriva da una combinazione precisa: elevata rilevanza economica e forte rischio di approvvigionamento. Il primo nodo è però strutturale. Le tecnologie energetiche e digitali richiedono quantità di materiali critici molto superiori rispetto alle tecnologie che hanno sostenuto l’economia del Novecento. Ciò implica non solo un’accelerazione degli investimenti industriali in Europa e in Italia, ma anche una profonda riconfigurazione delle materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali, che devono essere considerate parti di una medesima architettura industriale”.

Ora, secondo lo Iai, “l’estrazione e raffinazione sono localizzate in pochi Paesi e la Cina detiene una posizione dominante in diverse fasi della catena del valore, controllando gran parte dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare e quote rilevanti di altre materie strategiche. Altri poli cruciali sono l’America Latina, che concentra una quota significativa delle riserve globali e ospita il triangolo del litio tra Argentina, Bolivia e Cile e l’Africa, dove, ad esempio, la Repubblica Democratica del Congo domina la produzione di cobalto, mentre il Sudafrica è tra i principali produttori di platino e palladio”. Ebbene, questa geografia delle risorse “espone Europa e Italia a vulnerabilità economiche e geopolitiche: volatilità dei prezzi, interruzioni delle forniture e possibile utilizzo delle esportazioni come leva di pressione politica. Il problema, dunque, non è tanto la scarsità delle risorse quanto la sicurezza dell’approvvigionamento”.

E allora, che fare? “Per affrontare queste vulnerabilità, l’Unione europea ha adottato nel 2024 il Regolamento Ue sulle materie prime critiche, che stabilisce obiettivi vincolanti al 2030: almeno il 10% del consumo da estrazione interna, il 40% da trasformazione interna e il 25% da riciclo. Si tratta di un disegno ambizioso che tuttavia rischia di riprodurre relazioni asimmetriche con i Paesi produttori se tali partenariati non saranno fondati su modelli di coproduzione e valore condiviso. Questo squilibrio lascia scoperte le fasi di trasformazione della catena del valore. L’industria europea, infatti, dipende in misura significativa anche dall’importazione di semilavorati, ossia materiali già parzialmente trasformati che incorporano fasi produttive ad alto valore aggiunto localizzate all’estero”.

Ed ecco il capitolo energia. “Il tema degli approvvigionamenti strategici è strettamente legato alla sicurezza energetica, tornata al centro dell’agenda europea dopo lo shock provocato dalla guerra russa in Ucraina. Si tratta della capacità di garantire una disponibilità continua di energia a prezzi sostenibili, attraverso fonti sufficientemente diversificate da assorbire eventuali shock esterni. Le principali dimensioni della sicurezza energetica riguardano la sicurezza delle forniture, la resilienza delle infrastrutture, il grado di integrazione del mercato interno e una dimensione geopolitica legata al rischio di strumentalizzazione delle interdipendenze energetiche. L’Unione si trova quindi a dover conciliare obiettivi in tensione: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e, al tempo stesso, accelerare la transizione verso un sistema energetico a basse emissioni”.

Il problema è che “l’economia europea rimane quindi fortemente esposta agli shock energetici. Il gas rappresenta circa il 39% del consumo finale di energia dell’industria europea, mentre il trasporto su strada assorbe circa il 73% del petrolio utilizzato nell’Ue. Inoltre, il gas continua spesso a determinare il prezzo marginale dell’elettricità, trasmettendo la volatilità energetica all’intero sistema economico. In questo contesto, la dimensione energetica assume una valenza strutturalmente strategica. La competizione economica e tecnologica si gioca sempre più sulla capacità di trasformare energia in capacità di calcolo e in valore industriale. In altri termini, infrastrutture energetiche, digitali e industriali tendono a convergere, e i Paesi in grado di integrarle efficacemente disporranno di un vantaggio competitivo strutturale. Ne consegue che sicurezza energetica e transizione climatica non sono alternative, ma dimensioni della stessa strategia industriale”.

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Flessibilità in manovra e bollette. Doppia partita di Meloni al Consiglio europeo

Le idee, Giorgia Meloni, le ha chiare in testa: portare a casa dal Consiglio europeo tutto il buono possibile per l’Italia e la sua economia. Tanto per cominciare, la flessibilità sui conti pubblici, invocata da più parti, a cominciare dagli industriali, e senza la quale ogni intervento a sostegno di famiglie e imprese è praticamente impossibile. Attenzione, bisogna fare un passo indietro. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha accordato all’Italia la famosa clausola Nec, che concede uno scostamento di bilancio da 28 miliardi fino al 2028, da mettere a servizio degli investimenti in efficientamento energetico e Difesa. Dunque, almeno nella logica di Bruxelles, l’Ue la sua parte l’ha fatta. Per Palazzo Chigi, invece, il punto di vista è un po’ diverso.

