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Priorità e prospettive in Artico. La strategia italiana e il libro bianco del Cnr

Scienza, spazio e geopolitica trovano una sintesi nell’Artico e l’Italia si approccia, come meglio non poteva fare, all’international artic year 2032. Lo spunto viene dalla Conferenza Nazionale Polare ideata e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs, con il patrocinio dei mnisteri della Difesa e dell’Università e della Ricerca. Per la prima volta la comunità scientifica italiana impegnata nelle regioni polari si è incontrata per confrontarsi sugli ultimi dati e avanzamenti della ricerca e per definire priorità e prospettive.

Una tre giorni con più di 200 partecipanti per dare fiato a proposte e priorità che confluiranno in un White Paper. Il documento costituirà uno strumento strategico per orientare le future politiche italiane dedicate all’Artico, all’Antartide e al Terzo Polo (Himalaya, Karakorum e Altopiano del Tibet), territori sempre più cruciali per comprendere le dinamiche del clima globale. Punto di partenza la consapevolezza che il tema polare è non solo strategico, ma parte integrante della visione politica di ogni paese, Italia compresa. Numerosi i progetti a cui l’Italia prende parte con successo, come Boomerang, Apegaia, Epica, Stazione Concordia assieme alla Francia, o Ice Memory che conserva carote di ghiaccio di tutto il mondo e ha il sigillo Unesco che le attribuisce il respiro internazionale.

In questo senso trova applicazione il Piano nazionale Artico del Governo che, come più volte osservato dal presidente del consiglio Giorgia Meloni, intende occuparsi a fondo di questa area del mondo. Non a caso il ministero degli Esteri ha presentato da tempo la strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di preservare l’area artica come zona di pace e cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, sostenere le imprese che volessero investire lì e favorire la ricerca.

Un passaggio ribadito dall’ambasciatore Agostino Pinna, Inviato Speciale del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per l’Artico, secondo cui la tradizione scientifica italiana è un elemento che consente all’Italia di essere soggetto autorevole e credibile. A breve verrà diffusa anche la strategia Ue sull’Artico, connessa alla questione securitaria legata alle minacce ibride. Molte cose che accadono in Artico infatti hanno poi riflesso in Ue, come le materie prime, lo spazio, le rotte, l’energia. Ma anche la pace, visto che lì operano assieme Russia e Usa, nonostante i venti di guerra in Ucraina e Iran. “Il lavoro di questi tre giorni segna un passo importante verso una visione condivisa della ricerca pubblica italiana nelle regioni polari”, ha dichiarato il Presidente del Cnr, Andrea Lenzi. “L’impegno del Cnr nelle scienze polari affonda le proprie radici in decenni di ricerca, dati e conoscenze, sviluppati nell’ambito dei Programmi per l’Artico e per l’Antartide sostenuti dal ministero dell’Università e della Ricerca. Un patrimonio costruito sulla collaborazione, sul dialogo con le comunità indigene e sulla responsabilità di offrire risposte solide alle sfide ambientali e climatiche del presente e del futuro”.

“I profondi cambiamenti che stanno interessando l’Artico, l’Antartide e il cosiddetto Terzo Polo himalayano – la più vasta riserva di ghiaccio del pianeta al di fuori delle regioni polari – hanno ripercussioni sempre più rilevanti sugli equilibri climatici, sugli ecosistemi e sulla società a livello globale”, ha commentato la Presidente Enea, Francesca Mariotti. “In questo scenario, la ricerca svolta dall’Italia e dall’Enea negli ambienti più estremi della Terra assume un ruolo cruciale. Un’attività di questo tipo richiede competenze scientifiche, come quelle che mettiamo in campo in Artico, ma nulla sarebbe possibile senza le infrastrutture e il supporto logistico che Enea garantisce, con un’efficiente macchina organizzativa, da oltre 40 anni in Antartide”.

