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Un barchino di migranti tenta lo sbarco a Santa Margherita di Pula, messo in fuga dai bagnanti

Scoppia il centro di accoglienza di Monastir: altri 86 clandestini arrivati sulle coste del sud Sardegna

Intanto altre trenta persone sono sbarcate oggi a Porto Pino

di Sara Panarelli

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Scoppia il centro di accoglienza di Monastir: altri 86 clandestini arrivati sulle coste del sud Sardegna

Un barchino con otto migranti a bordo avrebbe tentato di raggiungere la riva a forte velocità davanti allo stabilimento El Tiburon Beach, a Santa Margherita di Pula, nel Cagliaritano. L’episodio è avvenuto intorno alle 15 e, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, si è concluso con una rapida inversione di rotta dell’imbarcazione dopo la reazione dei bagnanti.
Il conducente, mentre il natante si avvicinava alla battigia, avrebbe poi puntato nuovamente verso il largo dirigendosi a tutta velocità in direzione di Cagliari. La scena ha suscitato preoccupazione tra le persone presenti in spiaggia, anche alla luce del precedente incidente avvenuto a Tuerredda lo scorso 16 agosto, quando una turista era stata travolta da un’imbarcazione con a bordo migranti mentre faceva il bagno. Nell’occasione la donna aveva riportato gravi ferite ed era stata soccorsa dopo aver rischiato di annegare. Per quell’episodio era stato arrestato uno scafista algerino di 28 anni.
“Si è rischiata l’ennesima tragedia sulle coste di Santa Margherita”, denuncia Massimo Vargiu, segretario provinciale del Siulp. “Siamo sconcertati che imbarcazioni a motore riescano ad arrivare fino a riva con il motore acceso. Evidentemente sulle nostre coste non c’è nessun controllo. I cittadini in vacanza o al mare devono sentirsi sicuri e tutelati”.
Secondo i dati citati dal sindacato, nella sola giornata di oggi sono stati registrati una trentina di sbarchi nel Sulcis e nel Sud Sardegna, in particolare nella zona di Porto Pino.

 

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Quel che la Meloni avrebbe potuto fare

SE NON TRADIVA LA SUA CULTURA POLITICA – E NON HA FATTO. LE OCCASIONI MANCATE DELLA SOVRANISTA DELLA GARBATELLA (e non si trovi giustificazioni nella cosiddetta “realpolitik” perché questa è soltanto un momentaneo compromesso  in circostanze date, mentre qui stiamo parlando di trasformismo ovvero di ripudio della “destra sociale” per abbracciare il conservatorismo liberale: né più ne meno di ciò che a suo tempo fece Gianfranco Fini). L.C.

Travaglio non è simpaticissimo, ma quando ha (sostanzialmente) ragione, ha ragione (Massimo Maraviglia):

Quattro anni fa Giorgia Meloni aveva una grande occasione: spogliarsi degli abiti di capofazione per indossare quelli di rappresentante di tutti e conquistare consensi fuori dal suo recinto, senza recidere le radici del suo passato. Che non è il fascismo del Duce, come troppi superficialmente dicono, ma la destra sociale, legalitaria, multipolare, eurocritica e antiamericana: quella che, oltre a tanti brutti ceffi e fenomeni da baraccone, affascinava anche Paolo Borsellino e tuttora vanta intellettuali irregolari come Cardini, Tarchi, Veneziani, Buttafuoco, Foa.

La Meloni avrebbe potuto scegliersi un ministro della Giustizia borselliniano, anziché il berlusconiano Nordio. Mettere agli Esteri e alla Difesa due uomini del dialogo col Sud e l’Est del mondo, anziché i pappagalli Nato Tajani e Crosetto. Piazzare all’Economia e al Lavoro esponenti della destra sociale anziché il rigorista Giorgetti e l’imbarazzante Calderone. Difendere e magari affinare il reddito di cittadinanza, anziché gettare sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Tassare i profitti extra di banche, assicurazioni, Big Pharma, Big Tech e Big Oil e combattere l’evasione, rastrellando risorse per politiche espansive su investimenti, salari, caro-energia, sanità e lotta all’immigrazione irregolare. Far funzionare la giustizia anziché sfasciarla e perder tempo (e schiantarsi) sulla separazione delle carriere. Infilarsi nelle spaccature di un’Ue sfarinata per fare alleanze pragmatiche con chiunque, a destra (Orbán) e a sinistra (Sánchez), mettesse in dubbio gli euro-dogmi dell’austerità, del bellicismo, del riarmo, della russofobia e della sudditanza a Kiev e a Tel Aviv. Aiutare gli ucraini e i russi, gli israeliani e i palestinesi con l’unica opzione utile: i negoziati, candidando Roma come campo neutro per ospitarli. Sfruttare l’amicizia con Trump per dirgli Sì quando ci conveniva – cioè sulla fine della guerra ucraina e dello sterminio a Gaza – e No sui dazi, il 5% di Pil alla Nato, il suo Gnl al quadruplo del prezzo russo, gli acquisti di armi da regalare a Zelensky, le aggressioni al Venezuela e all’Iran: invece gli ha detto No quando doveva dire Sì e viceversa.

Ha preferito tirare a campare rinnegando il sovranismo degli interessi d

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