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Armi più rapide e meno care. Kyiv entra nel sistema di procurement della Nato

L’Ucraina potrà acquistare armi, munizioni ed equipaggiamenti militari attraverso la Nato Support and Procurement Agency (Nspa), l’agenzia centralizzata dell’Alleanza per gli approvvigionamenti. Secondo il Financial Times Kyiv starebbe avviando una partnership con l’agenzia che le offrirà un ulteriore canale di procurement, senza dover più dipendere esclusivamente dalle trattative bilaterali con i singoli alleati. L’obiettivo di quetso sforzo è ottenere forniture in tempi più brevi e a prezzi più contenuti.

Secondo Jacqueline Borsboom, direttrice del supporto alle operazioni della Nspa, l’accordo darà all’Ucraina una cornice più strutturata per sfruttare le competenze dell’agenzia in materia di acquisti, i suoi servizi di supporto e l’accesso a una base industriale consolidata, con il vantaggio delle economie di scala. In concreto, ha spiegato al quotidiano britannico, Kyiv potrà ad esempio incaricare l’agenzia di acquistare per suo conto trentamila uniformi. Per la capo della missione ucraina presso la Nato, Alyona Getmanchuk la partnership rappresenta una “porta d’accesso importante” all’ecosistema industriale della difesa alleato, oltre a un accesso più ampio ai contratti gestiti dall’agenzia.

Il provvedimento si inserisce nel solco della decisione presa dall’Alleanza ad aprile, che ha consentito alle aziende della difesa ucraine di partecipare alle gare d’appalto della Nspa, aprendo prospettive commerciali potenzialmente redditizie per un comparto in rapida crescita. La scorsa settimana l’agenzia ha organizzato a Kyiv un evento con circa 150 imprese ucraine, illustrando le procedure per registrarsi come fornitori e competere per i contratti. Non è un dettaglio secondario, considerando che il procurement militare è diventato terreno di scontro politico in Ucraina dopo diversi scandali legati alla corruzione. L’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha sostenuto di essere stato rimosso a luglio perché i suoi sforzi per rendere più trasparenti i contratti avevano suscitato l’opposizione di interessi consolidati. Volodymyr Zelensky ha invece motivato il licenziamento con il lungo contrasto tra Fedorov e il comandante in capo delle forze armate, Oleksandr Syrsky.

L’annuncio arriva in un momento delicato per i rapporti tra Kyiv e Washington, scesi al livello più basso dallo scontro nello Studio Ovale dello scorso anno. Donald Trump ha recentemente criticato gli attacchi ucraini a lungo raggio contro le raffinerie russe, accusandoli di aver fatto salire i prezzi del carburante a ridosso delle elezioni di metà mandato di novembre. Mercoledì l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff ha incontrato Vladimir Putin a San Pietroburgo: secondo fonti russe, i due hanno discusso della ripresa dei negoziati di pace a tre tra Russia, Stati Uniti e Ucraina e di un possibile vertice il mese prossimo tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping. Un avvicinamento a Mosca che preoccupa gli alleati di Kyiv.

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Un faccia a faccia tra Zelensky e Putin. Che proposte porta Witkoff in Russia

Dopo il round norvegese è il momento di quello russo. Steve Witkoff, inviato speciale di Donald Trump, incontrerà oggi a San Pietroburgo il presidente russo Vladimir Putin con l’obiettivo di rilanciare i negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina. Sul tavolo ci sarà anche la proposta di un vertice a tre tra il presidente americano, il leader russo e Volodymyr Zelensky, che potrebbe rappresentare il primo incontro diretto tra i tre dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala nel febbraio 2022. Witkoff potrebbe affrontare con il Cremlino anche il caso di Stephen Hubbard, cittadino statunitense di 70 anni detenuto in Russia da oltre quattro anni e condannato per aver combattuto al fianco delle forze ucraine.

L’iniziativa, secondo quanto riporta Politico, è emersa dopo i colloqui di Oslo tra Witkoff e Zelensky, ospitati dal primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre. Secondo il capo del governo di Oslo, l’incontro è stato costruttivo e necessario dopo le tensioni degli ultimi giorni tra Washington e Kyiv. Witkoff porterà in Russia le proposte elaborate da interlocutori americani ed europei, cercando di verificare la disponibilità del Cremlino a discutere le condizioni di un’intesa e a preparare un eventuale incontro al livello dei leader.

Il percorso resta tutt’altro che scontato. I precedenti tentativi di organizzare un faccia a faccia tra Putin e Zelensky non hanno prodotto risultati e il Cremlino ha recentemente insistito affinché un eventuale incontro si svolga a Mosca. La proposta americana dovrà quindi superare divergenze che non riguardano soltanto le modalità del negoziato, ma soprattutto i contenuti di un possibile accordo. Zelensky ha ribadito che le questioni relative al futuro dei territori ucraini potranno essere affrontate soltanto dai leader, insistendo inoltre sulla necessità di garanzie di sicurezza concrete e ha escluso che Kyiv possa accettare un’intesa alla cui elaborazione non abbia partecipato direttamente.

Tra i temi discussi a Oslo figurano anche un piano economico per il dopoguerra e una più ampia architettura di sicurezza europea. Il presidente ucraino ha riferito di aver affrontato con il segretario di Stato americano Marco Rubio anche la questione delle forniture di intercettori per i sistemi Patriot e del funzionamento di Starlink, infrastruttura fondamentale per le comunicazioni militari ucraine. A tal proposito, il politico americano ha sottolineato che la decisione di sospendere i servizi non sia venuta dalla Casa Bianca, ma da Elon Musk.

In queste dinamiche emerge anche lo sforzo di un’Europa determinata a non essere esclusa dalla definizione di un eventuale accordo. Ai colloqui di Oslo hanno partecipato infatti anche rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito, Polonia, e Unione europea in un momento in cui le aperture dell’amministrazione Trump verso Mosca alimentano le preoccupazioni europee sul peso del continente nei negoziati. Il presidente finlandese Alexander Stubb, presente ai colloqui, ha parlato di “progressi reali” sul fronte diplomatico, invitando però a non sottovalutare l’urgenza di una soluzione. “Nella mia esperienza, la pace richiede pazienza. Ma purtroppo la guerra non aspetta. Ogni giorno muoiono delle persone”, ha dichiarato Stubb, ricordando che mentre la diplomazia temporeggia, sul campo la guerra continua a causare vittime tutti i giorni.

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Verso Oslo. Zelensky incontra Witkoff e prova a ricucire con Washington

Volodymyr Zelensky vola a Oslo per incontrare l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff. L’obiettivo è riparare un rapporto con Washington che nelle ultime due settimane si è deteriorato in modo marcato, mentre Donald Trump ha moltiplicato le aperture verso Mosca. Il presidente americano, che ha sospeso alcune sanzioni contro la Russia presentando la mossa come un modo per contenere i prezzi del carburante negli Stati Uniti, è tornato più volte ad attaccare il leader ucraino. Lunedì ha dichiarato che la Russia, sull’Ucraina, si è comportata “bene”, mentre Zelensky “non sta aiutando molto”, arrivando a suggerire a Kyiv di trovare qualcun altro con cui negoziare.

Dietro lo scontro verbale ci sono questioni operative di primo piano. Kyiv accusa Washington di aver smesso di fornire con tempestività gli allarmi preventivi sui lanci di missili russi e di aver ridotto le prestazioni dei collegamenti satellitari SpaceX che supportano la guida dei droni ucraini. Zelensky ha riferito di aver affrontato con il segretario di Stato Marco Rubio il tema degli intercettori antibalistici, dell’early warning e della situazione di Starlink e Starshield, che a suo giudizio va ripristinata, il tutto sullo sfondo degli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra.