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Deas porta il made in Italy della cybersicurezza a Kuala Lumpur

DEAS Cyber+ porta a Kuala Lumpur tecnologie sviluppate in Italia per l’analisi dei malware e la protezione dei dati sensibili. La società sta partecipando in questi giorni a CyberDSA 2026, appuntamento asiatico dedicato alla cyber defence, dove presenta Heimdall-Sandbox, piattaforma proprietaria pensata per analizzare software sospetti in un ambiente isolato e completamente offline.

La presenza al CyberDSA si inserisce in un mercato in cui cybersicurezza e intelligenza artificiale sono sempre più intrecciate. L’edizione 2026 ruota anche attorno al tema della sovranità del dato, centrale per organizzazioni che gestiscono informazioni strategiche e non possono trasferire campioni o artefatti verso infrastrutture esterne.

Analizzare il malware in ambiente controllato

Heimdall-Sandbox consente di eseguire un sample sospetto e osservarne il comportamento mentre interagisce con il sistema. L’analista può seguire processi, file e memoria, intervenendo sull’ambiente di prova in tempo reale.

Il cuore della piattaforma è AlluQL, linguaggio sviluppato internamente da DEAS e utilizzato anche per oltre 700 regole di detection mappate sul framework Mitre Att&Ck. La stessa architettura permette inoltre ad agenti di intelligenza artificiale e ad altri strumenti di sicurezza di interagire con la sandbox attraverso interfacce dedicate.

Il nodo della sovranità del dato

La scelta di mantenere l’analisi offline risponde alla necessità di evitare che informazioni sensibili escano dall’infrastruttura dell’organizzazione. Un campione malevolo può infatti contenere credenziali, documenti o riferimenti alla rete interna, rendendo il controllo sul dato parte integrante della sicurezza.

“La presenza di DEAS in contesti internazionali come CyberDSA testimonia l’interesse crescente verso competenze e tecnologie sviluppate in Italia. Il nostro Paese possiede professionalità di altissimo livello e può esportare non soltanto prodotti, ma capacità tecnologica, conoscenza e sicurezza. È un Made in Italy meno visibile di quello tradizionale, ma sempre più strategico”, ha sottolineato Stefania Ranzato, fondatrice di DEAS.

Per l’azienda, Kuala Lumpur rappresenta quindi anche un passaggio nella crescita internazionale, con l’obiettivo di portare all’estero tecnologia proprietaria mantenendo in Italia competenze e proprietà intellettuale.

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Il test missilistico di Macron guarda a Est e a Ovest. Ecco perché interessa tutti

La Francia ha testato per la prima volta il suo nuovo missile balistico M51.3, conducendo un test nelle acque dell’Oceano Atlantico. Il lancio, seguito personalmente da Emmanuel Macron e diffuso sui canali mediatici dell’Eliseo, è stato volutamente pubblicizzato per dare maggiore risonanza all’evento e consegnare un messaggio: la Francia sta rafforzando le proprie capacità nucleari strategiche. Ma la domanda più interessante è un’altra. A chi è rivolto questo messaggio?

Il lancio e le parole di Macron

A effettuare il lancio, al largo della Bretagna, è stato il sottomarino Le Vigilant della Marine Nationale e il missile, sprovvisto di testata nucleare, è caduto nell’Atlantico settentrionale, a diverse centinaia di chilometri dalla costa. Si è trattato del tredicesimo lancio del programma M51 e il settimo di una sua variante lanciata da un sottomarino, tutti “ovviamente condotti senza testata nucleare”, come ha tenuto a precisare il Ministero della difesa francese. L’ultimo test live-fire risale infatti al 1996, sotto la presidenza di Jacques Chirac. Macron stesso ha assistito al lancio dalla fregata Auvergne e, rivolgendosi ai militari a bordo, ha affermato: “Per la Francia (…) è una formidabile dimostrazione di credibilità e una tappa importante. Oggi siamo più forti. E penso che il messaggio sia stato ricevuto forte e chiaro, ovunque dovesse essere ricevuto”. 

