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L’Anticorruzione perquisisce gli uffici della Banca nazionale dell’Ucraina e la residenza del presidente Andriy Pyshny

L’Ufficio nazionale (Nabu) e la Procura specializzata anti-corruzione (Sapo) hanno perquisito gli uffici della Banca nazionale dell’Ucraina e la residenza del suo presidente Andriy Pyshny. L’indagine sarebbe legata, tra le altre cose, alla gestione di Sense Bank, l’istituto bancario nazionalizzato nel 2023 che sarebbe stato usato per riciclare parte del denaro usato per pagare la cauzione di Herman Galushchenko, ex ministro dell’Energia e della Giustizia arrestato a febbraio nell’inchiesta “Midas“.

Questa circostanza è emersa il 19 agosto, quando Nabu e Sapo hanno perquisito gli uffici Iryna Mudra, vice capo dell’Ufficio di Volodymyr Zelensky, nell’ambito dell’inchiesta “Forrest Gump”, secondo cui Mudra sarebbe stata tra i coordinatori delle operazioni di riciclaggio. Il 20 agosto, le autorità anti-corruzione hanno pubblicato la seconda parte dell’inchiesta, denominata “Themis”, su come lo stesso gruppo abbia messo in atto operazioni di raiding su immobili e imprese a Kiev, coperto anche dalle istituzioni finanziarie. Il 2 settembre, la Banca Nazionale ha riconosciuto che il direttore di Sense Bank, Oleksiy Stupak – coinvolto nell’inchiesta “Forrest Gump” -, non possedeva i requisiti di idoneità professionale, ha richiesto la sua sostituzione e due giorni dopo il dirigente è stato rimosso.

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Ucraina, l’incredibile storia del soldato Magura: “Salvato con un drone dopo mesi al fronte con le gambe amputate”

Si chiama Konstantin Vlasenko. Al fronte, tutti lo conoscono come “Magura“. Per mesi la sua vita è stata sospesa tra le vita e la morte, ferito alle gambe e bloccato sulla riva sinistra del fiume Oskil, nell’oblast di Kharkiv. Per sopravvivere si è amputato da solo ciò che restava degli arti, poi ha aspettato che i suoi riuscissero a raggiungerlo. Fino al 4 ottobre, quando è stato evacuato con un drone da trasporto.

La storia – nella ricostruzione delle forze armate di Kiev, che l’hanno definita la “prima evacuazione aerea al mondo dalla linea del fronte – ha inizio il 2 giugno 2025 quando Vlasenko, 49 anni, soldato della 30ª brigata meccanizzata, lascia le retrovie insieme a un compagno per raggiungere le posizioni dei suoi nel settore di Kup’jans’k, sulla sponda sinistra dell’Oskil. I due si trovano nella cosiddetta “zona grigia“, contesa con i russi. Quando l’area in cui si nascondono viene allagata dal nemico, i due riparano in un edificio abbandonato. Il compagno perde la vita durante il trasferimento verso un punto di riserva e il 14 febbraio 2026 un drone russo sgancia sul rifugio un ordigno che non uccide Vlasenko ma gli sfracella entrambe le gambe. Per non morire dissanguato, il soldato si amputa le parti maciullate, dalla metà degli stinchi in giù, piedi compresi. Da quel momento “Magura” non è più in grado di abbandonare il rifugio.

Ora per i suoi il problema è raggiungerlo. Il fiume, i campi minati e i droni russi che incrociano in cielo rendono impossibile un’evacuazione via terra. Il battaglione tenta di invare un veicolo robotizzato, ma i russi lo individuano e lo distruggono prima che arrivi da Vlasenko. Neppure le squadre di fanteria riescono ad avvicinarsi: l’area è sorvegliata dall’alto e infiltrata da soldati di Mosca.

Per tenerlo in vita, il comando invia ogni quattro o cinque giorni a Vlasenko droni che gli lanciano dall’alto viveri, sigarette e dolci. I contatti sono mantenuti via radio. Intanto i mesi passano, finché al responsabile dell’intelligence del 2° battaglione meccanizzato che coordina le attività con i droni, nome di battaglia “Alex“, viene l’idea di recuperarlo dal cielo. Dall’ideazione del piano al decollo trascorrono sei mesi. I velivoli in dotazione al reparto non sono adatti: ne serve uno capace di trasportare una persona. La scelta cade sul nuovo “Heavy Shot Ayudag-6”, drone che ha una capacità di carico fino a 130 chilogrammi ed è dotato di verricello.