Il peso di queste restrizioni va letto alla luce dell’attuale architettura del sostegno americano. Sotto Trump gli Stati Uniti hanno già in gran parte interrotto la fornitura diretta di armi all’Ucraina, ma consentono agli europei di acquistarle per conto di Kyiv e continuano a garantire intelligence e capacità tecnologiche che l’Europa non è in grado di sostituire. È proprio su questo terreno, dove la dipendenza dagli Usa resta più forte, che si concentrano ora le frizioni.

I governi dell’Europa occidentale, che considerano la difesa dell’Ucraina una questione esistenziale per la sicurezza del continente, si sono schierati con decisione al fianco di Zelensky, cercando di scongiurare una frattura più profonda tra Washington e Kyiv. In questa cornice si inserisce l’iniziativa norvegese: il primo ministro Jonas Gahr Støre ha spiegato che l’obiettivo è riportare la diplomazia su un percorso più costruttivo. Agli incontri parteciperà anche il presidente finlandese Alexander Stubb, per discutere della guerra di aggressione russa e del quadro complessivo della sicurezza europea. Jared Kushner, che con Witkoff guida il negoziato americano, sarà collegato da remoto. Nel pomeriggio è prevista una conferenza stampa congiunta di Zelensky, Stubb e Støre.

Alla vigilia della missione, in un’intervista al Corriere della Sera, Zelensky ha chiarito lo stato d’animo con cui si presenta a Oslo. Le limitazioni sull’intelligence e il rallentamento di Starlink, ha detto, non sono più minacce ma una realtà, e risultano ingiuste nei confronti di Kyiv. Il presidente ha ricordato di aver chiesto a Trump almeno gli intercettori per proteggere le infrastrutture energetiche, se Washington non riesce a fermare Putin, senza ottenerli. Ha però confermato la disponibilità a riprendere il dialogo con la squadra negoziale americana, perché la pace resta la priorità e “tra partner deve esserci onestà”.

Sul fronte europeo, intanto, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha respinto dall’aula del Parlamento europeo di Strasburgo le critiche di chi accusa Bruxelles di non avere una linea sul negoziato. “Ho sentito dire in quest’aula che non abbiamo una strategia per la pace. Questo non è vero”, ha dichiarato. Kallas ha ricordato di aver presentato a febbraio ai ministri degli Esteri un piano massimalista con cui entrare nei colloqui: se Mosca avanza richieste massime, ha spiegato, anche l’Europa deve mettere sul tavolo il massimo per poi trovare un equilibrio nella trattativa. Il piano, nelle intenzioni dell’Alta rappresentante, serve anche a inviare un messaggio al Cremlino: tutto ciò che interessa alla Russia, a partire dalla rimozione delle sanzioni, “esige che l’Ue sia a quel tavolo”. E se l’Ucraina, nonostante le pressioni dei negoziatori americani, non ha accettato le condizioni di Putin, ha concluso Kallas, è perché “l’Europa ha sostenuto l’Ucraina”.

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Due posizioni, una sola nave. Boschetti spiega il nuovo trucco della flotta ombra russa

Nel Mar Nero, le petroliere della flotta ombra di Mosca hanno iniziato a impiegare una nuova tecnica per nascondere la propria posizione. Almeno dodici navi avrebbero utilizzato dispositivi simili per falsificare i dati dell’Automatic Identification System (Ais), il sistema con cui le imbarcazioni comunicano la propria posizione, apparendo ferme mentre navigavano a centinaia di chilometri di distanza. In sei casi sarebbero risultate contemporaneamente in due punti diversi. La manipolazione dei segnali è già diffusa tra le petroliere che aggirano le sanzioni occidentali, ma la novità sarebbe l’uso di dispositivi identici, capaci di trasmettere coordinate congelate e sincronizzate.

La tecnica sarebbe stata impiegata soprattutto nel Bosforo, lo stretto turco che collega il Mar Nero al Mediterraneo. Le navi attivavano il segnale reale per attraversarlo, continuando però a trasmettere una seconda posizione fittizia nei pressi dell’imboccatura, così da risultare lontane dalla loro posizione effettiva e più difficili da individuare e colpire. Più che una svolta tecnologica, si tratta di un’evoluzione prevedibile. “Dal punto di vista tecnico non parlerei di una rivoluzione”, osserva Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology e il Marine Technology Center of Sweden. “Invece di uno spoofer se ne usano due. A quel punto chi osserva, che sia l’Ucraina, l’Unione europea o un altro attore, non è in grado di stabilire quale segnale sia autentico, e non può certo lanciare centinaia di droni per verificarlo. È una soluzione quasi ovvia. Semmai sorprende che ci sia voluto così tanto tempo per arrivarci”.

Parallelamente, Mosca ha rafforzato il controllo sulla flotta ombra, composta da petroliere spesso vecchie, con proprietà opache e bandiere cambiate di frequente. Secondo i dati citati dal Financial Times, oltre 80 navi avrebbero adottato la bandiera russa tra luglio e settembre e più di trenta avrebbero assunto nomi russi legati a pietre preziose, come Gagat, Labrador e Sapfir. Alcune sono state dotate di reti e gabbie contro i droni. Kyiv ha infatti dichiarato a fine settembre di aver colpito oltre 300 imbarcazioni russe in undici settimane. “Quando si dispone di uno strumento pensato per sorvegliare l’avversario, l’avversario farà di tutto per sottrarvisi”, spiega Boschetti. “I russi sono abili in questo e hanno un forte interesse economico e strategico. Era inevitabile che sviluppassero sistemi per eludere l’Ais”.

Secondo Windward, società di intelligence marittima, la flotta ombra mondiale conta circa 1.229 navi oltre le 20.000 tonnellate, più di tre quarti delle quali sanzionate da Stati Uniti, Regno Unito o Unione europea. “Questo episodio dimostra ancora una volta che affidarsi a un unico sistema non è sufficiente”, osserva Boschetti. L’alternativa passa per lo spazio: radar ad apertura sintetica (Sar), immagini ottiche, Ais satellitare. “Grazie alle aziende private attive in questi settori, oggi le navi si possono vedere. Sistemi di intelligenza artificiale correlano i dati raccolti a terra con quelli satellitari e individuano le imbarcazioni, un lavoro impossibile da affidare a migliaia di analisti. Ma si aggiungono livelli all’architettura e tutto diventa più costoso. È una complessità necessaria, ma va gestita”.

Il nodo resta la sovranità. “In ambito Nato e Ue dobbiamo assicurarci che la filiera della situational awareness sia europea, o quantomeno non interamente nelle mani degli Stati Uniti”, sottolinea Boschetti, “Se le mie operazioni dipendono da un satellite americano e Washington smette di fornire le immagini, torniamo al punto di partenza, come insegna il caso Starlink. In Europa abbiamo aziende come Iceye, non esiste solo Maxar. Non possiamo contare soltanto su Copernicus. Se le aziende ci sono, vanno sostenute”. C’è però un rovescio della medaglia. “Mentre costruiamo queste architetture, un satellite russo si trova a pochi chilometri da un satellite Iceye impiegato per il telerilevamento in Ucraina, e non sappiamo cosa stia facendo”, avverte Boschetti. “Integrandole nella sicurezza, rischiamo di rendere queste costellazioni commerciali ancora più un bersaglio militare, pur essendo usate per moltissimi scopi oltre alla guerra”. Un rischio che, conclude, non giustifica l’inazione.

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Theory of Victory, cosa c’è davvero di nuovo nella strategia Nato. Parla Gilli

“La mia Theory of Victory è semplice”. Così il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha presentato al Warsaw Security Forum lo schema con cui la Nato intende rispondere a un’eventuale aggressione russa. Lo schema prevede tre fasi: bloccare l’attacco iniziale, logorarne la spinta e infine spezzare le forze nemiche, negando a Mosca la possibilità di conquistare e mantenere territorio alleato. Ma è davvero così semplice? Quanto c’è di nuovo in questa impostazione, l’Alleanza ha le capacità per sostenerla e quale peso avrebbero l’assenza degli Stati Uniti o la tenuta politica dei 32 alleati? Per trovare una risposta a queste domande, Formiche.net si è rivolta ad Andrea Gilli, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

La Theory of Victory esposta da Grynkewich sembra scostarsi ulteriormente dalla logica del “tripwire”, a favore di una vera e propria deterrence by denial, volta a difendere il territorio nella sua integrità. È la scelta giusta?

