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L’anniversario dei Trattati può diventare la svolta dell’Unione

La Ue sta formalizzindo la decisione politica (già sostanzialmente assunta) di tenere eccezionalmente a Roma il Consiglio europeo nel marzo 2027 a 70 anni dai Trattati.

Si tratta di un’ottima scelta che fa onore all’Italia, ma essa richiede scelte coraggiose. L’anniversario dei Trattati non dovrà essere un evento retorico e celebrativo, ma deve essere preparato come un appuntamento poltico di primaria importanza capace di guardare al futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. Natalia e Corrado Augias nel loro recente libro suggeriscono di usare – ma “con prudenza” – i testi di Niccolo Machiavelli per esaminare il nostro presente”.

L’attuale fase di fragilità dell’ Europa, schiacciata tra Stati Uniti, Cina e potenze emergenti mi fa venire in mente il passo del capitolo XXV del Principe quando Machiavelli parla del caso (la Fortuna) e richiama l’attenzione su” questi fiumi rovinosi che quando si adirano allagano i piani, ruinano gli alberi e gli edifizii…”.

Rispetto a questo genere di accadimenti tragici per Machiavelli la virtù politica consiste nel prepararsi in tempo costruendo argini e ripari. Ci sono strumenti efficaci per difendere l’euro dalle tempeste esterne, tuttavia niente di paragonabile è stato costruito nei comparti strategici della difesa, dell’energia e della politica industriale.

Con gli attuali meccanismi basta il veto del più piccolo degli Stati per bloccare la costruzione degli argini con effetti disastrosi. Di fronte ai drammi politici che l’Europa sta attualmente vivendo (non ultima la guerra ibrida del Cremlino) Giorgia Meloni ha davanti un’occasione straordinaria. Il superamento del voto all’unanimità nella politica estera e di difesa della Ue è l’occasione storica per trasformare il 70° dei Trattati in una svolta politica epocale.

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Fratelli Musulmani, Sinwar e il 7 ottobre. Quelle parole che non hanno bisogno di interpretazioni

Ci sono documenti che non hanno bisogno di interpretazioni. Il comunicato del 18 ottobre 2024, pubblicato sul sito ufficiale in inglese dei Fratelli Musulmani e firmato da Mahmoud Hussein, Guida generale ad interim, è uno di questi. Hussein vi definisce Yahya Sinwar, il capo di Hamas ucciso dalle forze israeliane, “the leader of the glorious epic of October 7”. Poi lo colloca in una genealogia di caduti presentati come eroi (al-Banna, Yassin, Rantissi, Morsi, Haniyeh), parla di sacrificio e invoca per lui un posto tra i martiri.

Chiamare “gloriosa epopea” l’attacco del 7 ottobre non significa fare le condoglianze per la morte di un dirigente palestinese: significa celebrare con grande solennità un massacro di inaudita gravità. E a farlo non è un simpatizzante anonimo, ma il vertice dell’organizzazione, in un atto ufficiale.

Quello che il testo dice, e quello che non dice

Il comunicato documenta una scelta lessicale, religiosa e politica della leadership; non dimostra un collegamento operativo tra i Fratelli Musulmani e gli autori della strage, né un coinvolgimento della Fratellanza nell’attacco. Eventuali legami finanziari, logistici o operativi sono un’altra questione, su cui sono in corso indagini nazionali ed europee, e le relative responsabilità andranno provate con documenti, riscontri ed elementi indipendenti.

Il comunicato esiste anche in arabo: l’originale, diffuso anche dal canale Telegram ufficiale @ikhwaneg, contiene la formula “قائد ملحمة السابع من أكتوبر المجيدة”, il “leader della gloriosa epopea del 7 ottobre”. Il sostegno ideologico al terrorismo di Hamas, peraltro, non è episodico: lo stesso canale, il 20 luglio 2026, si è congratulato con Hamas per l’elezione di Khalil al-Hayya come successore del “leader martire” Sinwar.