Non solo, infatti, Roma non disdegnerebbe una maggiore flessibilità sul deficit, (al 3,1% e dunque imprigionato, giova ricordarlo, nella procedura di infrazione che salvo sorprese cadrà tra qualche mese, non appena la traiettoria, calcoli del Tesoro alla mano, si riporterà entro fine anno sotto al 3%, per poi risalire al 3,4% nel 2027). Meloni vuole di più, ovvero utilizzare le maggiori risorse già liberate dall’attivazione della citata clausola Nec per forme più pure di sostegno alle imprese e ai nuclei. Tradotto, una delle questioni che porrà Meloni sul tavolo del Consiglio europeo, è permettere ai denari sbloccati dalla flessibilità concessa di confluire direttamente nella manovra, ma con destinazione all’opportunità anche diversa da Difesa e investimenti nell’energia.

Difficile dire l’Europa possa o meno dire di sì. Specialmente in costanza di altre aperture importanti da parte di Bruxelles. Come, per esempio, quella arrivata proprio in queste ore e che riguarda da vicino il decreto Bollette del febbraio scorso. Palazzo Chigi, infatti, ha previsto nel provvedimento un principio di disaccoppiamento del prezzo del gas sul costo dell’elettricità, al fine di porre fine all’eccessiva influenza che il primo ha sulla seconda. “Siamo vicini a una soluzione compatibile con le regole dell’Ue che consentirebbe di attuare la misura proposta, che ridurrebbe in modo efficace l’incidenza dei costi di generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità. Dopo discussioni intense e costruttive negli ultimi mesi tra la Commissione e le autorità italiane, si sta delineando un accordo di massima sugli elementi chiave”, hanno chiarito dalla Commissione alla vigilia del Consiglio.

Insomma, l’Italia chiede ma l’Europa, a suo dire, concede. Anche perché c’è la questione Ets sempre sulla sfondo. Roma ne farebbe volentieri a meno, adducendo al meccanismo che tassa il carbone una delle concause dell’aumento del costo dell’energia. Bruxelles, dopo un primo alleviamento dei vincoli, la scorsa estate, non ha più ripreso in mano il dossier. Tutto questo mentre il governo ha tracciato il perimetro della prossima legge di Bilancio. Il Documento programmatico di bilancio (Dpb) 2027, deliberato martedì dal Consiglio dei ministri e trasmesso nella notte alla Commissione europea e al Parlamento, delinea una manovra da circa 23,5 miliardi di euro per il 2027, pari a quasi un punto di Pil di interventi. Le coperture arrivano dal settore finanziario, dai risparmi dei ministeri e dai giochi, mentre la quota destinata a difesa e sicurezza energetica sarà finanziata con la clausola di salvaguardia nazionale.

L’impatto netto sui conti è pari allo 0,54% del Pil nel 2027, circa 13 miliardi, e allo 0,56% nel 2028, per poi ridursi allo 0,15% nel 2029. La bussola resta la stessa degli ultimi anni e qui ci ricollega direttamente al discorso delle richiesta italiane in sede di Consiglio europeo: il governo, si legge, “pone al centro della politica di bilancio la tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili, nonché il sostegno alle imprese e gli investimenti” in una strategia che punta a rafforzare il potenziale di crescita “in continuità con l’azione già intrapresa dal governo, salvaguardando, al contempo, la sostenibilità della finanza pubblica”. Il quadro definitivo dipenderà però, come detto, dal confronto con Bruxelles. Il testo precisa, infatti, che “la definizione puntuale degli interventi che confluiranno nel disegno di legge di bilancio di prossima presentazione al Parlamento terrà conto degli esiti delle interlocuzioni in corso con le Autorità europee finalizzate alla migliore definizione del perimetro di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia”.

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Perché l’accordo con la Cina sulle auto può fare scuola. Report Bruegel

Il bicchiere mezzo pieno c’è. E si vede. L’accordo tra Cina ed Europa che riduce a 350 mila i veicoli cinesi ibridi importati nel Vecchio continente, può essere un buon modello su cui impostare i futuri rapporti di forza con la Cina. Di questo sono più che convinti gli economisti del Bruegel, secondo i quali l’intesa raggiunta “è coerente con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio e si inserisce in una politica commerciale e industriale altrettanto coerente per il settore automobilistico dell’Ue. Per il settore automobilistico sono inoltre rilevanti le misure di facilitazione degli scambi in materia di controlli sulle esportazioni e un dialogo sugli investimenti”.