Va ricordato che la deterrence by denial è sempre stata la teoria della deterrenza della Nato, più che una sua theory of victory, più o meno da quando è stata abbandonata la Massive Retaliation di Eisenhower. Il tripwire rispondeva a un’esigenza precisa, quella di evitare un rischio di escalation senza esporre troppe truppe al fuoco avversario, e avere comunque un meccanismo che funzionasse. Se si guardano la Nato Command Structure e la Nato Force Structure, non cambia nulla. Grynkewich non dice che bisognerebbe fare di più. Espone, in modo più o meno chiaro, qualcosa che c’era già. La vera domanda è se questa sia una theory of victory o semplicemente un approccio operativo. Una theory of victory dovrebbe spiegare anche come l’avversario modifica le proprie percezioni e le proprie azioni in base a ciò che facciamo noi. Nel discorso di Grynkewich questo elemento manca.

Ad oggi l’Alleanza dispone delle capacità necessarie (potenza di fuoco, ISR, difesa aerea, attacco a lungo raggio, scorte di munizioni) per tradurre in pratica la struttura indicata dalla Theory of Victory? E le avrebbe anche senza gli Stati Uniti, in particolare negli abilitatori su cui oggi l’Europa dipende da Washington, (intelligence satellitare, rifornimento in volo, Sead, ecc.)?

Grynkewich sostiene, in sostanza, che la Nato è pronta. Resta da verificare se disponga davvero di tutte le capacità necessarie, per esempio in termini di scorte di munizioni o di guerra elettronica. Probabilmente oggi questa theory of victory è applicabile. Bisogna però capire per quanto tempo e con quale intensità, visti questi limiti. Sul piano convenzionale e su quello nucleare l’Alleanza è certamente forte, ma lo è grazie al ruolo degli Stati Uniti. Senza Washington sarebbe molto difficile, proprio per gli abilitatori che citi. A cambiare non sarebbe necessariamente l’esito finale, ma il livello di attrito da sopportare.

Considerando le prossime tornate elettorali, da cui potrebbero uscire vincitrici forze politiche poco favorevoli alla coesione dell’Alleanza, il fatto che 32 nazioni si uniscano per organizzare questo sistema di difesa, che Grynkewich presenta come un punto di forza, non potrebbe rivelarsi piuttosto un punto di debolezza?

La Nato funziona per consenso e, con tutte le critiche che possiamo e vogliamo fare alla Nato, è comunque un framework politico-diplomatico che alla fine ha funzionato, nel senso che si riesce a trovare l’accordo tra queste 32 nazioni che si impegnano. È ovvio che dei cambi di governo possono portare a dei cambiamenti, però ci sono anche 32 alleati. È ovvio che alcuni Paesi pesano più di altri, però il meccanismo è pensato in maniera funzionale. Altro discorso è se tanti Paesi si tirano indietro. Però, se guardiamo alle alternanze di governo che ci sono state in vari Paesi nel corso degli anni, il dissenso spesso è stato su alcune politiche, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni. Sul lato militare non c’è nessun Paese che non voglia contribuire alla sicurezza collettiva, almeno finora, e questo ci fa realisticamente pensare che potrebbe continuare ad essere così anche in futuro.

Il Saceur sottolinea la “reattività” di questo approccio, specificando che all’eventuale invasore viene lasciato l’onere dell’escalation. Ma così non gli si lascia anche l’iniziativa, e l’opportunità di trovare un modo per aggirare il sistema difensivo o di manipolarlo a proprio vantaggio? (Sia in modo convenzionale, con uno scenario alla “fronte occidentale 1940”, sia sfruttando operazioni “sotto soglia”).

Il problema di fondo delle risposte militari, come osserva il Saceur, è che non si vuole essere costretti a rispondere in modo sempre più duro, perché questo può provocare un’ulteriore reazione. Serve quindi un approccio che lasci l’avversario con il cerino in mano, costretto a scegliere se incassare il colpo o rilanciare. Grynkewich lo considera un punto di forza perché lascia all’altro il burden of escalation, e la cosa ha senso. D’altro canto, è vero come suggerisci tu che si lascia anche l’iniziativa. Ma la questione non è soltanto relativa a questa theory of victory, ma alla natura stessa della Nato. Essendo un’alleanza difensiva, non vuole, e non può, adottare una postura intrinsecamente più aggressiva che riduca la gamma di scelte dell’avversario. È oggettivamente una criticità, ed è legata alle 32 nazioni di cui parlavamo. Una postura più aggressiva avrebbe forse più senso sul piano militare, ma non sarebbe sostenibile politicamente. Si tratta di un trade-off tra efficacia e consenso, che la Nato risolve in modo non perfetto ma quantomeno accettabile. O almeno, io la vedo così.

Tra l’altro in questa formulazione si può leggere tra le righe una rinuncia al first use nucleare, il beneficio politico c’è, ma il beneficio strategico quanto è pesante?

È giusto sollevare la questione, ma Grynkewich non ne parla, perché il suo discorso resta principalmente sul piano convenzionale. Bisognerebbe guardare alla questione del NC3 americano e capire fino a che punto l’impiego di armi nucleari passi dal Saceur e dal Nuclear Planning Group. Resta quindi una questione aperta di ambiguità, anche sul no first use, e la risposta si trova probabilmente in un documento classificato che la Nato non pubblicherà. Su due piedi direi che la rinuncia non c’è stata, soprattutto con Trump. Il no first use è stato un dibattito più legato agli anni di Obama.

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Raffinerie, diesel, asset e droni. Così l’Ucraina agita l’asse transatlantico

La tregua energetica viene definitivamente archiviata da Kyiv. In un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha esplicitato chiaramente che il suo Paese riprenderà gli attacchi mirati contro le infrastrutture energetiche russe, dopo che la Russia non ha mostrato intenzione di rispettare la presunta pausa negli attacchi evocata dal presidente statunitense Donald Trump. Nello stesso contesto, il leader ucraino ha anche attaccato i partner statunitensi per la decisione di sospendere la condivisione di informazioni di intelligence e il funzionamento di Starshield (componente di Starlink ad uso esclusivamente militare controllata dal Pentagono) qualora Kyiv non si fosse dimostrata rispettosa della suddetta tregua. Per poi optare in ogni caso per la sospensione, presumibilmente come tentativo di esercitare maggiore pressione sul governo ucraino (sospensione che però sembra essere terminata, almeno in base alle notizie arrivate nelle scorse ore dal Paese dell’Est Europa).

Il nodo, però, non è solo militare. Sullo sfondo della tregua mancata c’è l’intesa energetica tra Washington e Mosca che a Kyiv viene letta come un regalo al Cremlino, in cui gli Stati Uniti hanno sospeso sino al prossimo 7 aprile le sanzioni sull’export di combustibile fossile prodotto nella Federazione. In queste stesse ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il diesel russo ha cominciato a raggiungere i mercati globali dopo l’accordo con la Casa Bianca. I volumi annunciati da Trump restano però limitati, considerando come le oltre 300mila tonnellate promesse equivalgono a meno di un giorno di consumi del solo settore dei trasporti statunitense. Il peso dell’operazione è soprattutto politico, con la Casa Bianca decisa ad abbassare i prezzi del carburante in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Una scelta, quella del leader Usa, criticata da Zelensky e dalle capitali europee (oltre che da una parte dei senatori repubblicani). Nel frattempo, l’amministrazione Usa starebbe valutando anche un allentamento delle sanzioni sulle navi della cosiddetta flotta ombra per contenere noli saliti a livelli record.