La celebrazione di Sinwar è arrivata anche da altri attori mediorientali. Dalla Fratellanza siriana, per esempio, che ha parlato del “martirio” di un “grande leader nazionale”, fino al Pjd marocchino, partito vicino ma autonomo rispetto alla Fratellanza egiziana, il cui leader Abdelilah Benkirane ha ricordato Sinwar come “leader e guerriero”. Equiparare queste voci sarebbe un errore: un lessico comune segnala vicinanza ideologica, non un coordinamento delle attività. La domanda utile è un’altra, ed è ancora aperta: quanto è diffusa, nella vasta rete di affiliati e simpatizzanti della Fratellanza e, più in generale, nell’area del fondamentalismo islamista, la scelta di celebrare esplicitamente il 7 ottobre anziché limitarsi alla solidarietà con il popolo palestinese?

Il voto di Strasburgo

Giovedì 8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione per una strategia europea contro il cosiddetto “Islamist entryism” e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani. Il testo, promosso dal Ppe, non è vincolante e non mette automaticamente al bando la Fratellanza: chiede di valutare se entità o individui collegati soddisfino i criteri per l’inserimento nella lista europea delle organizzazioni terroristiche, che richiede solide basi giuridiche e prove accertate. Del resto, come ha ricordato il commissario Magnus Brunner, i Ventisette non hanno ancora raggiunto una piena convergenza in materia.

Il dibattito in Aula è stato tutt’altro che unanime. Secondo l’Afp, sinistra radicale, Verdi e socialisti avevano annunciato che non avrebbero sostenuto il testo, ritenendo che alcune sue parti avessero tratti di islamofobia. Il socialista Juan Fernando López Aguilar ha messo in guardia dal presentare la comunità islamica come un corpo estraneo alla diversità europea, secondo quanto riferito in particolare dalla stampa spagnola. Obiezioni da prendere sul serio: la differenza tra pratica religiosa, dissenso politico e ideologico e sostegno pratico e organizzativo alla violenza è proprio ciò che una strategia seria deve saper distinguere.

La questione che resta

Il nodo, dunque, non è scegliere tra l’evidenza di una linea politica inquietante e pericolosa e la prova di una responsabilità operativa diretta. Sono due piani distinti, e confonderli indebolisce chi vuole contrastare l’influenza dell’islam fondamentalista che fa propaganda alla violenza. Chi ha votato contro la risoluzione dovrebbe tuttavia spiegare quali parti ritiene infondate o sproporzionate e quale strategia alternativa propone. Chi l’ha sostenuta deve dimostrare che le misure colpiscono condotte e organizzazioni, non convinzioni politiche, ideologiche o religiose.

Tre domande restano aperte: quanto sia diffusa la celebrazione del 7 ottobre tra i dirigenti e i canali ufficiali della Fratellanza; quali rapporti esistano con Hamas, oltre alla vicinanza ideologica; quali strumenti europei siano adeguati senza scivolare in generalizzazioni sbagliate e controproducenti.

Nel frattempo, la frase di Hussein rimane un dato documentale difficile da eludere. Non prova tutto, ma dice con chiarezza ciò che dice: ed è sbagliato sia ignorarla sia pretendere che dimostri più di quanto possa dimostrare.

La Fratellanza Musulmana è un movimento d’élite, a cui di solito non è facile affiliarsi, che non ama la pubblicità e preferisce la riservatezza. Proprio per questo un segnale così forte come l’esaltazione della strage del 7 ottobre dovrebbe allarmare tutti, e non soltanto una parte.

Quanto agli europarlamentari italiani che hanno votato contro la risoluzione, tra cui Nicola Zingaretti, la domanda è una: erano stati adeguatamente informati? Di fronte a una presa di posizione così grave, forse sarebbe stato più opportuno esprimere i legittimi dubbi con un’astensione.

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M5S, Lega, AVS e Vannacci sanno che cosa accadrebbe in Ucraina senza difesa aerea?

Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre la Russia ha lanciato 48 missili da crociera, un numero non precisato di missili balistici e 130 droni d’attacco, 46 dei quali a propulsione a reazione. Le difese ucraine hanno abbattuto o neutralizzato 161 obiettivi, secondo il primo bilancio dell’aeronautica. Contro i droni a reazione il tasso di intercettazione ha superato l’80%, contro il 50–60% delle settimane precedenti. A cui si aggiungono settanta missili in totale, molti dei quali balistici. Reuters ha riferito il 7 ottobre di almeno 32 morti nel Paese. A Pryluky un missile da crociera Kh-101 ha raso al suolo un edificio residenziale di cinque piani: 22 morti, tra cui cinque bambini, e 54 feriti. Nella notte successiva la Russia ha lanciato altri 142 droni, 82 dei quali a reazione. La difesa ucraina ne ha abbattuti o neutralizzati 126. Gli attacchi hanno raggiunto sette località. L’8 ottobre, a Kramatorsk, una bomba aerea guidata ha colpito due autobus carichi di passeggeri: 33 morti e 18 feriti secondo il servizio di emergenza ucraino. In serata Zelensky ha indicato in 78 morti e 215 feriti il bilancio di 48 ore di attacchi.

Il controfattuale: senza la difesa aerea 

Che cosa sarebbe accaduto se l’Ucraina non avesse potuto intercettare missili e droni? Non esiste un numero esatto, ma l’ordine di grandezza si può facilmente immaginare. Senza intercettazioni, il bilancio di quella sola notte si sarebbe misurato in centinaia di morti, forse un migliaio, se i colpi avessero centrato quartieri densamente abitati.

Staccare la spina?

Come è possibile che Conte, Salvini, Bonelli, Fratoianni e Vannacci non si rendano conto della disumanità di quanto propongono? Il M5S e AVS hanno votato contro il decreto che proroga gli aiuti militari a Kyiv. Futuro Nazionale di Vannacci chiede di fermare ogni invio di armi. La Lega di Salvini, a Strasburgo ha votato contro il prestito europeo di 90 miliardi all’Ucraina. Conte ripete che “con le armi abbiamo dato”. La verità è che interrompere gli aiuti alla difesa aerea dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla popolazione civile. In Italia esiste da sempre un “partito” trasversale filorusso e filocinese, come è naturale per i tanti interessi in gioco. Ma qui la posta è un’altra: nei prossimi mesi la difesa aerea può salvare la vita a decine di migliaia di civili. Come si può pensare di staccare la spina?

Ben venga, come ha auspicato Giuseppe Conte, un negoziato patrocinato dalla Cina. Ma non è vero che l’Europa lo abbia ostacolato, come il leader dei 5 Stelle ha sostenuto ieri sera da Bruno Vespa. È vero semmai il contrario: Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e altri leader europei hanno più volte sollecitato, senza esito, il presidente cinese ad avviare un’iniziativa diplomatica. Lo ha messo nero su bianco il Parlamento europeo il 7 ottobre, appena un giorno prima dell’intervista di Conte da Vespa. Una risoluzione approvata a larghissima maggioranza definisce la Cina un “facilitatore” della guerra di aggressione russa. Afferma che senza il sostegno di Pechino Mosca non potrebbe combattere con la stessa intensità. E chiede all’Ue di agire per spingere la Cina a usare la sua influenza sul Cremlino e porre fine alla guerra. Altro che ostacolo europeo alla diplomazia cinese. Hanno votato contro gli eurodeputati del M5S e di Vannacci, mentre Pd e AVS si sono astenuti. Negli ultimi quattro anni la Cina ha sostenuto in misura crescente l’industria bellica russa. Secondo il Csis, grazie alle forniture di componenti cinesi la Russia ha triplicato la produzione mensile dei missili balistici Iskander, proprio quelli contro cui l’Ucraina è più vulnerabile. Nel 2024 la Cina ha fornito il 70% del perclorato d’ammonio, base del propellente solido, importato da Mosca. Le stime cumulative delle forniture cinesi di prodotti dual use dall’inizio della guerra superano i 16–17 miliardi di dollari.
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