Ed è “probabile che approcci simili vengano adottati in altri settori colpiti dall’impennata delle importazioni cinesi. In tali casi, le misure di salvaguardia possono giustificare l’introduzione di quote assegnate sulla base delle quote di importazione relative a un recente periodo rappresentativo. Anche se le misure vengono applicate a tutte le importazioni, l’impatto sul commercio dei fornitori consolidati è di norma limitato. Per questo raggiungere un accordo tempestivo con la Cina sull’assegnazione delle quote (in questo caso le auto, ndr) può contribuire ad allentare le tensioni”.

Di qui una conclusione. “Se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Certo, una rondine, in questo caso un accordo, non fa primavera. “È fondamentale verificare la disponibilità della Cina a impegnarsi in nuovi negoziati e in buona fede su questioni quali i sussidi industriali o il ruolo delle imprese a controllo statale. Questi fattori sono alla base delle distorsioni competitive nei settori in cui le importazioni dell’Ue dalla Cina sono aumentate vertiginosamente”.

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Senza le banche il debito italiano è più fragile. Cipolletta spiega perché

E pensare che Giancarlo Giorgetti lo ha detto giusto giusto pochi giorni fa, rivolgendosi direttamente ai partiti. Attenti, questo il messaggio di fondo, a non scherzare con il fuoco: i mercati nei giorni scorsi hanno mandato segnali fin troppo chiari, la Francia è un bacillo pronto a contagiare l’intera Europa e l’Italia ne sarebbe la prima vittima con un debito di oltre 3 mila miliardi finanziato per una quota rilevante dagli stessi investitori. Una tempesta finanziaria, insomma, metterebbe il Paese in seri guai. E questo nonostante un paracadute che in questi anni ha più volte permesso all’Italia di schivare una crisi del debito sovrano come quella del 2011. Un paracadute che risponde al nome di banche, per tradizioni grandi sostenitrici del debito italiano.

Due numeri per capire. A marzo 2026 gli istituti di credito detenevano nei propri bilanci 407,3 miliardi di euro di titoli pubblici italiani, con un incremento di 27,2 miliardi rispetto ai dodici mesi precedenti e una crescita annua del 7%. Un dato che conferma il consolidamento di una tendenza iniziata nel corso del 2025 e che segna una netta inversione rispetto al biennio precedente, quando il peso dei Btp nei portafogli bancari era progressivamente diminuito. Tradotto, dopo una flessione del 6,8% nel 2023 e del 2,5% nel 2024, gli investimenti delle banche in titoli di Stato italiani hanno registrato una forte accelerazione nel 2025, con una crescita del 9,9%, per poi attestarsi al 7% nel marzo 2026. Complessivamente, i titoli di Stato rappresentano oggi circa il 75,6% dell’intero portafoglio obbligazionario detenuto dalle banche italiane, che ammonta a 538,8 miliardi di euro.

Eppure l’Europa, o meglio il suo governo, vale a dire la Commissione, è pronta a mettere un tetto alla possibilità per le banche di acquistare titoli di Stato, nell’ambito della più ampia creazione dell’unione bancaria europea. Il parlamento Ue, però, come raccontato dal Sole 24 Ore, sta cercando di far saltare la norma, anche in scia al pressing di alcuni governi, tra cui quello italiano, che non giudicano opportuno in un frangente simile, privare molti Paesi dell’ombrello bancario. Eppure il rischio che l’ombrello si chiuda, anche se non del tutto, c’è. Formiche.net ne ha parlato con Innocenzo Cipolletta, economista di lungo corso ed ex presidente di Assonime.