Un’altra fonte di frizione transatlantica riguarda gli asset russi congelati in Europa. Secondo il Financial Times, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, avrebbero proposto di trasferirne una parte in un veicolo sotto supervisione statunitense, nel tentativo di rilanciare i negoziati di pace. Un piano respinto dai delegati europei e bocciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che alla vigilia del Consiglio europeo ha ribadito che quei fondi devono restare congelati in Europa, perché “è affar nostro e siamo noi a decidere”. Si tratta di circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa, di cui circa 185 custoditi presso Euroclear, che diversi Paesi europei vorrebbero destinare al sostegno di Kyiv.

Intanto la tensione si sposta anche sul Mar Nero. Il presidente romeno, Nicușor Dan, ha annunciato a Politico che gli alleati della Nato terranno una riunione del Consiglio Nord Atlantico per discutere la risposta a una serie di attacchi con droni contro il traffico mercantile nella regione. A spingere verso questa decisione sono stati gli attacchi, registrati nel corso delle ultime ventiquattr’ore, contro due navi cisterna per prodotti chimici, avvenuti all’interno o in prossimità delle acque territoriali romene. Il presidente romeno ha ricevuto la solidarietà della Nato e ha letto gli episodi come parte di una strategia di attacchi ibridi volta a indebolire il sostegno europeo all’Ucraina, sostegno che, ha assicurato, non verrà meno. Lasciando presumere che ci sia un possibile coinvolgimento di Mosca dietro questi episodi.

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Conte e Vannacci parlano la stessa lingua. Quella di Mosca

Una delle peculiarità delle lingue sta nel fatto che ciascuna di esse varia nello spazio, nei gruppi sociali e nelle situazioni comunicative, dando luogo a varietà diverse capaci di comunicare gli stessi contenuti. Lo stesso principio regge il marketing, riassunto nel motto “Non importa cosa vendi, ma come”. Basta adattare la confezione al pubblico di riferimento, e poco importa se lo stesso prodotto viene venduto anche a clienti che si identificano in categorie diametralmente opposte.

Futuro Nazionale del generale Roberto Vannacci e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte si collocano agli antipodi dello spettro politico. Mentre il primo sta apparentemente guadagnando consensi a vista d’occhio grazie al suo essere così-di-destra-che-più-destra-non-si-può, l’altro ambisce ad essere architetto e costruttore di un nuovo “campo progressista” (che è una cosa ben diversa, come sottolinea lo stesso Conte, dalla sinistra, anche se raccoglie al suo interno solo partiti di sinistra, dal Pd ad Avs. Non che ci si debba stupire, considerando che difficilmente un uomo che si è ritrovato quasi per caso nell’agone politico come figura di guida, almeno formale, di uno dei governi più di destra della storia della Repubblica possa rispecchiarsi in una visione “di sinistra”). Dalla gestione del fenomeno migratorio ai diritti civili e alle questioni etiche, dal welfare all’energia, e dalla sanità alla scuola, per la quasi totalità dei temi affrontati nel dibattito pubblico le due piattaforme politiche propongono soluzioni diametralmente opposte. Tranne che in un caso. Sul conflitto in Ucraina le posizioni dei due partiti arrivano ad essere tremendamente simili a livello sostanziale. Quello che cambia è come tali principi vengono comunicati.

Dio, patria, famiglia … e Cremlino

Nel caso di Futuro Nazionale, il registro dominante è quello del pragmatismo e dell’interesse nazionale. In più occasioni, l’ultima a settembre, Vannacci ha chiesto di interrompere l’invio di armi a Kyiv, sostenendo che le ingenti risorse spese dall’Italia avrebbero potuto essere stanziate per sanità, scuole, pensioni et similia, anziché in “cessi d’oro”, corruzione e prostitute, e che il nostro Paese dovrebbe riallacciare al più presto i rapporti commerciali con Mosca, soprattutto per quel che riguarda l’acquisto di combustibili fossili. Ovviamente, le dichiarazioni sono raramente accompagnate dalle dovute contestualizzazioni o da un’analisi approfondita dei dati. Alla retorica di questo presunto “realismo politico” se ne affianca un’altra, quella della glorificazione della Russia come ultimo baluardo della civiltà occidentale e dei suoi valori, che si contrappone a un Occidente globalizzato e globalista preda insalvabile di un profondo declino morale. Una visione ideologica su cui si installa il rifiuto di condannare l’aggressione del febbraio del 2022 contro l’Ucraina e l’accusa alla Nato di essere il principale responsabile di questo sviluppo, ricalcando in modo pedissequo il catechismo del Cremlino.

I legami con la Russia vanno però ben oltre l’aspetto generale del programma, e toccano da vicino gli esponenti di Futuro Nazionale. Se l’esperienza come attaché militare presso l’ambasciata italiana a Mosca non rappresenta in alcun modo una prova della collusione tra Vannacci e gli ambienti del Cremlino (nonostante le dichiarazioni rilasciate da John Foreman, allora suo omologo britannico nella capitale russa, possano offrire spunti di riflessione al riguardo), altri personaggi che orbitano nella galassia vannacciana vantano un legame piuttosto stretto con la patria degli Zar. Come ad esempio Eliseo Bertolasi, ex paracadutista di quella stessa Folgore guidata in passato da Vannacci divenuto poi reporter e analista geopolitico, che è stato insignito da Vladimir Putin in persona dell’Ordine dell’Amicizia (una delle onorificenze civili più alte concesse dalla Federazione Russa); o Antonio Imperatore, anche lui ex folgorino e oggi esponente del circolo “Amici della Russia Imperiale Terza Roma”, una cui delegazione è stata ricevuta dal console generale russo a Milano; o ancora Roberto Jonghi Lavarini, noto esponente degli ambienti neofascisti che può rivendicare una stretta vicinanza personale al filosofo russo Aleksandr Dugin, le cui teorie “godono” di fama internazionale e non hanno certo bisogno di essere esposte su queste pagine.

Si vis bellum, para pacem

Anche attorno al Movimento 5 Stelle orbitano personaggi simili. A gennaio di quest’anno, in occasione di una conferenza organizzata dalla deputata M5s Stefania Ascari sulla violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti in Venezuela, è stato chiamato a moderare Alberto Fazolo, noto anche come “Nemo”, nomignolo guadagnato in occasione del suo arruolamento come volontario nel 2015 all’interno delle milizie filorusse che combattevano la guerra nel Donbass. Fornendo così una cornice istituzionale a figure apertamente schierate con Mosca, con tutte le problematiche del caso.

In generale, però, la posizione del Movimento 5 Stelle si distanzia soltanto a parole da quella di Futuro Nazionale, cercando altrove i principi necessari per sostenere le stesse tesi. Le parole d’ordine sono quelle nobili del pacifismo, che sul piano concreto arrivano ad essere disfattismo nel migliore dei casi, se non peggio. “È finito il tempo di inviare le armi”, dice il leader del Movimento 5 Stelle in occasione dell’intervista rilasciata a David Parenzo all’Aria che Tira il 30 settembre, “l’Ucraina è già abbastanza armata”. Conte evidentemente ignora le difficoltà al fronte, ma soprattutto, sanzioni a parte, che nessuno ha mai ritenuto sufficienti da sole, non si pone il problema di esercitare una pressione concreta sulla Russia, limitandosi a ridurre gli aiuti a Kyiv. Che, sempre nelle parole del capo del M5s, serve ad “aiutare gli ucraini in modo ancora più operativo, portando ad una soluzione pacifica del conflitto”. Una convinzione che viene da lontano. Già il 6 settembre 2022, in piena campagna elettorale, Conte dichiarava a Telelombardia che “la pace va costruita, nessuno ci dica che Putin non la vuole”, senza specificare che la pace voluta da Putin era solo quella alle sue condizioni.

