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Gli israeliani che in Cisgiordania fanno da scudo ai palestinesi

Israele Palestina

A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.

Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?

Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.

Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.

Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.

Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.

Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.

Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.

Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.

Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.

Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».

Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».

Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.

La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.

Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.

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Sofia Tranchina

A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».

Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.

Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.

Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.

Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.

Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.

Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.

Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».

Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.

«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.

«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.

Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.

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Sofia Tranchina

Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.

Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.

Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.

Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.

E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?

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