“Mi sembra una mossa un po’ rischiosa, rischiamo di porre limiti fisici poco utili in una fase in cui i debiti pubblici stanno crescendo in tutto il mondo. Far venire meno una domanda importante di titoli come quella delle banche mi pare poco opportuno in questo momento. L’Europa non dovrebbe agire con formule rigide, semmai operare anche con delle moral suasion“, spiega Cipolletta. Il quale poi chiarisce un concetto. “Dobbiamo sfatare il mito che Stati come l’Italia o la Francia possano fallire, questo rischio non esiste. La stessa Bce, all’indomani della crisi greca, si è sempre impegnata affinché nessuno Stato dell’Unione possa fallire. Ciò non toglie che privarsi di un sostegno al debito come quello delle banche sia un errore in questo lasso temporale”. Cipolletta ne ha poi anche per l’ulteriore flessibilità chiesta da Giorgia Meloni all’Europa, da aggiungere a quella già concessa sotto forma di clausola Nec. “Mi sembra che ulteriori richieste non aiutino la causa dell’economia, mi pare più un calcolo politico che altro”.

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L’energia è un’ipoteca sulla crescita, ma sugli Ets l’Europa sbaglia. Parola di Confindustria

Poteva andare molto meglio, non ci fossero certi gangli dell’Europa a soffocare sul nascere ogni vagito di crescita. Ma poteva andare anche peggio. Nel giorno in cui Giorgia Meloni ha raccontato al Senato e alla Camera la strategia del governo italiano per strappare nuova flessibilità all’Europa, da girare direttamente nella manovra ancora in fase di costruzione, dalla Lanterna di Roma, dove Confindustria ha presentato le sue previsioni per l’economia, arriva più o meno questo messaggio: l’Italia non è messa poi così male, le potenzialità ci sono eccome. Se però solo l’Europa facesse il suo mestiere e semplificasse la catena di montaggio, magari sopprimendo il meccanismo Ets, l’energia non sarebbe quell’ipoteca sulla crescita che è.

Nel 2026 il Pil italiano è cresciuto dunque sopra le attese a +1%, sostanzialmente in linea con la variazione già acquisita. Calcoli alla mano del Centro studi di Confindustria, la cifra è stata rivista al rialzo rispetto alle stime diffuse lo scorso marzo. Nel 2027 l’economia italiana dovrebbe, invece, rallentare a +0,6%, un ritmo in linea con quello già osservato nel 2025. Una crescita fragile, secondo Viale dell’Astronomia, frenata dal rincaro dei prezzi dell’energia, dall’aumento dell’inflazione, dai rialzi dei tassi d’interesse e dalla fine del Pnrr nel 2026.

Ora, secondo gli Industriali, la revisione al rialzo della previsione di crescita del Pil per il 2026, riflette diversi fattori: il buon andamento dell’economia italiana nella prima metà dell’anno, il decisivo apporto del Pnrr, il cui impatto sul Pil, stimato in +0,5 punti percentuali nel 2026, “ha spinto la dinamica soprattutto degli investimenti. E il contenuto trasferimento dei rincari energetici agli altri beni e servizi; il rincaro inferiore alle aspettative del prezzo del petrolio”. Problema, “nel 2027 la crescita media annua risentirà della debolezza della fase finale del 2026 e di un recupero solo moderato a inizio anno. Questo nonostante gli effetti positivi derivanti dalla riapertura dello Stretto di Hormuz: la progressiva discesa dei prezzi delle materie prime energetiche che consentirà il rientro dell’inflazione, la riduzione dell’incertezza, maggiore fiducia di famiglie e imprese, la ripartenza del commercio con i paesi del Golfo. L’anno prossimo la dinamica del Pil sarà ancora trainata dai consumi delle famiglie e dagli investimenti, che però rallenteranno significativamente: +0,5% e +0,8% rispettivamente”, si legge nelle previsioni.

Insomma, “i rischi dello scenario di previsione sono legati all’evolversi dei transiti delle navi per lo Stretto di Hormuz e più in generale alla guerra nel Golfo. Una riduzione dei transiti ed eventuali attacchi a impianti di produzione di gas e petrolio avrebbero impatti negativi sui prezzi delle materie prime energetiche e per questa via sull’inflazione; le banche centrali potrebbero decidere ulteriori rialzi dei tassi. Un altro rischio dello scenario è legato alla volatilità sui mercati finanziari, causata proprio dalla tensione nel mercato mondiale del petrolio e del gas e dai suoi riflessi sulle quotazioni, sull’inflazione e, a cascata, sulle decisioni delle Banche centrali relative ai tassi”. E attenzione ai mercati, decisamente nervosi in queste settimane. “In Europa negli ultimi giorni sono bruscamente saliti i rendimenti dei titoli sovrani, di più in Francia, ma anche in Italia, e maggiori acquisti di titoli tedeschi, con un allargamento degli spread. Se una tale tendenza proseguisse, porrebbe un freno alla crescita in tutto il continente. L’ipotesi alla base dello scenario di previsione per l’economia italiana è che dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti si trovi una soluzione alla guerra Usa-Iran”.