Un pacifismo che ha una caratteristica peculiare, quella di essere rigorosamente unidirezionale. Le richieste di “negoziato” e di “de-escalation” sono rivolte sempre e soltanto a Kyiv e alle cancellerie occidentali, mai a Mosca, che pure questa guerra l’ha scatenata (il che dovrebbe stupire, considerando il passato da giurista del leader). Allo stesso modo, Conte glissa su logiche come quella della deterrenza e del rapporto di forza al tavolo negoziale, dimenticando che una pace senza garanzie, con un interlocutore che ha già stracciato il Memorandum di Budapest e gli accordi di Minsk, è soltanto una pausa. E che una Russia premiata per l’uso della forza sarà più tentata di mettere alla prova la Nato, e quindi anche noi. Se poi ci si sofferma sulle parole scelte da Conte negli ultimi mesi, il sospetto di “parzialità” diventa ancora più concreto. A luglio, da un palco di Napoli, sostiene che “stanno costruendo una minaccia russa” per giustificare il riarmo. Il 2 agosto, ad Asiago, descrive un’Ucraina con “componenti di destra estrema”, un “mercato” in cui finirebbero le armi occidentali e un popolo che “diserta”. Denazificazione, armi rivendute, crollo del morale ucraino, minaccia inventata dall’Occidente. Esattamente le stesse parole d’ordine impiegate dalla macchina della propaganda russa.

D’altronde, non mancano i segnali della vicinanza di Conte e del M5s al regime putiniano, dalla partecipazione di esponenti pentastellati come Manlio Di Stefano al congresso di Russia Unita nel 2016 alle mozioni per la revoca delle sanzioni, dal contratto di governo gialloverde che prometteva di rivederle all’appoggio di Conte, al G7 del 2018, alla proposta di riammettere Mosca. Fino alla missione militare “Dalla Russia con amore”, accolta in Lombardia nel 2020 dal suo secondo governo, e al voto con cui al Parlamento europeo il M5s si è schierato insieme a Vannacci contro il rapporto sull’Ucraina che definiva l’invasione russa una guerra di aggressione non provocata e ingiustificata.

Tutte le strade portano a Mosca

Che si tratti di convinzione ideologica o di calcolo elettorale, l’effetto non cambia, ed è un vantaggio per Mosca a scapito dell’interesse nazionale (ironicamente, proprio quello che Vannacci dice di voler difendere). Futuro Nazionale e Movimento 5 Stelle parlano due varietà della stessa lingua, con registri adatti a pubblici che non si parlerebbero mai, e che proprio per questo non si accorgono di ricevere lo stesso messaggio. Un gioco delle parti che permette al Cremlino di disporre di una sponda trasversale nel nostro Paese, capace di condizionare il dibattito qualunque sia il colore del governo. Come confermato dalle ultime dichiarazioni rilasciate alla Tass dall’ambasciatore russo a Roma Aleksej Paramonov, che senza fare i nomi si è rivolto alle “forze costruttive italiane, di qualsiasi orientamento siano”. Di nuovo, cambiano confezione e target. Il prodotto, e chi ne trae vantaggio, resta lo stesso.

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Trump e Putin, gli affari prima di tutto. La lettura di Bremmer

“La tregua energetica annunciata tra Ucraina e Russia non è stata negoziata, né concordata da nessuna delle due parti. Gli ucraini sono stati colti di sorpresa dall’annuncio, mentre i russi non hanno risposto sul piano diplomatico ma su quello militare, continuando a colpire le infrastrutture critiche e gli impianti energetici ucraini. Non è diverso da molte delle tregue annunciate da Donald Trump tra americani e iraniani, che sono soltanto manifestazioni di ciò che il presidente vorrebbe, ma che non rappresentano in alcun modo una soluzione diplomatica”. Così si esprime parlando con Formiche.net il noto politologo e presidente di Eurasia Group Ian Bremmer, commentando il susseguirsi di dichiarazioni degli ultimi giorni relative agli sviluppi del conflitto in Ucraina.

Bremmer considera gli annunci fatti da Trump, privi di ogni tipo di concretezza, come un’espressione della frustrazione del Presidente per non essere riuscito a chiudere la guerra, nonostante ne abbia parlato a lungo. Ma c’è anche un altro elemento. “Quando ha chiesto agli ucraini di smettere di attaccare le raffinerie, lo ha fatto prima in privato, e Volodymyr Zelensky ha rifiutato, poi pubblicamente, e Zelensky ha rifiutato di nuovo. In entrambi i casi non è successo nulla. Così ha deciso di stringere un accordo con la Russia sul gasolio, scavalcando ucraini ed europei”, dice Bremmer.

Dal punto di vista della distribuzione energetica, secondo il politologo americano l’intesa non avrà grande peso, poiché i russi non hanno molto da poter effettivamente esportare in questo momento, mentre gli americani invece stanno esportando. E l’Ucraina, in ogni caso, continuerà a portare avanti i suoi attacchi.

“Quello che vediamo ora, e credo sia significativo, è un Trump sempre più allineato con Vladimir Putin, con l’idea di fare affari con lui a prescindere dal fatto che la guerra continui, e sempre più irritato con Zelensky e con l’Ucraina. Questo pesa però meno rispetto a quando Trump cacciò Zelensky dalla Casa Bianca e sospese la condivisione di intelligence, perché oggi gli ucraini dipendono molto meno dalle informazioni americane. Ne raccolgono molte autonomamente: buona parte degli attacchi in profondità in territorio russo, comprese le operazioni contro raffinerie, data center e centri logistici, non si basa su intelligence fornita dagli Stati Uniti”, dice Bremmer, “Non ritengo credibile nemmeno la minaccia di Trump di bloccare le vendite di armamenti all’Ucraina attraverso la Nato, perché le aziende americane dipendono fortemente da quei fondi. È una minaccia che non porterà a nulla. L’unica cosa da tenere d’occhio è Elon Musk, e se intenda o meno interrompere l’accesso a Starlink per gli ucraini. Questo sì avrebbe un impatto sulla linea del fronte e consentirebbe ai russi di infliggere danni ben più gravi”.

E mentre la Russia estende i propri attacchi in Ucraina e persino verso i Paesi Nato in prima linea, si domanda il politologo, dobbiamo chiederci se assisteremo a una frattura all’interno dell’Alleanza. “Penso sia plausibile, e certamente gli europei ne sono molto preoccupati. Gli ucraini combattono per la sopravvivenza e non c’è nulla che possano fare che non stiano già facendo. Gli europei, invece, sono molto più vulnerabili in questo contesto. La situazione, insomma, sta avendo un impatto notevole”.

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Vi spiego cosa vuole Trump dalla Russia (e da Zelensky). Conversazione con Savino

Una tregua proclamata da un soggetto terzo e ignorata dai due belligeranti, un’intesa petrolifera con il Cremlino che scavalca Kyiv e Bruxelles, la richiesta di elezioni presidenziali in un Paese in guerra e in parte occupato. La diplomazia di Trump sul conflitto in Ucraina appare sempre più personalistica e guidata dall’agenda interna, a partire dalle elezioni di midterm e da una guerra con l’Iran che non sta andando come previsto. Fomiche.net ne ha parlato con Giovanni Savino, docente presso l’Università Federico II di Napoli ed esperto di Russia, che legge le mosse della Casa Bianca tra calcoli elettorali, rancori personali e una Russia che non arretra.

Trump ha annunciato una tregua energetica, ma la notte stessa la Russia ha continuato a colpire le infrastrutture ucraine. Oggi Trump insiste che la tregua c’è. Possiamo davvero aspettarcela?