Il missile M51 e il suo posto nella Force de frappe

Prodotto da ArianeGroup (la stessa società che costruisce il lanciatore spaziale pesante Ariane 6), l’M51 è un missile balistico a tre stadi a propellente solido, dal peso superiore alle 50 tonnellate e con una gittata stimata intorno ai 9.500 chilometri, in grado di trasportare da quattro a sei testate a rientro indipendente, altrimenti note come Mirv. Ognuno dei quattro sottomarini classe Le Triomphant in servizio presso la Marine Nationale può imbarcarne fino a 16 e, secondo quanto dichiarato da ArianeGroup, il missile può raggiungere un’altitudine di 2mila chilometri e una velocità di rientro pari a Mach 20. La prima versione risale al 2006, mentre la variante M51.3 è entrata ufficialmente in servizio nell’ottobre del 2025, insieme alla testata Tno-2, le cui specifiche rimangono segrete.

L’M51 rappresenta la spina dorsale della deterrenza nucleare francese, la cui continuità operativa è garantita dalla turnazione dei quattro sottomarini classe Le Triomphant attualmente in servizio. A questa componente sottomarina si affianca la componente aerea, in capo alle Forces Aériennes Stratégiques e alla Marine nationale, che impiega il Rafale armato con il missile Asmpa-R, entrato in servizio nel 2025 e con una gittata di circa 600 chilometri. L’ultima conta delle testate a disposizione di Parigi riporta la cifra di 290 ordigni nucleari, ma a marzo scorso lo stesso Macron ha annunciato che l’arsenale verrà ampliato nei prossimi anni e che i numeri esatti non saranno più resi pubblici.

A chi era rivolto il test?

Macron ha parlato di un messaggio ricevuto “ovunque dovesse essere ricevuto”. Ma, esattamente, chi doveva riceverlo? Probabilmente, questo lancio in grande stile si è rivolto a un’ampia platea di attori. Il primo destinatario è sicuramente l’Alleanza Atlantica, Washington inclusa. Con questo lancio la Francia ha voluto ribadire di rimanere, pur con tutte le sue attuali fragilità economiche e politiche, una potenza nucleare della Nato e di star dando seguito agli annunci dell’ultimo anno relativi all’espansione dell’arsenale nucleare nazionale. Tale dimostrazione è infatti funzionale alla strategia di allargamento della dissuasion avancée, la deterrenza avanzata che la Francia sta portando avanti con alcuni partner europei, in particolare a Est, dove Parigi intende presentarsi come un partner strategico affidabile e un deterrence provider per gli Stati più esposti nei confronti della Russia. Un modello che, vale la pena ricordarlo, resta distinto dal nuclear sharing a guida americana e che prevede che, all’interno di singoli accordi bilaterali, l’Eliseo mantenga l’autorità esclusiva sull’eventuale decisione di impiegare le testate.

Il secondo destinatario è, di conseguenza, proprio la Russia. Il messaggio è che l’Europa (seppur intesa in questo caso forse più come un’estensione della Francia) sta costruendo una sua forma di deterrenza strategica, indipendente da Washington e mirata a scoraggiare eventuali fughe in avanti da parte del Cremlino sul fianco orientale, soprattutto nell’area del Baltico. 

Infine, c’è un terzo attore a cui questo test era rivolto: Berlino. Non che ci siano venti di guerra tra Francia e Germania, ma la portata del riarmo tedesco non è passata inosservata a Parigi, la quale sta facendo i suoi calcoli. Se i piani tedeschi rispetteranno tempi e promesse della Zeitenwende, entro il 2039 la Germania disporrà delle più potenti forze convenzionali d’Europa e, benché Macron abbia dichiarato che entro un decennio il bilancio delle Forze armate francesi sarà raddoppiato, la Francia (come qualsiasi altro Paese europeo) sa di non poter reggere il confronto con la disponibilità finanziaria tedesca. Ottant’anni di pace e di costruzione congiunta del progetto comune europeo non sono passati in secondo piano, ma l’equilibrio strategico tra Francia e Germania rimane una costante della geopolitica europea attraverso i secoli. Stante questa premessa, e non potendo eguagliare i tedeschi sul piano convenzionale, i francesi hanno deciso di puntare sull’unica cosa che Berlino (per ora, almeno) non ha e non può comprare: l’atomica. 

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