Il vero problema, senza girarci troppo intorno, resta quindi l’energia. E qui l’Europa ha le sue colpe. “L’elevato costo dell’energia rimane la più importante vulnerabilità dell’economia italiana”, è l’allarme degli Industriali. Tanto che con un Brent a circa 126 dollari al barile in media annua nel 2027, rispetto ai 75 dello scenario di base e ai 94 di quest’anno, “si potrebbe annullare la crescita del Pil prevista per il 2027. Lo stesso accadrebbe con il prezzo del petrolio in media a 115 dollari al barile e quello del gas a 89 euro/Mwh, invece dei 58 dello scenario base”.

L’Europa, si diceva. “Il meccanismo di riduzione delle emissioni di CO2 adottato dall’Unione europea (Ets, ndr) al momento e in prospettiva aggrava tale vulnerabilità. E i benefici in termini di emissioni, nella manifattura, sono in buona parte riconducibili alla chiusura delle imprese”. Un esempio? Nella sola manifattura italiana sottoposta a Ets, tra il 2005 e il 2025 le emissioni sono diminuite del 43%. Nello stesso periodo sono stati chiusi 386 impianti manifatturieri, a un ritmo di 19 impianti l’anno. Le chiusure di impianti valgono circa la metà (48%) della riduzione delle emissioni, quindi questa riduzione non deriva da un reale processo di decarbonizzazione. Come a dire, il gioco non vale la candela.

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Prezzi e cyberattacchi, il doppio lato oscuro dell’AI secondo il Fmi

L’Intelligenza Artificiale dà, l’Intelligenza Artificiale prende. Le tecnologie di ultima generazione stanno già sostenendo la crescita dell’economia mondiale e cambiando il mondo del lavoro, su questo non c’è ombra di dubbio. Ma potrebbero cambiare anche il modo in cui si finanziano pensioni, sanità e servizi pubblici, se parte della ricchezza prodotta si sposterà dalle buste paga ai profitti delle imprese, con conseguenze per le entrate fiscali. A lanciare l’allarme, e non è la prima volta, è Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, intervenuta a Bangkok all’apertura degli incontri annuali con la Banca mondiale.

Partendo però, proprio nei giorni in cui Giorgia Meloni ha indicato una via italiana all’Intelligenza Artificiale, dalle indicazioni contenute nell’ultimo Global financial stability report. Indicazioni che per il Fondo monetario sono essenzialmente tre, per altrettanti fattori di rischio. E dunque Intelligenza artificiale, inflazione e conti pubblici, cyberattacchi: sono le tre criticità individuate dal Fmi nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. “Questi rischi di per sé non minacciano necessariamente la stabilità, ma potrebbero diventare un rischio sistemico se venissero amplificati dalle vulnerabilità finanziarie”, afferma l’istituzione nell’editoriale del Global Financial Stability Report. Rischi principali che sul breve termine “potrebbero fare da catalizzatore ad un brusco inasprimento delle condizioni finanziarie e a turbolenze dei mercati”.

“Il primo è quello che un indebolimento degli investimenti e della redditività sull’Intelligenza Artificiale potrebbe innescare una correzione dei prezzi legati al settore, esacerbata dal crescente utilizzo della leva finanziaria, dalla concentrazione delle esposizioni e dai meccanismi che si sono creati sui sistemi di finanziamento”. Ed è “probabile che le giurisdizioni più esposte alle ricadute negative di marcate correzioni dei mercati siano quelle più sensibili agli sviluppi dell’IA, così come quelle con consistenti esposizioni sui titoli”. Il secondo rischio è quello della ripresa dell’inflazione e delle preoccupazioni sulla tenuta dei conti pubblici: “potrebbero innescare marcati rialzi dei tassi sui titoli di Stato e provocare ampie turbolenze sui mercati, data l’importanza dei titoli pubblici. Gli elevati debiti pubblici e la necessità di provvedere al rinnovo dei titoli in scadenza restano questioni irrisolte”, scrive il Fmi.