Va detto che anche l’Ucraina continua a colpire obiettivi energetici russi, quindi siamo di fronte a una tregua che esiste soltanto nella mente di Donald Trump. Con ogni probabilità il presidente statunitense ha annunciato qualcosa che rientrava tra le proposte che Witkoff e Kushner avrebbero dovuto portare ai colloqui con Mosca. Quei colloqui, però, non ci sono stati, e anzi il viaggio in Russia previsto nei giorni scorsi è stato rinviato. Il risultato è una tregua che non è una tregua, perché nessuna delle due parti l’ha accettata e nessuna ne ha nemmeno parlato. L’unica indicazione è arrivata da Kyiv, ed è che semplicemente non ne erano stati informati. Cosa aspettarsi, quindi, è difficile da dire, proprio perché la tregua è stata proclamata da un soggetto terzo, cioè il presidente degli Stati Uniti. Certo, un terzo non da poco, ma pur sempre estraneo ai due contendenti. D’altra parte Trump ci ha già abituati a questo genere di annunci, come quando nei mesi scorsi ha dichiarato di aver “sbloccato” lo Stretto di Hormuz. Una tregua che non è una tregua, insomma, non sorprende più di tanto.

Nelle stesse ore Trump ha raggiunto un accordo con Putin sull’importazione di petrolio russo. È una “coltellata alle spalle” del fronte occidentale?

Questo elemento c’è senz’altro, anche perché l’Europa continua a non essere pervenuta. Adotta un pacchetto di sanzioni dopo l’altro, ma nessuno sembra in grado di fermare l’escalation russa di queste settimane, che si gioca meno sul terreno e più nella dimensione aerea. L’accordo raggiunto da Trump ha un valore più politico che economico. Nell’immediato si parla di 300-700 mila barili di diesel, una quantità minima rispetto ai consumi statunitensi e mondiali, e complessivamente di 7 milioni di barili, cioè l’equivalente di due giorni di consumo globale. Il significato politico, invece, è proprio quello che lei sottolineava. Da un lato c’è il tentativo di trovare un’intesa con Putin scavalcando Kyiv, per non parlare dell’Europa, su cui c’è poco da dire. Dall’altro c’è la volontà di arrivare alle elezioni di midterm con qualcosa in mano, visto che la guerra con l’Iran non è finita e non sta andando come previsto. Nei calcoli di Trump, un accordo con Putin potrebbe far scendere i prezzi del diesel, non tanto per i volumi messi sul mercato dalla Russia quanto per l’effetto che avrebbe sulle aspettative, e aiutarlo così a ottenere un buon risultato alle urne. Vedremo.

Intanto Trump è tornato ad attaccare Zelensky, accusandolo di bloccare i negoziati e chiedendo nuove elezioni. Zelensky ha risposto che si potranno fare se Putin concederà una tregua di 60 giorni. Come giudica questo scambio?

Trump ce l’ha con Zelensky da molto tempo, ben prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Tutto risale a quando cercò di coinvolgere l’Ucraina nello scandalo sugli affari a Kyiv di Hunter Biden, figlio dell’allora candidato e poi presidente Joe Biden, chiedendo a Zelensky una serie di cose che il presidente ucraino si rifiutò di concedergli. Non mi piace fare psicologismo, ma abbiamo visto che Trump è un personaggio piuttosto vendicativo, e questa inimicizia si è manifestata molte volte. Non stupisce, quindi, che di tanto in tanto si ripetano scenate di questo tipo. Sulla tregua, è vero che Mosca ha continuato a porre condizioni difficilmente accettabili anche per gli americani, e persino per Trump, che pure si è mostrato più volte disposto ad ascoltare le ragioni del Cremlino. Allo stesso tempo, però, in una parte dell’establishment ucraino, come in quello europeo, l’idea di trattare con la Russia resta legata alla convinzione che l’Ucraina stia vincendo la guerra. Non è così, il che non significa che la stia vincendo o stravincendo la Russia, quello a cui assistiamo da anni è uno stallo sanguinoso.

Quanto alle elezioni presidenziali, come valuta la cosa?

La richiesta mi sembra quantomeno complicata. Il Paese è in guerra, e anche con 60 giorni di tregua bisognerebbe organizzare un voto decidendo innanzitutto dove si vota. I russi occupano territori che rivendicano, ma anche aree che non rivendicano, come alcune zone delle regioni di Sumy e Kharkiv. Poi c’è la questione di chi vota e dove votano gli ucraini all’estero. Prima della guerra si stimava che circa un milione e mezzo di ucraini vivessero come rifugiati in Russia: voterebbero anche loro? E quelli che si trovano in Europa? Bisognerebbe poi costruire una rete di osservatori internazionali, e se il diritto di voto venisse esteso ai rifugiati in Russia, resterebbe da capire se sarebbe possibile garantire osservatori indipendenti anche lì. Le domande sono moltissime, e personalmente trovo piuttosto lunare porre il tema di nuove presidenziali in un Paese in guerra, in parte occupato e con un numero enorme di cittadini che vivono fuori dai confini nazionali.

Nella preferenza di Trump per Putin c’è il bisogno di trattare con un pari, un po’ come Putin, che scavalca Europa e Ucraina per parlare solo con Washington?

Sicuramente Trump vuole trattare da pari a pari con chi riconosce come suo pari. Anche qui siamo nel campo della psicologia spicciola, ma è evidente che si trova più a suo agio con Xi Jinping, Vladimir Putin o Narendra Modi che con Ursula von der Leyen o con la povera Giorgia Meloni. C’è quindi l’idea della grande potenza che privilegia il rapporto con altre potenze che, se non sono alla pari, quantomeno contano a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, vediamo come tutta una serie di rappresentazioni, dall’Ucraina proxy degli Stati Uniti alla Russia proxy della Cina, siano saltate fin da subito, anche se soprattutto in Italia si fatica a riconoscerlo. Se l’Ucraina fosse un proxy di Washington, oggi staremmo discutendo di chi è pronto a sedersi al tavolo con Mosca. E se la Russia fosse un proxy della Cina, o fosse sensibile al fascino di Trump, che per anni ci è stato descritto come una sorta di emanazione del Cremlino alla Casa Bianca, non si capirebbe perché non accetti un’offerta forse poco generosa sul piano economico ma importante su quello politico. Quest’anno le sanzioni sono state allentate per ben due volte, in primavera con l’attacco all’Iran e ora con l’accordo con Trump. Eppure Mosca non arretra di un millimetro e continua a ritenere che la guerra debba andare avanti.

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Una mail non letta. Così Pechino è riuscita ad avere accesso agli F-35

Altro che James Bond. I componenti dell’F-35 finiti il mese scorso in mano cinese sono arrivati a Hong Kong perché un agente di Ups non ha visto una mail. A ricostruirlo è Bloomberg, che aggiunge un tassello decisivo a una vicenda su cui Washington fatica ancora a dare risposte.

Le parti, tra cui il tettuccio della cabina di pilotaggio e un portello della stiva armi, viaggiavano dall’Australia verso gli Stati Uniti, dove dovevano essere riparate o smaltite. L’itinerario prevedeva due scali, in Corea del Sud e a Taiwan, prima dell’arrivo a San Francisco. Entrambi i Paesi sono autorizzati dall’International Traffic in Arms Regulations (Itar), la normativa americana che regola il trasferimento di materiale militare sensibile e vieta il passaggio attraverso Stati considerati a rischio. La spedizione è arrivata in Corea del Sud come previsto, ma poiché era partita dall’Australia in ritardo, per accorciare i tempi è stata fatta proseguire via Hong Kong, che nella lista Itar figura tra le destinazioni escluse. Da lì le autorità cinesi ne hanno preso possesso e i componenti non sono più tornati indietro.