L’operazione più delicata è agganciare il ferito. Vlasenko deve assicurarsi da solo al cavo, in posizione semi-seduta, utilizzando moschettoni e un’imbracatura da alpinismo. Il giorno prima della missione gli vengono quindi lanciati dall’alto l’equipaggiamento e un telefono con un video con le istruzioni. Un errore nel fissaggio o una perdita di coscienza durante il volo potrebbero essere fatali. “Quando il drone si è avvicinato, ha fatto tutto con precisione e rapidità – ha raccontato Alex -. Nessun panico, nessun ritardo: tutto si è svolto in pochi secondi”.

La missione dura meno di 90 minuti, ma è impossibile da portare a termine senza un’operazione di copertura. Il grande esacottero, dotato di 6 motori e 6 eliche, lento e appesantito dal carico, sarebbe un bersaglio troppo facile per i droni russi, compresi quelli FPV (First person view, dotati di un cavo in fibra ottica che consente all’operatore di vedere su uno schermo in tutto e per tutto simile a quella di una consolle per videogiochi l’obiettivo dell’operazione) impiegati per la difesa antiaerea. Il comando decide perciò di distrarre gli operatori nemici con un’azione diversiva.

Oltre al 2° battaglione della 30ª brigata, si mobilitano i reparti della 14ª e della 43ª brigata meccanizzata e mezzi del 10° corpo d’armata. I bombardieri pesanti Vampire attaccano all’unisono settori vicini, attirando l’attenzione degli operatori russi. Uno dei Vampire viene abbattuto, ma l’Ayudag-6 riesce a passare. “Abbiamo analizzato i dati per calcolare quando l’attività dei droni nemici fosse al minimo – ha spiegato “Alex” – e abbiamo deciso di volare sul far del giorno, nel passaggio dall’oscurità alla luce”.

Durante il tragitto, un drone Autel del battaglione segue visivamente l’Ayudag-6, fornendo agli operatori una visuale esterna., e un altro UAV, un Lucky Strike, rimane pronto a intercettare eventuali velivoli nemici. Al ritorno del drone con il ferito, l’artiglieria del 10° corpo d’armata apre il fuoco contro le posizioni di decollo degli operatori russi in modo da tenerle impegnate. Il comando ha pronto anche un piano di emergenza, con squadre di ricognizione e veicoli robotizzati dislocati vicino a punti di atterraggio alternativi.

Il velivolo mantiene il collegamento attraverso Starlink e modifica la quota seguendo l’andamento del terreno. I percorsi di andata e ritorno sono differenti, per impedire ai russi di ricostruire la rotta di rientro. “Arrivato l’ordine, sono decollato verso il punto intermedio, dove la squadra ha sostituito le batterie – ha raccontato il pilota dell’Ayudag-6, nome di battaglia “Chornyi” -. Da lì sono volato al punto di evacuazione, ho recuperato il ferito e sono tornato indietro con lui”.

La distanza è di 16 chilometri e il peso del passeggero mette sotto pressione le batterie. Per questo il drone deve fermarsi di nuovo in una posizione intermedia, dove viene ricaricato. Qui Vlasenko viene sganciato dal verricello e trasferito su un mezzo terrestre robotizzato, il “Myrtvorets“. Mimetizzato e rivestito di materassi nel vano di carico, il veicolo percorre altri otto chilometri fuoristrada. Solo una volta raggiunta una zona sicura a una distanza tale che i russi non avrebbero potuto individuarla, una squadra trasferisce il soldato su un’automobile e lo conduce a un punto medico avanzato, dove i chirurghi dell’esercito gli prestano le prime cure. “Ora è in cura e in fase di riabilitazione – ha comunicato la Compagnia dei Sistemi Terrestri e Aerei senza pilota della 92ª Brigata d’Assalto Specializzata -, la sua vita non è più in pericolo”.