Terzo, secondo il Fmi i cyber attacchi “costituiscono un crescente rischio sistemico mentre i servizi finanziari diventano sempre più digitali e interconnessi. Per parte loro i modelli più spinti di IA stanno emergendo sia come potenti facilitatori dei cyberattacchi, sia come strumenti chiave per la difesa dagli stessi”. Di qui l’avvertimento di Georgieva. “Due forze agiscono sull’economia: da un lato l’aumento dei prezzi dell’energia, che crea shock negativi nell’offerta alimentando l’inflazione, dall’altro gli investimenti, soprattutto nell’Intelligenza Artificiale, che generano uno shock della domanda”. Tuttavia, “mentre molte economie avanzate hanno beneficiato dell’aumento degli investimenti nelle tecnologie di Intelligenza Artificiale, i Paesi più poveri, che non traggono vantaggio da tale boom, si trovano di fronte a scelte difficili nel gestire i prezzi elevati dell’energia causati dalla guerra in Iran”.

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Stop all’Ets e acquisti di energia centralizzati. La via europea per sopravvivere a Hormuz secondo Sommella

ROBERTO SOMMELLA GIORNALISTA

Quando si vive in uno spazio comune, è facile prendersi un raffreddore. E qualcuno, in Europa, il raffreddore ce l’ha: la Francia, un tempo invincibile e dispensatrice di buone politiche insieme alla Germania, oggi decisamente malconcia. Viene da chiedersi, dunque, se l’Italia alle prese con l’ultima manovra del governo Meloni e travolta, come del resto un po’ tutti nel Vecchio continente, rischi di beccarsi qualche bacillo. Formiche.net lo ha chiesto a Roberto Sommella, giornalista, saggista e direttore di MF-Milano Finanza. “L’incendio francese per ora è in piazza”, spiega Sommella, “per le proteste degli studenti. Sui mercati è cresciuto però il rischio Parigi che ci deve far ricordare una cosa: quando sei nell’euro nessuno è immune dal contagio e la crescita dello spread e degli interessi sul debito francese lo dimostra. Noi italiani dovremmo stare al riparo da questo virus, a patto di tagliare il debito e abbassare le tasse per la crescita”.

Eppure, se non si ha proprio la memoria corta, ci si dovrebbe ricordare di quanto l’Italia sia stata massacrata da Bruxelles solo per l’aver sforato il deficit di qualche decimale. Mentre invece Parigi, che oggi viaggia abbondantemente sopra il 5%, è sempre stata trattata con un occhio di riguardo. Ed è lo stesso Sommella a spiegare questo paradosso. “È così, per un motivo molto semplice, le regole sul deficit al 3% le hanno fatte i francesi con la complicità dei tedeschi”. Fin qui il capitolo mercato.

L’altro focolaio è l’energia. Chi importa petrolio e gas, come l’Italia, oltre a rischiare di rimanere a secco di materia prima, sta sperimentando pericolosi aumenti in bolletta. E allora, che fare? “Lo shock energetico che va dall’Ucraina a Hormuz ha solo una possibile risposta che è quella europea: meno tasse sulle emissioni inquinanti, meno Ets, più acquisti centrali di energia ma a condizioni di mercato”, spiega Sommella, facendo sua la proposta dello stesso governo Meloni per un azzeramento, o qualcosa di molto simile, del meccanismo Ets che tassa il carbone.

La discussione si chiude poi sulla necessità per l’Europa di rimanere al passo di Cina e Stati Uniti, investendo decine di miliardi in tecnologia, transizione e Intelligenza Artificiale. In una parola, competitività. Ma come fare a generare quei denari utili alla causa? “Rilanciando l’industria europea. Con il New Green Deal abbiamo fatto regole con cui si vendono in Europa auto cinesi e non europee, ditemi se ha un senso”. E sulla manovra, dalla coperta ancora corta, nulla di nuovo sotto il sole. “Finché avremo 3 mila miliardi di debito e cento miliardi l’anno di evasione fiscale non avremo alternative, con nessun governo di qualsiasi colore politico”.

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Il debito costa, la politica sia responsabile. L’appello di Giorgetti

Ancora prudenza, ancora pragmatismo. E un appello. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia alla sua ultima manovra, è tornato a ribadire la filosofia che guiderà la finanziaria in fase di stesura. A dieci giorni dall’approvazione del Documento programmatico di finanza pubblica, il titolare di Via XX settembre è intervenuto alla Camera, presso le commissioni riuniti Bilancio, rimarcando gli obiettivi del governo: ulteriore alleggerimento fiscale a mezzo taglio delle aliquote Irpef anche per i redditi fino a 60 mila euro ed ecobonus al 65% per l’efficientamento energetico. Consapevole che, nonostante la flessibilità concessa dall’Europa e accordata all’Italia che vale 28 miliardi da qui al 2028 da spendere per investimenti in energia e Difesa, non sarà possibile fare i salti mortali, visto il disavanzo ancora fermo al 3,1% e la procedura di infrazione ancora in essere. Naturalmente, gli osservati speciali rimangono l’inflazione, la crisi in Medio Oriente e i mercati, ancora piuttosto nervosi a causa della crisi francese.