A monte c’era stato il tentativo di evitare questa contingenza, in accordo con le procedure. Il freight forwarder Dsv aveva infatti avvertito per iscritto che il carico non poteva transitare in alcuni Paesi, citando espressamente i vincoli Itar.  Ma quell’avviso, stando alla ricostruzione di Bloomberg, non è mai arrivato sotto gli occhi dell’agente Ups che ha deciso il cambio di rotta. Una fonte sentita dall’agenzia ipotizza che Dsv abbia usato un sistema informatico diverso da quello in uso al corriere. Se l’avviso fosse stato letto, il carico difficilmente sarebbe passato da Hong Kong.

Lockheed Martin e il Pentagono hanno provato fin dall’inizio a minimizzare, facendo notare che i pezzi erano danneggiati e che il loro valore per un’intelligence straniera sarebbe limitato. Il problema però non è la struttura in sé, ma il rivestimento radar-assorbente che la copre, cioè uno degli elementi su cui si regge la bassa osservabilità del velivolo. È probabile che i tecnici cinesi lo studino a fondo, sia per migliorare i propri aerei sia per capire come individuare l’F-35. Pechino non conferma nulla. Il ministero degli Esteri ha fatto capire di non sapere nemmeno di quali parti si stia parlando, una versione a cui nessuno crede ma che non stupisce: se a finire per sbaglio negli Stati Uniti fossero stati i componenti di un J-20, la risposta del dipartimento di Stato sarebbe stata con ogni probabilità la stessa.

Negli Stati Uniti sono partite le indagini e al Congresso è stata chiesta una revisione della catena di approvvigionamento del programma. La questione riguarda da vicino anche gli alleati. L’F-35 è costruito e mantenuto da una rete di Paesi partner, Italia compresa, e i componenti si spostano di continuo da un continente all’altro, spesso affidati a operatori logistici privati.

Non è la prima volta che succede qualcosa del genere. Nel 2008 il Pentagono ammise che due anni prima a Taiwan erano state spedite per errore quattro ogive per missili balistici, prive di componenti nucleari, al posto delle batterie per elicotteri che Taipei aveva ordinato tramite il programma Foreign Military Sales. Nel 2024, in Polonia, un carico di mine anticarro viaggiava su un treno ed è finito in un magazzino Ikea. Se ne sono accorti solo quando un dipendente ha chiamato il ministero della Difesa per chiedere quando qualcuno sarebbe passato a riprenderle.

 

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Il gasolio di Putin nel serbatoio delle midterm. Quanto pesa l’accordo tra Russia e Usa

Ponti di petrolio. Nelle scorse ore il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato, al termine di una telefonata con l’omologo russo Vladimir Putin, un’intesa per l’immissione immediata sul mercato di 300mila tonnellate di diesel russo, seguite da 500mila a novembre e da un ulteriore milione in una fase successiva. Altri tre milioni potrebbero arrivare se le raffinerie russe saranno in grado di sostenerne la produzione. Per rendere operativo l’accordo, l’amministrazione ha allentato le sanzioni sui carburanti russi, introdotte proprio per privare Mosca delle risorse necessarie a finanziare la guerra, e il Tesoro rilascerà tramite l’Ofac una licenza generale temporanea per le forniture al mercato globale.

La logica dell’operazione è anzitutto domestica. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il caro-carburanti è diventato un dossier politico di primo piano: il diesel ha toccato i 6,53 dollari al gallone alla pompa, con ricadute dirette su trasporto merci e agricoltura. La Casa Bianca cerca un risultato rapido e visibile, e il solo annuncio ha già prodotto un calo delle quotazioni all’ingrosso. Il prezzo politico, però, si è fatto sentire subito anche a Washington, dove diversi membri del Congresso hanno criticato l’intesa, preoccupati di vedere riaperto un canale di entrate per il Cremlino mentre il conflitto prosegue.

Sul piano internazionale, la scelta americana apre crepe nel fronte occidentale. Gli alleati europei puntano da anni a ridurre le entrate energetiche di Mosca attraverso le sanzioni, e Londra ha già fatto sapere che manterrà la pressione sul Cremlino. Durissima la reazione di Volodymyr Zelensky, secondo cui quei proventi finiranno per alimentare la guerra contro l’Ucraina e contro l’Europa. Il leader ucraino è arrivato a dire che la squadra negoziale di Kyiv viene usata “come una cortina fumogena”. E proprio a Kyiv l’amministrazione americana “addossa la colpa”. Nelle scorse settimane la Casa Bianca aveva chiesto all’Ucraina di sospendere gli attacchi contro le raffinerie russe, che hanno ridotto sensibilmente la capacità produttiva di Mosca e che ora rischiano di compromettere i volumi promessi a Washington.  Kyiv, dal canto suo, non arretra. Un alto funzionario ucraino ha confermato che i droni a lungo raggio continueranno a colpire le infrastrutture energetiche russe.

Nel frattempo a Miami i negoziatori di Stati Uniti, Ucraina ed Europa hanno discusso per sei ore con l’obiettivo di definire una proposta comune per porre fine alla guerra. Al tavolo sedevano gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, insieme alle delegazioni di Kyiv e a rappresentanti europei e della Nato. Secondo una fonte a conoscenza dei colloqui citata da Reuters, l’agenda comprendeva garanzie di sicurezza americane ed europee per il dopoguerra, un piano economico per la ricostruzione, un percorso di adesione all’Ue e, sul terreno più delicato, “alcune idee” sulla questione territoriale, oltre a una futura architettura di sicurezza tra Europa e Russia. L’intenzione è arrivare a una proposta condivisa nelle prossime settimane, da sottoporre a Mosca per tentare una svolta prima dell’inverno. Tuttavia, dopo la telefonata con Trump, Putin ha poi escluso una ripresa immediata dei negoziati di pace.

Quel che ne emerge dunque è un quadro paradossale. Washington concede a Mosca un vantaggio economico tangibile proprio mentre costruisce con gli alleati il piano da presentarle, senza ottenere in cambio alcuna apertura diplomatica. L’accordo sul diesel risponde a un’urgenza tutta interna, ma rischia di indebolire la leva negoziale che a Miami si cercava di consolidare.

 

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A Miami si tratta, su Kyiv piovono droni. Il doppio binario della guerra raccontato da Niglia

Washington torna a spingere sul tavolo negoziale. Venerdì 9 ottobre gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner incontrano a Miami i rappresentanti ucraini per discutere una nuova proposta congiunta che, secondo la Casa Bianca, abbraccia tutti gli aspetti del conflitto con l’obiettivo di porvi fine. La base di discussione sono le proposte elaborate dai negoziatori americani con interlocutori russi e ucraini durante le visite di inizio settembre, quando avevano incontrato prima Vladimir Putin a Mosca e poi Volodymyr Zelensky a Kyiv.

La delegazione ucraina sarà guidata da Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio presidenziale, insieme a Rustem Umerov, oggi alla guida dell’intelligence esterna, al capogruppo di Servitore del Popolo David Arakhamia e a Serhiy Kyslytsya, primo vice capo dell’ufficio presidenziale. Al bilaterale seguirà una sessione allargata con i consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania e con rappresentanti di Nato, Ue e del Comando europeo statunitense, oltre al Consiglio per la sicurezza nazionale e al Tesoro americano. In agenda anche un piano di ricostruzione e prosperità postbellica.

“Questo è uno dei molti incontri che si vanno susseguendo, per cui sulla carta non ci sarebbe nulla di nuovo, però si tratta di un format diplomatico particolarmente interessante”, nota per Formiche.net Federico Niglia, professore di storia internazionale presso l’Università per stranieri di Perugia. “A Miami avremo una delegazione ucraina accompagnata da una delegazione dell’Unione Europea alle prese con i negoziatori di Washington. E quello che si configura sulla base di questo fattore è un modello asimmetrico di negoziato diplomatico: alla fine la grande tessitura viene affidata al negoziatore americano, ma è molto rilevante il fatto che gli ucraini confidano molto nella presenza degli europei, anche per evitare compromessi troppo a ribasso. E in questo senso il ruolo di Ursula von der Leyen, e più in generale della Commissione, è proprio quello di delineare un accordo potenziale per ora assolutamente in mente dei, che possa però tenere in piena considerazione gli interessi ucraini e non concedere a svendite troppo rilevanti sugli interessi degli europei”.