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Strage di Kharkiv, arrestato soldato russo. I servizi di Kiev: “Ha ucciso senza motivo”

“Li ho uccisi“. Questo Leonid Ryzhikov ha raccontato agli uomini del Servizio di sicurezza ucraino (SBU) parlando della strage avvenuta il 13 ottobre nella regione di Kharkiv. L’uomo, 36 anni, russo, originario di San Pietroburgo, avrebbe ucciso cinque soldati ucraini che si trovavano in una casa privata mentre non erano in combattimento e, secondo la procura, disarmati e in abiti civili. Alcuni addirittura dormivano. Nello stesso giorno, secondo l’accusa, Ryzhikov aveva ammazzato a sangue freddo anche un pescatore di 60 anni. Arrestato il 14 ottobre, l’uomo è accusato di crimini di guerra: ora rischia l’ergastolo. Ma nella ricostruzione restano ancora diversi punti oscuri.

La ricostruzione della SBU parte dalla storia personale del sospettato. Soprannominato “Yula”, Ryzhikov era stato mobilitato nell’esercito russo alla fine di luglio, dopo aver scontato otto anni di carcere per lesioni personali gravi e furto. Era stato assegnato al secondo battaglione del 1009° reggimento fucilieri motorizzati, appartenente alla 68ª divisione della fanteria motorizzata della 6ª armata russa. Tra il 5 e il 6 ottobre, riferiscono ancora i servizi, si trovava nelle posizioni russe nei pressi di Starytsia, nel distretto di Chuhuiv, quando era finito sotto il fuoco degli ucraini. A quel punto era scappato e, armato di un fucile automatico AK-74, si era diretto a piedi verso Kharkiv, nascondendosi nelle fasce boschive. Durante la fuga era entrato in una casa privata abbandonata, nella quale aveva rubato alcuni abiti civili.

Il 13 ottobre, vicino al villaggio di Mykhailivka, Ryzhikov avrebbe incontrato un uomo impegnato a pescare lungo un canale. La SBU sostiene che gli ha sparato senza alcuna ragione e poi ha spinto il corpo nell’acqua. “Avevo paura che mi denunciasse, tutto qui. L’ho ucciso e me ne sono andato”, ha raccontato Yula durante un interrogatorio del quale la Procura generale ha pubblicato un breve estratto video. “Se me ne fossi andato, lui avrebbe chiamato qualcuno dei militari e mi avrebbero preso”, ha aggiunto. L’uomo ha confermato anche di aver spinto il corpo nel canale dopo lo sparo.

La seconda parte del racconto è più oscura. Secondo la SBU, lo stesso giorno Ryzhikov è entrato in una proprietà privata a Momotove, dove si trovavano i cinque militari ucraini che “non stavano partecipando a operazioni di combattimento, non erano armati e indossavano abiti civili”. In quelle condizioni, sostiene l’intelligence di Kiev, erano protetti dalla Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in tempo di guerra.

Nell’interrogatorio, Ryzhikov ha confermato di essere “entrato nel cottage” e di aver sentito che una persona era scappata. “Poi ha cominciato a tornare indietro, mentre io ero nel cottage in cui viveva. A quel punto non ho fatto niente. L’ho semplicemente ucciso”, ha raccontato, per poi aggiungere subito dopo: “L’ho ucciso, sono tornato indietro. Lì c’erano altri tre militari. Li ho uccisi, ho preso in fretta alcune cose”. A quel punto un altro militare gli avrebbe intimato di fermarsi. “Ho sparato e sono scappato”, ha proseguito l’uomo. “All’interno della casa c’era equipaggiamento militare?”, domanda un investigatore. “C’era – risponde Yula -. Dotazione tattica, munizioni“, ma anche “armi, giubbotti antiproiettile, elmetti e roba simile”. “Hai preso tutto?”. “Ho preso solo le cartucce che c’erano, ma il resto non l’ho toccato”.

Alla domanda su che cosa abbia fatto dopo gli omicidi, Ryzhikov ha risposto di aver proseguito verso Kharkiv. Gli agenti della sicurezza lo hanno arrestato nel quartiere di Saltivka e hanno rinvenuto l’AK-74. Rimangono senza risposta alcune domande, due in particolare: perché è entrato proprio in quella casa? E perché ha ucciso i cinque militari? Né la ricostruzione della SBU (che nel comunicato ufficiale scrive: “Senza alcun motivo, Ryzhikov sparò senza pietà a queste persone, alcune delle quali stavano semplicemente dormendo”), né lui lo spiega nello spezzone di video pubblicato. Non dice di essere stato attaccato, minacciato o riconosciuto, né descrive un confronto che possa spiegare l’inizio della sparatoria.