Partendo proprio dai mercati, Giorgetti si è rivolto ai partiti, affinché abbiano a cuore la sostenibilità del debito italiano. “La credibilità finanziaria del Paese, ancora più in una fase come questa, è una risorsa che va assolutamente preservata con l’auspicabile più ampio consenso delle forze parlamentari. L’Italia ha dimostrato in questi anni di saper rispettare gli impegni assunti nell’ambito delle nuove regole europee di bilancio e di voler mantenere un percorso di finanza pubblica sostenibile senza rinunciare tuttavia a mettere in luce alcuni nodi irrisolti della nuova governance economica che solo con la sua concreta applicazione potevano emergere”.

Parlando poi della clausola Nec per la flessibilità concessa, “le maggiori risorse per la difesa e la sicurezza energetica saranno destinate in misura significativa per spese in conto capitale, stimolando gli investimenti e l’occupazione e di conseguenza i redditi disponibili reali e i consumi delle famiglie”, ha chiarito Giorgetti, blindando così la destinazione dei maggiori fondi sbloccati proprio grazie allo spazio di manovra concesso dall’Europa. Il responsabile di Via XX Settembre ha dunque concluso, chiarendo l’orizzonte dell’esecutivo.

“Il Documento programmatico arriva in un contesto particolarmente complesso, fare previsioni diventa sempre più complicato, ciononostante confermiamo in termini programmatici il sentiero di spesa così come era stato previsto”. E dunque, “la composizione della manovra sarà quindi definita alla luce del completamento della procedura europea che non è ancora conclusa, dovendosi attendere la formale approvazione del Consiglio: è in questo contesto e all’interno di tale procedura che deve essere letto il contenuto programmatico del Documento. La composizione della manovra  sarà quindi definita alla luce del completamento della procedura europea ed elementi saranno forniti nel Documento programmatico di bilancio che, a breve, il governo trasmetterà al Parlamento e alle autorità europee. Ma nel mentre ricordiamoci sempre che la credibilità costruita rappresenta una vera risorsa da preservare”.

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Governance e investimenti, la via italiana per l’AI secondo Meloni

L’Italia potrà avere una sua Intelligenza Artificiale fatta in casa? Con Cina e Stati Uniti impegnati in un corpo a corpo a colpi di applicazioni per garantirsi la supremazia tecnologica globale, all’Europa, e dunque anche all’Italia, non resta che trovare una propria strada che impedisca di rimanere schiacciati nella pressa di Occidente e Oriente. Tanto Roma, quanto Bruxelles sanno che il Vecchio continente non può e non deve rimanere tagliato fuori dalla corsa all’Intelligenza Artificiale. Per questo, Giorgia Meloni, parlando dinnanzi alla platea dell’Assolombarda, ha tracciato una rotta. Una rotta che porta dritti a un’infrastruttura AI made in Italy.

“Io sono convinta che l’Italia possa dire la sua, non inseguendo gli altri sul loro terreno, ma portando l’Intelligenza Artificiale dentro quello che noi sappiamo fare meglio. È questa la via italiana all’Intelligenza Artificiale, un’Intelligenza Artificiale che nasce dalla manifattura, lavora con le persone e non al loro posto. Che rende più competitive le nostre imprese, anche le più piccole, e più qualificato il lavoro. E non è un’ipotesi astratta, perché questa via in parte voi la state già tracciando”. Un esempio? “La zona di innovazione e sviluppo dedicata all’Intelligenza Artificiale a Milano, il polo per la Physical AI al MIND, il ponte con la Silicon Valley di Officina Italia: sono la prova che il tessuto produttivo italiano è pronto a passare da utilizzatore a produttore”.

Va bene, però al netto dei proclami e della volontà politica, bisogna andare nel concreto. E due cose servono se si vuole davvero creare un’infrastruttura AI tricolore: investimenti e governance. Quest’ultima, per Meloni “è urgente ma va affrontata a livello globale. L’Italia ha messo il tema al centro della sua presidenza del G7, chiamando a parlarne Papa Francesco, e guardiamo con interesse a tutte le iniziative che vanno in questa direzione”. E gli investimenti? Qui il premier ha lanciato una proposta. “Considero di buon senso trovare il modo per promuovere anche gli investimenti in software utilizzati tramite i contratti di cloud: voglio annunciare che col ministro Giorgetti stiamo lavorando per introdurre nella legge di Bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti in questa tipologia di beni”.