Niglia sottolinea poi un altro aspetto particolarmente interessante, quello del collegamento che inizia a profilarsi tra l’accordo e l’allentamento del regime sanzionatorio, per cui iniziano a porsi sul tavolo elementi più concreti per un negoziato, cioè che cosa dare in cambio di che cosa. “Infine”, chiosa il professore, “il fattore urgenza legato al tema energetico, che può essere visto naturalmente in un’ottica stagionale di arrivo dell’inverno, che secondo me si inserisce all’interno di un discorso più vasto, vede sempre più l’energia come fattore critico e come acceleratore del negoziato diplomatico”.

E proprio sul tema energetico si inserisce un calcolo militare. Come ricostruisce la Jamestown Foundation, grazie alla stampa 3D di componenti per turbine, Mosca ha ridotto drasticamente i costi dei Geran a reazione, (che oggi si collocherebbero tra i 50 e i 70 mila dollari), avviandone la produzione di massa e moltiplicandone esponenzialmente l’impiego a partire dalla scorsa estate. Più simili a missili da crociera che ai vecchi Shahed, volano tra 400 e 1.000 chilometri orari, a quote molto più alte, con guida assistita dall’IA e antenne anti-jamming, caratteristiche che le permettono di aggirare le difese ucraine contro distributori di carburante, ferrovie, data center e rete energetica. Kyiv ha toccato il record di 20 ore sotto allarme il 30 settembre, e ogni ora di allerta costa all’economia 45 milioni di dollari. In questa situazione, la pressione sulla popolazione è tornata ad essere a livelli altissimi. Questo Mosca lo sa, e di sicuro la cosa non facilita il compromesso.

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Il drone gregario di Shield AI si avvicina al primo volo. Il calendario di X-Bat

Il progetto di Collaborative Combat Aircraft di Shield AI sembra essere sempre più concreto. L’azienda mira infatti a presentare entro fine ottobre il primo prototipo a grandezza reale di X-Bat, il loyal wingman a reazione progettato per decollare e atterrare in verticale partendo da una posizione “seduta” sulla coda, con i voli di prova che dovrebbero prendere il via prima della fine dell’anno. Un ritmo rapido, dunque, che pare essere condiviso anche dalla Marina statunitense, la quale ha addirittura prefigurato una capacità operativa iniziale già nel 2029, nell’ambito del programma Runway Independent Maritime Expeditionary Strike (Rimes). La  tempistica di queste dichiarazioni non è affatto casuale, poiché arrivano alla vigilia dell’annuncio di un nuovo finanziamento del Pentagono da 150 milioni di dollari, erogato tramite la Marina, verso Shield AI. La cifra si aggiunge ai 50 milioni stanziati quest’anno con la Defense Innovation Unit, e ai 200 milioni investiti nel progetto dall’azienda stessa, portando il totale di fondi disponibili a 400 milioni.

Il drone, spinto dallo stesso motore F110 che equipaggia F-15 e F-16, dovrebbe costare circa 27 milioni di dollari a esemplare. È meno di un caccia con pilota, ma più degli altri Cca sul mercato. Ed è proprio in questa fascia intermedia che si colloca la scommessa della Marina.

I test si svolgeranno in Kansas e procederanno per gradi. Prima il motore verrà acceso in orizzontale e poi in verticale sul veicolo di lancio e recupero. Seguiranno le prove con il drone sospeso a una gru e infine i voli liberi. Il veicolo di lancio, ora semovente, è il cuore del concetto operativo. Il drone non se ne separa mai, nemmeno durante la manutenzione, e ne eredita la mobilità, sul modello dei lanciatori missilistici mobili. A terra questo consente di disperdere i velivoli lontano dalle piste, che sono il bersaglio privilegiato di missili e droni.

In mare la logica è altrettanto dirompente. Secondo Armor Harris, responsabile della divisione velivoli di Shield AI, i droni Cca imbarcati sulle portaerei sono vincolati allo spazio del ponte. Ogni posto sottratto a un caccia con pilota deve quindi garantire un valore superiore. X-Bat punta invece a operare da navi d’assalto anfibio e basi marittime di spedizione. In questo modo moltiplicherebbe gli stormi imbarcati senza intaccare quelli delle portaerei. Sulla futura flotta Harris parla di numeri “dalle centinaia alle poche migliaia”. Il posizionamento del drone resta però fluido. J.J. Cummings, responsabile delle soluzioni dell’azienda per la Marina, ha infatti insistito sull’integrazione con lo stormo delle portaerei. L’obiettivo, ha spiegato, è aggiungere potenza di combattimento “senza compromettere le operazioni esistenti”.

Le incognite però restano molte. Il decollo verticale in posizione di coda è stato tentato più volte in passato senza successo, e la sua validità è ancora da dimostrare. E l’obiettivo di arrivare ad avere un velivolo completo nel 2028, e di avviarne poi la produzione in serie nel 2029 appare estremamente ambizioso.

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Ungheria, cosa rivelano i documenti interni di Rosatom su Pak II

Il progetto della centrale nucleare di Paks II, nato dall’accordo firmato nel 2014 dal governo di Viktor Orbán e principale investimento energetico russo nell’Unione europea, torna ancora una volta sotto i riflettori. Secondo documenti interni a cui ha avuto accesso Politico, Rosatom avrebbe infatti preparato in segreto la rottura con Orgenergostroy, uno dei subappaltatori chiave del cantiere, mentre in pubblico continuava a difenderne l’operato.

Le carte mostrano che nel 2025 Rosatom avrebbe versato a Orgenergostroy circa 57 milioni di euro in anticipi per lavori non ancora eseguiti, mentre la società moscovita risultava debitrice di circa 10,6 milioni verso subappaltatori ungheresi. Il tutto sullo sfondo di uno scandalo di corruzione in Russia, in cui un dirigente di Orgenergostroy è stato accusato di aver corrotto un manager di Rosatom, poi condannato a dodici anni.

Quando, alla fine del 2024, l’azienda ha iniziato a licenziare personale a Paks, Rosatom ha assicurato ai media ungheresi la continuità dei lavori. Nei mesi successivi, però, l’amministratore delegato Alexei Likhachev avrebbe autorizzato i preparativi per rescindere i contratti con Orgenergostroy su tutti i progetti del gruppo, come risulta da un verbale del dicembre 2025. Le stime interne prevedevano un ritardo di tre o quattro mesi e un aggravio di quasi il 20% sui circa 170 milioni di euro di lavori residui.

Rosatom ha definito i documenti “superati”, sostenendo che i problemi sono stati risolti, ma non ha chiarito se gli anticipi abbiano prodotto i lavori previsti, se i creditori ungheresi siano stati pagati né perché la rottura non sia avvenuta. Orgenergostroy non ha risposto alle richieste di commento. Tra le carte figura anche l’email di un manager di Rosatom che contesta le rassicurazioni del presidente russo Vladimir Putin sul rispetto degli impegni russi all’estero (come ad esempio quello in Egitto, o i casi di Turchia e Bangladesh).

Le rivelazioni su queste incongruenze interne sono solo l’ultimo episodio di una serie di problematiche legate al progetto Paks II. E arrivano mentre il nuovo premier Péter Magyar ha avviato una revisione del progetto, contestandone i legami con Mosca e il costo di 12,5 miliardi di euro. Tutti piccoli tasselli che suggeriscono un rallentamento dell’espansione di Rosatom sul piano internazionale, dopo alcuni anni di relativi successi (soprattutto nel continente africano).

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