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Ucraina, chiusa l’inchiesta sull’ex premier Stefanishyna: “Arricchimento illecito per 276 mila euro e beni nascosti”. Rischia il processo

Arricchimento illecito per 13,9 milioni di grivne (276 mila euro) e falso nella dichiarazione dei redditi e dei patrimoni. Olha Stefanishyna, ex vicepremier ucraina ed ex ministro della Giustizia , dovrà rispondere a queste due accuse mosse dall’Autorità nazionale anti-corruzione (Nabu), che ha chiuso le indagini a suo carico. Il 5 agosto, giorno in cui era stata raggiunta dall’avviso di garanzia, Volodymyr Zelensky l’aveva rimossa dall’ultimo incarico affidatole nel 2025, quello di ambasciatrice negli Stati Uniti.

Secondo i magistrati Stefanishyna possedeva due appartamenti nel complesso residenziale “Faina Town“, registrati a nome di un’amica, del valore di quasi 11 milioni di grivne (218 mila euro). Inoltre, in diversi periodi, ha avuto in uso altri beni intestati a persone a lei vicine, tra cui un appartamento registrato a nome della madre nel complesso residenziale “Lvivska Ploshcha” a Kiev. L’ex vicepremier non ha dichiarato nessuno di questi beni nella E-deklaratsiya, la “Dichiarazione Patrimoniale Elettronica dei Funzionari Pubblici” (lo strumento utilizzato per il controllo preventivo della corruzione nel quale tutti i politici e gli alti funzionari devono dichiarare ogni anno non solo quanto guadagnano, ma tutto ciò che possiedono, usano o spendono), omissione che per il codice penale ucraino costituisce reato.

I pm anti-corruzione sostengono inoltre che Stefanishyna “stava trattando l’acquisto di una casa vicino a Kiev del valore di 550 mila dollari” (circa 490 mila euro). Secondo i magistrati, 250 mila dollari sarebbero dovuti essere pagati in contanti, il resto cedendo al venditore i due appartamenti di “Fayia Town”. La donna avrebbe rinunciato all’affare probabilmente a causa della sua nomina ad ambasciatrice a Washington, ma i redditi dichiarati non le avrebbero permesse di acquistare nessuno di questi beni. Tra l’inizio del 2024 e la metà del 2025, hanno ricostruito i pubblici ministeri, Stefanishyna ha guadagnato circa 3,7 milioni di grivne (73 mila euro) ma nello stesso periodo solo dai suoi conti bancari sono stati spesi circa 4,2 milioni di grivne (83 mila euro).

Oggi l’ex vicepremier è in libertà vigilata (deve presentarsi se convocata dai magistrati, comunicare tempestivamente ogni cambio di residenza o domicilio e non può comunicare con i testimoni o le persone indicate nell’ordinanza del giudice), dopo che a metà agosto uno studio legale per cui lavorava ha pagato la cauzione di 6 milioni di grivne (circa 116 mila euro) fissata dall’Alta Corte anti-corruzione, che ora dovrà decidere del suo rinvio a giudizio. Nel caso si andasse a processo, per la contestazione di dichiarazione patrimoniale non veritiera Stefanishyna rischierebbe fino a 2 anni di reclusione, mentre l’accusa di arricchimento illecito prevede una pena da 5 a 10 anni.

Per anni Stefanishyna è stata una fedelissima del presidente Zelensky e una una figura chiave nella sua amministrazione. Dal 2020 al 2025 è stata vicepremier con delega all’Integrazione Europea ed Euro-atlantica, aveva guidato i negoziati per l’ingresso di Kiev nell’Ue e nella Nato, e poi ha assunto anche la carica di ministro della Giustizia. Il presidente l’aveva rimossa il 17 luglio 2025, il giorno dopo che la Procura speciale anti-corruzione aveva reso noto di aver aperto un’inchiesta sulla gestione di quattro importanti beni sequestrati affidati all’Arma (l’agenzia incaricata di amministrare i patrimoni confiscati) in cui era coinvolto il suo ex marito e il 27 agosto l’aveva nominata ambasciatrice negli Stati Uniti, ruolo cruciale per il paese in tempo di guerra. Con l’arrivo dell’avviso di garanzia, Zelensky le ha tolto anche questa carica.