Insomma, l’orizzonte indicato “è quello della physical AI, l’Intelligenza Artificiale che esce dagli schermi, come veniva detto, entra nelle macchine, nei robot, nelle linee di produzione. Una sfida tanto più impegnativa perché, parliamoci chiaro, noi come Europa non partiamo in vantaggio. Stati Uniti e Cina hanno su questo investito risorse enormi e sui grandi modelli generalisti la partita per ora si gioca altrove. Però la physical AI è un terreno diverso perché qui gli algoritmi non bastano, qui servono le macchine, servono i sensori, serve la meccatronica e serve la conoscenza profonda dei processi produttivi, quella che si accumula in decenni di fabbrica, ed è esattamente quella che l’Italia ha. Noi siamo tra i principali produttori al mondo di macchine e automazione industriale, abbiamo filiere che presidiano ogni fase della produzione, un patrimonio di competenze che in pochi possono vantare”.

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La Cina glissa sulla sicurezza nell’AI. E chiama a raccolta mille cervelloni

A qualcuno potrebbe venire in mente il celebre capolavoro del Caravaggio, I bari. Perché sì, sull’Intelligenza Artificiale, la Cina bara un po’. Che Pechino abbia ormai ingaggiato una gara con gli Stati Uniti è vero, così come è altrettanto vero che la tecnologia americana sia di qualità superiore a quella cinese, la quale costa meno di quella occidentale. Eppure, qualcosa non torna. Per esempio, il fatto che alcune delle principali aziende cinesi attive nell’Intelligenza Artificiale, hanno reso noto i loro test sulla sicurezza e l’affidabilità relativamente a una minuscola percentuale delle applicazioni lanciate sul mercato. Per la precisione, solo il 3,6%. Questo significa che intorno al grosso dei prodotti cinesi legati all’AI, c’è sostanzialmente nebbia fitta.

SemiAnalysis, società di ricerca tecnologica con sede in California, ha in tal senso analizzato 857 modelli rilasciati tra il 2021 e il 15 settembre dell’anno corrente, da parte di aziende cinesi leader nel settore dell’Intelligenza Artificiale: Alibaba, ByteDance, Tencent, Baidu, DeepSeek, Moonshot, Z.AI, MiniMax e StepFun. Ebbene, lo studio ha rilevato che solo 31 lanci di applicazioni, pari al 3,6%, presentavano un risultato di valutazione della sicurezza pubblicato che poteva essere associato a uno specifico modello. Solo nove, ovvero l’1,1%, avevano tali risultati disponibili al momento del lancio o prima di esso, mentre i ricercatori non hanno trovato alcuna informazione sulla sicurezza per prodotti lanciati sul mercato.

Non è tutto. La scorsa settimana Reuters ha riportato come molte applicazioni di AI cinesi abbiano dimostrato la capacità di ingannare gli utenti, eludere le restrizioni e nascondere i fallimenti nei test. E questo nonostante la stessa normativa cinese per la governance della sicurezza dell’IA individui rischi quali l’acquisizione non autorizzata di permessi di sistema, l’inganno dei valutatori, l’occultamento delle capacità e l’elusione dei controlli di sicurezza. Pur, e questo è il paradosso, non imponendo al contempo obblighi vincolanti legati alle capacità dei modelli. Insomma, il Dragone da una parte vuole vendere al mondo la sua tecnologia, dall’altra però ne nasconde le potenzialità, anche dannose.

E pensare che Pechino è davvero convinta della bontà della sua tecnologia. Lo dimostra un altro fatto. In questi giorni principali matematici cinesi hanno creato l’Alleanza del Laboratorio di Scienze Matematiche e Intelligenza Artificiale. L’iniziativa è guidata dal vincitore della Medaglia Fields Shing-Tung Yau, direttore del Centro di Scienze Matematiche Yau presso l’Università Tsinghua. Un’alleanza da mille e oltre cervelli che lavoreranno su modelli di Intelligenza Artificiale specializzati per la matematica, sull’utilizzo dell’IA per generare ipotesi matematiche e formalizzare dimostrazioni, nonché su sistemi la cui logica di ragionamento sarà più facile da interpretare. Ma la sicurezza delle applicazioni, quella no.

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