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Strage di Kharkiv, arrestato un “militare russo”. Le due fughe, l’identità, l’arma, il movente: i punti oscuri della vicenda

Cinque soldati ucraini trucidati in un “edificio residenziale” e un civile ucciso a bruciapelo poco distante. Tutto è accaduto il 13 ottobre nella regione di Kharkiv, nel nord est dell’Ucraina. Dopo neanche 24 ore di caccia all’uomo la procura regionale, la polizia, il Servizio di sicurezza (SBU) e il ministro dell’Interno Ivan Vyhivskyi hanno annunciato l’arresto di un militare russo, sospettato di essere responsabile delle uccisioni. “Il 14 ottobre a Kharkiv è stato arrestato un cittadino della Federazione Russa di 36 anni, originario di San Pietroburgo – ha comunicato la procura -, militare del secondo battaglione del 1009° reggimento motorizzato delle forze armate russe, la cui partecipazione all’uccisione di cinque militari delle Forze armate ucraine e di un civile è oggetto di accertamenti”.

Secondo le autorità, l’uomo potrebbe aver fatto parte di un gruppo di sabotaggio e ricognizione e indossato abiti civili per non essere riconosciuto. Prima di raggiungere il villaggio di Kutuzivka, dove si trovavano i cinque soldati della 72ª Brigata, intitolata ai cosiddetti “Zaporoghi Neri”, sarebbe passato dalla comunità di Tsyrkunivska, dove avrebbe incontrato un uomo che stava pescando in un bacino idrico. “Secondo le informazioni preliminari – è la ricostruzione della procura -, il militare russo temeva che il civile potesse riconoscerlo e per questo lo ha ucciso. Durante l’esame del corpo è stata rilevata una ferita d’arma da fuoco alla testa, con foro d’entrata e d’uscita”.

Lo stesso giorno, il 13 ottobre, l’uomo avrebbe raggiunto Kutuzivka, sarebbe entrato in un’abitazione privata in cui si trovavano i 5 militari ucraini e avrebbe aperto il fuoco. Dopo averli uccisi, avrebbe abbandonato l’arma automatica usata per la strage e proseguito la fuga, prima di essere catturato. “In meno di un giorno, le nostre unità hanno perlustrato decine di chilometri quadrati di territorio – ha dichiarato il ministro dell’Interno Ivan Vyhivskyi -, comprese le probabili direzioni di spostamento dell’assassino e i luoghi in cui avrebbe potuto nascondersi. Un’ora fa è stato arrestato il sospettato, un militare della Federazione Russa”. La SBU ha aggiunto che il fermato era già stato condannato in Russia per un reato.

La ricostruzione, però, lascia nell’ombra diversi punti della vicenda. Il 12 ottobre, il giorno prima dell’eccidio, la comunità territoriale di Hubynycha, nella regione di Dnipropetrovsk, aveva diffuso su Facebook un avviso di ricerca con la fotografia e le generalità di un prigioniero di guerra russo evaso dalla custodia nella regione di Zaporizhzhia. L’uomo ricercato era “Mikhail Sergeevich Lebedkin“, nato il 20 ottobre 2004 a Kamensk-Uralsky, nell’oblast di Sverdlovsk, in Russia. Aveva quindi 21 anni, secondo i dati pubblicati nell’avviso.

Il 14 ottobre una testata locale, Kharkiv Today, ha identificato il sospettato fermato a Kharkiv con il nome di “Mikhail Lebedkin”, sulla base di proprie fonti investigative: “Era noto che in precedenza fosse evaso da un carcere dove era detenuto come prigioniero di guerra nell’Ucraina meridionale”, specifica l’articolo riportando anche il nome in russo: “Лебедкин Михаил Сергеевич”. Il collegamento non è stato tuttavia confermato pubblicamente dalla procura di Kharkiv o dalla SBU. L’alert diramato dal comune di Hubynycha, inoltre, indica un uomo nato nel 2004 a Kamensk-Uralsky, mentre le autorità di Kharkiv hanno parlato di un militare di 36 anni originario di San Pietroburgo.

Restano da chiarire alcuni punti. Le autorità non hanno chiarito come il sospettato sia arrivato nella zona, da dove provenisse l’arma automatica utilizzata e perché abbia raggiunto proprio l’abitazione in cui si trovavano i militari della 72ª brigata. Non è noto se l’assalto fosse pianificato, se il 36enne conoscesse la posizione dei soldati, se fosse in missione o se abbia agito di propria iniziativa. Anche il movente dell’uccisione del civile è, per ora, quello indicato dagli investigatori. Anche questa circostanza dovrà essere verificata nell’indagine.

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